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1881-1882 Breve notizia sullo scopo della Pia Società Salesiana Biografie. Confratelli chiamati da Dio alla vita eterna nell’anno 1880 Eccellentissimo Consigliere di Stato Esposizione del sacerdote Giovanni Bosco agli eminentissimi Cardinali della Sacra Congregazione del Concilio Favori e grazie spirituali concessi dalla Santa Sede alla Pia Società L’aritmetica ed il sistema metrico [settima edizione] Arpa cattolica o raccolta di laudi sacre sulla passione sulle feste principali e sui novissimi Arpa cattolica o raccolta di laudi sacre in onore dei santi e delle sante Arpa cattolica o raccolta di laudi sacre in onore di Gesù Cristo, di Maria Santissima e dei santi Arpa cattolica o raccolta di Laudi Sacre in onore del S. Cuor di Gesù e del SS. Sacramento Biografie 1881 Biographie du jeune Louis Fleury Antoine Colle
 

Scritti di San Giovanni Bosco
  San Giovanni Bosco - Opere Edite.

LA STORIA D'ITALIA RACCONTATA ALLA GIOVENTÙ DA' SUOI PRIMI ABITATORI SINO AI NOSTRI GIORNI

corredata di una Carta Geografica d'Italia dal Sacerdote Bosco Giovanni

 

TORINO

TIPOGRAFIA PARAVIA E COMPAGNIA

1855. {1 [1]}

PROPRIETÀ LETTERARIA. {2 [2]}

 

 

 

 

INDEX

Scopo e divisione di questa Storia  5

Epoca Prima. L’Italia pagana. 6

I. L’Italia antica. 6

II. Primi abitatori dell'Italia  7

III. L'idolatria. 8

IV. Romolo primo re di Roma. 9

V. Il filosofo Pitagora. 11

VI. Numa Pompilio legislatore. Il re di Roma. 12

VII. Due re guerrieri. 13

VIII. Tarquinio primo e la prima invasione dei Galli. 15

IX. Servio Tullo e Tarquinio il superbo, ultimi re di Roma. 16

X. L'Italia ai tempi della Repubblica Romana. 17

XI. Porsenna a Roma. 18

XII. I dittatori e i tribuni del popolo. 19

XIII. Coriolano e Tullo Azio. 20

XIV. Cincinnato l'agricoltore. 21

XV. I tiranni di Siracusa. 22

XVI. Veio presa dai romani, Roma presa dai galli. 24

XVII. I romani alle Forche Caudine. 26

XVIII. Pirro e Fabrizio. 26

XIX. I romani a Cartagine o la prima guerra punica. 28

XX. Annibale in Italia o la seconda guerra punica. 30

XXI. Scipione in Africa e fine delia seconda guerra punica. 31

XXII. Archimede il matematico. 33

XXIII. La rovina di Cartagine o la terza guerra punica. 33

XXIV. Rivoluzione dei gracchi. 34

XXV. Mario a Vercelli. 35

XXVI. Alleanza degli italiani contro Roma. Mario e Silla. 36

XXVII. Il primo triumvirato. Pompeo, Cesare e Crasso. 38

XXVIII. Il secondo triumvirato. 40

Epoca Seconda. L'Italia cristiana  42

I. L'impero d'Augusto. 42

II. Avversità di Augusto. 44

III. Crudeltà di Tiberio e di Caligola. 44

IV. I primi martiri. 46

V. La battaglia di Bebriaco. 47

VI. Vespasiano. 48

VII. Eruzione del Monte Vesuvio. 49

VIII. Domiziano e Apollonio il mago. 50

IX. Quattro imperatori buoni. 51

X. La legione fulminante. 52

XI. Quattro imperatori malvagi. 53

XII. Alessandro Severo. 55

XIII. I goti. 56

XIV. Scompiglio del Romano Impero. 57

XV. L'era dei martiri. 59

XVI. La battaglia di Torino. 59

XVII. Regno di Costantino il Grande. 61

XVIII. Giuliano l'apostata. 62

XIX. L'Impero di Oriente e l'Impero d'Occidente. 63

XX. Teodosio il Grande. 64

XXI. Saccheggio di Roma. 66

XXII. Ezio ed Attila re degli unni. 68

XXIII. Ultimi imperatori d'occidente. 70

Usi e costumi degli antichi italiani. 71

Ordine religioso. 72

Ordine del tempo. 73

Ordine delle milizie. 74

Altri usi e costumi degli antichi italiani. 76

Abiti, abitazioni, vitto e funerali. 77

Epoca Terza. L'italia nel Medio Evo  80

I. Odoacre primo re d'Italia. 80

II. Segno di Teodorico. 81

III. Vitige, Belisario, e Totila. 82

IV. Totila e Narsete. 84

V. Invasione dei longobardi. 85

VI. Autari e Teodolinda. 86

VII. Agilulfo e Teodolinda. 87

VIII. Re longobardi da Adaloaldo alla morte di Liutprando. 88

IX. Dei beni temporali della Chiesa e del dominio del Sommo Pontefice. 90

IX. Ultimi re longobardi. 92

X. Il secondo impero d'occidente. 93

XI. I successori di Carlomagno. I saraceni in Italia. Sacrilegio di Lottario. 95

XII. L'italia cade sotto ai re di Germania. 97

XIII. Venuta dei normanni in Italia. 99

XIV. Papa Leone in mezzo a' normanni. 101

XV. Gregorio VII. 103

XVI. Le crociate. 105

XVII. Gerusalemme liberata. 107

XVIII. Saccheggio di Amalfi nel 1135. 109

XIX. Federico Barbarossa. 110

XX. Ultime azioni di Federico Barbarossa e la Lega Lombarda. 112

XXI. Dandolo di Venezia. 114

XXII. I guelfi ed i ghibellini. 116

XXIII. Carlo d'Angiò ed i vespri siciliani. 118

XXIV. La Repubblica di Genova e la battaglia della Meloria. 120

XXV. Cimabue e Giotto pittori. 122

XXVI. Dante e la lingua italiana. 123

XXVII. Corso Donato. Il duca d’Atene. La gran compagnia. 125

XXVIII. I papi in Avignone. 126

XXIX. Il decamerone del Boccaccio e l'incoronazione del Petrarca. 128

XXX. Il ritorno dei papi a Roma. 129

XXXI. I conti di Savoia. 131

XXXII. Il conte Verde. 133

XXXIII. Il conte di Carmagnola e il duca Amedeo di Savoia. 134

XXXIV. La banda si Braccio di Montone. 137

XXXV. I turchi in Italia. 139

XXXVI. La congiura de' Pazzi. 141

XXXVII. Curiose scoperte e l'invenzione della stampa. 142

Epoca Quarta. Storia Moderna. 145

I. La scoperta del Nuovo Mondo. 145

II. Colombo in America. 147

III. Altri viaggi di Colombo in America. 149

IV. Ludovico il Moro e Carlo VIII. 150

V. La Lega di Cambrai, la battaglia di Agnadello, di Ravenna, di Novara e di Marignano. 152

VI. Il secolo di Leone X. Tartaglia, Bramante, Buonaroti, Leonardo da Vinci. 154

VII. buonaroti, Raffaele ed altri uomini celebri del pontificato di Leone X. morte di questo pontefice. 156

VIII. Battaglia di Pavia. 158

IX. Saccheggio di Roma. 159

X. Andrea Doria e la congiura dei fieschi. 161

XI. I duchi di Toscana e la pace di Cambrese. 162

XII. La battaglia di Lepanto. 163

XIII. La peste in Milano. 164

XIV. L'interdetto di Venezia e gli uscocchi. 166

XV. Venezia liberata. 167

XVI. Carlo Emanuele il Grande. 169

XVII. Galileo Galilei ed altri uomini illustri. 171

XVIII. Masaniello Pescivendolo. 173

XIX. Vittorio Amedeo ii e la guerra per la successione di Spagna. 175

XX. L’assedio di Torino e la pace di Rastadt. 176

XXI. Gli ultimi anni di Vittorio Amedeo II. 178

XXII. La battaglia dell'Assietta e la liberazione di Genova. 179

XXIII. Uomini celebri di questo secolo Alberoni, Tanucci, Muratori. 181

XXIV. Metastasio e Parini. 183

XXV. L'Italia invasa dai francesi. 185

XXVI. Napoleone imperatore. 188

XXVII. Caduta di Napoleone e il Congresso di Vienna. 189

XXVIII. Antonio Canova. 191

XXIX. Rivoluzione di Napoli e di Sicilia. 194

XXX. La rivoluzione in Piemonte. 195

XXXI. La guerra dell'indipendenza italiana. 196

XXXII. L'assassinio del Come Rossi. 199

XXXIII. La Repubblica Romana. 201

XXXIV. Roma liberata. 204

XXXV. Il ritorno di Pio IX. 207

XXXVI. Assassinio del duca di Parma ed altre cose contemporanee. 208

XXXVII. La guerra d'Oriente. 210

XXXVIII. Conclusione. 212

Geografia dell’Italia antica comparata coi nomi moderni. 213

Indice e sommario  226

Mappa Italia  242

 


Scopo e divisione di questa Storia

 

            Egli è un fatto universalmente ammesso che i libri debbono essere adattati all'intelligenza di coloro a cui si parla, in quella guisa che il cibo deve essere acconcio secondo la complessione degli individui. A seconda di questo principio divisai di raccontare la Storia d'Italia alla gioventù, seguendo nella materia, nella dicitura e nella mole dei volumi, le medesime regole già da me praticate per altri libri al medesimo scopo destinati.

            Attenendomi perciò ai fatti certi e più fecondi di moralità e di utili ammaestramenti, tralascio le cose incerte, le frivole congetture, le troppo frequenti citazioni di autori, come pure le troppo elevate discussioni politiche, le quali tornano inutili e talvolta dannose alla gioventù. Posso nonpertanto {3 [3]} accertare il lettore, che non ho scritto un periodo senza confrontarlo coi più accreditati autori, e per quanto mi fu possibile, anche contemporanei, od almeno più vicini al tempo cui si riferiscono gli avvenimenti. Nemmeno ho risparmiato fatica nel leggere i moderni scrittori delle cose d'Italia, ricavando da ciascuno quanto parve convenire al mio intento.

            Questa storia è divisa in quattro epoche particolari; la prima comincia dai primi abitatori d'Italia e si estende fino al principio dell'Era volgare, quando tutto l'impero Romano passò sotto la dominazione di Augusto. Quest'epoca si può denominare l’Italia antica o pagana.

            La seconda dal principio del Romano impero fino alla caduta del medesimo in Occidente nel 476, e la chiameremo l’Italia cristiana, perchè appunto in tale spazio di tempo il Cristianesimo fu propagato e stabilito in tutta l'Italia.

            La terza dalla caduta del Romano impero in Occidente fino alla scoperta dell'America fatta da Cristoforo Colombo nell'anno 1492, ed è la Storia del Medio Evo.

            La quarta comprende il resto della Storia sino ai nostri tempi, comunemente appellato Storia Moderna. {4 [4]}

            Ho fatto quello che ho potuto perchè il mio lavoro tornasse utile a quella porzione dell'umana società che forma la speranza di un lieto avvenire, la gioventù. Esporre la verità storica, insinuare l'amore alla virtù, fuga del vizio, rispetto alla religione, fu lo scopo finale di ogni pagina.

            Le buone accoglienze fatte dal pubblico ad alcune mie operette altra volta pubblicate mi fanno pure sperar bene di questo comunque siasi lavoro. Se a taluno riescirà di qualche vantaggio, ne renda gloria al Dator di tutti i beni, cui intendo di consacrare queste mie tenui fatiche. {5 [5]} {6 [6]}

 


Epoca Prima. L’Italia pagana.

Dai primi abitatori d'Italia fino al principio dell'Era volgare.

 

 

I. L’Italia antica.

 

            Allorchè, miei cari giovani, leggeste la Storia Sacra, avrete senza dubbio notato che i prodi Maccabei mandarono ambasciadori a Roma per fare alleanza coi Romani già divenuti padroni di tutta l'Italia. È quella la prima volta che nei libri santi si parla dei nostri paesi, sebbene fossero già lungo tempo prima abitati. Ora siccome io credo che non vi sia paese del nostro più fecondo di avvenimenti, e più ricco d'uomini illustri per coraggio e per ingegno, così giudico di farvi cosa piacevole col narrarvi distintamente i fatti più luminosi che nei passati tempi in questi paesi avvennero.

            Prima però di cominciare i racconti, e nominarvi i personaggi celebri, i quali ci precedettero, sarebbe necessario che imparaste a conoscere in una carta geografica i fiumi principali, le catene delle montagne, le città più importanti, affine di poter meglio essere in grado di {7 [7]} comprendere i molti fatti di cui l'Italia fu campo glorioso.

            I monti più famosi d'Italia sono le Alpi e gli Apennini.

            Si è dato il nome di Alpi a quella catena di montagne che, cominciando da Nizza, corre verso settentrione sino al lago di Ginevra, quindi piegandosi verso levante, si stende sino al mare Adriatico, e quasi baluardo naturale separa l'Italia dalla Francia, dalla Svizzera e dall'Alemagna. Il primo tratto d'Italia che da Nizza si prolunga sino a Venezia, è bagnato a mezzodì dal mare Mediterraneo. Il secondo tratto che da Venezia si piega verso mezzodì, quasi gamba umana, è bagnato a levante dal mare Adriatico, a ponente dal Mediterraneo.

            In quella parte delle Alpi che sovrasta al Piemonte sorge il Monviso. Ivi ha sorgente il fiume che anticamente denominavasi dai Latini Pado e dai Greci Eridano, da noi detto Po. È chiamato dai poeti re dei fiumi, perchè maggiore di tutti gli altri fiumi d'Italia; passa presso la città di Torino, capitale del Piemonte, riceve il Ticino a poca distanza da Milano, capitale della Lombardia, e va a scaricare le sue acque nel mare Adriatico, vicino alla famosa città di Venezia.

            Parecchi fiumi d'Italia oltre il Ticino concorrono ad ingrossare la corrente del Po, tra cui la Dora Riparia, che nasce alle falde del Monginevro, e si congiunge al Po presso a Torino. La Dora Maggiore ossia Baltea, che scende da quel tratto delle Alpi detto il piccolo S. Bernardo, e si scarica nel Po nelle vicinanze di Crescentino. L'Adda, il Mincio e l'Adige alla sinistra ed il Tanaro alla destra del Po, sono i principali affluenti, i quali traendo origine dalle Alpi, mettono foce in questo fiume. {8 [8]}

            Vicino a Nizza, dove cominciano le Alpi, comincia pure un'altra giogaia di monti detti Apennini, la quale staccandosi dalle Alpi medesime, segnano un semicircolo intorno a Genova, capitale degli antichi Liguri, poi sotto a Bologna si piega verso mezzodì, attraversando e dividendo l'Italia fino all'estremo confine del regno di Napoli.

            Molti fiumi traggono la loro sorgente dagli Apennini; il Rubicone nasce dalle parti orientali dell'antica Etruria, oggidì Toscana, e passando vicino alla città di Rimini va a scaricarsi nell'Adriatico. Sulle medesime vette degli Apennini d'Etruria, ma un po' più al mezzodì, trae la sua sorgente il gran fiume Tevere, il quale passa nel mezzo di Roma, e va a scaricare le sue acque nel mare di Toscana, vicino al porto d'Ostia.

            Sarà bene altresì, per chiarezza della storia, il ricordarsi che anticamente questa nostra Italia fu appellata con varii nomi. Fu detta Saturnia da Saturno, che le memorie antiche ci danno per primo legislatore dei nostri paesi, e che visse circa mille e dugento anni prima della venuta di Cristo.

            Fu dipoi nominata Enotria dagli Enotri, antichi abitanti d'una parte d'Italia: Esperia, ovvero occidentale dai Greci, perchè appunto ha tale posizione rispetto alla Grecia. Talora è nominata Tirrenia dai Tirreni, che sono i più antichi abitatori d'Italia di cui ci sia rimasta memoria.

            La parte più meridionale, che corrisponde all'odierno regno di Napoli, fu appellata Ausonia e talora Magna Grecia, nome che derivò dagli Ausonii popoli della Grecia, i quali vennero ivi a stabilire la loro dimora. Gallio Cisalpina fu per qualche tempo nominata la parte {9 [9]} compresa tra la catena delle Alpi e la Toscana fino a Venezia. Ebbe un tal nome dai Galli, antichi invasori del nostro paese, di cui avrò più cose da raccontarvi.

            Ma il nome che a tutti prevalse fu quello d'Italia, nome che gli eruditi fanno derivare da Italo re dell'Enotria, oggidì Calabria, il quale, avendo grandemente promosso la civiltà nelle nostre contrade, meritò che fosse col suo nome appellato tutto quel paese che oggidì si nomina Italia.

            Premessa la cognizione di questi nomi, miei cari amici, voi potete mettervi a leggere la Storia d'Italia. Tuttavia potendovi occorrere nomi di città o paesi da voi non ancora conosciuti, o ai nostri tempi altrimenti nominati, per togliervi questa difficoltà ho stimato cosa utile mettervi in fine di questo libro un piccolo dizionario con una carta geografica moderna, mercè cui voi potete con un semplice colpo d'occhio confrontare i nomi antichi con quelli di oggidì.

 

 

II. Primi abitatori dell'Italia

 

            Dall'anno 2600 al 900 avanti Cristo.

 

            Parecchi anni erano già trascorsi dopo il diluvio, e niun popolo era ancora venuto nel fertile paese, nell'ameno clima dell'Italia. Sicchè i fiumi si versavano ovunque senza alcun letto regolare; le colline e le montagne erano ingombre da folte selve, da oscure foreste; la superficie delle valli e delle pianure era coperta da acque stagnanti, da paludi e da fanghiglia. Non prati, non campi, giardini o vigne. Niuna città, borgo, villaggio echeggiava di voci umane. Quando un popolo discendente da Tiras, figlio di Giafetto, venne a stabilirsi {10 [10]} nella Toscana, anticamente detta Tirrenia, onde Tirreno si appella quel mare che bagna le coste occidentali della Toscana. Ciò credesi avvenuto l'anno duemila prima del Salvatore.

            Ora immaginatevi quante fatiche abbiano dovuto sostenere quei nostri antenati affine di rendere fruttifero il terreno! Colla massima premura gli uni si diedero a formare argini e rive per far prendere ai fiumi un corso regolare; gli altri a scavare canali in mezzo alle paludi perchè avessero il libero scolo. Altri a sradicare alberi e selve onde poter utilmente seminar campi, piantar vigne, raccogliere frutti. Mentre costoro si occupavano con alacrità a coltivare le terre, molti altri si diedero a costruire case, donde cominciarono a sorgere borghi, villaggi e città.

            Debbo premettere con grande mio rincrescimento come le memorie riguardanti a quei primi abitatori dei nostri paesi, andarono in gran parte perdute, e quelle che si conservarono vennero mischiate con molte favole. Ciò che si può sapere con qualche certezza si è che i Tirreni crebbero ben tosto in gran numero, perciò si divisero in tre popoli dagli antichi conosciuti sotto il nome di Taurini, Etrusci, Osci.

            I Taurini, quasi provenienti dal Tauro che è una lunga ed alta catena di montagne dell'Asia, andarono ad abitare tra le Alpi ed il Po e da loro fu appellata Torino la capitale del Piemonte. Etrusci furono detti quelli che restarono nel primiero lor paese. Gli Osci poi andarono ad abitare l'Italia meridionale. Sparsasi intanto la fama della bellezza e della fertilità dell'Italia vennero a stabilirvisi successivamente altri popoli stranieri, circa l'anno 1700 av. C. {11 [11]} I Pelasgi, così detti da Phaleg quarto discendente dopo Noè, sotto il nome di Ombri, vennero ad abitare l'Umbria che forma oggidì una parte degli stati Romani. Ceth nipote di Noè diede nome alla grande Nazione dei Celti che scesero ad abitare intorno all'Adriatico, nella Germania e nella Francia verso l'anno 1300 av. C.

            Tutti questi popoli figli d'un Dio Creatore, tutti discendenti dal comun padre Adamo, avrebbero dovuto amarsi come fratelli; ma non fu così. Fosse per motivo di commercio, fosse a cagione di possesso, nacquero discordie e fin d'allora si cominciò a far guerra. I Tirreni, degli altri meglio ammaestrati, ordinavano i loro eserciti, e a suon di tromba li guidavano alla pugna in modo tale, che mettevano in fuga chiunque avesse osato assalirli, facendo continue conquiste sopra i lor nemici e per mare e per terra. La grande isola di Sardegna, fu conquistata dai Tirreni. Dopo molto spargimento di sangue ben conoscendosi che la guerra non apporta verun bene alle nazioni, gli Etruschi deposero le armi, e stretta alleanza coi loro vicini si diedero indefessamente a coltivare la terra, a costruire città, a far fiorire il commercio. Fondarono Veio, Mantova con moltissime altre città tra loro confederate ed amiche. Avevano un sistema di monete e di pesi; praticavano cerimonie religiose, avevano riti e sacerdoti. Lavoravano con maestria 1'oro e l'argento in filigrana e col cesello. Eranvi tra di loro abilissimi scultori in marmo ed in bronzo.

            Dalla qual cosa apparisce quanto quegli antichi Italiani fossero dati al lavoro, facendo consistere la loro prima gloria nel guadagnarsi il pane colle loro fatiche. {12 [12]}

 

 

III. L'idolatria.

 

            Dal 900 al 752 avanti Cristo.

 

            La Religione, o giovani, è quel vincolo che stringe l'uomo a riconoscere e servire il Creatore. Gli uomini essendo tutti creati da un medesimo Dio, tutti discendenti da un medesimo padre, in principio avevano tutti la medesima religione; praticavano le stesse cerimonie, gli stessi sacrifizi con un culto puro e scevro di errore.

            Ma dopo il diluvio universale si può dire che la vera religione siasi soltanto conservata tra' discendenti d'Abramo detti Ebrei. Le altre nazioni sparsesi a popolare le varie parti del mondo, di mano in mano che si allontanavano dal popolo Ebreo confusero l'idea di un Dio creatore, e si diedero all'idolatria; cioè cominciarono a prestare alle creature quel culto che a Dio solo è dovuto. Di questo errore erano pure miseramente imbevuti gli antichi abitatori d'Italia.

            Convien però notare che l'idolatria degli Italiani fu sempre meno mostruosa di quello che fosse presso alle altre nazioni, e parecchie istituzioni, almeno nella loro origine, parvero assai ragionevoli. Persuasi che tutto dovesse aver principio da un Essere Supremo consideravano Giano come il maggiore di tutti e Reggitore del mondo, che aveva due faccie per indicare ch'Egli vedeva il passato e l'avvenire.

            Come poi i Romani ebbero maggiori relazioni coi Greci, ne adottarono tutte le divinità. Giove era riconosciuto per padre degli Dei e degli uomini e lo chiamavano {13 [13]} Giove Statore, Salvatore, secondochè a quella buona gente pareva di aver ricevuto questo o quell'altro beneficio.

            Giunone, sposa di Giove, era la Dea sovrana ed universale cui davasi talvolta il nome di Giunone Sospita o Salvatrice, Moneta o Consigliera.

            Nettuno presiedeva al mare, Cerere all'agricoltura, Vulcano al fuoco, Marte alla guerra, Diana alla caccia, Minerva alle scienze, Apollo alla poesia ed alla musica. Che più? La Pudicizia, la Gioventù, la Virtù, la Pietà, la Mente, l'Onore, la Concordia, la Speranza, la Vittoria erano altrettante divinità cui s'innalzavano templi ed altari.

            Credo che voi di leggieri scorgerete ove stesse l'errore riguardo a queste divinità: gli uomini invece di praticare queste virtù per amor di Dio creatore, adoravano le virtù medesime.

            I Sabini poi veneravano la Dea Tellure o Vesta che vuol dire terra, la quale riconoscevano come larga produttrice di tutte le cose necessarie alla vita umana, e in queste guisa gli uomini erano eccitati alla coltura dei campi per motivo di religione. I Latini ed anche i Sabini, i quali abitavano le spiagge del Tevere, adoravano la Dea Matuta che vuol dire aurora; divinità non per altro immaginata che per animare i popoli a mettersi di buon mattino al lavoro; onde l'uso di far passare i soldati a rassegna avanti al levar del sole.

            Numa Pompilio primo legislatore religioso dei Romani propose all'adorazione la Dea Fede affinchè tutti fossero eccitati a mantenere la parola data in ogni genere di contratti.

            Lo stesso Numa voleva che fosse tenuto in grande {14 [14]} venerazione il Dio Termine affine di avvezzare i suoi popoli a non invadere i poderi dei vicini. Laonde questo Dio non solo era adorato con feste particolari dette terminali, ma di più quelli che avevano terreni limitrofi, si radunavano sui confini e presso ai segni divisori dei loro poderi facevano offerte e sacrifizi, ed amichevolmente banchettando riconosceva ciascuno i termini del suo campo.

            Altri popoli pur dell'Italia prestavano culto ad altre divinità più ridicole, ma sempre con una certa ragione. Per es. adoravano il bue, perchè quest'animale serve a condur carri, a coltivar la terra. Rendevano omaggio al cane, perchè custodisce la casa; ossequiavano il gatto, perchè distrugge i sorci e così le altre divinità.

            Ma questa superstizione o idolatria, che in mezzo all'errore presentava un'apparenza di ragionevolezza, in progresso di tempo degenerò e giunse a deplorabili eccessi. Chiunque si fosse distinto con qualche azione, anche malvagia, aveva dopo morte gli onori divini. Animali immondi e talora i più ributtanti ricevevano quell’onore che solamente a Dio onnipotente si deve rendere. Fra i sacrifizi e le offerte alcune erano ridicole, altre esecrande a segno, che in qualche luogo si giunse fino ad offrire vittime umane alle insensate divinità.

            Voi farete certamente le maraviglie, o giovani miei, in vedere tante divinità adorate dagli antichi abitatori di questa nostra Italia e che solo siasi costantemente ricusato di riconoscere il Dio degli Ebrei e dei Cristiani. Perchè mai? Le altre religioni si limitavano a prescrivere sacrifizi e mere cerimonie, senza imporre alcun obbligo o di verità da credersi o di virtù da esser praticate. {15 [15]} Tutti erano padroni di credere ciò che volevano e molti negavano una vita avvenire; tutti si abbandonavano alle più brutali passioni, delle quali avevano molti esempi nella vita degli Dei incontinenti, ladri, vendicativi, ingannatori. Laddove la religione degli Ebrei frenava l'orgoglio dell'intelletto con dogmi da credersi, e regolava la condotta della vita colle virtù da praticarsi; senza la fede, e senza la morale le cerimonie servivano a nulla.

            Bensì i filosofi, ossia i dotti, negavano fede alla religione pubblica, anzi ne ridevano; e vollero provarsi ad introdurre qualche credenza, e qualche esercizio di virtù, ma niun effetto ottennero. Discordavano fra loro anche sulla natura di Dio, e sull'esistenza della vita futura: le poche virtù che ostentavano, nascevano da uno spirito d'orgoglio e non dall'amor di Dio e del bene. Platone, il più dotto di questi filosofi, riconobbe che bisognava aspettare un Dio che venisse ad insegnare al mondo la vera religione.

 

 

IV. Romolo primo re di Roma.

 

            Dall'anno 752 al 714 avanti Cristo.

 

            Vi ricorderete, cari amici, della famosa visione di Nabuccodonosor colla quale Iddio prenunziava quattro grandi monarchie. Una fu quella degli Assiri, l'altra dei Persiani, la terza dei Greci, la quarta dei Romani. Di quest'ultima io voglio ora parlarvi. Essa fu la più vasta e di maggior durata delle altre tre: eccone l'umile sua origine.

            Circa l'anno 750 avanti la venuta di Gesù Cristo, {16 [16]} viveano due fratelli, uno di nome Remo, l'altro Romolo nella città di Alba situata nelle vicinanze del Tevere a poca distanza dal mare Mediterraneo.

            È bene però ch'io vi faccia notare che la storia della stirpe e della nascita di questi due fratèlli è mischiata con molte favole. Dicesi che quattrocento anni prima della fondazione di Roma, un principe di nome Enea, dopo la distruzione d'una città dell'Asia Minore chiamata Troia, venisse in Italia, e fondasse la città ed il regno di Alba, e che da uno dei discendenti di Enea nascessero Remo e Romolo. Appena nati, essi furono gettati nel Tevere donde furono dalla corrente rigettati sulla riva. Allattati da una lupa vennero poi trovati da un pastore di nome Faustolo che li allevò come suoi proprii figli. Cresciuti in età ed informati della loro origine reale si unirono ad altri pastori ed assalirono improvvisamente il Re di Alba detto Amulio, che era appunto colui, il quale aveva dato ordine che appena nati fossero affogati nel Tevere. Riuscirono a cacciarlo dal regno, e quindi diedero principio alla fondazione di Roma in quel medesimo luogo ove erano stati salvati.

            Ma quello che si può credere con qualche certezza, si è che Faustolo vedendo questi due fratelli bizzarri, rissosi, incorreggibili, pensò di licenziarli da casa sua lasciando che si andassero a cercar fortuna. Abbandonati così a se stessi quei due fratelli, si associarono ad una quantità d'uomini al par di loro vagabondi e andarono a gettare le fondamenta d'una città sopra un angolo del Tevere al confine degli Etruschi, dei Sabini e dei Latini, popoli dell'Italia centrale.

            Nella costruzione della novella città nacquero gravi {17 [17]} discordie fra i due fratelli. Dicesi che venissero a contesa tra loro per decidere a chi dei due toccasse di dare il nome alla novella città. A tal fine consultarono gli auspizi, vale a dire il volo degli uccelli. Remo vide il primo sei avoltoi, Romolo ne vide dodici. Derivò quindi la contesa, pretendendo l'uno la superiorità per averli veduti prima; l'altro per averne veduti di più. Nel bollore della rissa Romolo, trasportato dalla collera, gettò sul capo di Remo uno strumento di ferro di cui era armato, e l'uccise sull'istante. Così la regina delle città veniva fondata da un'orda di avventurieri. Romolo fratricida le diede il suo nome, la chiamò Roma e facendone ricettacolo di ogni sorta di masnadieri si costituì loro Re.

            Roma fu fondata alle falde di un colle detto Palatino, e coll'andare del tempo ampliata, venne a rinchiudere fino a sette colli. In mezzo al recinto della città v'era una vasta piazza detta Foro, dove il popolo si radunava per deliberare intorno agli affari pubblici. L'adunarsi del popolo nel Foro veniva significato con questa frase: tenere i comizii. Nel foro s'innalzava la ringhiera, specie di cattedra su cui salivano quelli che dovevano parlare al popolo.

            Sebbene molti abitanti fossero corsi a popolare la nuova città, tuttavia in niun modo i paesi vicini volevano maritare le loro figliuole con quei malfattori. Perciò Romolo studiò di ottenere coll'inganno quello che non poteva ottenere per amicizia. Finse egli di voler celebrare in Roma una gran festa, e la fece annunziare a suon di tromba, invitando i popoli vicini ad intervenirvi. Gli abitanti d'Alba, i Sabini accorsero in folla a Roma; ma in breve ebbero a pentirsi della {18 [18]} loro curiosità; perciocchè nei grandi spettacoli vi sono grandi pericoli. Mentre stavano attenti a guardare i giuochi che si celebravano, i Romani, ad un segno convenuto, tradita l'ospitalità, a mano armata piombarono addosso ai Sabini, e loro rapirono le fanciulle, malgrado la resistenza dei loro padri e dei loro fratelli. I Sabini erano a que' tempi i più forti e i più rinomati popoli d'Italia in fatto d'armi. Tito Tazio loro re passava pel più valoroso guerriero del suo tempo. Perciò altamente sdegnato per l'oltraggio fatto a' suoi sudditi, si pose alla testa di un formidabile esercito, e marciò contro ai Romani che in breve costrinse a rinchiudersi dentro le mura di Roma.

            Difficilmente però i nemici avrebbero potuto entrare in città, se una donzella di nome Tarpea non ne avesse con perfidia aperta una porta. Ma quella donzella avendo poi chiesto ai Sabini, in premio del suo tradimento, che le dessero ciò che ognuno di essi portava nel braccio sinistro; volendo intendere un braccialetto d'oro o d'argento, coloro fingendo di non comprenderla, le gettarono tutti insieme adosso certi arnesi di ferro, grandi e rotondi che portavano eziandio al braccio sinistro i quali si chiamano scudi. Tarpea morì in tal modo a piè di una rupe che dal suo nome fu detta rupe Tarpea. Entrati così i Sabini in città appiccarono tre sanguinose battaglie in Roma medesima, ed i Romani sarebbero forse stati interamente distrutti se le zitelle dei Sabini, divenute spose dei Romani, non si fossero colle lor preghiere interposte per far cessare le ostilità. Allora fu conchiusa la pace a queste condizioni i Sabini lasciando la loro città detta Curi o Quiri, verranno a porre le loro stanze in Roma; Tazio regnerà congiuntamente a Romolo sui due popoli uniti. {19 [19]}

            Infatti i Sabini vennero a stanziarsi sul colle Capitolino e sul Quirinale, e chiamaronsi Quiriti dal nome della loro antica città, nome che col tempo si accomunò pare ai Romani, dopochè i due popoli vie più si mischiarono tra loro.

            Due re di egual potere non possono alla lunga andar d'accordo, e trascorsi appena cinque anni, Tazio fu ucciso nell'occasione di una festa, non si sa da chi, ma probabilmente Romolo vi ebbe parte.

            Romolo, rimasto solo, divise tutto il popolo in tre tribù; la tribù comprendeva dieci Curie, ed ogni Curia si suddivideva in dieci Decurie. Alla testa di ciascuna di queste divisioni Romolo aveva preposto capi, che però chiamavansi Tribuni, Curioni, e Decurioni. Tutti questi capi formavano una nobiltà ereditaria, detta Patrizi, ossia Padri. Cento di questi patrizii furono scelti da Romolo per formare il Senato, ossia il Consiglio supremo dello Stato, a cui furono aggiunti cento Sabini, dopo che questi si unirono coi Romani: appellavansi senatori, ossia vecchi, perchè appunto vecchi per età, per esperienza e per senno. Eravi dunque un senato che proponeva le leggi e consigliava quanto fosse a farsi. Eravi l'assemblea composta dei soli Patrizi detta Curiata; questa sanciva le leggi, decideva su tutte le proposte del Senato, e nominava i magistrati presi dal suo seno. Il restante popolo, cioè l'infima plebe non aveva pressochè alcun diritto; era bensì convocato nel foro, ma non dava quasi mai voto alcuno, solamente udiva ad esporre i partiti presi dai patrizi, serviva nella milizia, esercitava le arti ed i mestieri. Romolo così ci insegnò, che ad occuparsi dello Stato sono inabili tutti coloro che o per età o per occupazione non hanno acquistata {20 [20]} la scienza che è indispensabile nel governo dei popoli.

            Siccome perprofessare una scienza bisogna attendervi esclusivamente, così i patrizi dovevano occuparsi della sola scienza dello Stato, ed erano proibiti di esercitare qualunque commercio od arte, esclusa però l'agricoltura.

            Ogni cittadino era soldato; ma fra i cittadini Romolo ne prese cento di ciascuna tribù, i quali servissero a cavallo, epperò furono denominati Cavalieri. Il loro numero da trecento crebbe ben presto a mille ed ottocento; e col tempo formarono un ordine intermedio tra i patrizii ed il popolo. Altri del popolo servivano in qualità di littori. Dodici di questi armati di un fascio di verghe con entro una scure accompagnavano il Re, ne eseguivano i comandi, e punivano i malfattori.

            Romolo oltre ad aver ordinato lo Stato, lo ampliò movendo guerra ai Veienti, popoli dell'Etruria, li sconfisse, e fermò con essi la pace obbligandoli a cedere sette dei loro borghi. Stava egli passando in rivista le schiere, quando levossi un fiero temporale accompagnato da tenebre; cessato questo, Romolo più non si vide. Altri raccontarono che i senatori non potendo più sopportare i modi altieri di Romolo, lo tagliarono a pezzi e lo dispersero fra le tenebre del temporale.

            Dopo la morte di Romolo un uomo di nome Proculo si presentò al popolo, indi al senato, dicendo che aveva veduto Romolo a salire al cielo, e gli aveva detto che voleva essere adorato dai Romani sotto il nome di dio Quirino. Si prestò fede al racconto e gli fu innalzato un tempio sul vicino monte, detto perciò monte Quirinale, ove presentemente sorge il palazzo dei pontefici Romani con tal nome appellato. La vita di Romolo deve ammaestrarci {21 [21]} a non esser superbi e crudeli verso i nostri simili, perchè avvi un Dio giusto che a tempo e luogo rende il meritato castigo: chi di spada ferisce, di spada perisce.

 

 

V. Il filosofo Pitagora.

 

            Verso il 712 avanti Cristo.

 

            Nel vedere quei primi Romani tanto rozzi e feroci, non pensatevi che così fossero pure gli altri Italiani. Imperocchè anche in quei remoti tempi nelle altre parti d'Italia alcuni davansi con tutta sollecitudine alla coltura della terra, altri attendevano alle arti ed ai mestieri, e sappiamo che fin d'allora le arti erano floridissime[1]. Presso gli Etruschi sono particolarmente menzionati gli amatori della musica, detti trombettieri, gli orefici, i fabbri, i tintori, i calzolai, i cuoiai, i metallieri e vasellai. La pittura e l'architettura degli antichi offrono ancora oggidì monumenti degni di alta ammirazione.

            L'oro, l'argento erano lavorati con gran maestria. Con queste arti e mestieri l'Italia estendeva il suo commercio sopra tutte le nazioni vicine; da lontano paese venivano a far acquisto dei magnifici prodotti dell'industria italiana.

            Lo credereste, o giovani miei, che in mezzo a tanto commercio, le scienze erano col più vivo ardore coltivate? Ci assicura la storia che molte scuole erano stabilite per l'istruzione della classe alta, ed anche della classe bassa del popolo. Perchè fu sempre conosciuto che {22 [22]} senza la coltura delle arti belle, il commercio illanguidisce e vien meno.

            Fra le scuole rinomate nell'antichità fu quella di Pitagora, soprannominato il filosofo, parola che vuol dire amante della scienza. Egli amava veramente la scienza, ed affinchè gli altri fossero istrutti nella sapienza fondò una scuola detta Itala, che fu modello di tutte le altre scuole che ne' tempi posteriori vennero stabilite in Italia, nella Grecia, e nelle altre parti del mondo. Questo uomo meraviglioso dopo essersi profondamente istruito in tutte le scienze degli antichi Etruschi (toscani), e degli altri popoli più eruditi d'Italia, spinto da desiderio di ulteriori cognizioni, viaggiò in Grecia, in Egitto, ed ovunque trattò coi più dotti personaggi di quei tempi. In simile guisa fecesi un nobile corredo di cognizioni, e ritornato in Italia aprì scuole per la gioventù con certi metodi di disciplina ne' maestri, di tanta puntualità e docilità negli alunni, che potrebbero in più cose proporsi per esemplari ai collegi dei nostri giorni.

            Ma lo studio torna inutile ove si perda in minute sottigliezze, senza che vada unito all'operosità. Pitagora mentre da un canto occupavasi indefessamente di promuovere le scienze letterarie amministrava alte cariche a pubblico vantaggio. Egli si rese assai benemerito in una guerra mossa agli abitanti di Crotone, città posta a mezzodì dell'Italia. Mercè le opere e le sollecitudini di Pitagora fu impedito il saccheggio della città, risparmiato molto sangue dei cittadini. Così il gran Pitagora nel mezzo dell'idolatria, ravvisava il divino ammaestramento per cui gli uomini debbono amare la scienza e la virtù, e procurare nel tempo stesso di adoperarsi in {23 [23]} quelle cose che possono tornare al nostro simile di giovamento.

            Da tutte parti si correva in folla a Pitagora, ed i più nobili personaggi ambivano di essere suoi discepoli.

            Malgrado tante belle doti di questo filosofo egli cadde nell'invidia di alcuni malevoli i quali mossero contro di lui una persecuzione tale, che un giorno fra gli urli, schiamazzi e tumulti fu ucciso. Fatto abbominevole che ci dimostra come anche gli uomini più pii e benemeriti talvolta cadono vittima dei malvagi.

 

 

VI. Numa Pompilio legislatore. Il re di Roma.

 

            Dall'anno 712 al 670 avanti Cristo.

 

            Dopo la morte di Romolo i Sabini ed i Romani disputarono due anni per sapere chi avrebbero nominato per loro Re. Finalmente prevalse il partito dei Sabini e fu eletto un uomo di lor nazione, conosciuto per la sua bontà e giustizia, chiamato Numa Pompilio. Egli era molto erudito nella dottrina degli Etruschi, e da questa aveva imparato ad essere benefico e giusto verso di tutti, ond'era da tutti amato.

            Egli era nel quarantesimo anno della sua età quando si presentarono due messaggieri ad offerirgli la dignità reale a nome del popolo e del senato di Roma. Esso amava più vivere col vecchio suo padre, che indossarsi una dignità tanto pericolosa; perciò rispose agli ambasciadori: «perchè volete che io lasci mio padre, la mia casa, per accettare una corona che offre tanti pericoli? A me non piace la guerra, poichè essa non reca {24 [24]} agli uomini se non danno: io amo e rispetto gli Dei che i Romani non conoscono e che dovrebbero temere ed onorare. Lasciatemi adunque vivere tranquillo nella mia dimora, e tornate a Roma senza di me.» Gli ambasciadori rinnovarono le loro istanze, e Numa non accondiscese se non quando gli fu comandato da suo padre, a cui egli prontamente obbedì. Fu estrema la gioia in Roma, allorchè si seppe che Numa era Re dei Romani.

            Invece di tenere i Romani continuamente occupati in giuochi ed in esercizi militari, come aveva fatto Romolo, egli distribuì a tutti i suoi sudditi campi da coltivare, strumenti per lavorare la terra, perchè l’agricoltura ossia la coltivazione delle campagne deve essere reputata la prima di tutte le arti, come quella che procaccia il nutrimento agli uomini e contribuisce assai a renderli robusti ed onesti.

            Numa per ben governare il popolo fece molte leggi utilissime per l'amministrazione della giustizia e favorevoli alla religione. Egli era persuaso essere impossibile frenare i disordini senza di essa. A tal fine trasferì a Roma il culto di parecchie divinità che erano venerate in altri paesi d'Italia. Fece innalzare un tempio a Giano, le cui porte rimanevano sempre aperte in tempo di guerra, e solo chiudevansi quando vi era la pace. Stabilì pure sacerdoti, cui diede l'incarico di servire agli Dei. Il primo di essi chiamavano Pontefice Massimo. Gli altri sacerdoti inferiori prendevano varii nomi, secondo la parte del ministero che esercitavano.

            Dicevansi Auguri quelli che studiavansi di presagire l'avvenire dal volo, dal canto, e dal modo di mangiare degli uccelli. Per es. se i polli trangugiavano di buon appetito il grano, annunziavano qualche lieto avvenimento, {25 [25]} se rifiutavano di mangiare, si teneva qual presagio di qualche disastro. Aruspici erano quelli che esaminavano attentamente le viscere delle vittime immolate ne' sacrifizii, sempre nella ridicola persuasione di prevedere da esse l'avvenire.

            Numa instituì molte cose vantaggiose al suo popolo, e mentre inculcava a tutti i suoi sudditi di coltivare la terra, adoperavasi per promuovere il commercio, perfezionare le arti ed i mestieri. Approfittò delle scienze imparate, e l'anno che Romolo aveva solo diviso in dieci mesi, egli lo corresse dividendolo in dodici, quasi nel modo che noi presentemente l'abbiamo. Stabilì in ciascun mese giorni festivi, in cui il popolo doveva cessare da ogni lavoro per occuparsi nelle cose riguardanti la religione: ad sacrificia Diis offerenda.

            Numa morì in età d'anni 84 dopo aver fatto molto bene al suo popolo, e fu molto compianto perchè era giusto e benefico. Come egli aveva ordinato, il suo corpo fu deposto entro un'urna di pietra, ed a fianco suo in un altro sepolcro furono collocati 24 grossi libri, i quali contenevano la storia delle cerimonie instituite in onore degli Dei, ai quali aveva innalzati templi.

            Di certo a voi rincrescerà, giovani cari, che un uomo così pio non abbia conosciuta la vera religione; e senza dubbio egli che aveva un cuore sì buono, che adorava e faceva adorare tante ridicole divinità, che cosa non avrebbe fatto se avesse conosciuto il vero Dio Creatore e supremo padrone del cielo e della terra?

 

            V. PLUTARCO, Vit. di Numa. {26 [26]}

 

 

VII. Due re guerrieri.

 

            Dall'anno 670 all'anno 614 avanti Cristo.

 

            La Provvidenza che destinava Roma ad essere dominatrice di tutta l’Italia, dispose che al pacifico Numa succedessero l'un dopo l'altro due re coraggiosi e guerrieri, i quali dilatarono assai i confini della potenza Romana sopra gli altri popoli d'Italia.

            A Numa succedette immantinente Tullo Ostilio, il cui regno fu segnalato particolarmente da una guerra contro gli Albani. Dopo molto spargimento di sangue da ambe le parti, si venne ad un fatto unico nella storia delle nazioni. Fu deciso che fossero scelti tre Romani e tre Albani a combattere insieme, con patto che il popolo di quelli, i quali riportassero vittoria, darebbe leggi all'altro popolo. Erano in Roma tre giovani fratelli, forti, robusti e guerrieri detti i tre Orazi, e questi furono scelti dai Romani per quella decisiva tenzone. Gli Albani dal canto loro scelsero pure tre fratelli detti i tre Curiazi, sicchè erano tre fratelli contro a tre fratelli.

            Si combattè risolutamente. Due Orazi furono uccisi nel primo scontro, ed i tre Curiazi feriti. Allora l'ultimo Orazio, fingendo di fuggire, assalì separatamente ed uccise l'un dopo l'altro i Curiazi che gli tenevan dietro. Perciò gli Albani divennero sudditi dei Romani. Gli Albani non durarono a lungo nella giurata fede. Tullo avendo mossa guerra ai Fidenati, chiamò gli Albani in aiuto. Mezio Fufezio, loro dittatore, credette essere quella una favorevole occasione per iscuotere il giogo {27 [27]} romano; laonde invece di tener il luogo assegnato nella pugna, si ritirò, aspettando di vedere da qual parte i pendesse la fortuna. Si accorse Tullo del tradimento; ma affinchè i suoi non si perdessero d'animo disse che Mezio ciò faceva per suo ordine, a fine di sorprendere i nemici alle spalle. In tal modo incoraggiati i Romani raddoppiarono i loro sforzi e furono vittoriosi. Allora Mezio si avanzò co' suoi per rallegrarsi con Tullo della vittoria. Tullo senza mostrare d'essersi accorto del tradimento fece attorniare Mezio e i suoi Albani dall'esercito Romano. Quindi così parlò a Mezio: Poichè ìa tua fede fu dubbia tra i Romani e i Fidenati, il tuo corpo sia diviso a somiglianza di quella. E fattolo attaccare pei piedi a due carri, rivolti a due parti opposte, fu da quelli squarciato. Dopo di che Tullo decise di distruggere la città d'Alba, e ne diede incarico al famoso Orazio, che era rimasto superstite nella tenzone contro ai Curiazi. Giunto esso in quella sventurata città con una truppa di soldati Romani, ordinò a tutti gli abitanti di uscire dalle lor case. Allora i Romani spianarono al suolo la magnifica città d'Alba, detta la Lunga, perchè posta lungo le radici d'un monte, e le rive di un lago detto oggidì lago Albano. Gli Albani furono condotti a Roma, dove per grazia si permise di fabbricarsi le loro abitazioni sopra un colle detto monte Celio, e così la nazione degli Albani divenne Romana. Lo stesso Tullo intimò la guerra ai Fidenati ed ai Vejenti, tutti popoli guerrieri abitanti non lungi da Roma; ma dopo sanguinose battaglie dovettero tutti arrendersi alla crescente potenza dei Romani.

            Questo re bellicoso avendo trascurate le cerimonie religiose instituite da Numa, fu colpito da una malattia {28 [28]} contagiosa che allora serpeggiava nel Lazio; e sebbene abbia tentato di liberarsene con mezzi empi, perì nel suo palazzo colpito dal fulmine. Così credettero i Romani, persuasi che Dio punisce l'irreligione anche nei personaggi i più elevati.

            Anco Marzio nipote di Numa, quarto re di Roma, diede principio al suo regno col ristabilire le sacre cerimonie ed il culto degli dei, trascurato dal suo antecessore.

            Malgrado il suo amore per la pace, Anco fu costretto a prendere le armi contro ai Latini, popoli dimoranti a poca distanza da Roma. Costoro avevano fatto grave oltraggio ai Romani. Marzio per sostenere l'onore dei suoi sudditi inviò alcuni araldi, cioè nunzii di guerra, detti feciali, a dichiararla ai suoi rivali. Giunti sulla frontiera del paese dei Latini si fermarono e presero a gridare ad alta voce: «Udite, o dei del cielo, della» terra e degli inferni, noi vi chiamiamo in testimonio» che i Latini sono ingiusti, e siccome essi oltraggiarono» il popolo Romano, così il popolo Romano e noi» dichiariamo loro la guerra.» Dette queste cose gettarono alcune freccie, la cui punta era stata intrisa di sangue, sul territorio nemico, e si ritirarono senza che nessuno osasse arrestarli. Tale modo di dichiarare la guerra fu in uso presso quegli antichi Romani.

            Allestito colla massima prestézza un esercito, Anco attaccò i Latini, li sconfisse e distrusse Pulini loro capitale con altre città. Tuttavia egli seppe usare generosità verso i vinti, e loro impose soltanto di venire ad abitare in Roma, permettendo di costruirsi case sopra un colle detto monte Aventino. Anco non si limitò ad aumentare con le sue conquiste il numero de' sudditi {29 [29]} e a fortificare le città, egli fece altresì scavare alla foce del Tevere, cioè nel luogo in cui quel fiume si scarica nel Mediterraneo, un porto profondo per accogliere le navi che portassero in Roma le provvisioni necessarie alla sussistenza. Quel porto fu appellato Ostia da una parola latina che vuol dire foce. Quel principe dopo aver regnato 24 anni morì lasciando due figliuoletti, i quali finirono infelicemente, perchè affidati ad un cattivo educatore di nome Lucumone, e soprannominato Tarquinio.

 

 

VIII. Tarquinio primo e la prima invasione dei Galli.

 

            Dal 614 al 576 avanti Cristo.

 

            Un cittadino di Corinto, per nome Demarato, era venuto a stabilirsi in Tarquinia città dell' Etruria, donde il suo figliuolo non tardò a recarsi a Roma cangiando il suo primo nome di Lucumone in quello di Tarquinio. Venutovi colle sue grandi ricchezze e con gran numero di servi acquistò la riputazione d'uomo magnifico e generoso. Anco Marzio che lo amava assai, morendo lo lasciava tutore dei suoi figliuoletti; ma egli in cambio di proteggerli li mandò in villa, e si fece nominare re dal Senato.

            Tarquinio abbellì la città con portici e con un circo per gli spettacoli, ma soprattutto la risanò dalle acque, che stagnavano nel fondo delle valli interposte fra i varii colli. Per tal fine fece scavare canali sotterranei, guerniti di muratura detti cloache, i quali dessero scolo alle acque paludose; e dopo ventiquattro secoli dura ancora oggidì una parte del maggior canale, chiamato {30 [30]} cloaca massima. A tali ingenti spese sopperì non poco col bottino raccolto nelle varie guerre da lui condotte felicemente contro ai Sabini ed ai Latini.

            Già da 30 e più anni Tarquinio regnava, quando i due figliuoli di Anco mal sofferendo di essere stati privati del regno dal loro tutore, pagarono due pastori i quali fingendo di aver querela fra loro, si presentarono al Re per ottener giustizia. Mentre il Re badava ai discorsi dell'uno, l'altro colla scure lo percosse nel capo e l'uccise. Ma Tunaquilla moglie di Tarquinio, fatte chiudere le porte del palazzo, diede voce che il Re fosse solamente ferito ed incaricò frattanto il genero Servio Tullo di prendere in sua vece le redini del governo. Quando poi fu conosciuta la morte, Servio già regnava di fatto.

            Mentre regnava Tarquinio, un numero straordinario di forestieri invasero l'Italia e la riempirono di terrore. Erano costoro una colonia di que' Celti che andarono ad abitare di là dalle Alpi, e diedero il nome di Gallia a quel vasto regno che oggidì appelliamo Francia. Questi Galli soliti a vivere nelle foreste e nelle tane erano barbari e feroci a segno, che con vittime umane facevano sacrifizi alle lor divinità, uccidevano con gioia i loro inimici e qualsiasi forestiero che fosse capitato nelle loro mani; e mangiandone con gusto la carne, ornavano coi teschi le capanne e l'entrata delle loro caverne.

            La battaglia era loro supremo diletto, e tanto erano bramosi di vincere l'avversario col solo valor personale, che spesse volte nel calor della mischia gittavano l'elmo e lo scudo e combattevano nudi. Vivevano di frutti di alberi e di bestiami: non conoscevano diritto se non {31 [31]} quello della forza; non avevano città; i luoghi delle loro adunanze erano aperte campagne od attendamenti. Questa era la nazione cui la sventurata Italia con immenso suo danno doveva dar ricetto.

            Circa sette secoli avanti l'era volgare, questi barbari moltiplicati a sterminato numero, non avendo più di che campare nei proprii paesi, stabilirono una migrazione verso l'Italia, vale a dire una parte di quella nazione risolse di trasferirsi dal proprio paese in Italia. Vecchi e fanciulli, mariti e mogli con equipaggio da guerra, con carri e bestiami in numero sterminato guidati dal loro Re di nome Belloveso, si avviarono verso le Alpi che si drizzavano scoscese ed altissime ad impedir loro il passo. Valicati con immensi sforzi questi alti monti cominciarono ad impadronirsi del paese de' Taurini; quindi si spinsero innanzi fra i Liguri e più in là contro gli Etruschi. Costretti a combattere per salvare la vita propria e quella dei figli e delle mogli in battaglia parevano lioni; e spargendo ovunque lo spavento si fermarono nelle pianure poste tra il Ticino e il fiume Adda occupando la sinistra del Po, dove fondarono la florida città di Milano. An. av. C. 600.

            Parecchie altre migrazioni si fecero in Italia dai barbari provenienti dalla Gallia i quali fermarono le loro stanze gli uni qua gli altri là. I Boi ed i Lingoni venuti traversando le Alpi Pennine, cacciarono gli Etruschi e parte degli Umbri occupando la destra del Po, e qualche tempo dopo vi fondarono Parma, Piacenza e Bologna. Così nello spazio di dugent'anni mezza la Gallia si versò nell'Italia, e una gran parte di quel paese che si proponeva a tutte le altre nazioni per modello di civiltà ricadde nella barbarie; la sola forza brutale teneva {32 [32]} luogo della ragione, e quindi i costumi decaddero nella condizione la più deplorabile.

            Tuttavia que' pochi Italiani che sfuggirono alle spade nemiche, e che rimasero confusi coi barbari, a poco a poco mansuefecero la rozzezza degli .stranieri. Però gran parte dell'Etruria si serbò illesa da questa peste, onde quando i Romani cominciarono a stendere sopra l'Italia le loro conquiste, agli Etruschi non mancavano savie leggi, florido commercio, ed avevano già fatto gran progresso nelle arti e nelle scienze. La qual cosa mentre ci mostra essere pericolosissimo il mescolamento de' buoni coi cattivi, ci ammaestra altresì che i buoni fermi nella virtù possono spargere ottimi principii di moralità ne' cuori rozzi e disordinati, e procurare gran bene alla società.

 

 

IX. Servio Tullo e Tarquinio il superbo, ultimi re di Roma.

 

            Dal 576 al 509 avanti Cristo.

 

            I figliuoli di Anco non poterono conseguire il trono come si aspettavano, ed in loro vece ottenne la corona Tullo detto Servio perchè figlio di una serva. Servio divenuto re attese con grande zelo a migliorare la sorte del popolo di Roma, ingrandì considerevolmente quella città, riformò gravi abusi nell’amministrazione della giustizia togliendo al popolo i mezzi di sentenziare intorno agli affari di grande importanza a pluralità di voti. Perciocchè secondo le leggi di quel tempo avveniva che uomini rozzi e senza lettere profferivano sentenza intorno a questioni complicatissime; per lo che {33 [33]} spesso assolvevano quelli che dovevano condannare, e talora condannavano quelli che dovevano assolvere. Stabilì una legge, la quale obbligava ciascun cittadino a presentarsi ogni cinque anni nel campo di Marte a dare ragguaglio della propria famiglia e dei proprii beni, dal che si poteva avere un giusto computo delle persone atte alla guerra. Questo censimento ossia registro di cittadini fu chiamato Lustro, la qual parola fu indi in poi usata ad esprimere lo spazio di cinque anni.

            Quest'ottimo principe dopo parecchie guerre terminate gloriosamente, e dopo aver fatto gran bene a' suoi sudditi, fu vittima di un tradimento tramatogli dalla snaturata sua figlia chiamata Tullia, ed effettuato da Tarquinio di lei marito. Questa malvagia donna, volendo porre sul trono Tarquinio suo marito, procurò di guadagnarsi il favore del Senato, indi fece barbaramente massacrare il vecchio re suo padre, per avere la soddisfazione di veder il marito sul trono. Tarquinio soprannominato il Superbo, a cagione della grande sua crudeltà e superbia, dopo questo orrendo assassinio, regnò con una serie di misfatti. Egli si circondò di guardie, si stabilì solo giudice di tutti gli affari; perseguitò, esiliò, mise a morte parecchi senatori e molti fra i ricchi, confiscandone i beni. Faceva la guerra, la pace, l'alleanza senza più consultare il Senato.

            Ma egli senza saperlo aveva nella propria casa lo istromento con cui la Provvidenza voleva punire tante scelleratezze.

            A quel tempo vivea in Roma un giovanetto chiamato Giunio di cui Tarquinio aveva fatto morire il padre e il fratello spogliandoli di tutti i loro beni. Giunio per {34 [34]} isfuggire alla sventura de' suoi parenti si finse pazzo, e gli fu dato il soprannome di Bruto, il che voleva dire bestia. Tarquinio credendo aver nulla a temere dal povero Bruto permise che fosse tenuto in sua casa per servire di trastullo ai fanciulli ed agli schiavi; ma presto vedrete che sotto a quella vile apparenza stava nascosto un animo forte e coraggioso.

            Intanto Tarquinio per cattivarsi in qualche maniera l'animo dei Romani cominciò la costruzione di un magnifico tempio sul monte Tarpeo. Mentre si scavavano le fondamenta fu trovata la testa di un romano detto Tolo, morto da alcuni anni ed ivi sepolto; onde quel tempio ricevette il nome di Capitolium vale a dire testa di Tolo che noi voltiamo in italiano Campidoglio, il qual nome fu poi dato a quel monte che ancora oggidì è così appellato. La fortezza del Campidoglio era fabbricata nel centro di Roma per servire a difesa della città. Dietro al Campidoglio eravi la rocca Tarpea, così detta da quella fanciulla che sotto questa rupe era stata uccisa, e donde venivano precipitati i traditori della patria.

            Tarquinio tutto intento alle cose che sollecitavano la sua ambizione trascurava indegnainente l'educazione di Sesto e di Arunte suoi figliuoli; i quali perciò divennero malvagi quanto il loro padre. Ma ricordatevi che spesso Iddio punisce nella vita presente i figli indisciplinati e la negligenza dei genitori.

            Il peggiore de' figli di Tarquinio era Sesto. Un giorno avendo egli veduto una sua cugina di nome Lucrezia ebbe la sfacciataggine di farle una grave ingiuria. Ma Lucrezia fece chiamare Collatino suo marito, il quale condusse seco Bruto suo amico. Lucrezia {35 [35]} espose loro l'insulto ricevuto e nell'eccesso del suo dolore piangendo e chiedendo che le fosse riparato l'onore, quasi fuor di senno si trafisse con un pugnale.

            Allora Bruto, deposta l'apparente stupidità, fece giurare al padre ed al marito di Lucrezia di sterminare Tarquinio e tutta la sua famiglia: prese quindi le armi, si diè a correre per Roma gridando; «chi ama la patria a me si unisca per iscacciare Tarquinio e gl'infami suoi figli autori di tanti mali.» La sollevazione fu generale e Tarquinio, il quale allora trovavasi all'assedio di Ardea città del Lazio, s'avviò tosto verso Roma, che gli chiuse le porte in faccia. A quel punto scorgendo inutile ogni ulteriore attentato risolse di prendere la fuga per ricoverarsi colla sua famiglia presso gli Etruschi. Ecco, miei cari, una storia la quale deve insegnarci che i malvagi sono sempre puniti del male che fanno, e tanto più severamente quanto più sono ricchi e potenti.

            Sette re governarono Roma nello spazio di 240 anni; l'ultimo fu Tarquinio detto il superbo per distinguerlo dall'altro Tarquinio soprannominato il vecchio.

 

 

X. L'Italia ai tempi della Repubblica Romana.

 

            Di mano in mano che i Romani crescevano in numero ed in potenza, estendevano il loro dominio sopra molti paesi d'Italia, di modo che i più vicini ai Romani o spontaneamente o per forza si erano con loro uniti. Però il dominio dei Romani si estendeva solo sopra una piccola parte della nostra penisola, il resto dell'Italia era in pace, si coltivavano le campagne, promuovevansi il commercio e l'industria: i popoli erano {36 [36]} governati da un capo , cui davano il nome di Re. Erano però guerrieri, coraggiosi, forti; e combattevano con incredibile ardore. Da ciò potete facilmente comprendere quali grandi fatiche e quanto tempo i Romani abbiano dovuto impiegare per rendersi padroni di tutto questo paese.

            Intanto cacciato Tarquinio, dichiarato reo di tradimento chiunque ardisse proteggere il ritorno di lui, i Romani decisero di governarsi a repubblica, la quale forma di governo differiva solo dal monarchico in questo, che i re governavano a vita, e nella repubblica erano eletti due magistrati con autorità suprema, la quale poteva conservarsi solamente un anno.

            I due magistrati prendevano il nome di Consoli da una parola latina, che significa provvedere, poichè il loro uffizio era appunto di provvedere alla salute della repubblica, parola che significa gli affari pubblici o comuni.

            Giunio Bruto e Collatino autori della cacciata di Tarquinio furono i primi ad essere investiti della nuova carica consolare; ma Collatino, come parente de' Tarquinii, divenne sospetto al popolo, e dovette rinunciare il consolato a Valerio Pubblicola, uomo tenuto da tutti in grandissimo credito.

            I Tarquinii, avendo invano provato la via delle negoziazioni per risalire sul trono, tentarono una nuova rivoluzione in Roma. I due figli di Bruto degeneri in ciò dalla virtù paterna, si lasciarono adescare a quella rivolta. Ma scoperti e condotti in Senato furono condannati a morte dallo stesso Giunio Bruto, il quale, obbligato dalle leggi, dovette con grande suo dolore condannare a morte i suoi due figliuoli di molto buona speranza, ed essere spettatore del loro supplizio. {37 [37]}

            Tarquinio vedendosi fallito questo colpo suscitò altri popoli ad aiutarlo, e si venne ad un'accanita battaglia. Bruto avendo ravvisato nelle schiere nemiche Arunte, secondo figlio di Tarquinio, si gittò contro di lui; lo stesso pure fece Arunte contro di Bruto, onde si scontrarono insieme con tale impeto, che ambidue caddero morti nel medesimo istante l'uno dall'altro trafitti. Tutti piansero Bruto, e la morte di lui fu riguardata come una calamità pubblica.

 

 

XI. Porsenna a Roma.

 

            Dall'anno 507 al 493 avanti Cristo.

 

            Tarquinio respinto dai Romani eccitò l'Italia tutta contro di Roma. Porsenna, re di Chiusi, città dell'Etruria, fu il primo a porgergli aiuto, non perchè amasse l'iniquo Tarquinio, ma per avere occasione di dichiarar guerra ai Romani, i quali divenendo ogni giorno più potenti e formidabili, destavano la sua gelosia. Porsenna pertanto con un esercito numeroso e munito di ogni sorta di macchino da guerra venne ad assediare la città di Roma, persuaso di poter costringere i cittadini ad assoggettarsi alle sue armi. L'entusiasmo della libertà spinse i Romani a varii atti eroici. Io accennerò i principali.

            Trovavasi sul Tevere un ponticello di legno, pel quale era facile penetrare nella città. Porsenna se ne accorse e spedì tosto un gran numero di soldati per impadronirsene. Quelli che stavano alla guardia di quel ponte fuggirono, e soli rimasero a contrastarne il passo tre romani, uno dei quali appellavasi Orazio, soprannominato Coclite, perchè era cieco d'un occhio. {38 [38]}

            Quésto valoroso cittadino, quando vide gli stranieri avanzarsi sopra quel ponte, ordinò ai due compagni di tagliarlo prontamente dietro di lui, ed egli solo rimase dall'altra parte a combattere contro un intero esercito. Come poi si accorse che era tagliato il ponte, si gettò nel Tevere, e fra i dardi dei maravigliati nemici passò nuotando all'altra sponda.

            Stupì Porsenna a tanto coraggio, e risolvette di soggiogare i Romani colla fame, vale a dire facendo sì che niuna sorta di commestibili potesse entrare in Roma. Per la qual cosa la scarsezza de' cibi si fece in breve sentire a segno, che un cittadino di nome Muzio, deliberò di sacrificare la propria vita per liberare la patria. Si travestì da soldato etrusco, si avanzò fino alla tenda del re per ucciderlo, ed invece uccise il segretario, credendo che fosse il re.

            Arrestato e condotto alla presenza di Porsenna, ed interrogato che cosa lo avesse indotto a un tanto misfatto; rispose: «Il desiderio di salvare la mia patria, e sappi che trecento giovani romani hanno giurato al par di me di uccidere il tiranno.» E in ciò dire corse a porre la sua destra sopra un ardente fuoco, lasciando che si abbruciasse per castigare quella mano, la quale erasi ingannata nell'uccidere il segretario in luogo del re. Porsenna stupefatto a tanto coraggio, rimandò Muzio libero a Roma, il quale in memoria di quella coraggiosa azione ricevette il soprannome di Scevola, cioè monco.

            Fu pure in questa occasione che si segnalò una giovane Romana di nome Clelia. Costei, fatta prigioniera dai nemici, ardì gettarsi a nuoto nel Tevere e tornarsi fra i suoi. Porsenna ammirando l'eroico {39 [39]} valore di tanti prodi, amò meglio esser loro alleato che nemico. Conchiuse perciò un trattato di pace co' Romani, e visse sempre con loro in buon accordo, e n'ebbe da loro segni di gratitudine. Poichè suo figlio Arunte essendo stato sconfitto presso la città di Aricia, le sue genti fuggiasche vennero con bontà accolte dai Romani.

            Porsenna, ritornato nella città di Chiusi, si occupò a far rifiorire ne' suoi stati le scienze e le arti finchè visse. Tarquinio vedendosi da Porsenna abbandonato, andò a cercare ai Romani nuovi nemici, i quali non ebbero miglior riuscita dei primi. Finalmente scorgendo inutile ogni tentativo, si ritirò a Cuma, ove morì di rammarico. In quel frattempo morì Valerio soprannominato Pubblicola, cioè amico del popolo; egli morì così povero, che si dovette fargli la sepoltura a spese del pubblico. Tale deve essere il pensiero di chiunque amministra le cose pubbliche: pensare a dirigere tutto con rettitudine e con giustizia, e non solo ad accumularsi ricchezze.

 

 

XII. I dittatori e i tribuni del popolo.

 

            Dall'anno 493 al 488 avanti Cristo.

 

            Roma, divenuta repubblica, lungi dal provare le felicità di un buon governo, si accorse che in luogo di un padrone, doveva sopportarne molti, i quali la facevano da tiranni. Si professavano amici del popolo, ma giunti al potere non badavano che a farsi ricchi ed opprimere il povero popolo, che carico di debiti vedeva i suoi campi, le sue case e la propria vita posta in vendita. Spesso benemeriti cittadini erano maltrattati, {40 [40]} imprigionati e talvolta battuti fino a sangue. Le quali prepotenze, usate da chi vantavasi benefattore dell'umanità, cagionarono un malcontento generale, e tra breve si venne ad un'aperta ribellione.

            Il Senato, volendone prevenire le conseguenze, stabilì una nuova carica appellata dittatura, da una parola latina che significa dettare, perchè appunto il dittatore aveva diritto di dettar leggi. Esso era eletto dai due consoli, e la sua carica non poteva protrarsi oltre sei mesi.

            Primo dittatore fu un senatore di nome Larzio, il quale colla sua prudenza riuscì ad acquetare il popolo, ristabilire l'unione dei patrizi, che erano i più ricchi, coi plebei, ossia col basso popolo. Ma appena Larzio uscì di carica, le oppressioni ricominciarono così violente, che alzatosi un grido d'indignazione la maggior parte della plebe uscì di Roma e si ritirò sopra un vicino monte, donde fece sapere ai senatori che non voleva più star soggetta a padroni più spietati di Tarquinio medesimo.

            I patrizi, rimasti quasi soli in città, si trovarono in grave imbarazzo, perchè non avevano più chi li servisse e chi li difendesse. Anche la plebe si trovò pentita, perciocchè priva di danaro, fu ben presto ridotta a grave miseria. Intanto i nemici di Roma si apparecchiavano ad assalirla, profittando delle discordie dei cittadini. In questa circostanza un cittadino detto Menenio Agrippa, da tutti amato per le sue belle maniere di trattare, si avanzò in mezzo ai ribelli, ed osservando tutta quella moltitudine esacerbata, pensò di parlarle con un apologo, ovvero una bella similitutudine. «Un tempo, egli disse, le membra dell'uomo {41 [41]} si ribellarono al ventre e ricusarono di servirlo. I piedi non volevano più camminare; le mani, non più operare; la bocca rifiutava ogni sorta di cibo; nè i denti volevano masticare. Che avvenne? non ricevendo più un membro conforto dall'altro, il ventre giunse presto ad un'estrema debolezza, e gli altri membri egualmente.

            «Allora questi conobbero che, mentre essi servivano al ventre, esso dava loro la vita, perciò si riconciliarono.

            «Simile relazione è tra voi ed il Senato, disse alla plebe; voi siete le membra, egli è il ventre; voi gli dovete somministrare l'alimento, ma questo alimento è quello stesso che dà pure a voi la vita. Niuno dei due può sussistere senza l'altro.»

            A queste parole il popolo fece vivi applausi ad Agrippa, e risolse di rientrare in città, a patto che fossero aboliti i debiti, e messi fuor di carcere i debitori. Inoltre per avere un appoggio contro la tirannia dei grandi, volle che si stabilissero fra plebei ogni anno due magistrati i quali dovessero sostenere gl'interessi del popolo, e furono detti tribuni. Essi duravano un anno nella loro carica; la loro persona era inviolabile, ed avevano il potere di modificare le deliberazioni dei consoli e del Senato, di approvare o rigettare qualunque legge.

            In quel tempo medesimo furono instituiti gli edili, i quali, siccome a' nostri dì, erano incaricati della sicurezza delle case pubbliche e private, dovevano altresì presiedere alla fabbricazione degli edifizi pubblici, e invigilare alla pulizia della città.

            In questa maniera Roma mitigando la sua ferocia raccoglieva dagli Etruschi e da altre nazioni vicine il mezzo di promuovere le scienze e le arti, in modo che {42 [42]} gli uni potessero attendere al commercio ed alla coltura dei campi, gli altri pensare all'amministrazione dello Stato e alla difesa della patria.

 

 

XIII. Coriolano e Tullo Azio.

 

            Dall'anno 488 al 485 avanti Cristo.

 

            Dove noi vediamo ora la Campagna di Roma, era anticamente paese dei Volsci, popoli che furono lungo tempo formidabili ai Romani, e fecero loro toccare molte sconfìtte. In una di quelle battaglie si segnalò un cittadino di nome Marzio. Vedendo questi che il romano esercito era quasi interamente disfatto, con ammirabile prodezza si oppose al nerbo dell'esercito dei Volsci, li sconfìsse e s'impadronì di Coriolo loro capitale, onde gli venne dato il glorioso nome di Coriolano.

            Era questi un giovane amante della patria, e segnatamente conosciuto pel grande rispetto che egli aveva per sua madre. Tuttavia dopo molti servigi resi alla patria, cadde in sospetto ai Romani, quasi che egli ambisse diventare re, e fu costretto ad uscire di Roma e andarsene in esilio. Il dolore che provava per l'ingratitudine de' suoi cittadini, il rincrescimento per dover vivere lontano dalla madre, dalla moglie e da' suoi figliuoli, lo posero talmente fuori di sè, che andò ad unirsi ai Volsci, a danno di Roma. Giunto ad Anzio, città principale dei Volsci, andò direttamente alla casa di Azio Tullo loro re, e col capo coperto, senza parlare si pose a sedere nel luogo più distinto della casa. I domestici corsero ad informare il loro padrone, il quale da alto stupore compreso, si avanzò chiedendo {43 [43]} allo straniero: Chi sei? In quel momento Coriolano si scopre. Io son Coriolano, disse, oggetto del tuo odio e della tua stima. Bandito da Roma mi offro a te: e se la tua repubblica non vuole servirsi di me, io ti abbandono la mia vita. Non temere, rispose Tullo, stringendogli la mano, la tua confidenza è pegno di sicurezza; nel darti a noi ci hai dato più di quello che ci togliesti. Condottolo poscia nel palazzo, concertarono, insieme è allestito un esercito, marciarono tosto contra Roma.

            Alla nuova che Coriolano veniva alla volta di Roma alla testa di un forte esercito di Volsci, il terrore invase l'animo di tutti i cittadini; nè eravi generale tanto abile che potesse stare a petto di Coriolano. Per la qual cosa senza neppur pensare a difendersi, gli mandarono l'una dopo l'altra varie ambasciate, le quali non ebbero che una fiera e minacciosa ripulsa. Allora pensarono ad uno spediente che riuscì bene ai Romani e funesto a Coriolano. Gli inviarono sua madre Veturia, sua moglie co' suoi due figliuoletti, persuasi che l'amor materno e l'affetto di marito e di padre ne avrebbero placato lo sdegno. Coriolano al vedere la madre accompagnata da sua moglie e da' suoi due figliuoletti, non potè più contenere le interne commozioni. Corse loro incontro per abbracciarle, quando Veturia fermatasi gli disse: prima di abbracciarti dimmi, se io son venuta a stringere al seno un figlio, oppure un nemico. Sono io schiava o libera in questi tuoi alloggiamenti? Forse il destino mi riserbò ad una sì lunga vecchiaia per vedermi un figlio prima esiliato, poi nemico? Come mai ti resse l'animo di mettere a sangue e fuoco quel terreno stesso in cui fosti allevato e nutrito? Me infelice! {44 [44]} Se io non ti avessi generato; Roma non sarebbe saccheggiata. Se io non fossi madre, tua moglie e i tuoi figliuoli non sarebbero schiavi. A tali parole Coriolano profondamente commosso, colle lagrime agli occhi corre, abbraccia sua madre, sua moglie, suoi figli, dicendo: Andate, voi salvate Roma ma perdete il figlio. Prevedo la mia sorte, ciò non ostante appago i vostri desiderii, e non sia mai che una madre abbia pianto invano ai piedi d'un suo figlio.»

            Al ritorno di Veturia Roma si colmò di gioia e fu fatta una gran festa.

            Coriolano dovette pagare cara la condiscendenza usata verso la patria. Imperciocchè i Volsci indispettiti, perchè costretti ad abbandonare una vittoria che riputavasi certa, si volsero contro di lui e l'uccisero.

            Questa storia c'insegna che dobbiamo guardarci dalla collera e dallo spirito di vendetta, perchè queste due passioni spesso ci conducono in tali cimenti, che più non è possibile ritrarre il piede, se non con gravissimo danno.

 

 

XIV. Cincinnato l'agricoltore.

 

            Dal 485 al 449.

 

            Nel raccontare le segnalate vittorie dei Romani non debbo tacervi le sconfitte che talvolta loro toccavano, giacchè avevano a combattere contro a repubbliche italiane governate da uomini peritissimi nell'arte militare. In una occasione che i Veienti marciavano minacciosi sopra Roma, una famiglia detta Fabia, composta di trecento uomini, pensò di affrontare quegli assalitori. Ma dovettero soccombere allo smoderato {45 [45]} loro coraggio, perciocchè colti dai nemici in un'imboscata, que' trecento prodi perirono fino ad uno.

            Gli Equi ed i Volsci, popoli essi pure non molto distanti da Roma, vennero a dichiarare la guerra ai Romani. Un console di nome Minuzio, andò loro incontro, con poderoso esercito, combattè con valore, ma si lasciò rinchiudere co' suoi fra due colli, donde non si poteva più uscire che dalla parte occupata dal nemico, nè altro scampo avevano che morir di fame o rimaner trucidati. Tale trista novella pose tutta Roma nella più grave costernazione, nè eravi chi ardisse portar soccorso al pericolante esercito.

            Fu allora che si sovvennero di un povero ma valoroso contadino, di nome Cincinnato, il quale per lo addietro aveva già prestati grandi servigi alla patria. Tosto il Senato gli mandò ambasciatori a pregarlo di accettare la carica di dittatore, e venire a salvare la patria. Fu trovato nel campo che arava, e lasciati a malincuore i lavori della campagna, prese le insegne della dignità offertagli. «Io temo, cara Attilia, disse a sua moglie partendo, io temo che i nostri campi siano in quest'anno mal coltivati per la mia assenza.»

            Giunto a Roma allestì colla massima prestezza un esercito, e quasi prima che i nemici potessero avvedersene, piombò loro addosso. Assalirli, sbaragliarli, vincerli e farli passare sotto al giogo, fu una cosa sola. Voi mi domanderete che cosa vuol dire passare sotto al giogo? Passare sotto al giogo era una pena umiliantissima che si dava a quei prigionieri di guerra che avessero vilmente cedute le armi. Si obbligavano a passare a testa nuda sotto un'asta sostenuta alle estremità da due altre elevate in forma di porta. {46 [46]}

            I Romani, riconoscenti a Cincinnato, che aveva salvato la patria e l'esercito, gli concedettero l'onore del trionfo, la qual cerimonia compievasi con una solennità straordinaria, che voglio ingegnarmi di descrivervi.

            Era il trionfo l'onore più grande che si potesse dare ad un generale. Montava egli sopra un carro magnifico tirato da quattro cavalli, vestito di porpora ricamata d'oro, tenendo in mano uno scettro d'avorio, cinto il capo d'una corona d'alloro. Dinanzi al carro camminavano i prigionieri vinti in guerra, ed alcuni soldati portavano le spoglie dei vinti con grandi cartelli su cui erano scritti i nomi delle città e dei popoli conquistati. Da ogni parte i fanciulli bruciavano preziosi profumi. Tutto il popolo, i senatori, i sacerdoti, tutti gli altri magistrati vestiti delle insegne della loro dignità, fra i più clamorosi applausi accompagnavano il trionfatore.

            Pure in mezzo a tanta gloria, sul carro dello stesso trionfatore, stava assiso un povero schiavo, il quale a bassa e cupa voce andava ripetendo: ricordati che sei uomo, per avvisarlo che nulla sono le grandezze del mondo senza la virtù, perciò si guardasse bene dal lasciarsi entrare in animo punto d'orgoglio nell'ebbrezza dell'onore.

            Cincinnato riportò due volte l'onore del trionfo, perchè due volte liberò la patria. Però terminala la guerra fuggiva i pubblici applausi e ritornava immediatamente a condur vita privata in seno alla propria famiglia. Condusse onoratamente il resto de' suoi giorni, ascrivendosi a vera gloria l'attendere a coltivare i suoi terreni e guadagnarsi il pane col sudore della fronte.

            Sedate le guerre esterne, per alcuni disordini che {47 [47]} spesso avvenivano nell'amministrare la giustizia, nacquero dissensioni interne. I Romani di quei tempi avevano bensì alcuni decreti, alcune costituzioni, ma non avendo alcuna legge, spesso avveniva che la giustizia dipendeva dal capriccio di chi giudicava. Furono pertanto scelti tre nobili personaggi, i quali viaggiarono nelle principali città dell'Italia e della Grecia per raccogliere quanto di meglio fossesi potuto trovare negli usi e nelle leggi de' varii paesi.

            Ritornati que' tre personaggi a Roma, fu affidato a dieci magistrati l'incarico di esaminare quelle leggi e ridurle a forma di codice civile, che fecero scolpire sopra dodici tavole di bronzo. Que' magistrati duravano un anno nella loro carica, e si dissero decemviri dal loro numero. Ma questo magistrato avendo abusato del suo potere, ed essendo degenerato in tirannide, dopo due anni fu abolito dal popolo.

 

 

XV. I tiranni di Siracusa.

 

            Dal 425 al 396.

 

            L'isola più grande e considerevole d'Italia è senza dubbio la Sicilia, posta nella parte più meridionale della penisola, separata dal resto dell'Italia da uno stretto oggidì appellato il Faro. Dicono che anticamente la Sicilia fosse unita all'Italia, e che tale stretto sia stato cagionato da un gran terremuoto, a cui diffatti va molto soggetta quell'isola.

            Anticamente appellavasi Trinacria perchè ha figura di un triangolo; e fu poi detta Sicilia dai Siculi, i quali ne furono antichissimi abitatori. Le sue campagne sono {48 [48]} fertilissime, ed i Romani ne traevano tanti prodotti, che fu molto tempo appellata il granaio di Roma.

            Gli antichi Re di quest'isola solevano appellarsi tiranni, nome che in quel tempo non significava crudele come suona oggidì, ma semplicemente un uomo valoroso che coll'armi o coll'industria fosse venuto al sovrano potere in una città prima libera. Debbo però confessarvi che la più parte di quegli antichi sovrani erano veri tiranni; ingiusti, vendicativi, crudeli e stravaganti. La qual cosa ben comprenderete dalle stravaganze che io voglio raccontarvi di un certo Dionigi tiranno di Siracusa, città principale della Sicilia.

            Dionigi non era nato per essere Re, ma a forza di astuzie e di frodi riuscì a farsi obbedire da tutti, or facendo morire segretamente coloro che gli resistevano, or accarezzando quelli che potevano favorirlo.

            Poco geloso di farsi amare, purchè fosse temuto, quando compariva in pubblico era sempre accompagnato dalle feroci sue guardie, le quali, attente ad ogni suo cenno, trucidavano senza pietà gl'infelici che avevano la mala sorte di cadere in disgrazia di lui. Guai a chi non l'avesse lodato o meglio adulato in tutte le sue capricciose azioni. Perciò avvenne che in breve egli si trovò circondato da un numero grande di vili adulatori, i quali applaudivano ad ogni suo detto, e lodavano quanto gli fosse tornato a capriccio di fare.

            Dionigi aveva altresì la mania di voler comparir dotto letterato; a tal fine soleva preparare alcune composizioni che leggeva in pubblico onde riscuotere applausi. Un giorno chiamò a sè uno che non era adulatore, di nome Filossene, e lo richiese del suo parere intorno ad alcuni versi che egli pretendeva esser bellissimi. {49 [49]} Filossene colla solita sua schiettezza non gli potè nascondere che essi a lui parevano pessimi. Allora il tiranno montato in collera ordinò alle guardie di afferrare l'audace Filossene e cacciarlo in oscura prigione.

            Gli amici di Filossene spaventati dalla sorte che gli sovrastava, si recarono dal tiranno e tanto lo supplicarono, che gli volle perdonare con patto che il prigioniero acconsentisse di andare la sera medesima a cenare alla sua tavola.

            Durante la cena, Dionigi, il quale non poteva ancora darsi pace della franchezza di Filossene, lesse di nuovo alcuni versi, cattivi come i primi, colla speranza che quegli non osasse questa volta negargli le sue lodi. Ma quanto rimase confuso allorchè Filossene invece di applaudire come gli altri cortigiani, si volse alle guardie e loro disse ad alta voce: riconducetemi in prigione; con che dimostrava quell'uomo dabbene ch'ei preferiva la prigione piuttosto che parlare contro coscienza. Dionigi il comprese benissimo, ed in luogo di adirarsi ammirò la nobile indole di lui e gli permise di dire qualche volta la verità in sua presenza. Mentre regnava Dionigi vissero Damone e Pizia tanto celebrati per la loro amicizia.

            Per una certa sua imprudenza Damone fu dal crudele Dionigi condannato a morte, e soltanto per somma grazia ottenne di potersi recare in patria per assestare alcuni affari domestici, ed abbracciare per l'ultima volta la vecchia sua madre, a condizione però che il suo amico si desse in sicurtà e fosse disposto a subire la morte se Damone non fosse ritornato. Era giunto il giorno fissato pel ritorno di Damone, e niuno il vedeva comparire. Alcuni biasimavano l'imprudente confidenza {50 [50]} di Pizia, ma esso rispondeva: Io sono sicuro, che Damone verrà e mi toglierà la gloria di poter morire per lui. Infatti Damone mantenne la parola, e pel tempo fissato ritornò. Qui sorse una gara per cui uno voleva andare alla morte per l'altro. Dionigi, sebbene di cuore malvagio, rimase commosso all'azione magnanima di Pizia, li graziò ambidue, e li colmò di elogi e di doni, e li scongiurò di voler pure associare lui stesso alla loro amicizia. Tanto è vero che gli stessi malvagi sono costretti ad ammirare la virtù de' buoni.

            Fra i cortigiani del Re uno distinguevasi di nome Damocle, il quale magnificava del continuo le ricchezze, la sapienza e la felicità del tiranno. Dionigi sebbene si compiacesse di queste adulazioni, tuttavia volle con fatti dimostrare che le grandezze mondane non rendono gli uomini felici. Disse pertanto a Damocle: «io ti cedo il mio posto per tutto quel tempo che vorrai, nè alcuna cosa voglio che ti manchi per farti godere della mia felicità.»

            Damocle fu da prima collocato sopra un letto d'oro coperto di panni doviziosamente ricamati; intorno a lui sorgevano credenze cariche di vasi d'oro e d'argento; molti domestici magnificamente vestiti lo circondavano, attenti a servirlo ad ogni suo cenno; da ogni parte gli aromi spandevano i loro odori, ardevano squisiti profumi. Infine fu servito di un superbo pranzo, in cui si trovava raccolto tutto ciò che un gran ghiottone avrebbe potuto bramare.

            Damocle era fuor di sè per la gioia, e sembravagli trovarsi in un vero paradiso, quando alzando gli occhi vide sopra il suo capo la punta di una spada, la quale, attaccata al soffitto da un tenue crine di cavallo, al più leggiero urto sarebbe caduta sul suo capo. A tal vista, {51 [51]} compreso da terrore, dimenticò tutta quell'apparente felicità, si alzò da tavola a precipizio, nè volle più fermarsi un istante in quel posto che tanto aveva invidiato. In questa maniera conobbe che molte persone sembrano felici e intanto hanno segrete pene che a guisa di pungenti spade trafìggono quelli che paiono i più fortunati.

            Intanto Dionigi agitato da continui rimorsi cagionati dalle persecuzioni esercitate contro a' suoi sudditi, di cui molti erano stati uccisi o spogliati a profitto del Re, conduceva giorni i più infelici. Diffidente e sospettoso portava sempre sotto l'abito una corazza di ferro per timore di essere ferito, e faceva visitare dalle guardie tutti quelli che entravano nel suo palazzo per assicurarsi che non avessero armi nascoste. Il barbiere un giorno disse essere la vita del Re fra le sue mani, e Dionigi lo fece tosto morire per timore che un giorno o l'altro volesse tagliargli la gola radendogli la barba.

            Allora egli volle che la Regina sua moglie e le principesse sue figlie gli rendessero quel servigio; ma in breve diffidò anche della sua propria famiglia, e fu ridotto a radersi la barba egli stesso affinchè nissuno gli prestasse sì pericoloso servigio. Le crudeltà che aveva esercitate facevangli vedere da per tutto nemici pronti a trucidarlo; nè avrebbe potuto prender riposo se non avesse dormito in un letto circondato da una fossa larga e profonda, la quale non si poteva traversare se non per un ponticello, che egli aveva gran cura di alzare prima di addormentarsi.

            Tuttavia non potendo calmare le sue noie ed i suoi terrori provò di abbandonarsi agli eccessi del mangiare e del bere, sicchè fatta una grave indigestione morì in età di 63 anni nell'anno 360 prima dell'era volgare. {52 [52]}

            Allo, sciagurato Dionigi succedette suo figlio detto Dionigi il giovane per distinguerlo dal padre. Egli non era tanto malvagio come suo padre; ma era tanto indolente ed incostante che ogni giorno cangiava i suoi progetti. Un suo cognato di nome Dione, persuaso del gran vantaggio che avrebbe procurato un maestro savio a quel sovrano, indusse Dionigi a far venire da Atene un uomo dottissimo chiamato Platone.

            Dionigi era impaziente dell'arrivo di quel filosofo, e per alcuni mesi provò sommo diletto nell'udirne le lezioni, e parve che volesse adottare le massime di saviezza di quell'illustre maestro. Se non che i suoi cortigiani, cioè i suoi adulatori, più amanti della crapula che della scienza fecero cangiar proposito al Re e lo consigliarono di allontanar dalla corte Platone, ed esiliare Dione che ve lo aveva chiamato.

            Ma guai a chi disprezza gli avvisi degli uomini savi! Alle scienze sottentrarono nuovamente lo stravizzo e la licenza nel palazzo del tiranno, ed ecco di nuovo la crudeltà e l'oppressione verso i suoi sudditi. Tante barbarie decisero Dione a prendere le armi per liberare la patria dall'oppressore. Allestì un esercito di prodi amici, di Grecia venne in Siracusa, e costrinse Dionigi a fuggire in altri paesi. Dieci anni dopo tentò nuovamente d'impadronirsi di Siracusa, e cacciatone per la seconda volta si riparò a Corinto dove per più anni menò una vita abbietta, abbandonandosi a tutti quei vizi che lo avevano disonorato sul trono. Ma ridotto a terribile miseria, fu costretto di aprire una scuola ed insegnar grammatica ai fanciulletti per campare la vita. Si dice che quando passava per le vie di Corinto, coperto di un mantello di grosso panno, egli {53 [53]} che prima aveva portato abiti splendenti d'oro e di gemme, il popolo il beffeggiava ed ingiuriavalo, non già perchè era povero, il che sarebbe stato biasimevolissimo, ma perchè è degno di disprezzo chi pe' suoi vizi è cagione della sua miseria.

 

 

XVI. Veio presa dai romani, Roma presa dai galli.

 

            Dall'anno 396 al 321 avanti Cristo.

 

            In quei tempi i Veienti erano i nemici di Roma meglio esercitati alle armi che tutti gli altri popoli d'Italia. Essi avevano sempre dato che fare ai Romani, e Veio loro capitale primeggiava sopra la stessa Roma per grandezza, ricchezza e potenza.

            I Romani perciò gelosi risolsero d'assalirli e andarono a cingere d'assedio la stessa città di Veio. Accanite e feroci erano ambe le parti: gli uni per assalire, gli altri per difendersi. L'assedio durò dieci anni con esito incerto. Le sortite degli assediati, i frequenti attacchi dei contadini diradarono a segno le file degli assediami, che già erano in procinto di ritirarsi.

            In questo estremo fu nominato Dittatore Camillo, e a lui fu affidata la difficile impresa dell'assedio di Veio. Questo coraggioso generale, dopo aver più volte tentato invano l'assalto della città, fece scavare una via sotterranea la quale conduceva nella fortezza. In simile guisa, primachè i Veienti se ne avvedessero, i Romani riuscirono a penetrare nella città. Dato un generale assalto, Veio cadde in potere dei Romani, i quali ne riportarono ricco bottino. Per questa gloriosa conquista Camillo fu condotto in trionfo per la città di Roma. {54 [54]}

            Ma quanto mai è fugace la gloria del mondo! sovente accade che quelli i quali oggi gridano evviva, domani gridano morte. Ciò avvenne a Camillo: alcuni malevoli mossi da invidia per gli onori da quel prode conseguiti, lo accusarono quasi che ambisse di farsi Re; e fu costretto ad andarsene in esilio. Ma i Romani non tardarono a pentirsi della loro ingiustizia verso Camillo, quando si videro i Galli alle porte di Roma.

            Vi ho già parlato di un'invasione di Galli, i quali ai tempi di Tarquinio il Vecchio vennero a stabilirsi in varie parti d'Italia. Un gran numero di quelli detti Seno-Galli si stabilirono vicino agli Umbri, dove costrussero una città che da loro fu appellata Sinigallia. Costoro, guidati da Brenno loro re, invasero varie parti d'Italia, e penetrati nella Toscana andarono ad assediare la città di Chiusi alleata dei Romani.

            Erano i Galli uomini di alta statura, coraggiosi oltre ogni credere, d'indole brutale e feroce. I cittadini di Chiusi spaventati da que' formidabili conquistatori mandarono a Roma perchè fosse loro recato soccorso. Il Senato mandò tre ambasciatori per invitare i Galli a rispettare gli amici di Roma. Le accoglienze di Brenno furono piene di cortesia, e domandò per qual cagione si fossero condotti a lui. «Noi, gli risposero, siamo venuti per sapere in che cosa i Chiusini hanno offeso il re dei Galli; poichè in Italia non si muove guerra senza giusto motivo.» Brenno ripigliò: «non sapete che il diritto dei valorosi sta nella spada? i Romani medesimi con quale diritto si sono eglino usurpate molte città? altronde il re di Chiusi ha negato di far parte ai Galli delle terre deserte, le quali i suoi sudditi non possono coltivare.» {55 [55]}

            I legati Romani accolsero freddamente le ardite parole del conquistatore, ed essendo seguita una battaglia tra i Galli e quelli di Chiusi, i legati non dubitarono di prendervi parte, ed uno di loro uccise un Gallo e lo spogliò delle sue armi. Questi indegni modi di operare accesero Brenno di sdegno, e mandò a farne lagnanze a Roma. I Romani giudicando aver nulla a temere da quei barbari, si degnarono nemmeno di rispondergli. Per la qual cosa montato in gran furore Brenno risolse di marciare coll'esercito contro a Roma per farne vendetta. I paesi pei quali passava tremavano di terrore. Giunto alle sponde del fiume Allia incontrò l'esercito Romano spedito contro di lui. La battaglia fu accanitissima, ma funesta ai Romani; quarantamila di questi restarono sul campo, il resto fu messo in fuga. Allora Brenno senza alcuna resistenza con incredibile prestezza pervenne alle porte di Roma, la quale trovò vuota di abitanti: perciocchè all'avvicinarsi di quei formidabili nemici erano per la maggior parte fuggiti, ad eccezione di quelli i quali dalla vecchiezza o dalle infermità erano stati impediti.

            I Galli entrando trionfanti in Roma, trovarono i vecchi senatori, che imperturbabili sedevano sulle loro sedie di avorio. Uno de' Galli stese la mano e tirò la barba di uno di questi senatori per nome Papirio, il quale giudicando essere quello un affronto da non tollerarsi gli diede un tal colpo col suo scettro d'avorio sul capo che l'uccise sull'istante. Questo fu causa di una grande strage; Papirio fu ucciso il primo; non si risparmiarono nè donne, nè vecchi, nè fanciulli. Fu appiccato il fuoco alle case, le quali tutte furono incenerite, sicchè Roma divenne un mucchio di rovine.

            I più prodi Romani eransi ritirati nella fortezza del {56 [56]} Campidoglio, che fu tosto assediata dai Galli. Mentre Brenno incalzava l'assedio, intese che il valoroso Camillo invitato da' suoi veniva per salvare la patria e che con forte esercito era giunto alle porte di Roma. Allora i Galli stimarono bene far la pace coi Romani, e costrettili a pagar loro una grossa somma di danaro, carichi di spoglie abbandonarono la rovinata città e corsero a difendere le terre loro assalite dai Veneti, altri antichi popoli che abitavano le rive dell'Adriatico, in vicinanza del sito ove più tardi fu edificata Venezia. Si racconta da altri che i Romani assediati nel Campidoglio avevano pattuito di dare mille libbre d'oro ai Galli, perchè questi si ritirassero. Mentre si pesava l'oro, i Galli non solo usarono pesi falsificati, ma alle lagnanze dei Romani aggiunsero l'insulto. Brenno pose sulla bilancia ancora la sua spada gridando: Guai ai vinti. Intanto sopraggiunto Camillo co' suoi, interruppe tale alterco, dicendo: col ferro e non coll'oro debbono i Romani redimere la loro patria. E venuto quindi alle mani costrinse l'esercito nemico ad allontanarsi da Roma[2].

            Partiti i Galli, Camillo dimenticando l'ingiuria fattagli da' suoi concittadini nel mandarlo in esilio, divenne padre del popolo, soccorrendo gli uni, incoraggiando gli altri a risarcire i danni cagionati dai nemici. Già Roma risorgeva dalle site rovine, allorchè un'orribile pestilenza dopo aver desolato molti paesi dell'Italia si dilatò fino a Roma. Gran numero di cittadini perirono di quella malattia, e lo stesso Camillo, colto da quel morbo, morì. {57 [57]}

 

 

XVII. I romani alle Forche Caudine.

 

            Dal 321 al 280 avanti Cristo.

 

            Avevano i Romani appena ristorata la città e riparati i mali che i nemici avevano cagionati quando, insorsero nuove guerre, e non meno delle antecedenti, accanite.

            Lunga e funesta fu quella che i Romani dovettero sostenere contro ai Sanniti. Ecco quale ne fu la cagione. I popoli della Campania mandarono ad implorare la protezione dei Romani contro alle infestazioni dei Sanniti; ed il senato di Roma ordinò a questi che cessassero dalle ostilità. Costoro rifiutarono superbamente di accondiscendere, e la guerra fu dichiarata.

            Guidava l'esercito romano il console Postumio, uomo di gran valore. Egli teneva per certa la vittoria, ma questa volta avvenne il contrario; imperciocchè colto da uno stratagemma si lasciò condurre tra due montagne in un passo sì angusto che era impossibile ad un esercito muoversi e combattere. Postumio avviluppato in quella gola fatale, si vide assalito da una gran quantità di nemici che gli attraversavano la strada, mentre dall'alto delle rupi i Sanniti scagliavano freccie addosso ai Romani e facevano rotolare sopra di essi enormi sassi.

            Quei miseri non potendo più opporre ai nemici alcuna resistenza, sfiniti dalla fatica, e dalla fame si videro costretti a chiedere per grazia la vita. Ponzio capitano dei Sanniti fu loro generoso di concederla a condizione che i Romani consegnassero le armi e passassero sotto al giogo, e giurassero di non più combattere contro ai Sanniti ed ai loro alleati; condizioni {58 [58]} umiliantissime, cui tuttavia Postumio stimò bene di sottoporsi per conservare quell'esercito alla repubblica. Egli primo di tutti spogliato del suo manto consolare e delle sue armi, passò sotto il giogo alla presenza dei Sanniti.

            Questo avvenimento è famoso sotto il nome di forche caudine da Gaudio (ora Ariola), città situata tra Capua e Benevento nel regno di Napoli, vicino al qual luogo i Romani furono sottoposti a tale ignominia. È questa l'unica volta che i soldati Romani siano stati costretti a passare sotto il giogo, e ne furono sì pieni di vergogna, che camminarono in silenzio verso Roma, nè vollero entrarvi se non di notte, e ciascuno andò a nascondersi nella propria casa.

            Mentre i Sanniti stavano tranquilli sulla parola data dai Romani, costoro violando la promessa, mettono in piedi un numeroso esercito, e li assalgono all'impensata. Si opposero essi arditamente agli iniqui assalitori, ma questa volta toccò loro la peggio; in due battaglie campali perdettero 60,000 soldati, e Ponzio loro capitano con sette mila de' suoi fu pure condannato a passare sotto al giogo.

            Stanchi i Sanniti per tante sanguinose battaglie, si sottomisero finalmente ai Romani, ed i Toscani ed i Galli detti circumpadani, perchè abitavano le sponde del Po, si piegarono essi pure alla potenza romana.

            Da questi fatti, teneri amici, non vorrei che imparaste ad esempio dei Romani a non mantenere la fede data quando vi torni a conto di fare il contrario; anzi abbonite la mala fede, perciocchè l'uomo onesto, quando in cose giuste impegna la parola, deve a qualunque costo mantenerla. {59 [59]}.

 

 

XVIII. Pirro e Fabrizio.

 

            Dal 280 al 263 avanti Cristo.

 

            Un fatto in apparenza di poco rilievo produsse funestissime conseguenze ai Tarantini, popoli che abitavano la parte più meridionale d'Italia, che fino allora non avevano avuto che fare coi Romani. Ciò avvenne per un insulto fatto dai cittadini di Taranto ad alcune navi romane venute a rifuggiarsi nel loro porto. Furono mandati da Roma ambasciadori a chiedere soddisfazione, ed eglino stessi vennero gravemente oltraggiati. Per la qual cosa i Romani risolsero di far valere le loro ragioni colle armi. I Tarantini conoscendosi incapaci di combattere con un popolo, il cui nome faceva ormai tremare tutta Italia, ricorsero ad un principe straniero di nome Pirro, re di Epiro, paese della Grecia. Giovane intrepido, ma vago di gloria, Pirro erasi già segnalato con molte vittorie; ed era sommamente ansioso di misurare le sue forze con quelle dei Romani. Postosi alla testa di un formidabile esercito venne in Italia, ed unitosi ai Tarantini, andò a scontrare l'esercito romano sulle sponde del Liri, oggidì Garigliano.

            Guidava l'esercito romano un console chiamato Levino, capitano valoroso, il quale assalì con tale impeto i nemici che ben sette volte ruppe le loro file, ma sette volte ne fu dagli Epiroti respinto, sicchè dubbiosa rimaneva la vittoria; quando Pirro fece avanzare un gran numero di elefanti che seco aveva condotti. Questi animali sostenevano sopra la loro schiena certe piccole torri di legno, dall'alto delle quali alcuni soldati scagliavano {60 [60]} frecce sui nemici. Quelli poi che restavano feriti mandavano urli spaventevoli, correvano furiosi atterrando e calpestando gli uomini « i cavalli che loro si facevano incontro.

            I Romani che non avevano mai veduto elefanti ne furono così spaventati, che si diedero a precipitosa fuga, e lo stesso Levino dovette la propria salvezza alla celerità del suo cavallo. Quindici mila romani caddero morti, ottomila furono fatti prigionieri. Anche Pirro ebbe a deplorare grave perdita. Egli stesso fu ferito, tredici mila de' suoi mietuti dalle spade nemiche.

            Alla vista di tanti morti e feriti, dicesi che Pirro esclamasse: Se ottengo un'altra vittoria simile a questa, io sono perduto. Egli si mostrò valoroso in battaglia, e seppe usare nobilmente della sua vittoria. Fece curare i feriti, seppellire i morti, lodò il coraggio dei Romani, e mirando que' prodi estinti, ma tutti colpiti davanti, indizio che non avevano mai voltato le spalle al nemico, andava esclamando: Mi sarebbe facile conquistare tutto il mondo, se io fossi re dei Romani.

            Questo principe si affezionò tanto ai Romani, che, sebbene vincitore, mandò Cinea suo ministro con doni magnifici per offerir loro una pace onorevole. I Romani non potevano darsi pace della battaglia perduta, e incoraggiti dal senatore Fabrizio rifiutarono i regali e le proposte di Pirro dicendo, che avrebbero trattato di pace quando egli avesse sgombrato l'Italia.

            Gaio Fabrizio era povero, ma commendevolissimo per probità, frugalità e valore. I Romani specchiavansi in lui come in un modello di virtù. Si cibava di soli legumi e di frutti di un orticello che egli coltivava colle proprie mani. Per la grande sua prudenza fu mandato {61 [61]} a Pirro per riscattare gli ottomila Romani rimastigli prigionieri.

            Pirro, che aveva più volte udito a parlare, di lui, provò gran piacere in vederlo, e si studiò di farselo amico con doni e con promesse. Ma egli da magnanimo francamente rispose: «Se mi reputate uomo onesto, perchè tentate di corrompermi? Se mi credete capace di tradire i miei doveri, che volete far di me?» Il Re pieno di stupore, volendo mettere ad esperimento il coraggio di Fabrizio, gli fece venire vicino un elefante che minacciava di percuoterlo; pose in opera altri artifizi per atterrirlo. Ed egli senza muoversi nè punto sbigottirsi, sorridendo disse al re: «Questi terrori possono sopra di me nè più nè meno dei regali che ieri mi offriste.» Attonito Pirro a tanta nobiltà e fermezza d'animo, appagò i desiderii di lui, e gli diede i prigionieri da condursi a Roma sopra la sola sua parola, che li dovesse nuovamente a lui condurre a semplice richiamo.

            Intanto i Romani ristorate le loro perdite, crearono console il valoroso Fabrizio, il quale di buon grado si pose alla testa di un nuovo esercito per tentare un'ultima volta di respingere Pirro. I due eserciti stavano a fronte presso Benevento, gli apparati erano formidabili da ambe le parti, quando il medico di Pirro scostatosi dal campo, si recò celatamente dal console, e gli offerse di avvelenare il suo padrone, se gli dava una generosa ricompensa.

            La proposizione di quel traditore mosse a sdegno lo intemerato Fabrizio, che scrisse immediatamente una lettera a Pirro per avvisarlo di non fidarsi di quell'uomo malvagio, e conchiudeva: «punisci questo traditore, {62 [62]} e da questo fatto impara quali siano i tuoi amici, e quali i nemici.» Il re si accertò del fatto, e scoperta la verità, nell'eccesso dello stupore «ammirabile Fabrizio, esclamò: è più facile far cangiare direzione al sole, che deviar te dalla via dell'onore.» Volendo poi in qualche maniera compensare la generosità di Fabrizio, gli mandò tutti i soldati che poc'anzi aveva fatti prigionieri.

            Finalmente si venne a battaglia campale, e questa volta la vittoria fu dei Romani. Essi a poco a poco assuefatti alla vista degli elefanti, anzi trovato il modo di ferirli e rivolgerli contro agli stessi Greci ed Epiroti, piombarono con tale impeto sui nemici, che ventitrè mila ne uccisero sul campo, e gli stessi alloggiamenti caddero nelle loro mani.

            Pirro forzato dai Romani ad abbandonare l'Italia, passò prima in Sicilia, ma poco tempo dopo alcune turbolenze il richiamarono in Epiro, dove morì colpito da una pietra lasciatagli cadere sul capo da una vecchia, di cui aveva fatto morire il figliuolo. Nel che si vede che talvolta Iddio si serve dei più deboli istrumenti per punire eziandio i potenti. Dicesi che Pirro prima di lasciare la Sicilia abbia con dolore esclamato: «Che bel campo lasciamo ai Romani ed ai Cartaginesi.»

            Questa guerra fruttò ai Romani il dominio quasi sopra tutta l'Italia meridionale, e la fama del loro valore cominciò a dilatarsi presso alle nazioni straniere.

 

 

XIX. I romani a Cartagine o la prima guerra punica.

 

            Dal 263 al 218 avanti Cristo.

 

            Le conquiste fatte dai Romani nello spazio di cinque secoli erano limitate nei soli paesi d'Italia, e sebbene {63 [63]} fossero prodi nelle armi, incontravano gravissime difficoltà ad uscire d'Italia perchè affatto inesperti delle cose di mare.

            Credo che vi farà piacere di conoscere il modo con cui si fanno viaggi lunghissimi sopra il mare, ond'io voglio ingegnarmi di porgervene una idea. Per camminare sopra il mare si fa uso di vascelli, che rassomigliano a quelle barche le quali vediamo galleggiare sopra i nostri fiumi, ma grosse in modo che vi si possono formare parecchie camere per mangiare, dormire e collocare gran quantità di merci. I vascelli hanno lunghi travi detti alberi, elevati nella parte superiore di essi, a' quali si attaccano pezzi di tela grossa detti vele, che gonfiate dal vento fanno camminare le navi, o vascelli detti anche bastimenti, con gran velocità. Per dare movimento alle navi si fa anche uso di remi, che son fatti a guisa di lunghe stanghe, colle quali i marinai da ciascun lato del naviglio fendono l'acqua e lo spingono avanti. I bastimenti che andavano a vele ed a remi nominavansi galere; e prendevano il nome dal numero degli ordini dei rematori. Dicevansi pertanto triremi, quadriremi, e fino a settiremi, secondochè avevano tre, quattro o più ordini di rematori. Ciascuna nave era armata di uno sperone di ferro o di rame detto Rostro (parola latina che significa becco), il quale ne' combattimenti talvolta serviva a squarciare con un urto violento le galere nemiche.

            Abilissimi nella nautica, vale a dire nell'arte di navigare, erano i Cartaginesi, popoli che erano padroni di quasi tutta la parte dell'Africa bagnata dal Mediterraneo. La loro capitale era Cartagine, città fondata due secoli prima di Roma: ricca, potente, guerriera, {64 [64]} floridissima pel suo commercio, per le arti ed i mestieri, posta dirimpetto all'Italia e da essa divisa soltanto per un tratto del Mediterraneo, era considerata quasi come la padrona del mare. I Romani, come già vi dissi, divenuti padroni di quasi tutta l'Italia udivano con invidia a parlare della magnificenza di Cartagine e della prodezza dei Cartaginesi, e aspettavano soltanto un'occasione che servisse di pretesto per condurre le loro legioni contro a quella formidabile rivale. L'occasione non tardò molto a presentarsi.

            In Siracusa era salito sul trono un re chiamato Gerone, successore di Dionigi il tiranno, il cui nome credo che non avrete ancora dimenticato. Quel principe essendo stato assalito dai Mamertini, altro popolo della Sicilia, chiese soccorso ai Cartaginesi, già padroni della maggior parte di quell'isola. I Mamertini dal canto loro, certi di non poter far fronte a quei formidabili nemici ebbero ricorso ai Romani, i quali volevano bensì accondiscendere loro, ma non avendo navi non salvano come spedire soldati in Sicilia. Tuttavia presa una galera dei Cartaginesi, che la tempesta aveva gettato sulle spiaggie d'Italia, in poco tempo costrussero ad imitazione di quella cento venti navi, col mezzo delle quali parecchie legioni romane poterono passare lo stretto di Sicilia.

            I Romani fatti arditi per alcune vittorie riportate sopra i Cartaginesi allestirono altre galere e li assalirono anche per mare. Il combattimento fu lungo ed accanito, la strage grande da ambe le parti. Finalmente la vittoria fu pei Romani. Duilio console e generale dell'esercito Romano conseguì gli onori di un trionfo navale, in cui si portarono dinanzi a lui i rostri delle galere prese ai nemici; e in memoria di quel trionfo {65 [65]} s'innalzò una colonna, detta Rostrale perchè ornata di rostri di navi.

            Animati i Romani da questi prosperi successi deliberarono di portare le loro armi in Africa. Era questa la prima volta che le armi Romane uscivano dai confini d'Italia. Capo di quella spedizione era il console Regolo, uomo abile, coraggioso, e assai commendato per probità. Egli da prima riportò una strepitosa vittoria sopra i Cartaginesi, loro togliendo più di cento navi, e giunto in Africa riuscì ad impadronirsi di molte città.

            I Cartaginesi vedendosi vinti per mare e per terra chiesero pace; ma Regolo non volendola concedere, se non se a durissime condizioni, ebbe presto a pentirsene; perciocchè i Cartaginesi ridotti alla disperazione si accinsero a difendersi con indicibile ardore. Sotto agli ordini di Santippo, generale Spartano di somma capacità, raccolsero gran numero di soldati e sopra tutto molti elefanti (poichè l'Africa abbonda di questi animali), con innumerevole cavalleria fatta venire dalla Numidia e dalla Spagna.

            Regolo pieno di baldanza, in vece di protrarre l'attacco, volle accettare la battaglia in luogo a lui svantaggioso. Perciò l'esercito fu quasi interamente distrutto, egli stesso fatto prigioniero, e mandato a Cartagine carico di catene.

            Dopo questa sconfitta i Romani non mancarono di fare nuovi tentativi per rifarsi delle loro perdite; ma invano, poichè le cose loro andarono e per mare e per terra di male in peggio. Onde i Cartaginesi lieti di queste prospere imprese, entrarono in isperanza di ottenere la pace dai Romani a condizioni migliori. A {66 [66]} tale effetto mandarono a Roma ambasciatori, e con essi lo stesso Regolo già da quattro anni rinchiuso in una oscura prigione, persuasi che avrebbe sollecitato il Senato ad accondiscendere; con giuramento però che ove le cose non si fossero accomodate egli sarebbe ritornato a Cartagine.

            Giunti gli ambasciatori a Roma furono accolti in Senato, e ciascuno era disposto a dare il voto per la pace; soltanto Regolo rinunziando all'utile proprio, pieno di amor di patria, asserì che non dovevasi accettare alcuna condizione di pace se non quando Cartagine avesse ceduto a Roma. Il Senato aderì al consiglio di Regolo, ma lo consigliò a non più partire da Roma perchè i Cartaginesi l'avrebbero fatto morire. Sua moglie, i suoi figliuoli piangenti il supplicavano a non più partire da loro. Ma egli aveva giurato di ritornare a Cartagine, e preferì di tornare presso a' suoi nemici, sebbene fosse certo che gli avrebbero fatto soffrire crudelissimi tormenti e la morte, piuttosto che rendersi colpevole di uno spergiuro. E in fatti i Cartaginesi sdegnati per questo fatto, presero Regolo, gli tagliarono le palpebre, lo esposero alla sferza di ardente sole, e per saziare la loro barbarie, il misero in una cassa orrida di acute punte di ferro, le quali, ovunque il misero si volgessero trafiggevano; e quivi morì.

            Ripresero tosto le armi Cartaginesi e Romani, si combattè con accanimento e con perdite gravissime da ambe le parti, ma infine i Romani prevalsero, e i Cartaginesi chiesero nuovamente, la pace. Roma stanca anch'essa la concedette alle stesse condizioni già proposte da Regolo cioè:

            1° Che i Cartaginesi pagassero mille talenti d'argento spesi in guerra, e in dieci anni altri duemila e dugento. {67 [67]}

            2° Sgombrassero da tutta la Sicilia e da tutte le altre isole poste tra l'Italia e l'Africa.

            3° Non potessero mover guerra agli alleati di Roma, nè condurre alcun legno da guerra in paese romano.

            4° Fossero immediatamente spediti a Roma i prigionieri ed i disertori senza verun riscatto.

            Cartagine indebolita come era accettò queste dure condizioni, e così dopo 24 anni di combattimenti ebbe termine la prima delle tre grandi guerre de' Romani co' Cartaginesi, dette guerre puniche da una parola latina che vuol dire Cartaginesi.

 

 

XX. Annibale in Italia o la seconda guerra punica.

 

            Dal 218 al 211 avanti Cristo.

 

            Amilcare famoso generale Cartaginese, il quale aveva già combattuto da prode contro ai Romani, essendo stato sconfitto in una battaglia navale, fece giurare ad Annibale suo figlio ancor fanciullo di voler essere loro nemico per tutta la vita, promessa che egli non dimenticò mai finchè visse.

            Malgrado il trattato di pace conchiuso tra Roma e Cartagine, Annibale si risolse di attaccare i Romani, e con un esercito di cento cinquanta mila uomini traversò il Mediterraneo, penetrò nella Spagna, assalì e distrusse Sagunto, città alleata dei Romani, e ciò per farsi strada a venire in Italia. Quindi valicò i Pirenei, monti che dividono la Francia dalla Spagna, attraversò la Gallia Transalpina; ma giunto ai pie delle Alpi vide che esse innalzavansi ai suoi occhi a guisa di muro altissimo, ove niente altro scorgevasi che neve, {68 [68]} ghiaccio, sassi enormi, altezze inaccessibili, nessuna strada, anzi neppure traccia di sentiero. Però nulla potè rallentare il corso di quell'ardito conquistatore. Con gran fatica e colla perdita di trenta mila de' suoi varcò le Alpi, e come fu sopra una delle più alte cime, donde si potevano vedere le belle e ricche campagne d'Italia, le additò a' suoi soldati. Giunto in Torino venne a zuffa coi cittadini, che pienamente sconfisse, distruggendo quasi affatto questa forte città.

            Presso al Ticino, (fiume che scendendo dalle Alpi, passa nel mezzo del Verbano, oggidì Lago Maggiore e si scarica nel Po vicino a Pavia ) in un luogo detto Clastidio, ora Costeggio, incontrò il primo esercito romano guidato dal console Scipione, che cercava di porre un argine a' suoi progressi; ma Scipione fu vinto e ferito, e tutto l'esercito sbaragliato.

            Il console Sempronio si arrischia e tenta nuova battaglia presso la Trebbia, fiume che nasce negli Apennini e mette nel Po vicino alla città di Piacenza. Colà l'esercito Romano, a cagione del luogo svantaggioso, toccò una sconfitta ancor più funesta di quella del Ticino. Penetrato Annibale nell'Italia centrale ebbe a fronte il console Flaminio. Presso al lago Trasimeno, ora lago di Perugia, si diede principio da ambe le parti ad un ferocissimo combattimento, ma nulla potè resistere alle spade Cartaginesi. Flaminio cadde morto nella mischia; gli uni incalzati da' nemici si precipitarono nel lago, gli altri preso il cammino dei monti, ricaddero in mezzo ai Cartaginesi, da cui volevano fuggire. Insomma quasi tutto l'esercito Romano fu fatto a pezzi.

            Si accorsero allora i Romani che queste tre sanguinose sconfitte provenivano da mancanza di abile capitano, {69 [69]} e si giudicò che la prudenza del dittatore Fabio Massimo potesse riparare le perdite de' suoi antecessori. Esso fu soprannominato il Temporeggiatore, perchè solo pose termine alle vittorie di Annibale col tendergli agguati, e coll'assalirlo alla spicciolata.

            Esso riuscì a chiudere l'esercito Cartaginese in una gola di montagne presso Falerno, città del regno di Napoli. Ma Annibale capitano non men accorto che coraggioso, seppe trarsi da quel pericolo con uno strattagemma. Fece legare grossi fastelli di sarmenti secchi alle corna di duemila buoi, e appiccatovi il fuoco sul far della notte cacciò quegli animali verso le alture occupate dai Romani. Costoro impauriti a tale spettacolo abbandonarono i loro posti. Annibale colse il momento favorevole, e nel silenzio della notte uscì co' suoi dallo stretto, onde al venir del giorno Fabio non trovò più nemici da combattere.

            Annibale indispettito che perdeva tempo e fatica senza poter venire a campale battaglia, mandò a dire a Fabio: «Se tu sei quel gran capitano, quale si dice, vieni nelle pianure ed accetta la battaglia.» Fabio gli fece rispondere: «Se tu sei quel gran capitano, quale ti credi, forzami a darti battaglia.»

            Mentre Fabio teneva a bada i Cartaginesi, i Romani ebbero tempo di radunare nuove genti e di mettere in piedi un esercito il quale, se fosse stato capitanato da Fabio, avrebbe avuto miglior fortuna. Ma i sei mesi della sua dittatura erano trascorsi, e gli sottentrarono i consoli Paolo Emilio, valente capitano, e Varrone, uomo impetuoso e poco esperto di guerra.

            Costui insuperbitosi per alcuni vantaggi ottenuti sopra Annibale gli presentò battaglia in una pianura {70 [70]} presso un villaggio detto Canne, dove l'esercito romano fu compiutamente sconfitto. Emilio morì combattendo, Varrone dovette la sua salvezza alla velocità del suo cavallo. Ottanta senatori, gran numero di cavalieri, cinquantamila soldati restarono sul campo.

            Un uffiziale di Annibale il consigliava di correre immediatamente a Roma, e come venne rifiutato il consiglio, soggiunse: generale, voi sapete vincere, ma non profittare della vittoria. Diffatto se dopo la sconfitta di Canne Annibale fosse andato a Roma, la guerra sarebbe stata finita, e la gloria dei Romani abbattuta per sempre.

            Pervenuta a Roma la notizia del disastro di Canne, la costernazione fu universale: grida e gemiti da tutte parti; niuno sapeva a che partito appigliarsi. In mezzo all'universale costernazione, quel Fabio, che aveva combattuto Annibale con tanto vantaggio, conservò solo il consueto buon giudizio. Ei convocò i senatori che il terrore aveva dispersi, e inspirò in tutti tale ardire e speranza, che ogni cittadino volle essere soldato. Si arruolarono fino gli schiavi, cosa fino allora non mai veduta.

            Annibale credendo aver fatto abbastanza coll'aver così umiliata e scompigliata la repubblica romana si arrestò col suo esercito nella città di Capua, dove dandosi co' suoi soldati alle delizie ed ai piaceri, passò tutto l'inverno. Quando però volle riporsi in viaggio e marciare su Roma, si accorse, ma troppo tardi, che i soldati avevano perduto l'abitudine delle fatiche e dei disagi. La qual cosa deve insegnarci che l'ozio trae seco i vizi, e che soltanto un lavoro assiduo rende gli uomini forti e coraggiosi. {71 [71]}

            Annibale, perduta ogni speranza di poter abbattere Roma, si allontanò da quella città dopo di averla appena veduta, e pieno di dispetto andò a nascondersi vicino a Taranto, all'estremità dell'Italia.

 

 

XXI. Scipione in Africa e fine delia seconda guerra punica.

 

            Dal 211 al 200 avanti Cristo.

 

            Tuttavia Roma mancava ancora di un capitano da mettere a fronte di Annibale, e le perdite da loro sofferte coi Cartaginesi si attribuivano all'inabilità dei generali. Un rivale degno di Annibale fu Scipione soprannominato l'Africano, per le grandi conquiste da lui fatte nell'Africa. Alle prerogative di un gran capitano Scipione accoppiava un'insigne onestà, ed era così affabile e benevolo, che vinceva colla dolcezza quelli che non poteva vincere colla forza. Il padre eragli stato ucciso dai Cartaginesi nella Spagna, e ciò eragli sprone al coraggio. Emulo del generale cartaginese, il quale per battere i Romani in Italia aveva cominciato ad assalirli e debellarli nella Spagna, egli pure colà all'età di soli ventiquattro anni assalì i Cartaginesi già fattisi padroni di quel vasto regno. Scipione guidando ogni cosa con prudenza e con valore sconfisse i Cartaginesi, e ridusse la Spagna a provincia Romana.

            Tornato a Roma e fatto console, per costringere Annibale ad uscire dall'Italia, reputò miglior consiglio passare coll'armata in Africa e portare lo spavento alle porte di Cartagine, nel tempo stesso che essa aveva un esercito vicino a Roma. I Cartaginesi opposero due potenti eserciti a Scipione, il quale colle armi e con istratagemmi {72 [72]} pienamente li sconfisse. Quarantamila Cartaginesi furono uccisi e seimila fotti prigionieri.

            Atterriti da queste vittorie, i Cartaginesi richiamarono dall'Italia Annibale, perchè venisse a salvar la patria in procinto di cadere in mano ai nemici. È impossibile esprimere il rincrescimento di Annibale a questi ordini della patria. Amaramente pentito di non essere marciato su Roma dopo la battaglia di Canne, versando lagrime di dolore, abbandonò le bellissime contrade d'Italia, che egli aveva occupate con le armi sedici anni.

            Giunto in Africa, alla vista della patria indebolita dalle guerre e atterrita dal nome di Scipione, sebbene avesse in piedi un forte esercito, tuttavia chiese un colloquio a Scipione per trattare della pace. Scipione facilmente acconsentì, ansioso di vedere quel grand'uomo, che formava la maraviglia del suo tempo. I due illustri capitani si abboccarono al cospetto de' due eserciti, e rimasero alquanto in silenzio guardandosi l'un l'altro con iscambievole ammirazione. Annibale parlò il primo, e propose condizioni che Scipione non potè risolversi di accettare. Narrasi che prima di separarsi Scipione dicesse ad Annibale: chi pensi tu che sia il più gran capitano finora vissuto?

            Annibale rispose: Alessandro.

            - E dopo Alessandro chi è il maggiore?

            - Pirro.

            - Dopo Pirro?

            - Io stesso.

            - Olà che saresti tu se vincessi Scipione?

            - Io sarei al disopra di Alessandro e di Pirro[3]. {73 [73]}

            Ciò detto si separarono per annunciare ai propri soldati che bisognava venire alle mani.

            Il giorno seguente si venne a battaglia, i soldati di Annibale fecero prodigi di valore, ma la fortuna avea voltate le spalle ai Cartaginesi. Il suo esercito fu disfatto interamente, egli stesso con alcuni cavalieri si ritirò a Cartagine, ove da trentasei anni non avea più posto piede. In simile guisa i Cartaginesi ridotti alla disperazione chiesero pace al senato Romano, che la concedette a condizioni ancor più dure di quelle imposte nella prima guerra punica. In questo modo ebbe fine la seconda guerra punica.

            Lo sfortunato Annibale dopo aver sacrificato tutto sè stesso al bene della patria cadde in gelosia, poscia in odio a' suoi cittadini. Esiliato dall'ingrata sua patria, non avendo più sicura la vita, cercò asilo prima presso Antioco re di Siria e nemico dei Romani, e quindi presso Prusia re di Bitinia. Costui ebbe la viltà di proporre ai Romani di dar loro nelle mani un uomo che egli aveva promesso di proteggere.

            Annibale saputo tale tradimento si diè la morte col veleno prima che cadesse nelle mani dei soldati spediti a prenderlo.

            Più avventuroso fu Scipione vincitore di Annibale, domatore di Cartagine. Egli fu ricevuto in Roma cogli onori del trionfo, e per ricordare ai posteri la memoria delle sue grandi vittorie gli fu dato il soprannome di Scipione Africano.

            Questo grand'uomo dopo aver prestato molti servigi alla patria, passò il resto della vita nell' amore de' suoi cittadini. Siccome però egli amava molto lo studio, così volle ritirarsi con sicuri amici in una campagna vicino {74 [74]} alla città di Linterno, ove attese unicamente alle scienze, che egli aveva sempre coltivato anche in tempo delle sue imprese militari.

            Giovani cari, tutti i grandi uomini, anche in mezzo alle gravi loro occupazioni, attesero colla massima cura allo studio, perchè l'uomo costituito in ricchezze e in dignità, se è ignorante per lo più è disprezzato.

 

 

XXII. Archimede il matematico.

 

            Mentre infieriva la seconda guerra Punica nella città di Siracusa avvenne un fatto, che io non voglio passarvi sotto silenzio. Gerone re di quella città era morto, ed alcuni Siracusani uccisero Geronimo suo nipote. Per la qual cosa Siracusa cadde di nuovo nelle mani dei Cartaginesi. I Romani mandarono Marcello per assediarla, e se ne sarebbe prestamente impadronito se non fosse stato colà un dotto meccanico di nome Archimede, uomo pregiato in tutta l'antichità, specialmente per lo studio che aveva fatto delle matematiche.

            Egli aveva inventato alcune terribili macchine, le quali calandosi in mare, aguisadi un gran braccio, levavano in alto una galera, e rovesciandola come si farebbe di un guscio di noce la sommergeva. Aveva altresì fabbricato certi specchi detti ustorii, ossia ardenti, coi quali raccogliendo i raggi del sole e facendoli riflettere sopra le navi degli assedianti, le incendiava a gran distanza.

            Inoltre avea fatto una sorprendente scoperta, quella cioè d'una specie di fuoco, che ardeva nell'acqua e nulla il poteva smorzare. Finalmente inventò una macchina di considerevole grandezza, con cui si lanciavano pietre, giavellotti, travi, macigni con tanta forza e sì aggiustatamente {75 [75]} che gli assedianti dovevano stare molto lontani dalle mura per non esserne colpiti. In questo modo l'industria di un uomo solo impediva ad un esercito numeroso di entrare in quella città.

            Tutto questo però non potè impedire che fosse presa dopo un lungo ed ostinato assedio; ed i Romani trucidarono barbaramente tutti i Siracusani che caddero nelle loro mani. Marcello, che onorava le scienze, desiderava di salvare il famoso Archimede, e raccomandò a' suoi soldati, che si guardassero dal fargli alcun male. Questi durante il saccheggio, mentre la città era tutta a ferro ed a fuoco, stava inteso con tutto l'animo a considerare alcune figure di geometria, quando d'improvviso gli si fa innanzi un soldato ordinandogli di seguitarlo e di recarsi dal generale Romano. Archimede lo pregò di attendere un istante, finchè fosse sciolto il suo problema; ma il soldato che non curavasi nè di problemi nè di figure, interpretò l'indugio di Archimede per un rifiuto, e lo trapassò colla spada.

            Un uomo di tanta virtù meritava sorte migliore. Marcello rimase afflittissimo, allorchè gli fu recato l'annunzio della morte di quel grand'uomo; ordinò che gli si facessero magnifici funerali, e gli fosse eretto un monumento.

            L'uomo virtuoso è stimato da tutti anche dai proprii nemici.

 

XXIII. La rovina di Cartagine o la terza guerra punica.

 

            Dall'anno 182 all'anno 146 avanti Cristo.

 

            Viveva in quel tempo in Roma un uomo di vita rigida ed austera di nome Porzio, soprannominato Catone, vale {76 [76]} a dire astuto, nome che assai gli conveniva, perchè passava pel più scaltro degli uomini del suo tempo. Egli ottenne le più insigni cariche di Roma, e finalmente fu creato Censore.

            Questa carica durava cinque anni; l'uffizio annessovi era di tener il registro dei cittadini romani, del loro patrimonio e inoltre il registro de' cavalieri, e de' senatori. Egli aveva l'autorità di cancellare dal numero dei cavalieri e de' senatori quelli che colla loro condotta si rendevano indegni di tal grado.

            Catone siccome uomo frugale si opponeva con tutto il rigore al lusso ed alla mollezza, vizii dannosissimi alla società e che cominciavano ad introdursi presso ai Romani. Egli andava sempre ripetendo che bisognava distruggere Cartagine, altrimenti Roma avrebbe sempre avuto una formidabile rivale. A forza di udir a ripetere tal cosa i Romani risolvettero di effettuarla, e spedirono in Africa un console di nome Censorino. Questi al suo arrivo comandò ai Cartaginesi che gli dessero in mano trecento personaggi, e gli consegnassero tutte le galere, le spade e gli scudi che si trovavano a Cartagine. I Cartaginesi furono costretti ad accondiscendere, perchè non erano in caso di sostenere la guerra. Ma quando quel console diede ordine di uscire dalla città dicendo francamente che egli era venuto per abbruciarla e distruggerla, i Cartaginesi montarono in tanto furore che risolsero di difendersi sino alla morte. Mancava ferro per fabbricar armi, e l'oro e l'argento servì di materia. I fanciulli lavoravano per aiutare i loro padri, e le donne si tagliarono i capelli per far corde per le navi che si stavano costruendo. A segno che tutti gli assalti dei Romani tornavano vani. {77 [77]}

            Sono indicibili i gagliardi sforzi degli assediane, e già i Romani stavano per levare l'assedio quando venne loro in soccorso il tradimento di un certo Farneade generale della cavalleria cartaginese. Questo traditore della patria, adescato dalle promesse del generale Romano, mostrò agli assedianti un luogo segreto per entrare nella città. Dopo una resistenza inutile, ma accanita, la città intera cadde in poter dei Romani, i quali abusando della vittoria distrussero la più grande, la più ricca, la più florida delle città, fondata anticamente dai Fenicii molti anni prima di Roma. Questa guerra che finì colla rovina di Cartagine, nella storia è appellata terza guerra punica.

            Intanto le vittorie luminose che i Romani avevano riportate sopra le più potenti nazioni della terra, trassero in ammirazione i popoli che abitavano in luoghi lontanissimi da Roma, e tutti si davano premura di fare alleanza coi Romani.

            Lo stesso Giuda Maccabeo, quell'uomo valoroso, di cui a lungo vi ho parlato nella Storia sacra, stordito dalle gloriose imprese che i Romani compievano in pace ed in guerra, mandò a Roma due illustri personaggi per conchiudere con loro un trattato d'amicizia. Giunti in quella metropoli del mondo, furono introdotti nel senato, dove parlarono così: Giuda Maccabeo ed i fratelli suoi ed il popolo Giudaico ci mandarono a stabilire con voi alleanza e pace, affinchè ci scriviate tra i vostri alleati ed amici.

            Questo discorso semplice, ma espressivo piacque molto al senato Romano, il quale fece scrivere la risposta sopra tavole di bronzo, affinchè restasse presso a quel popolo in perpetuo monumento di pace ed amicizia; {78 [78]} era del tenor seguente: Vengano tutti i beni ai Romani, alla nazione dei Giudei, per mare e per terra in eterno: le armi nemiche siano sempre da loro lontane. Chi fa guerra ai Giudei, la fa altresì ai Romani; questi due popoli saranno tra di loro perfetti amici, e si presteranno reciprocamente soccorso qualora ne sia il bisogno.

            In questa maniera quel popolo di Dio cominciò ad unirsi ai Romani, coi quali fra poco lo vedremo congiungersi per formare un popolo solo con una legge sola, colla medesima religione cristiana.

 

 

XXIV. Rivoluzione dei gracchi.

 

            Dal 146 al 121 avanti Cristo.

 

            Con grande mio rincrescimento debbo ora raccontarvi una guerra, non più dei Romani con popoli stranieri, ma una guerra civile cioè tra' Romani medesimi.

            Non avendo più nazioni potenti a combattere quel popolo si diede in preda all'ozio ed ai passatempi. Abbandonato così alla disoccupazione, la plebe cominciava ad invidiare la sorte dei ricchi, desiderosa di porre le mani sopra i loro averi, il che era un vero ladroneccio; perchè colui, il quale con giusti mezzi e titoli ha acquistato sostanze, è giusto che se le goda.

            Due giovani fratelli noti sotto il nome di Gracchi, chiamati uno Tiberio, l'altro Caio, diedero l'uno dopo l'altro mano ai malcontenti.

            Cornelia loro madre amava molto i suoi due figli quando erano piccini a cagione della loro saviezza ed obbedienza. Ma fatti adulti le furono causa di grandi affanni. {79 [79]}

            Tiberio Gracco divenuto tribuno del popolo propose una legge che obbligava i ricchi a dare ai poveri una parte delle loro terre. Siccome questa legge riguardava alla divisione delle campagne fu detta legge agraria. Dispiacque tale proposta al senato e la rifiutò ma Tiberio radunò una folla di popolo per eccitarlo alla ribellione. Il console Minuzio Scevola si sforza invano di calmare gli spiriti. Si viene alle mani ed il sangue cittadino scorre per le vie di Roma. Tiberio con più di trecento de' suoi amici cadono estinti. Fu questa la prima volta che Roma nelle sedizioni interne vide scorrere il sangue de' suoi figli: trista conseguenza cagionata da chi ricusa di sottomettersi al legittimo governo.

            Caio Gracco dissimulò per qualche tempo il dolore che provava per la morte di suo fratello che amava teneramente, finchè divenuto anch'esso tribuno della plebe, mise in campo le medesime leggi già proposte dal fratello. Perciò egli pure, qual ribelle, fu condannato a morte, ed a chi gli avesse recisa la testa furono promesse tante libbre d'oro quante quella ne avrebbe pesato.

            A tale notizia Gracco fuggì di Roma, ma vedendosi vicino a cadere nelle mani de' suoi nemici, si fece uccidere da un suo schiavo. Un uomo avendo trovato il corpo di Gracco, gli tagliò la testa, ne trasse le cervella, la empiè di piombo fuso, perchè pesasse di più, indi la presentò al Senato e n'ebbe in dono diciassette libbre d'oro, senza che fosse scoperto l'inganno.

            Così perirono i due Gracchi, i quali sarebbero stati amati come buoni ed onesti giovani, se non avessero voluto conseguire colla forza e colla violenza ciò che un buon cittadino non deve pretendere. {80 [80]}

 

 

XXV. Mario a Vercelli.

 

            Dal 120 al 100 avanti Cristo.

 

            Vi ho già fatto notare come i Romani non essendo più occupati con assiduità nell'esercizio delle armi, si diedero all'avarizia, vizio abbominevole che conduce l'uomo alle più vili azioni. Il senato Romano già tanto glorioso per la sua probità, degenerò e giunse fino a vendere la giustizia. Mentre i Romani andavano perdendo il loro antico valore, molte nazioni barbare, allettate dalle delizie de' nostri paesi, partivano da lontane contrade per venire in Italia. Un generale, di nome Mario, si segnalò in queste guerre contro ai barbari, e ridonò non poco splendore al nome Romano, facendo però gran bene e gran male alla sua patria. Di aspetto feroce, alto della persona, bruttissimo nella faccia, era di complessione forte e robusta, siccome quello che aveva passato la gioventù nei lavori della campagna. Egli erasi già segnalato in parecchie guerre nella Spagna, e particolarmente nella guerra sostenuta contro un re di Numidia, di nome Giugurta nell'Africa, dove ebbe molte occasioni di far prova del suo valore e della sua perizia nell'arte del guerreggiare. Ma le sue prodezze si manifestarono specialmente nella guerra contro ai Cimbri e contro ai Teutoni (tedeschi), popoli barbari venuti dal settentrione dell'Europa.

            Quegli uomini in numero di trecento mila, traendosi dietro su grandi carri i vecchi, le donne ed i fanciulli di lor nazione, cominciarono a spargersi nelle Gallie, oggidì Francia. Due eserciti di Romani ardirono affrontarli {81 [81]} e furono talmente dai barbari disfatti, che questi in un sol giorno diedero alle fiamme le tende dei Romani, trucidarono gli uomini ed i cavalli che vi trovarono. Non conoscendone la preziosità, gettarono nel Rodano, uno de' fiumi principali delle Gallie, tutto l'oro e l'argento che cadde nelle loro mani. Si disponevano a continuare le loro stragi, allorchè Mario quasi altrettanto feroce, ma più perito dei barbari, si avanzò contro di loro fino alle acque Sestie oggidì Aix di Provenza, ove seppe avviluppare sì bene i barbari in una imboscata, che quasi tutti i Teutoni rimasero ivi sepolti.

            Questa vittoria procurò la salvezza dell'Italia, e Mario fu eletto console per la quinta volta. Ma i barbari erano soltanto vinti per metà, perciocchè i Cimbri, forzato il passaggio delle Alpi e cacciatisi innanzi ai Romani, si avanzarono fino a Vercelli, insigne città del Piemonte. Mario vi accorse alla testa delle vittoriose sue genti, e si accampò nelle pianure che si estendono tra Vercelli ed il Ticino.

            I Cimbri, che ignoravano ancora la sconfitta dei Teutoni, mandarono deputati al Console intimandogli di cedere loro ed ai loro fratelli alcune terre dell'Italia per istabilirvisi. Quegli ambasciatori mezzo nudi, con elmetti in testa sormontati da penne di pavoni, vestiti di pelli con aspetto feroce al par delle bestie cagionarono maraviglia e stupore ai Romani. Mario si avanzò e disse loro: «Chi sono questi vostri fratelli di cui parlate? Sono i Teutoni, risposero.» A tale risposta tutta l'assemblea si mise a ridere; «non vi date pensiero de' vostri fratelli, disse Mario, essi posseggono la terra che noi abbiamo loro dato e l'occuperanno eternamente.» {82 [82]}

            I deputati punti da tale ironia risposero che si pentirebbe dell'insulto, e che ne sarebbe punito prima dai Cimbri quindi dai Teutoni appena fossero arrivati. «Sono arrivati, soggiunse Mario, eccoli per appunto. E prima di partire voglio che li abbracciate e li salutiate.» Nello stesso tempo fece condurre al loro cospetto i re Teutoni carichi di catene. A tal vista quei legati si ritirarono coperti di confusione.

            Tre giorni dopo si appiccò la battaglia, e in un sol giorno i Cimbri rimasero distrutti. Ma quando Mario volle impadronirsi dei loro alloggiamenti li trovò occupati dalle donne barbare. Quelle donne scorgendo i loro figli in procinto di cadere in poter de' vincitori li strangolarono colle trecce de' loro lunghi capelli; poi vedendo accostarsi i soldati Romani, nè più potendo combattere, s'appiccarono tutte ai timoni dei loro carri; niuna volle sopravvivere alla disfatta della loro nazione. I medesimi cani, dopo la morte de' loro padroni, ne difesero i corpi con tanta rabbia, che non potendosi evitare i loro morsi fu necessità ucciderli a colpi di freccia. Così l'Italia fu liberata da quella invasione di barbari, i quali sarebbero stati invincibili, se avessero avuto la disciplina degli eserciti Romani; ma essi sapevano soltanto combattere furiosamente e con coraggio.

            Mario ricevette dai Romani i più grandi onori, e fu considerato come il fondatore di Roma e il salvatore dell'Italia. Fortunato lui se si fosse dimostrato in pace quale fu in guerra; ma egli si lasciò trasportare dalla superbia, e la superbia è la rovina degli uomini. {83 [83]}

 

 

XXVI. Alleanza degli italiani contro Roma. Mario e Silla.

 

            Dal 100 all' 88 avanti Cristo.

 

            La distruzione di Cartagine, l'assoggettamento della Spagna, le conquiste fatte nell'Asia, il dominio esteso sopra tutta l'Italia, la sconfitta data da Mario ai Cimbri e ai Teutoni lasciarono i Romani senza competitori. Tanta fortuna fece loro presto svanire ogni idea di moderazione e di virtù, ed alla frugalità, alla generosità degli antichi sottentrò la gozzoviglia, l'avarizia, l'oppressione, la tirannia. Tutti coloro, che non godevano del diritto di cittadinanza, erano dai Romani tenuti come schiavi.

            Il diritto di cittadinanza Romana era una qualità di gran pregio. I cittadini erano quelli che nominavano i consoli e gli altri magistrati; niuno aveva il diritto di condannarli a morte, nemmeno di percuoterli con verghe senza ordine espresso del popolo Romano radunato.

            Questo titolo fece inorgoglire i Romani a segno che, tenendo come schiavi tutti gli altri popoli d'Italia, s'impadronivano dei loro beni; e si giunse fino a stabilire con legge che niun forestiere potesse più fermarsi in Roma. Un'irriverenza, un risentimento verso un cittadino Romano costava talvolta la vita ad un Italiano[4].

            Or accadde in quel tempo che tutti i popoli dell'Italia stanchi di tanta oppressione ricorsero a Roma chiedendo al Senato di poter anch'essi godere del diritto di {84 [84]} cittadinanza, poichè essi pure dovevano pagare i tributi e concorrere alle occorrenze della guerra con danaro e con soldati. Il Senato rifiutò tal dimanda, e questa fu la cagione che da tutte le parti d'Italia levossi un grido solo: alle armi, alle armi. Questa guerra fu detta la guerra sociale, cioè di più popoli uniti insieme.

            I Marsi furono alla testa della lega, e Pompedio Silone uomo valorosissimo fu creato generale in capo di tutte le loro forze. Il centro dei confederati era la città di Corfìnio ora S. Pellino situata tre miglia alla destra del fiume Aterno o Pescara. I Romani spaventati da questa sollevazione universale posero in piedi quante genti poterono, armando gran numero di schiavi, e ricorrendo alle nazioni estere loro alleate.

            Fomentavano il timore dei Romani alcuni funesti segni che gli autori antichi riferiscono essersi in quel tempo veduti. Una corona solare comparve subitamente a vista di Roma; il Vulcano che è presso Napoli fece una straordinaria eruzione, vale a dire mandò fuori una gran quantità di fuoco; i simulacri di bronzo stillarono sudore dal volto, i topi corrosero parecchi scudi d'argento; i cani ulularono a guisa di lupi; l'idrofobia, malattia volgarmente detta rabbia, si spiegò negli armenti; si videro animali a piangere, si udirono voci sotterranee e simili, le quali cose sebbene fossero prive di significato in rapporto alla guerra, tuttavia i Romani le ebbero come indizi delle loro sventure.

            Essi tentarono di reprimere la rivoluzione e si diedero battaglie sanguinosissime; ma il Senato accortosi essere le cose ridotte a tristo partito stimò di accondiscendere alle giuste richieste degli Italiani. Cominciò a concedere la cittadinanza ai popoli rimasti fedeli ai {85 [85]} Romani, quindi alle città che vollero deporre le armi e finalmente a tutti indistintamente.

            Questo fatto è notevolissimo nella storia perchè tutta l'Italia si unì con Roma e ne divenne un popolo solo. D'allora in poi quando si radunavano i comizii, la folla del popolo che accorreva da tutte le parti dell'Italia era sì grande, che, non potendo essere contenuta nel campo di Marte o nel Foro, un gran numero di que' nuovi Romani salivano sui tetti dei templi e delle case, per veder almeno da lontano ciò che si faceva.

            Nella guerra centra gli alleati ebbe gran parte un uomo che stimo bene di farvi conoscere. Era costui Giunio Cornelio Silla d'indole ostinata ed audace, e nemico implacabile di Mario. Divenuto console cominciò col mettere a prezzo la testa di quel prode capitano, che egli odiava mortalmente sotto pretesto che egli avesse favorito gl'Italiani contro al Senato; accusa priva di fondamento, perchè Mario aveva condotto gli eserciti Romani contro gli alleati durante la guerra.

            Tuttavia l'accusa di Silla fu creduta giusta da molti, e Mario di età già avanzata, di sanità cagionevole, fu costretto a fuggire e nascondersi in una palude, donde fu tratto e condotto in prigione.

            Quivi fu mandato per ucciderlo uno schiavo, uno de' Cimbri da lui vinti. Il prigioniero guardatolo con fierezza gli disse: hai coraggio di uccidere Mario? Il barbaro costernato si diede alla fuga, gettando la spada e lasciando il carcere aperto. Così Mario potè uscire liberamente e rifuggirsi nell'Africa.

            Trovò colà un questore Romano incaricato d'invigilare sopra il litorale di Cartagine. Costui alla vista di un vecchio di tetro aspetto, con capelli irti e bianchi, {86 [86]} gli chiese chi fosse. Questore, rispose: va a dire ai tuoi padroni che hai veduto Mario assiso sulle rovine di Cartagine. Colle quali parole egli paragonava la sua sventura col disastro di quella gran città.

            Intanto un avvenimento inaspettato obbligò Silla a portare la guerra contro a Mitridate, padrone di un regno dell'Asia Minore, detto Ponto. Per odio contro ai Romani egli aveva fatto trucidare centomila italiani che abitavano nel suo regno. A tale annunzio Silla marciò con un esercito per punire l'atrocità di quel barbaro. Mario credendosi sicuro tornò senza indugio a Roma alla testa di una truppa di schiavi e pastori, ed unendosi al console Cinna, malvagio al par di lui, commisero la più infame azione, facendo morire senza pietà tutti gli amici di Silla. Ma la vendetta del cielo non tardò molto a piombare sopra que' due carnefici della patria. Mario morì di una malattia che egli stesso si cagionò colla crapula, vale a dire con eccessi nel mangiare e nel bere; Cinna fu trucidato per mano dei suoi soldati. A tale notizia Siila ricondusse in Italia il suo esercito vittorioso, non già per difendere la patria, ma per esserne il flagello. Trasportato dall'odio e dal furore entra in Roma, comanda che siano messi a morte tutti i partigiani di Mario, e per compiere più presto la desiderata strage, fa un elenco di questi, detto tavola di proscrizione; e coloro che erano ivi registrati, furono detti proscritti, ovvero condannati, perchè ognuno aveva ordine di ucciderli ovunque gl'incontrasse.

            Silla, sazio di sangue cittadino, si abbandonò a due vizi turpissimi, all'intemperanza e alla dissolutezza, la quale cosa gli cagionò una malattia assai crudele, e finì coll'essere rosicato vivo dai vermi. {87 [87]}

            Così finirono Mario e Silla, ambidue salvatori, flagelli e carnefici della patria. Questi due generali furono uomini di gran valore, ma loro mancò la religione che temperasse la loro ferocia.

 

 

XXVII. Il primo triumvirato. Pompeo, Cesare e Crasso.

 

            Dall'88 al 61 avanti Cristo.

 

            Mentre tutte le parti d'Italia si univano alla repubblica Romana, e la guerra degli alleati si andava estinguendo, non mancavano altre turbolenze: ciò fu una rivoluzione d'uomini fatti prigioni in battaglia e condotti a popolare l'Italia. Costoro non erano ammessi ai diritti civili, che anzi nelle fiere e nei mercati erano comprati e venduti a guisa di giumenti, e dicevansi servi, ossia schiavi, onde la loro ribellione suol denominarsi la guerra servile.

            Spartaco, nativo di Tracia, era schiavo nella città di Capua, donde fuggito, si mise alla testa di altri uomini audaci e risoluti al par di lui, e in breve si trovò capitano di oltre sessantamila combattenti. Quattro eserciti romani spediti contro di loro furono sbaragliati e posti in fuga. Finalmente un generale di nome Crasso con buon numero di prodi li assalì, e dopo molti ostinati combattimenti li vinse. Essi furono compiutamente battuti, e lo stesso Spartaco morì combattendo in Sicilia. Tuttavia parecchie squadre di quegli schiavi, fuggiti alle spade romane, andavano qua e là saccheggiando i paesi e le città d'Italia, finchè vennero totalmente sterminati da Pompeo, generale egualmente rinomato per la sua militare abilità, che per altre splendide doti, le quali gli avevano meritato il favore del popolo Romano. {88 [88]}

            Egli fu pure mandato contro ad un gran numero di corsari, vale a dire assassini di mare, i quali infestavano i navigatori e le spiagge del Mediterraneo, e ne riportò compiuta vittoria.

            Mentre queste cose succedevano, avvenne che Mitridate, re del Ponto, già stato sconfitto da Silla, tentò nuovamente la sorte delle armi contro ai Romani. Pompeo fu mandato contro di lui; Mitridate fu vinto e costretto a prendere la fuga cogli avanzi del suo esercito. Ritornato trionfante a Roma, Pompeo godeva in pace la gloria de' suoi trionfi nell'amore e nell'amicizia di tutti i buoni.

            Era appena terminata la guerra di Mitridate, allorchè Catilina, nobile romano, pose a rischio la patria medesima. Questo indegno cittadino, carico di debiti e di delitti, erasi posto alla testa di un gran numero di giovani sfaccendati, i quali avendo nulla a perdere, aspettavano soltanto un capo che li guidasse nelle ribalderie. Il loro disegno era di uccidere i consoli, la maggior parte dei senatori, impadronirsi dell'erario pubblico, appiccare il fuoco a' quattro angoli della città, e così, sotto il pretesto di libertà, mettere Roma a sangue e a fuoco.

            Ma il console Marco Tullio Cicerone, uomo dotto e virtuoso, scoprì la congiura, e fece condannare a morte i congiurati. Catilina uscito precipitosamente da Roma corse nell'Etruria, dove unitosi con altri ribelli, combattè accanitamente fino all'ultimo respiro.

            Quel Marco Tullio Cicerone fu il più celebre oratore latino. Egli era nato in Arpino, città del regno di Napoli, e ancor giovane fu fatto questore, quindi edile e pretore, e finalmente console, e sotto al suo consolato {89 [89]} scoprì e dissipò la congiura di Catilina. Del che i Romani riconoscenti gli diedero il soprannome di padre della patria.

            Un terzo personaggio che si rese più celebre di Cicerone e di Pompeo, fu Giulio Cesare. Egli era d'intrepido coraggio, parlava con somma eleganza, ma era ambizioso e desiderava di far parlare di sè, e di acquistarsi onore e gloria.

            Giunto al consolato ottenne il governo delle Gallie per cinque anni, e portò la guerra nella Gallia Transalpina, oggidì Francia, e fino nell'isola di Bretagna, oggidì Inghilterra, dove le armi romane non erano ancora mai penetrate.

            Amico di Cesare e di Pompeo era Crasso, celebre per le sue ricchezze, e già conosciuto pel valore dimostrato nella guerra degli schiavi. Questi tre personaggi per aver liberato Roma e l'Italia dalle invasioni dei nemici e dalle guerre intestine, furono riconosciuti per veri padroni della repubblica. Eglino si unirono insieme di buon accordo per governare l'impero Romano, che si estendeva omai a tutti i paesi in quel tempo conosciuti: questo governo fu chiamato triumvirato, perchè composto di tre uomini. Crasso era bensì un valente capitano, ma il più avaro dei Romani. L'avidità del bottino lo impegnò in una guerra contro ai Parti, popoli bellicosi che abitavano al di là di un paese detto Mesopotamia, oggidì Diarbek. Malgrado il loro valore e la loro intrepidezza i Romani furono battuti e vinti. Si narra che il re dei Parti, quando gli fu presentata la testa di Crasso, ordinasse che gli fosse riempiuta la bocca d'oro fuso, dicendo: «conviene saziare dopo morte quest'uomo con quel metallo, di cui fu insaziabile durante la vita.» {90 [90]}

            Rimasti così Cesare e Pompeo i soli padroni dell'impero, vennero anche essi in discordia, poichè ciascuno voleva solo comandare. In quel momento Cesare trovandosi nelle Gallie si mosse col suo esercito contro di Pompeo, il quale trovavasi in Roma. Vi stupirete, o giovani cari, come due amici così intimi siano così presto divenuti rivali enemici: ma ciò avvenne da questo, che la loro amicizia era solamente appoggiata sull'ambizione, e voi dovete ritenere, che la vera amicizia non può durare, se non è fondata sulla virtù.

            Pompeo, all'accostarsi del suo avversario, non osando affrontarlo, uscì di Roma seguito da molti soldati e dalla maggior parte dei senatori, e si ritirò nella Grecia.

            Cesare inseguendo l'esercito di Pompeo, lo raggiunse in una pianura della Macedonia, detta Farsaglia. Colà seguì un tremendo combattimento: erano Romani contro Romani, Italiani contro ad Italiani; il sangue scorse orribilmente; ma la fortuna fu per Cesare, e Pompeo a stento potè salire sopra una nave per fuggire in Egitto. Colà un re traditore, per nome Tolomeo, niente commosso dalla sventura di quel gran capitano, gli fece barbaramente tagliare la testa per farne dono a Cesare. Questi a quel miserando spettacolo non potè trattenersi dal piangere, e mandò chi facesse prigione il crudele Tolomeo, il quale, tentando di fuggire, nel varcare il Nilo si annegò.

            Ritornato Cesare a Roma e divenuto il solo padrone dell'impero, quelli che avevano sostenuto la parte di Pompeo si aspettavano una tremenda vendetta, ma egli invece di vendicarsi concedette una generale amnistia, vale a dire un generoso perdono a tutti quelli che si erano uniti a Pompeo per combattere contro di lui. {91 [91]} Solamente un illustre romano per nome Catone non volle affidarsi alla clemenza di Cesare. Per timore di cadere nelle mani di lui, egli si uccise volontariamente in Utica (oggidì Biserta), dove si erano riuniti i partigiani di Pompeo. Dal luogo ove morì fu detto Catone di Utica, per distinguerlo da Catone il vecchio detto anche il Censore.

            Cesare non solo perdonò a' suoi nemici, ma per rendersi grati i cittadini fece eziandio loro distribuir grano e danaro, terre a veterani, vale a dire a que' soldati, che venuti vecchi nel mestiere delle armi, erano incapaci di sostenere le fatiche militari. Prese poscia il titolo di dittatore perpetuo, che è quasi lo stesso che quello di re assoluto. Egli si faceva amare dal popolo per la sua dolcezza e per la sua beneficenza, e ovunque passava, riscuoteva vivi applausi. Ma gli eccessi per lo più non durano; perchè coloro i quali oggi van schiamazzando per le vie delle città colle grida di evviva, domani si arrogano il diritto di gridare muoia. Una moltitudine di malcontenti, quelli stessi a cui Cesare aveva perdonato la vita, tramarono la morte di quel dittatore. Cassio e Bruto, figliuolo adottivo di Cesare, erano capi dei ribelli.

            Questi due scellerati risolvettero di uccidere Cesare appena si fosse recato in Senato. Cesare non faceva male ad alcuno, e non credeva che altri osasse farne a lui; e benchè sospettasse della congiura tramatagli, volle condursi secondo il solito in Senato. Egli era appena entrato, quando parecchi senatori si gettarono sopra di lui e lo trafissero coi loro pugnali. Quel grand'uomo tentò sulle prime di difendersi, ma nel vedere Bruto avanzarsi per ferirlo gli disse: anche tu, o Bruto, figliuol {92 [92]} mio! Quindi osservando che era attorniato da nemici armati, si coprì il volto colla toga e cadde morto dopo di aver ricevuti ventitre colpi di pugnale.

            Gli uccisori di Cesare credevano che tutti i Romani fossero per applaudire al loro delitto, e fu l'opposto. Da tutte le parti il popolo chiedeva perchè il Dittatore fosse stato messo a morte. Marco Antonio, grande amico di Cesare, valorosissimo soldato dell'esercito di lui, nell'amarezza del suo dolore, fece portare il corpo di Cesare sulla pubblica piazza, e convocò il popolo a rimirare ancor una volta quel grand'uomo che si poteva a diritto chiamare il benefattore della patria. Le lagrime e i sospiri risuonarono per tutta la città, finchè il dolore cangiandosi in furore, si corse alle armi per uccidere gli autori di quel misfatto.

            Bruto e Cassio fuggirono da Roma, e noi fra poco Vedremo a quale sventura li abbia condotti il loro delitto.

 

 

XXVIII. Il secondo triumvirato.

 

            Dal 61 all' anno 1 dell'era volgare.

 

            Ottaviano, nipote e figliuolo adottivo di Cesare, dimorava in Grecia quando ne seppe la morte. Aveva appena diciassette anni, quando venuto in Italia, gli fu significato che il Dittatore lo aveva istituito suo erede. Le belle sue maniere, la memoria di suo zio, le ricchezze di cui faceva parte agli altri, servirono per cattivargli il favore di tutto il popolo.

            Antonio luogotenente di Cesare era allora console, e dopo la morte di questo, per tutto il tempo del suo consolato esercitò in Roma un'assoluta autorità. Deposta {93 [93]} che ebbe questa dignità, non volendo esso deporre il comando dell'esercito, il Senato, per opera specialmente di Cicerone, gli oppose il giovine Ottaviano con un forte esercito di veterani. Antonio fu vinto da questi presso Modena, e il suo esercito fu sbaragliato. Egli allora ricorse ad un certo Lepido il quale aveva sotto il suo comando un florido esercito, uomo ricco, ma inabile al maneggio degli affari, e di cui nulla avevasi a temere. Questi due capitani uniti insieme, marciarono alla volta di Ottaviano, con cui vennero a parlamento in un'isoletta del Ticino, dove convennero di associarsi per governare a modo loro la repubblica. Questa unione di potere in tre persone fu detto il secondo Triumvirato.

            I nuovi triumviri protestarono dapprima che non volevano far male ad alcuno, ma poi segnarono un editto di proscrizione, pel quale erano condannati a morte parecchi cittadini, e tra questi anche alcuni loro amici, benefattori, parenti e fratelli. Il gran Cicerone fu compreso fra i proscritti, e gli fu troncata la testa, e posta su quello stesso luogo, donde quell'intrepido oratore aveva sostenuta la maestà delle leggi, repressa l'audacia dei malvagi.

            Mentre il sangue cittadino scorreva per le piazze di Roma e delle altre città d'Italia, Bruto e Cassio avevano raccolto in Grecia un grande esercito per opporsi ad Antonio ed Ottaviano. Lo scontro dei due eserciti fu a Filippi città della Grecia, anticamente fondata dal padre di Alessandro il Grande. La battaglia fu terribile; Cassio si uccise nella zuffa, e Bruto per non cader vivo nelle mani dei nemici si diè anch'esso volontariamente la morte. {94 [94]}

            Si narra che qualche tempo prima di questa battaglia, una notte mentre Bruto stava leggendo, ei si vide al fianco un'ombra, la quale da lui interrogata chi fosse, gli rispose: io sono il tuo genio cattivo; ti attendo a Filippi; e che la notte precedente alla pugna, questa di nuovo gli comparve per annunziargli il prossimo suo fine. Creder si può che i rimorsi da cui era agitato Bruto per l'uccisione del suo amico e benefattore, gli rappresentassero all'immaginazione siffatti fantasmi, poichè i rimorsi sono i più crudeli carnefici dei malvagi.

            Voglio qui farvi notare un errore commesso da molti eroi del paganesimo. Pensavano essi di trovare in una volontaria morte un rimedio ai mali della vita. Ma la religione, il buon senso, le leggi e gli stessi filosofi pagani, condannarono il suicidio, vale a dire l'uccisione di se stesso, perchè la vita essendoci donata dal Creatore, egli solo n'è il padrone. La cristiana religione poi reputa un grande eroe colui che sa reggere al peso delle sventure.

            Dopo la battaglia di Filippi Ottaviano ed Antonio si divisero tra loro l'impero senza avere alcun riguardo a Lepido. Ottaviano ebbe l'occidente, vale a dire l'Italia, le Gallie, la Spagna, con tutti gli altri paesi vicini a questi, e già sottomessi ai Romani; Antonio scelse l'oriente, cioè la Grecia, l'Egitto e tutti i paesi dell'Asia già soggiogati dai Romani.

            Intanto l'ambizioso Ottaviano più astuto, ed anche più virtuoso del suo collega, prepara vasi ad invadere l'impero del mondo. Contribuì assai a far risplendere le virtù di Ottaviano la cattiva condotta di Antonio. Costui invece di occuparsi del governo de' suoi popoli {95 [95]} si abbandonò all'ozio ed alla crapula, lasciandosi affascinare dai vezzi di una regina d'Egitto chiamata Cleopatra. Questi vizi disonorano gli uomini, e li fanno cadere in dispregio presso tutti i buoni.

            Ottaviano all'opposto si occupava a distruggere i partigiani di Bruto, che non erano morti a Filippi. Attendeva con tutte le sue forze a promuovere l'ordine, ed a procacciarsi coi benefizii l'amore de' Romani. Quando poi s'accorse che Antonio per la disonorevole sua condotta era caduto in dispregio presso ai Romani, marciò contro di lui conducendo una flotta, vale a dire un'armata navale, di circa trecento galere. Antonio scosso dal pericolo risvegliò l'antico suo animo e raccolte tutte le sue forze si mosse ad incontrare Ottaviano. Lo scontro delle due armate fu nella Grecia presso al promontorio di Azio, e perciò questo fu detto battaglia d'Azio, avvenimento assai notevole, perchè da esso fu deciso il destino di tutto il Romano impero.

            La battaglia fu con vigore sostenuta per poco da ambe le parti, finchè Antonio, vedendo Cleopatra a fuggire, abbandonò il suo esercito per tenerle dietro. Ottaviano riportò compiuta vittoria, e quelli che non furono vinti, vedendosi abbandonati dal loro generale, si arresero spontaneamente. L'infelice Antonio dopo essere andato vagando per qualche tempo, venuto in Alessandria, si diede volontariamente la morte. Cleopatra alla notizia della morte di Antonio procurò di farsi mordere da un aspide, specie di serpe molto velenoso, e poco dopo spirò. Tremende conseguenze della disonestà!

            Ottaviano, giunto in Roma, depose ogni pensiero di guerra, e tutto si occupò nel consolidare il suo governo {96 [96]} e rendere la pace al mondo già da tanti anni dalle guerre agitato e sconvolto. Siccome il nome di Dittatore era venuto in dispregio, egli prese il modesto titolo d'Imperatore, vale a dire comandante; titolo col quale i soldati per ordinario salutavano i loro capi dopo la vittoria. Aggiunse pure al nome di Ottaviano quello di Augusto, e con questo nome parve altresì prender nuovi costumi. Alle guerre civili, alle proscrizioni, alle stragi sottentrò l'ordine, la sicurezza e l'abbondanza. La pace che in quel tratto di tempo tutto il mondo godeva, l'universale aspettazione, in cui vivevano tutte le nazioni della terra, di un maestro che dal cielo venisse ad ammaestrare gli uomini, indicavano prossimo il sospirato momento predetto ne' libri santi; vale a dire che tutti i popoli della terra per mezzo di un Salvatore dovevano essere chiamati alla conoscenza del vero Dio.

            Pertanto circa l'anno del mondo 4000, di Roma 752, del regno di Augusto 45 nacque il Messia. Augusto senza saperlo concorse all'adempimento de' divini decreti, poichè egli ordinò un censo, ossia numerazione di tutti i sudditi del vastissimo Romano impero; la qual cosa obbligò Maria SS. e S. Giuseppe a recarsi in Betlemme città della Giudea. Quivi secondo le profezie nacque Gesù Cristo Salvator del mondo.

            D'ora innanzi noi computeremo gli anni dall'era volgare la quale comincia quattro anni prima della nascita di Cristo. {97 [97]}

 


Epoca Seconda. L'Italia cristiana

Dal principio dell'Era volgare fino alla caduta del Romano impero in Occidente nel 476.

 

I. L'impero d'Augusto.

 

            Dall'anno l all'anno 13 dopo Cristo.

 

            Finora abbiamo considerato l'Italia nel suo rapporto colla repubblica Romana, e abbiamo veduto questa potenza sorgere da umili principii, e crescere a segno che ai tempi di cui qui intendo di parlarvi era divenuta padrona di quasi tutto il mondo in que' tempi conosciuto.

            Voglio però che voi, miei cari amici, notiate bene lo straordinario ingrandimento di questa potenza non essere tutto dovuto ai Romani, perchè noi potemmo osservare che la maggior parte di que' prodi, i quali si segnalarono nella gloria Romana, erano corsi a Roma dalle varie parti d'Italia. Laonde Roma si può meglio appellare centro ove concorsero gli eroi, anzichè esserne la patria.

            Ora intrapendiamo la storia dell'impero Romano, che vi tornerà forse più piacevole di quanto abbiamo finora narrato, sia perchè abbiamo più certe e copiose notizie, sia perchè gli avvenimenti sono più dilettevoli e di maggior importanza. {98 [98]}

            Primo imperatore dei Romani, come vi ho già raccontato, fu Ottaviano Cesare, il quale ritornato a Roma vittorioso di Antonio fu accolto con indicibile applauso dal popolo e dal Senato. Andò egli stesso a chiudere le porte del tempio di Giano, segno che tutte le guerre erano terminate. Egli fu soprannominato Augusto, vale a dire Grande: ed agosto fu in suo onore appellato il mese dell'anno che prima dicevasi sestile. Gli furono decretati i titoli d'imperatore, di console, di tribuno, di censore, e di padre della patria. Il popolo voleva obbligarlo ad accettare la dittatura perpetua, ed egli il pregò a non volergli addossare tale dignità e proibì rigorosamente di essere chiamato Dittatore.

            Da quel tempo Augusto si applicò unicamente al bene de' suoi sudditi, e si mostrava cortese ed affabile verso i suoi medesimi nemici. Un giorno egli trovò un suo nipote che leggeva un volume di Cicerone, di cui egli aveva permessa la morte. Il fanciullo sorpreso tentava di coprirlo colla veste. Augusto prese il libro e, lettane qualche pagina, lo restituì al nipote dicendo: costui, figliuol mio, fu un uomo dotto e amante della patria.

            Spesso camminava a piedi per Roma, trattava famigliarmente con tutti e accoglieva con bontà chi a lui ricorreva. Ad un uomo nel porgergli una supplica tremava tanto la mano che ora la offeriva, ora la ritirava; pensi tu forse, disse scherzando Augusto, di dare una moneta ad un elefante? Questo diceva alludendo a quegli elefanti che si facevano vedere al popolo, i quali raccoglievano essi medesimi colla tremenda loro proboscide il danaro che davasi per vederli. Indi subito accolse la supplica e favorì la dimanda.

            Un vecchio soldato citato in giudicio correva grave {99 [99]} pericolo della vita, per la qual cosa si recò da Augusto affinchè lo aiutasse. Egli tosto scelse un buon avvocato perchè prendesse la difesa dell'accusato. Allora il soldato scoprendosi le cicatrici esclamò: «quando tu eri nel pericolo alla battaglia d'Azio, non ho mandato uno a far le mie veci, ma io stesso ho combattuto per difendere la tua vita.» Arrossì Augusto, assunse egli stesso la difesa dell'accusato con tanto calore, che il medesimo andonne assolto.

            Passeggiando un giorno per Roma incontrò un artefice che aveva ammaestrato un corvo a dire: ti saluto, o Cesare vincitore, imperatore. Augusto maravigliatosi diede una grossa somma per avere quell'ingegnoso uccello.

            Un altro artefice instruì egli pure un corvo a proferire lo stesso saluto, ma quell'uccello, simile a certi giovani, che si annoiano dello studio, non faceva alcun profitto, onde il suo maestro andava dicendo: ho perduto il tempo e la fatica. Tuttavia gli riuscì finalmente di fargli apprendere il desiderato saluto, il quale udendo Augusto soggiunse: ne ho abbastanza di questi salutatori in casa. Allora il corvo aggiunse le parole colle quali il padrone soleva lagnarsi: ho perduto il tempo e la fatica; al che Augusto si mise a ridere e comprò 1'uccello a gran prezzo.

            Molti altri aneddoti di simil genere si raccontano di Augusto. Non v'incresca che ve ne narri ancora alcuni. Un maestro di grammatica faceva versi in onore di Augusto, e quando quel principe usciva di palazzo glieli offeriva, sperando qualche ricompensa, ma sempre invano. Augusto vedendo ripetersi più volte la cosa medesima scrisse egli pure alcuni versi in greco e li diede a quel {100 [100]} maestro. Egli nel leggerli cominciò a farne le maraviglie colla voce, col volto e col gesto. Quindi avvicinandosi al cocchio di Augusto trasse fuori i pochi danari che aveva nella borsa per darli al principe; e disse che avrebbe dato di più, se più avesse avuto. Alle quali parole tutti si misero a ridere, ed Augusto chiamato il maestro gli fece contare una competente somma di danaro.

            Egli andava guardingo a contrarre amicizie, ma contrattene le conservava fedelmente. Suo intimo amico fu un cavaliere romano chiamato Mecenate, il quale colla sua prudenza e co' suoi consigli impedì ad Augusto di far male ad altri, e lo consigliò a far molte buone opere. Fortunato colui che ha un buon amico e che sa valersi de' suoi consigli. Augusto lo esperimentò. In un trasporto di zelo un giorno era in procinto di proferire una sentenza, con cui parecchi cittadini erano condannati a morte. Era anche presente Mecenate, il quale tentò di avvicinarsi a lui per fargli cangiar proposito; e non potendosegli avvicinare per la gran quantità di gente, scrisse in un biglietto: alzati, o manigoldo, e lo gettò ad Augusto. Questi appena lo ebbe letto tosto si alzò e niuno più fu condannato.

            Mentre si applicava al bene de' suoi sudditi con liberalità e giustizia, spendeva assai tempo nello studio. Non dormiva più di sette ore e nemmeno intiere, e se avveniva che si svegliasse in quel frattempo, chiamava alcuni giovanetti che gli facessero lettura finchè ripigliasse il sonno.

            Tuttavia non pensatevi che Augusto fosse amato da tutti; ci sono uomini tanto scellerati da attentare alla vita di quelli medesimi che l'hanno data a loro stessi. {101 [101]} Fu pertanto tramata una congiura che tendeva a dare la morte all'imperatore, e ne era capo un certo Cinna già condannato a morte e graziato dallo stesso Augusto.

            L'imperatore essendone stato informato, mandò a chiamar Cinna, e trattolo nella camera più segreta di sua casa, se lo fece sedere accanto. Quindi fattosi promettere che non l'avrebbe interrotto, gli raccontò ad una ad una le grazie ed i favori che gli aveva fatti; tu, o Cinna, sai tutto questo, conchiuse, e vuoi assassinarmi? A questi detti Cinna esclamò che non aveva mai immaginata tale scelleratezza; tu non attendi la parola, ripigliò Augusto: eravamo intesi che non mi avresti interrotto. Sì, te lo ripeto, tu vuoi assassinarmi.

            Dopo di ciò gli espose tutte le circostanze, gli nominò i complici della congiura, al che Cinna fu sì ripieno di terrore, che non poteva più profferir sillaba. Augusto gli fece i più vivi ed i più affettuosi rimproveri della sua perfidia, e conchiuse dicendo: «O Cinna, ti fo grazia della vita una seconda volta, te l'accordai quando eri mio dichiarato nemico, te l'accordo ancora oggi che vuoi renderti traditore e parricida. D'ora innanzi siamo amici, e porgiamo al popolo Romano un grande spettacolo; io quello della generosità, tu quello della riconoscenza

            Augusto volle inoltre che Cinna fosse console per l’anno seguente, e ne fu ben ricambiato della sua clemenza. Cinna divenne l'amico più fedele del suo principe; nè più si ordirono cospirazioni contro di lui.

            Intorno a questo tempo venne a Roma Archelao per succedere a suo padre Erode il Grande nel regno della Giudea, e l'ottenne. Ma invece di essere il padre del popolo, come deve essere un buon sovrano, ne divenne {102 [102]} l'oppressore; perciò fu citato a Roma. Convinto di misfatto, venne mandato in esilio a Vienna nel Delfìnato. Allora il regno di Archelao fu ridotto ad una provincia Romana, governata dagli uffiziali dell'imperatore.

            Così lo scettro, ossia la sovrana autorità, cominciò a cessare di diritto, allorchè Erode il Grande fu creato re dai Romani; cessò di fatto in questo tempo che la Giudea fu fatta provincia Romana ed unita alla Siria, le quali cose, secondo la profezia di Giacobbe, dovevano avverarsi alla venuta del Salvatore[5].

 

 

II. Avversità di Augusto.

 

            Augusto, prima di finire i suoi giorni, ebbe a sopportare gravissime avversità. Molti parenti ed amici da lui colmati di grandi benefizii, lo pagarono colla più mostruosa ingratitudine; ed è una gran ferita al cuore il vedersi mai corrisposti da quelli a cui noi abbiamo fatti benefizii.

            Anzi, fra le stesse vittorie riportate da' suoi generali, ebbe pure una terribile perdita cagionata da un generale chiamato Varo. Quest'uomo ambizioso ed ingordo di danari fu mandato al governo della Germania. I Germani, nome che significa uomini di guerra, abitavano la parte orientale dell'Europa dal Reno (fiume che nasce nel monte S. Gottardo e va a scaricarsi nel mare Atlantico) fino ad un altro fiume detto Vistola, che trae sorgente nell'Austria, e versa le sue acque nel Baltico. Eravi nel paese compreso tra questi due fiumi un'immensa foresta, nota sotto il nome di Ercinia o {103 [103]} Selva Nera, a cagione della sua estensione e densità.

            Varo non potendo facilmente ammassare tesori presso quei poveri popoli, aggravavali colle più dure imposizioni. Finchè un capo di que' barbari chiamato Arminio, uomo feroce, ma di gran coraggio, tirò in agguato tutto l'esercito Romano. Egli si finse amico di Varo, e colla promessa di dargli in mano certi tesori, che diceva sapere egli solo dove erano nascosti, lo attirò colle sue legioni in mezzo alla Selva Nera.

            Colà il Romano esercito, nel buio della notte, venne improvvisamente assalito dai Germani, e senza nemmeno poter far uso delle armi, fu quasi interamente trucidato. Allora Arminio condannò ad orrendi supplizi quei soldati che erano caduti vivi nelle sue mani, e per eccesso di barbarie proibì sotto pene le più severe, che loro si desse sepoltura.

            Sparsa tale notizia, tutta l'Italia fu presa dal maggiore spavento, e ognun temeva che i barbari si movessero verso l'Italia innanzi che alcuno potesse loro opporsi. Tutta Roma trovavasi nella massima costernazione, e lo stesso Augusto profondamente addolorato, si vestì a lutto, si lasciò crescere la barba ed i capelli, il che era il maggior segno di cordoglio che dar potesse un Romano; e qua e là correndo come un forsennato, esclamava: Varo, rendimi le mie legioni.

            Finalmente Augusto indebolito dall'età, dalle fatiche e dal dolore cagionatogli dalla sconfitta della Selva Nera, abbandonò Roma per ritirarsi in campagna e godere alquanto di quiete. L'ultimo giorno di sua vita chiesto uno specchio, fecesi acconciare i capelli e sontuosamente vestito si volse ai suoi amici dicendo: non ho fatto bene la mia parte? Risposero di sì. Or bene, {104 [104]} ripigliò Augusto, la commedia è finita, battete le mani. Egli morì in Nola, città della terra di Lavoro, in età di anni 76, nei 57mo del suo regno, 13mo di G. C.

            Questo imperatore fu nei primi anni del suo regno crudele, ma le buone azioni fatte negli anni posteriori lo fecero avere in grandissima venerazione presso ai suoi sudditi anche dopo morte.

 

III. Crudeltà di Tiberio e di Caligola.

 

            Dal 44 al 41 dell'Era volgare.

 

            Al pacifico Augusto succedette nell'impero il crudele Tiberio. Costui seppe nascondere la ferocia del suo cuore finchè fu giunto al potere. Quando poi se ne trovò in possesso, non ci fu crudeltà che non commettesse. Un generale di nome Germanico, nipote di Tiberio, combatteva vittoriosamente i Germani, e Tiberio geloso della gloria di lui, lo chiamò a Roma sotto lo specioso pretesto di fargli godere la gloria del trionfo. La grazia di Germanico, la sua affabilità, le replicate vittorie da lui riportate, lo avevano reso l'idolo del popolo Romano.

            Tiberio vie più ingelosito, lo mandò nelle parti di Oriente contro ai Parti, perchè sedasse nuovi tumulti, ma intanto erasi accordato segretamente con Pisone e sua moglie Plancina, perchè avvelenassero al più presto possibile quell'uomo valoroso. Egli pertanto dopo aver riportate molte vittorie cadde ammalato nella città di Antiochia, e in breve s'accorse che gli era stato dato il veleno. Tutto il popolo romano pianse amaramente questo giovane eroe. Le ceneri di lui vennero portate a Roma, e quando furono deposte nel sepolcro di Augusto, si fece d'improvviso un cupo silenzio, ed i magistrati, i {105 [105]} soldati e il popolo, si posero a gridare che la repubblica era perduta.

            Seiano, prefetto della guardia pretoriana, cioè di quei soldati che erano incaricati di invigilare alla sicurezza dell'imperatore e della città, e strumento di gran parte delle sue crudeltà, cadde in sospetto a Tiberio, che lo fece subito condannare a morte insieme con la moglie, figli ed amici.

            Un detto, un gesto, uno sguardo che non avesse piaciuto all'imperatore, erano delitto di morte. Se non che annoiatosi a poco a poco di quelle condanne particolari, ordinò che fosse fatto morire senz'altro processo, chiunque venisse accusato. Allora tutta l'Italia fu piena di lamenti, il terrore regnava da ogni parte. Ma quel Dio che invigila sopra il genere umano, può, quando il vuole, metter fine alle scelleratezze degli uomini. Per darsi in preda ad ogni sorta di stravizi, negli ultimi anni di sua vita, Tiberio ritirossi nell'isola di Capri, dove alfine indebolito dalle sue infami dissolutezze, essendo svenuto, un certo Macrone, abituato ne' delitti, gli gettò un guanciale sulla faccia, e lo soffocò nell'anno 37 dell'era volgare. Nell'anno diciottesimo del regno di Tiberio, mentre in Italia avevano luogo tante inaudite barbarie, compievasi nella Palestina un avvenimento che doveva far cangiare faccia all'universo. Gesù Cristo, Salvatore del mondo, dopo aver predicato il Vangelo in tutto la Palestina, con una morte volontaria e con una gloriosa risurrezione, consumò l'opera della redenzione del genere umano. Pilato, governatore della Giudea, riferì a Tiberio la storia della passione, del risorgimento e dei miracoli di Gesù Cristo. Tiberio ne informò il Senato e propose che Gesù Cristo fosse dai Romani posto {106 [106]} nel novero degli dei. Ma il Signore del cielo e della terra non doveva essere confuso colle ridicole divinità dei Pagani. Il Senato, offeso perchè non era stato il primo a fare questa proposta, rigettò la dimanda del principe.

            I tristi esempi di Tiberio furono seguiti da Caligola, di lui successore. Esso era figliuolo del prode Germanico, ma era privo affatto della virtù del padre. Non havvi stranezza, non delitto, in cui non siasi bestialmente immerso. Ascoltate, ma con ribrezzo.

            Nelle sue stravaganze volle che gli fossero resi onori divini, perciò diede a se stesso il nome di varie divinità. Ora prendeva il nome di Marte, talvolta di Giove, di Giunone, di Venere, e vestito degli abiti di queste divinità, riceveva adorazioni e sacrifizii. Si fece fabbricare un tempio in cui fu riposta una sua statua d'oro magnificamente vestita; dinanzi a quella dovevano prostrarsi i suoi adoratori; gran numero di sacerdoti ogni giorno a lui sacrificavano. La dignità di pontefice era tra le prime di Roma. Egli volle che sua moglie, e di poi il suo cavallo, fossero sommi pontefici. Voi fate senza dubbio le maraviglie a tali sciocchezze, pure voi vedrete ancor di peggio.

            Per quel suo cavallo nudriva una passione sì strana, che ordinò che gli fosse costrutta una stalla di avorio ed una mangiatoia d'oro, e che fosse coperto con una gualdrappa (ossia coperta) di porpora, e che portasse al collo un monile di gemme preziose. Affinchè poi nessuno strepito turbasse il sonno di quella bestia preziosa, faceva stare guardie intorno alla stalla lungo la notte; aveva destinati parecchi servi e domestici, i quali erano incaricati di provvedere quanto poteva occorrere al magnifico Incitato; tale era il nome dato dall'imperatore {107 [107]} a quell'animale. Qualunque personaggio fosse andato a fargli visita, era lautamente trattato.

            Tenete il riso se potete: un giorno l'imperatore invitò quel cavallo alla sua tavola, ove era apparecchiato un sontuoso pranzo; gli fece porre innanzi dell'orzo dorato, che probabilmente non gli piacque tanto quanto il suo solito cibo; gli versò egli stesso del vino in una coppa d'oro, nella quale bevette poi egli stesso. Quel pazzo principe aveva stabilito di conferire a quella bestia la dignità di console, se fosse vissuto quanto ei sperava.

            Le follie, le stravaganze conducono naturalmente alla crudeltà, e Caligola fu altresì uno dei principi più crudeli. Non avendo più danaro a scialacquare, faceva mettere a morte i più onesti cittadini, affine di appropriarsi i loro beni. Nè potendo tuttavia saziarsi del sangue umano, andava bestialmente esclamando: «Ah! vorrei che il popolo Romano avesse una sola testa per tagliarla con un sol colpo.» Io passo sotto silenzio molte altre scelleratezze di questo principe, perchè fanno troppo ribrezzo. Vi basti il dire che egli non aveva più un amico; perciò da tutti abborrito, fu da un certo Cherea finalmente trucidato in occorrenza di una solennità, mentre andava al teatro, nell'anno 41, dopo quattro anni di regno.

            Così morirono Tiberio e Caligola, principi da tutti maledetti, perchè i malvagi sono temuti in vita, ma odiati dopo morte. {108 [108]}

 

 

IV. I primi martiri.

 

            Dal 42 al 68 dopo Cristo.

 

            A Caligola succedette nell'impero Claudio, primo di tal nome, il quale a danno di suo figliuolo volle adottare Nerone e stabilirlo successore al trono.

            Se io volessi raccontarvi ad una ad una le nefandità di questi imperatori, o meglio di questi oppressori del genere umano, dovrei ripetervi quanto di più empio e di più crudele si trova in tutte le storie delle altre nazioni. Era pertanto di somma necessità che venisse un maestro, che colla santità di sua dottrina insegnasse ai regnanti il modo di comandare, ai sudditi quello di ubbidire. Questo fece la religione di Gesù Cristo. Richiamatevi qui a memoria la famosa visione di Nabuccodonosor, con cui Dio rivelava a quel principe quattro grandi monarchie, delle quali l'ultima doveva superare tutte le altre in grandezza e magnificenza; questa era l'impero Romano.

            Ma una piccola monarchia, raffigurata in un sassolino, doveva atterrare questa grande potenza, e sola estendere le sue conquiste per tutto il mondo, per durare in eterno. Questa monarchia eterna da fondarsi sopra le rovine delle quattro antecedenti, era la Religione Cattolica, la quale doveva dilatarsi per tutto il mondo, per modo che la città di Roma, già capitale del Romano impero, diventasse gloriosa sede del Vicario di G. C. del Romano Pontefice.

            Primo a portare questa santa religione in Italia fu san Pietro Principe degli Apostoli, stabilito Capo della Chiesa dal medesimo Salvator nostro. Egli aveva già {109 [109]} tenuto sette anni la sede apostolica nella città di Antiochia: l'anno quarantesimo secondo dell'Era Cristiana venne a stabilirsi in Roma, città in quel tempo data in preda ad ogni sorta di vizi, perciò niente disposta a ricevere una Religione che è tutta virtù e santità.

            Tuttavia Dio che è padrone del cuore degli uomini fece sì, che il Vangelo fosse ricevuto in molti paesi d'Italia, in Roma e nella stessa corte dell'imperatore. Ma una furiosa persecuzione mossa dall'imperatore Nerone insorse contro alla novella Religione.

            Questo principe aveva già fatto condannare a morte migliaia di cittadini. Britannico suo fratello, Agrippina sua madre, sua moglie l'imperatrice Ottavia, il dotto filosofo Seneca di lui maestro, furono vittima di quel mostro di crudeltà. Egli fece appiccare il fuoco a parecchi quartieri della città, vietando severamente che l'incendio si smorzasse; e mentre globi di fiamme e di fumo s'innalzavano da tutte le parti, Nerone vestito da commediante salì sopra una torre d'onde vedendo tutta Roma in combustione se ne stava cantando sulla cetra l'incendio di Troia, cioè quel famoso avvenimento di cui si parla nella Storia Greca.

            Accortosi poi Nerone che quel disastro metteva il colmo all'indignazione dei Romani contro di lui, negettò tutta la colpa sopra i Cristiani. Non potrei qui ridirvi, o giovani cari, a quali spaventosi supplizi i generosi Cristiani furono condannati. Alcuni coperti di pelli di bestie erano divorati da cani; altri rivestiti di tuniche intonacate di pece e di zolfo erano accesi a modo di fiaccole per far lume durante la notte. Parecchi crocifissi dai carnefici, altri lapidati dalla plebaglia.

            Tali tormenti, non è vero? atterriscono gli uomini {110 [110]} più intrepidi; pure tanto coraggio Iddio infondeva nel cuore di quei Cristiani, che si videro deboli donne, vecchi, ed anche fanciulli andar incontro alle torture, impazienti di morire per la fede. A coloro che sopportarono tali tremendi tormenti si diede il nome di Martiri che vuol dire testimoni perchè davano la loro vita per testificare in mezzo ai tormenti la divinità della Religione di Gesù Cristo.

            S. Pietro primo Papa subì il martirio in questa prima persecuzione e fu crocifisso col capo all'in giù sul monte Gianicolo. Il giorno stesso S. Paolo fu condotto tre miglia distante da Roma nel luogo detto le acque Salvie dove gli fu troncata la testa.

            Ora che vi ho raccontato i tormenti che Nerone fece patire ai martiri della fede, voglio narrarvi quale fine abbia fatto egli stesso. Dopo di aver esercitato ogni sorta di crudeltà si mise a fare il cocchiere, vale a dire a guidare cavalli nei giuochi del circo, ed esercitare il basso mestiere di commediante, e giunse fino a farsi capo di una squadra di libertini coi quali notte tempo assaliva e maltrattava i passeggieri.

            Tante follie unite a tante crudeltà gli tirarono addosso l'odio e il disprezzo di tutti, sicchè fu proclamato nella Spagna un altro imperatore di nome Galba. A tale notizia Nerone dalla paura parve tratto fuor di senno. Gettò a terra con violenza la tavola sopra cui pranzava, ruppe in mille pezzi due vasi di cristallo di gran prezzo, batteva la testa nelle muraglie. Frattanto gli viene recata la nuova che il Senato l'aveva condannato a morte; allora fra l'oscurità della notte esce dal palazzo, corre di porta in porta ad implorare soccorso da' suoi amici, i quali tutti lo fuggono: perchè i malvagi {111 [111]} hanno solo cattivi amici che li abbandonano appena si accorgono delle loro sventure.

            Tuttavia per tentare di salvarsi in qualche modo monta sopra un cavallo, si fa coprire con un vile mantello, e fra le maledizioni e sconosciuto passa in mezzo a' suoi nemici che gli gridano morte da tutte parti. Oppresso nella fuga da ardente sete, costretto a bere acqua limacciosa nel cavo della mano esclamò: Sono questi i liquori di Nerone!

            Giunto alla casa villereccia di un suo servo di nome Faonte tentò di nascondersi. Se non che subito s'accorse che il suo asilo era intorniato dai soldati che lo cercavano a morte. Allora non sapendo più a che partito appigliarsi andava a tutta voce gridando: «non è egli peccato che un sì buon cantante perisca?» Ciò detto, per iscansare il pubblico supplizio, si trapassò da se stesso con un pugnale la gola. Fine degna di questo mostro che in soli tredici anni di regno trovò modo di far inorridire del suo nome i tiranni medesimi (anno di Cristo 68). Nerone morì il giorno che aveva fatto uccidere sua madre in età d'anni trent'uno: egli fu l'ultimo imperatore della famiglia di Augusto.

 

 

V. La battaglia di Bebriaco.

 

            Dal 68 al 71 dopo Cristo.

 

            Galba erasi già avanzato fin nelle Gallie quando il senato ed il popolo il proclamarono imperatore. A questa notizia egli venne a Roma, e al proprio nome aggiunse il titolo di Cesare, col quale si contraddistingueva il capo dell'Impero. Ma potè soltanto tenere il trono otto mesi, poichè gli fu troncata la testa in {112 [112]} una sommossa eccitala per alcune sue crudeltà da un certo Ottone compagno de' misfatti di Nerone, che allora ambiva l'impero.

            Ottone innalzato all'impero da una sedizione militare non potè acquistarsi l'amore de' suoi sudditi, perciocchè troppo erano conosciuti i disordini della sua gioventù. Di più l'esercito Romano che militava nella Germania scelse un suo generale di nome Vitellio e lo creò imperatore.

            Allora si videro due imperatori a contendersi il supremo dominio. I partiti erano ambidue terribilmente forti, e da numerose soldatesche sostenuti. Quando Ottone udì che Vitellio si avanzava verso Roma colle sue genti gli andò incontro e si scontrarono a Bebriaco ora Cividale fra Mantova e Cremona. Sì grande era il desiderio di combattere che in tre giorni seguirono tre grandi battaglie sempre vantaggiose ad Ottone, finchè Valente e Cecina famosi generali di Vitellio, unendo insieme le loro forze, diedero nel tempo stesso un generale attacco alle genti nemiche. L'esercito di Ottone fu disfatto, ed egli stesso, degno seguace di Nerone, si ritirò nella sua tenda e disperatamente si die la morte. Così Vitellio senza alcun contrasto potè entrare trionfalmente in Roma e salire sul trono de' Cesari.

            Dopo il fatto d'armi di Bebriaco, mentre una parte dell'esercito di Vitellio doveva partirsi da Torino e ricondursi in Bretagna, accadde che un soldato Batavo insolente prese ad insultare con parole ingiuriose un artefice Torinese per causa del prezzo di un suo lavorio. Un Britanno alloggiato in casa dell'artefice ne prese vivamente la difesa. In breve si aumentò il numero dei tumultuanti e i Britanni (inglesi) prendendo le parti del {113 [113]} loro legionario venivano già alle mani coi Batavi che difendevano il loro milite; quando due coorti pretoriane si interposero prendendo le parti dei Britanni. Parecchi rimasero uccisi da ambe le parti; e i Batavi vedendosi costretti a partirsene appiccarono il fuoco alla città di Torino e in gran parte la incenerirono. Ciò non ostante i Torinesi continuarono a mantenersi fedeli ai Romani imperatori.

 

 

VI. Vespasiano.

 

            Dal 70 al 79 di Cristo.

 

            Fate pure le maraviglie: or giungiamo finalmente alla storia di un principe, che posso accertarvi non essere stato il flagello dell'umanità, anzi tanto Vespasiano quanto suo figlio Tito procurarono tempi più tranquilli all'Italia. Vespasiano fin dai tempi di Nerone era stato spedito in Palestina per acquetare alcuni tumulti insorti tra i Giudei, i quali or per un motivo or per un altro ribellavansi contro ai Romani. Da abile generale egli aveva già soggiogato colle armi tutto quel paese; solo rimanevagli ad impadronirsi di Gerusalemme, quando gli eserciti Romani di Oriente sdegnosi di servire ad un crapulone quale era Vitellio, veggendo che Vespasiano era uomo coraggioso, abilissimo in fatto d'armi, affabile e cortese con tutti, perciò amato da tutti quelli che lo conoscevano, lo proclamarono imperatore. Quando fu annunziato a Vitellio che i soldati di Vespasiano erano già penetrati nel campo di Marte ed in Roma stessa, egli non pensò che a mangiare e a bere fino ad ubbriacarsi.

            Intanto mentre da tutte le parti risuonavano grida di evviva pel novello imperatore, lo stupido Vitellio si {114 [114]} andava strascinando come meglio poteva per le sale del suo palazzo gridando ad alta voce: soccorso, soccorso: niuno gli rispondeva perchè i servi, anche più infimi erano fuggiti.

            Erasi poi appiattato in un canile, quando i soldati, che andavano in cerca di lui, trattolo fuori del suo nascondiglio lo misero a morte.

            In simile guisa Vespasiano, divenuto tranquillo possessore dell'Impero, adoperò tutte le sue sollecitudini per riparare i gravi disordini introdotti da tanti malvagi imperatori che lo precedettero. Scacciò dal senato quelli che lo disonoravano coi loro vizi, riformò varii abusi ne' tribunali e nelle milizie.

            Egli abborriva sommamente la mollezza, ed un giovane nominato ad una carica essendo andato tutto profumato per ringraziamelo, l'imperatore persuaso che colui il quale si occupa della coltura del corpo, per lo più manca delle virtù dello spirito, lo rimproverò dicendogli: invece di profumi, amerei meglio che mandaste odore di aglio. Quasi dicesse che egli amava più un giovane rozzo e incivile, che un vano damerino, e lo licenziò dall'impiego.

            Quando Vespasiano lasciò Gerusalemme affidò l'assedio di quella città al valoroso Tito suo figlio. Quella nazione ostinata resistette al nemico fino agli estremi. I Giudei persuasi che quello era il secolo, nel quale secondo le profezie doveva venire il Messia, e credendo eziandio che il regno di quell'aspettato Liberatore fosse temporale, si ostinavano a difendersi contro ai Romani. Inoltre prestavano fede a varii impostori che di quando in quando si andavano spacciando per Messia, e quando udivansi a dire che il Messia era già venuto e che era Gesù {115 [115]} Cristo da loro condannato e messo in croce, vie più si sdegnavano. Intanto crescevano i disordini tra di loro e le dissensioni erano fomentate dalle varie sette e da quegli impostori che si qualificavano per Messia. Nelle ostilità antecedenti erano già periti trecentomila Giudei, e nel lungo assedio per ferro, fuoco e fame ne morirono più di un milione!

            Tito finalmente espugnò Gerusalemme, mandò a vendere centomila ebrei come schiavi; la città ed il tempio furono arsi e distrutti. Così fu avverata la minaccia del Salvatore fatta alcuni anni prima ai depravati ebrei quando disse: di Gerusalemme e del famoso suo tempio non rimarrà più pietra sopra pietra. Molte curiose particolarità di questo memorabile avvenimento avete già lette nella storia ecclesiastica, che giudico non abbiate ancora dimenticate.

            Vespasiano aveva molte buone qualità, ma gli si rimprovera il difetto di avarizia; il che dimostrò particolarmente nell'occasione che alcuni deputati di una città andarono a partecipargli che avevano raccolta una grossa somma di danaro per innalzargli una statua d'oro: «collocatela qui, loro rispose, presentando il concavo «della mano, ecco qua la base della statua bella e «pronta.» Infatti eglisi fece dare quella somma, azione poco onorevole per un imperatore. Egli esercitò pure alcuni atti di crudeltà condannando alla morte più illustri personaggi di Roma. Per la qual cosa essendo poco dopo caduto gravemente ammalato, molti riguardarono tale avvenimento come gastigo del rigoroso supplizio fatto patire agli altri. Morì d'anni settantanove dopo averne regnato dieci: egli fu il primo imperatore che topo Augusto morisse di morte naturale. {116 [116]}

 

 

VII. Eruzione del Monte Vesuvio.

 

            Dal 79 all’81 dopo Cristo.

 

            Tito figlio e successore di Vespasiano fu di gran lunga migliore del padre. Gli storici lo sogliono chiamare la delizia del genere umano. Egli desiderava essere da tutti amato, anzichè temuto; fu così clemente e buono verso i suoi sudditi, che durante il suo regno niuno fu condannato a morte.

            Sempre intento a far del bene era grandemente afflitto quando non aveva occasione di far qualche buona azione. Una sera richiesto da' suoi amici perchè fosse malinconico: cari amici, rispose sospirando, ho perduto una giornata! Perchè? ripigliarono. Perchè oggi non ho fatto opera buona.

            Il regno di Tito fu segnalato da grandi calamità. Una violenta peste devastò una parte dell'Italia; un nuovo incendio ridusse in cenere parecchi quartieri di Roma, la quale dopo l'incendio di Nerone cominciava a ripigliare 1'antico suo splendore. Ma 1'avvenimento più d'ogni altro deplorabile fu un'eruzione del monte Vesuvio vale a dire di quel vulcano che manda fuoco anche al presente a poca distanza da Napoli. Forse voi non avete ancora una giusta idea de' vulcani, perciò voglio dirvi quello che gli eruditi asseriscono di questi monti spaventevoli.

            Un vulcano è una montagna la quale contiene gran quantità di materie bituminose e sulfuree. Allorchè quelle materie sono poste in moto da un fuoco sotterraneo, e che arde naturalmente in seno alla terra in modo a noi sconosciuto, esse producono scoppii terribili, {117 [117]}

mandano fuori da ogni parte turbini di cenere, pietre calcinate, bitume bollente, il quale raffreddandosi diventa duro al par della pietra e si appella comunemente lava. Nell'Italia noi abbiamo due di questi vulcani, il monte Etna nella Sicilia ed il Vesuvio vicino a Napoli.

            L'eruzione del Vesuvio che seguì ai tempi di Tito fu certamente un gran disastro. Cominciarono a farsi sentire violente scosse di terremoto, fragori sotterranei somiglianti al tuono; all'intorno il terreno pareva arso ed infuocato; l'acqua del mare agitata da cima a fondo minacciava di uscire dal suo letto; tutto spirava costernazione e terrore, quando in pieno mezzodì cominciarono ad uscire da quella infuocata montagna neri e densi globi di fumo misto con cenere, e nel tempo stesso si videro lanciate in aria enormi pietre, che con tremendo fracasso dall'alto precipitavano giù pei fianchi della montagna. Dopo di ciò apparvero fiamme mescolate con cenere e fumo, a segno che facendo velo al sole cangiarono il giorno in tetra notte.

            Un uomo coraggioso chiamato Plinio, soprannominato il naturalista, (per distinguerlo da un altro Plinio suo nipote detto il giovane), comandava la flotta Romana nella città di Miseno distante nove miglia da quel luogo. Per osservare da vicino quel terribile fuoco, mentre tutta la gente fuggiva, egli si avanzò verso il luogo ove maggiore era il pericolo, ma la sua curiosità gli costò la vita, e rimase soffocato dall'odore del zolfo e dalle ceneri.

            Plinio il giovane di lui nipote corse pure un gravissimo rischio in quella città. Sua madre gli diceva «fuggi, mio figlio, io sono vecchia ed inferma, avrò {118 [118]} «cara la morte, qualora io sappia che tu sei in luogo «sicuro. Madre, rispondeva il generoso figliuolo, io son «risoluto di perire o di scampare con voi, non vi «abbandonerò giammai.» Più volte essi vennero coperti dalla cenere, ma fortunatamente poterono salvarsi. Così la pietà del figlio era dalla Provvidenza ricompensata colla salvezza della madre e del figlio medesimo.

            Durante quest'eruzione due famose città appellate Ercolano e Pompei restarono sepolte sotto altissimi mucchi di cenere, e il loro sito giacque sconosciuto fino al 1710; tempo in cui vennero scoperte sotto al villaggio di Portici presso a Napoli a grande profondità.

            Vi si trovarono pitture preziose, utensili di casa, di toeletta, statue, monete, noci, uve, olivi, grano, pane, ed in una prigione si vide persino il cadavere di un infelice cinto ancora dalle catene. Queste cose poterono per sì lungo spazio di tempo conservarsi, perchè non erano esposte all'influenza dell'aria e delle stagioni, altrimenti sarebbero state di leggieri guaste e rovinate.

            Il medesimo villaggio di Portici è fabbricato sulla lava che coperse la città di Ercolano.

            Tito afflitto per tante calamità, cui i suoi sudditi andarono soggetti, si occupava indefessamente nel ristorare i loro mali; ed avrebbe senza dubbio fatto gran bene se una morte immatura non lo avesse tolto di vita dopo soli due anni di regno. Dicono che egli sia stato avvelenato da suo fratello Domiziano, il quale ambiva di succedergli nel trono; e di fatti ne fu il successore. {119 [119]}

 

 

VIII. Domiziano e Apollonio il mago.

 

            Dall'anno 81 al 96 dopo Cristo.

 

            A fatica si può concepire come Domiziano, figlio di Vespasiano, fratello dell'ottimo Tito, sia stato d'indole sì perversa. In lussuria e crudeltà fu un secondo Nerone, rassomigliando piuttosto ad un carnefice che ad un imperatore. Ordinò che non gli si potessero innalzar statue se non d'oro e d'argento; pretese di essere adorato come un Dio. La qual cosa sdegnando di fare molti illustri senatori ed altri ragguardevoli cittadini, furono fatti morire. Parecchi de' suoi più valorosi capitani, solo perchè gli cagionavano invidia col loro valore, furono condannati a morte. Presiedeva egli stesso ai supplizii, e metteva ogni studio per aggiugnere pene e spasimi ai condannati.

            L'anno secondo del suo regno pubblicò un editto che condannava a morte tutti i cristiani, e d'allora in poi volse tutto il suo furore nel perseguitarli e farli morire. Il console Flavio, suo cugino, abbracciò la fede cristiana con tutta la sua famiglia, e per questo solo motivo fu condannato a morte, e la stessa sua moglie Domitilla, parente dell'imperatore, fu mandata in esiglio. S.Giovanni l'Evangelista dall'Asia fu condotto a Roma, e presso la porta Latina per sentenza dell'imperatore fu immerso in una caldaia d'olio bollente, da cui però venne prodigiosamente liberato.

            Tante barbarie suscitarono da tutte parti congiure contro Domiziano. Un uomo straordinario di nome Apollonio, della città di Tiano, comunemente detto il mago, omentava egli pure una congiura a favore di un generale {120 [120]} chiamato Nerva. Lo seppe l'imperatore, e comandò che fosse arrestato e condotto a Roma. L'imperatore nel rimirare il sembiante di lui, lo strano vestito, la lunga barba, i bianchi capelli, si spaventò. Egli è un demonio, esclamò. Io ben veggo, rispose freddamente Apollonio, che gli dei non ti sono cortesi, perchè tu non sai distinguere i mortali dagli immortali. Interrogato poscia intorno alla congiura, egli negò tutto. Nonostante in pena della sua arroganza gli fu recisa la barba, i capelli, e venne messo in carcere. Di che niente intimorito, disse al suo confidente Dami: il mio destino è superiore a quello del tiranno, egli non potrà farmi alcun male.

            Diffatti egli trovò mezzo di fuggire, e si ritirò in Efeso, città dell'Asia Minore. Un di che egli faceva un discorso in presenza di molto popolo, fra le undici ed il mezzodì, repentinamente ruppe il ragionamento, e tramutato nell'aspetto e quasi convulso: percuoti, esclamo, percuoti il tiranno! Stato alcuni istanti in profondo silenzio soggiunse: il tiranno è spento, io ve lo giuro. Fu creduto pazzo dagli astanti, ma la cosa era proprio avvenuta così. Domiziano era stato trucidato nel proprio palazzo.

            Mi accorgo che più cose vi arrecano maraviglia, e che perciò vorreste dimandarmi: che cosa sono i maghi? Apollonio disse la verità?

            Vi risponderò in breve: anticamente i maghi erano filosofi, vale a dire uomini che si davano grandissima premura per lo studio della scienza. Più tardi questa parola fu usata a significar certi uomini che si vantavano di far miracoli, predir l'avvenire, ma che in sostanza erano veri ciarlatani. Perciocchè i veri miracoli {121 [121]} e le vere profezie possono soltanto venire da Dio, il quale non le permette giammai in conferma della menzogna.

            In quanto poi ad Apollonio, io credo ch'egli abbia benissimo potuto, anche di lontano, sapere l'ora della morte di Domiziano, perchè consapevole e forse complice della tramatasi congiura, informato del giorno e dell'ora in cui doveva effettuarsi. Sicchè nulla di soprannaturale avvenne sui fatti del mago Apollonio.

 

 

IX. Quattro imperatori buoni.

 

            Dal 96 al 161 dopo Cristo.

 

            Quando vi dico esserci stati degli imperatori buoni, uopo è che intendiate soltanto quella bontà che può avere un uomo pagano. Imperciocchè quasi tutti gli uomini virtuosi del paganesimo andarono soggetti ai vizii della crapula, della lussuria e dell'ambizione. La sola cattolica religione, perchè divina, è capace di sollevare l'uomo a portare vittoria sopra questi vizii, e a praticare la temperanza, l'onestà e la modestia.

            I quattro imperatori, di cui voglio ora parlarvi, sono Nerva, Traiano, Adriano e Antonino, dei quali vi racconterò le principali azioni. Al feroce Domiziano succedeva Nerva, uomo di provata bontà, il quale ne' due anni del suo regno si occupò a riparare i mali che Domiziano aveva cagionati all'impero. Alla sua morte designò Traiano per successore.

            Traiano, nato nella Spagna, primo tra i Romani imperatori di nascita non italiana, fu uno dei migliori sovrani che abbia avuto Roma pagana. Il suo regno è distinto per le vittorie riportate contro i Daci, oggidì Transilvani {122 [122]} e Moldavi, e ridusse quei paesi in provincia Romana. Tali vittorie ritornarono di gran vantaggio, perchè così liberava, l'impero da un gran tributo, cui il debole Domiziano erasi obbligato verso quei barbari, affinchè lo lasciassero in pace. Fece anche molte conquiste nelle parti di Oriente, e finì di vivere in Selinonte, città dell'Asia Minore, detta di poi Traianopoli, vale a dire città di Traiano. Anno 117.

            Sebbene in questo principe si ammiri la bontà del governo, tuttavia gli si rimprovera il disordine della ubbriachezza e molti altri difetti. Anzi è annoverato fra i persecutori della religione cristiana, ed appunto nell'anno ottavo del suo regno fu suscitata la terza persecuzione, in cui parecchi illustri personaggi furono condannati a morte, perchè erano cristiani.

            Adriano, successore di Traiano, è altresì annoverato tra i più chiari imperatori romani. Egli amava la pace, la giustizia e la sobrietà; coltivava molto le scienze. La sua memoria era così prodigiosa, che letto un libro, di subito ripetevalo da un capo all'altro. Egli riedificò la città di Gerusalemme sotto il nome di Elia, ma proibì per sempre agli Ebrei di andare colà per abitarvi.

            Si racconta di questo principe un bel tratto di bontà che io non voglio ommettere. Mentre passava per una pubblica piazza, una donna si era rivolta a lui per ottenere un favore che credeva giusto, ed essendo stata aspramente ributtata dall'imperatore, arditamente ella esclamò: perchè dunque siete nostro principe? Tali parole fermarono Adriano, il quale tornando indietro, ascoltò con pazienza la buona donna, e le concedette quello che dimandava. Adriano morì dopo venti anni di regno. Anno 137. {123 [123]}

            Antonino, figliuolo adottivo di Adriano, fa il migliore di questi quattro imperatori. Egli è soprannominato il pio per la sua bontà, e fu il primo imperatore che conoscendo la ragionevolezza della cattolica religione, lasciasse libero ai cristiani di professarla, perciò il primo che non abbia perseguitato i Cristiani. Questo pacifico intervallo diede campo ai ministri del Vangelo di far conoscere la religione di Gesù Cristo, la cui luce si andava spandendo per ogni luogo.

            Antonino morì nell'età di anni 73, dopo averne regnati 20, e la morte di lui fu riguardata come una pubblica calamità non solo per l'Italia, ma per tutto il romano impero. Gli fu innalzato un monumento che esiste ancora oggidì, e porta il nome di colonna Antonina, e Marc'Aurelio di lui successore, nell'occasione che fu inaugurata quella colonna, fece coniare una medaglia, la quale rappresenta da una parte l'immagine di Antonino, e dall'altra la colonna stessa con quest'iscrizione: Divo Pio, vale a dire al divino pio.

            Così mentre i malvagi sono tenuti in esecrazione presso ai posteri, i buoni si conservano in grata memoria tra le lodi e le benedizioni.

 

 

X. La legione fulminante.

 

            Dall'anno 161 al 180 dopo Cristo.

 

            Marco Aurelio era degno successore del saggio Antonino di cui era figlio adottivo. Fin dall'infanzia egli erasi applicato allo studio della filosofia, vale a dire di quella scienza che insegna all'uomo la pratica della virtù e la fuga del vizio. Egli si considerava come un padre, di cui erano figli tutti i suoi sudditi; perciò {124 [124]} impiegava tutte le sue cure per la pace e tranquillità del Romano Impero. Sotto al suo regno l'Italia godette perfetta tranquillità. Una cosa però che riuscì di gran danno all'Italia fu l'avere associato all'impero un suo fratello di nome Lucio Vero, principe dispregevole, privo di valore e di virtù; e rotto ad ogni sorta di vizi. Si videro per la prima volta nel tempo stesso due sovrani nel Romano Impero, il che avrebbe fin d'allora prodotto gravi perturbazioni; ma dopo alcuni anni Lucio Vero morì pe' suoi stravizzi. Sebbene più maiale che uomo, tuttavia Marco Aurelio lo fece annoverare fra gli déi.

            Questo imperatore riportò molte vittorie contro ai barbari ed estese le sue conquiste sino al di là del Danubio presso alle montagne di Boemia. Mentre colà accanitamente si combatteva, avvenne che 1'esercito Romano si lasciò cogliere nelle insidie dei barbari. I Romani erano chiusi nella gola di due montagne; davanti avevano il nemico di gran lunga in numero superiore; di più essendo nel bollor della state in breve la sete divenne tra loro sì crudele che' uomini e cavalli cadevano a terra sfiniti od arrabbiati.

            Per buona ventura era in questo esercito una legione di cristiani, vale a dire un reggimento di circa seimila soldati cristiani. Costoro instruiti nelle verità del Vangelo che insegna a ricorrere a Dio ne' bisogni della vita, in quelle strettezze abbassarono le armi, e postisi ginocchioni innalzarono a Dio fervorose preghiere dirimpetto al nemico che li motteggiava.

            Si vide allora ad un tratto coprirsi di nuvole il cielo, ed una dirotta pioggia cadere nel campo romano. A questo inaspettato prodigio tutti levarono la faccia {125 [125]} all'insù ricevendo così l'acqua a bocca aperta; tanto era ardente la loro sete. Dipoi empierono i loro elmi e bevettero essi ed i cavalli.

            I barbari giudicarono quel momento favorevole per attaccare i nemici, ma il cielo armandosi a pro' dei Romani scaricò sopra di quelli una terribile grandine, la quale mischiata con tuoni e fulmini rovinò tutti i loro battaglioni, in modo che rimasero vinti. Le truppe cristiane, alle cui preghiere era attribuito questo celeste favore, ricevettero il nome di legione fulminante. In memoria di questo fatto s'innalzò in Roma un monumento, che sussiste ancora ai nostri dì, in cui si vede scolpito in bassorilievo questo avvenimento così glorioso al cristianesimo.

            Ora dovete notare che Marco Aurelio aveva prestato fede a molte accuse che uomini malvagi avevano fatte contro ai cristiani, perciò fin dal principio del suo regno aveva mosso contro di loro la quarta persecuzione in cui fu sparso molto sangue cristiano. Dopo il prodigio della pioggia, pieno di riconoscenza verso ai cristiani, scrisse in loro favore al Senato, affinchè non fossero più perseguitati. Tuttavia tre anni dopo si riaccese la persecuzione, ond'è che Marco Aurelio è annoverato fra i persecutori del cristianesimo.

            Questo imperatore morì nel 180 in età d'anni 59. Raccontano che sia stato avvelenato da Comodo suo figliuolo, il quale ambiva di succedergli nel trono. A questo principe tenne dietro una lunga serie di altri imperatori, i quali tutti coi loro vizi disonorarono se stessi e il trono. {126 [126]}

 

 

XI. Quattro imperatori malvagi.

 

            Dal 180 al 222 dopo Cristo.

 

            Vi ho poc'anzi raccontata la vita di quattro imperatori buoni, ora debbo esporvi le azioni di quattro imperatori malvagi, che furono veri flagelli dell'Italia. Io mi limito a raccontarvi soltanto alcuni tratti della loro barbarie, affinchè ne abbiate grande orrore. I loro nomi sono Comodo, Settimio Severo, Caracalla, Eliogabalo. Comodo era figlio di Marco Aurelio e gli succedette nel trono. Più mostro che uomo prese ad imitare le crudeltà degli antichi tiranni. I suoi furori gli affrettarono la morte. In un eccesso di collera avendo condannato a morte sua moglie, essa il prevenne, e lo fece strangolare nel proprio palazzo. Così la crudeltà tornò a danno di chi n'era l'autore. Anno 193.

            Gli uccisori di Comodo tosto offrirono l'impero a Pertinace, nativo d'Alba, città del Piemonte. Egli si era pe' suoi meriti sollevato ai primi gradi della milizia. Presentatosi ai Pretoriani (così chiamavansi i soldati che formavano la guardia del corpo degli imperatori, stavano sempre nel loro campo dentro Roma, e sommavano almeno a 16 mila uomini) promise di dare a ciascuno di loro una somma corrispondente a 2300 fr. A tal patto i Pretoriani lo proclamarono imperatore, presentandolo al Senato, che non potè a meno di riconoscerlo. Ma non andò molto che tutti divennero malcontenti di lui. Quelli, che gli avevano offerto l'Impero, non si credevano sufficientemente ricompensati. I Pretoriani poi in grazia del danaro ricevuto datisi ai bagordi, nè più volendo ubbidire, si sollevarono, corsero al palazzo, e lo trucidarono dopo 87 giorni di regno. {127 [127]}

            Appena morto, due ricchi personaggi, Didio e Sulpiciano, si recano al campo dei Pretoriani, e là amendue a gara offrono danaro. I soldati ridevano di tal incanto, e Didio, che superò Sulpiciano col promettere ad ogni Pretoriano franchi 4800, fu acclamato imperatore. Ma il popolo sdegnato al vedere posta all'incanto in favore dei Pretoriani la dignità imperiale odiava Didio, lo insultava pubblicamente, donde nascevano risse coi Pretoriani. Finalmente prese le armi, sfidò a battaglia i Pretoriani, che non osarono uscire dal campo; allora si rivolse agli eserciti che militavano nelle varie parti dell'impero e li incaricò della cura di salvar Roma dai Pretoriani e dall'imperatore.

            Tre pretendenti all'impero si presentarono, Pescennio capitano dell'esercito della Siria in Oriente, Clodio Albino comandante delle legioni nella Britannia (oggi Inghilterra) e Settimio Severo capo delle legioni della Pannonia (oggidì Ungheria). Questi siccome più vicino a Roma vi giunse prima de' suoi due rivali. Il Senato depose Didio, ed i Pretoriani lo ammazzarono dopo 66 giorni di regno. Quindi Severo, dopo avere sconfitto Pescennio e Clodio, rientrò in Roma, mandò in esilio, mise in prigione ed anche a morte una gran parte degli amici de' suoi rivali; riordinò i Pretoriani introducendovi molti de' suoi più fidi soldati, e sicuro di essi regnò col terrore.

            Geta figliuolo di lui, giovanetto di ottimo cuore, di soli sette anni, al vedere ventinove senatori condannati a morte atroce, se ne mostrava col padre afflittissimo. Severo se ne accorse, e gli disse accarezzandolo: figlio mio, questi sono altrettanti nemici da cui vi libero. Geta replicò: questi infelici non hanno figliuoli, parenti {128 [128]} od amici? Ne hanno moltissimi, gli fu risposto. Allora Geta sclamò: «saranno adunque in maggior numero quelli che piangono le nostre vittorie, che quelli che parteciperanno della nostra allegrezza.»

            Questo savio riflesso non valse a moderare la crudeltà di Severo, anzi vi aggiunse la ferocia contra ogni sorta di sudditi. Fra le altre cose ordinò che fossero messi a morte tutti i cristiani, e cosi ebbe luogo la quinta persecuzione che fu violentissima. Migliaia di cristiani fra i più atroci tormenti furono condannati a morte; migliaia furono privati d'impieghi, di sostanze e rinchiusi in oscure prigioni; migliaia mandati in esiglio. Il tiranno follemente si pensava di distruggere il cristianesimo, e all'opposto ne moltiplicava i fedeli, perchè il sangue de' martiri era feconda semente di novelli cristiani.

            Intanto Severo giunto al colmo della sua empietà in una spedizione contro ai Britanni lasciò la vita nella città di Jork nell'Inghilterra. Caracalla suo figliuolo tentò di assassinarlo, e fallitogli il colpo dicono che gli procurasse col veleno la morte. Anno 208.

            Caracalla, assiso sul trono del genitore, nulla ebbe di umano eccetto le sembianze. Cominciò dall'uccidere suo fratello Geta, e lo trucidò di propria mano tra le braccia della madre accorsa per impedire l'orrendo fratricidio; ed ella stessa restò intrisa del sangue dell'infelice figliuolo.

            Dicono che abbia ucciso più di ventimila persone, perchè erano amici di Geta. Mettete insieme quanto fecero Nerone, Caligola, Tiberio, ed avrete giusto concetto degli orrori e delle infamie di Caracalla. Ma le empietà degli uomini hanno il loro termine. Egli aveva {129 [129]} condannato a morte il prefetto delle guardie pretoriane, di nome Macrino, il quale accertato che era destinato a morte spietata, fece trucidare lo stesso Caracalla in età di anni ventinove.

            Poco tempo Macrino potè godere dell'impero, perciocchè fu dagli stessi suoi soldati ucciso, e venne posto sul trono un giovanetto chiamato Bassiano, più conosciuto sotto il nome di Eliogabalo, ossia sacerdote del sole, così denominato, perchè introdusse in Italia il culto del sole, di cui esso era gran sacerdote, il che in lingua siriaca dicesi Elagabalo.

            Questo monarca, dato ad ogni sorta di vizi e di stravaganze, creò un senato di donne, egli stesso vestiva da donna e lavorava nella lana. Volle che in tutta l'Italia si celebrassero le nozze del sole colla luna, facendone pagar le spese ai sudditi. Intanto abbandonava il governo dello Stato a' suoi cuochi, ai cocchieri ed ai buffoni. Accortosi che i suoi disordini l'avevano fatto cadere in abborrimento a' suoi sudditi, egli attendendosi da un momento all'altro la morte, teneva in pronto una provvista di cordoni di seta per istrangolarsi, e un gran numero di spade con lamine d'oro, per trafiggersi in qualsivoglia occorrenza. Aveva altresì fatto costruire una torre, ai cui piedi era un pavimento di pietre preziose, acciocchè, occorrendo, avesse la soddisfazione di precipitarsi giù e rompersi il capo nella più splendida maniera che gli fosse possibile.

            Ma tutte queste precauzioni riuscirono vane, poichè stanchi i suoi sudditi di un tal mostro il trucidarono, e in segno di abborrimento il Senato decretò che il suo corpo fosse gettato nel Tevere, e la sua memoria condannata ad infamia eterna. {130 [130]}

            Tale fu la vita dei quattro imperatori malvagi, i quali introdussero tali disordini nell'impero, che si può dire aver essi grandissimamente contribuito a precipitarlo sempre più nell'abisso dell'immoralità e del disordine.

 

 

XII. Alessandro Severo.

 

            Dall'anno 222 al 238 dopo Cristo.

 

            Un regno di pace e di prosperità per l'Italia e per tutto il Romano impero fu quello di Alessandro Severo. Eliogabalo avevalo adottato per successore, ma perchè era di ottimi costumi e da tutti amato, ne ebbe gelosia e tentò di farlo ammazzare. La qual cosa per buona sorte non gli riuscì. Ucciso Eliogabalo, esso fu con gioia universale proclamato imperatore.

            La mansuetudine e la giustizia erano virtù proprie di questo imperatore. Persuaso che la sola religione è sostegno degli imperi, la sola che possa formare la felicità dei popoli, si mise a praticarla egli stesso, e a farla rispettare universalmente. Nel suo palazzo aveva fatto costruire un tempietto, in cui ordinò che fossero riposte le immagini de' benefattori più insigni dell'umanità.

            Colà vedevasi Alessandro il Grande, Abramo, Orfeo, Gesù Cristo; mescolanza al tutto bizzarra, ma che dimostra la buona intenzione di quel principe. Amava il cristianesimo, udiva volentieri a parlare del Vangelo, e aveva fatto scrivere a grandi caratteri nel suo palazzo queste belle parole del Salvatore: Non fate agli altri ciò che non vorreste che fosse fatto a voi. Massima questa che i cristiani non dovrebbero mai dimenticare. {131 [131]}

            Egli era affabile con tutti, e perdonava facilmente a chiunque lo avesse personalmente offeso. Un senatore per nome Ovinio fu accusato di aver aspirato all'impero, e il delitto si provò chiaramente. Alessandro lo fece venire alla sua presenza, e gli disse: Ovinio, io vi sono obbligatissimo della buona volontà, colla quale eravate disposto di alleggerirmi di un peso che molto mi opprime. Dopo di ciò lo condusse in senato, lo associò all'impero, volle che gli fosse dato albergo nel suo medesimo palazzo. Inoltre in una guerra accorgendosi che Ovinio era stanco, gli offerì il proprio cavallo, camminando egli stesso a piedi. Confuso Ovinio da tanta generosità, dimandò di ritirarsi e menare una vita del tutto privata, ed Alessandro acconsentì, pago di aver colmato di benefizii un suo nemico.

            Il regno di Alessandro è segnato da un avvenimento notevolissimo. Un semplice soldato persiano, di nome Artaserse, fecesi proclamare re di Persia. Egli mandò a Roma una pomposa ambasciata di quattrocento giovani persiani dei più ben fatti e con tutta eleganza vestiti. Presentatisi costoro ad Alessandro, gl'intimarono baldanzosamente che cedesse sull'istante i paesi che i Romani possedevano in Asia.

            Severo fu sdegnato di quell'arrogante comando, e postosi egli stesso alla testa di un esercito, si portò nella Mesopotamia, quella provincia di cui parla spesso la Storia Sacra, e che oggidì si appella Diarbek. Dopo molte sanguinose battaglie, Alessandro riuscì a forzare i Persiani a rispettare le frontiere dell'impero, e ritornò a Roma a ricevere gli onori del trionfo.

            Una cosa che vi debbo notare di questo principe si è il grande amore e rispetto che professava verso di {132 [132]} Mammea sua madre. La venerava egli stesso, e voleva che dagli altri fosse rispettata; nelle feste, nei pubblici spettacoli la voleva sempre con lui; anzi in tempo di guerra, nelle più pericolose battaglie, erale sempre accanto, ed ella era abbastanza coraggiosa e virtuosa da non iscostarsi mai dall'amato figlio.

            Era allora nel Romano esercito un soldato barbaro, chiamato Massimino, di una statura gigantesca. Egli aveva più di sei piedi, ossia tre metri d'altezza: quaranta libbre di carne appena bastavano a soddisfare il vorace suo appetito, e un grosso barile di vino non poteva estinguere la sua sete. Dicono che egli corresse velocemente come un cavallo.

            Nella sua gioventù era stato pastore sulle montagne della Tracia, oggidì Romania, ed aveva dato saggio d'incredibile valore contro alle bestie feroci, e contro ai masnadieri. Questa fortezza straordinaria lo portò in breve ai primi gradi della milizia romana. Severo stesso gli aveva conferito il grado di generale con altri titoli onorevoli. Ma quell'ingrato, invece di servirsi dei favori ricevuti a pro del suo benefattore, gli suscitò contro una ribellione, nella quale Alessandro fu trucidato insieme con sua madre. Allora Massimino si proclamò imperatore, ed è il primo tra i barbari che abbia occupato l'impero. Il suo regno fu un complesso di barbarie e di crudeltà. Bastava che alcuno parlasse della sua origine, perchè fosse tosto condannato a morte crudele. Egli mosse contro ai cristiani la sesta persecuzione, e si annovera tra i più feroci nemici del Cristianesimo.

            Ordinò che fossero spogliati i templi degli déi e tutte le ricchezze fossero per lui e pe' suoi soldati, la maggior {133 [133]} parte de' quali arrossivano di trar profitto da quei sacrilegi. Questo disprezzo per la religione lo fece cadere in un abbonimento universale.

            Una sollevazione scoppiò in Àfrica, e Gordiano vi fu salutato imperatore. Il Senato lo riconobbe e gli associò il suo figliuolo Gordiano II. Ma poco appresso i due Gordiani furono sconfitti ed uccisi dall'esercito di Massimino. Il Senato allora conferì la dignità imperiale a due senatori Claudio Pupieno, e Decimo Celio; ma il popolo li ricusò ambidue e volle per imperatore Gordiano III figlio di Gordiano II. Massimino a tale notizia correva furioso verso Roma, se non che giunto in Aquileia, città posta sulla sponda dell'Adriatico, fu trucidato dai medesimi suoi soldati in un col figlio.

            Cominciava Gordiano appena a regnare, quando dovette andare in Oriente contro ai Persiani. Colà Filippo, capo dei pretoriani, fece assalire Gordiano, e venne egli stesso proclamato imperatore dai soldati.

            Al vedere, o giovani, l'imperatore nominato ora dai pretoriani, ed ora dagli eserciti; quando dal senato e quando dal popolo, forse direte: non vi era una legge che determinasse la successione all'impero e così prevenisse tanti mali? Presso ai Romani mancava proprio una tal legge: presso di noi è legge che il figlio primogenito succeda nel regno al padre defunto; questa successione si chiamò legittima: imparate a rispettarla.

 

 

XIII. I goti.

 

            Dal 240 al 251 dopo Cristo.

 

            Dopo Gordiano III, salì sul trono Filippo che governò lodevolmente l'impero. Regnando questo principe fu {134 [134]} celebrato con indicibile festa l'anno millesimo della fondazione di Roma, solennità che aveva luogo ogni cento anni; e il centinaio che seguiva dicevasi secolo nuovo. Oltre all'anno detto secolare, cioè che dava principio ad un altro secolo, occorreva pure l'anno millesimo dalla fondazione di Roma, perciò vi fu una solennità straordinaria con innumerevole concorso di gente.

            L'anno ducente quarantanove un certo Marino erasi fatto proclamare imperatore dall'esercito nella Pannonia oggidì Ungheria. Filippo spedì un generale di nome Decio per sedare il tumulto, il quale invece fu egli stesso dall'esercito proclamato imperatore. A tale annunzio Filippo corre con un altro esercito, viene alle mani con Decio vicino a Verona, dove perde la vita. Il figlio poi rimasto a Roma vi fu ucciso dai pretoriani.

            L'impero di Decio è segnato da una crudele persecuzione da lui eccitata contro ai cristiani, ed è la settima tra le dieci persecuzioni sanguinose suscitate nei tre primi secoli dell'era volgare contro alla religione cristiana. Fu pure sotto al regno di Decio che comparvero sulle frontiere dell'Italia innumerevoli squadre di barbari detti comunemente Goti. Siccome ci accadrà più volte di parlare di questi popoli nel progresso di questa storia, così sarà bene che ve li faccia conoscere.

            Nel raccontarvi la spedizione di Varo in Germania vi ho già fatto osservare che quel paese era nella maggior parte coperto da folte selve, e che parecchi uomini abitavano, altri in mezzo alle selve, nelle tane come le volpi, altri nelle spelonche delle montagne a guisa di orsi, altri poi dimoravano in capanne sulle riviere dei laghi e dei fiumi. Quelli che invasero le provincie romane al tempo di Decio abitavano quel tratto di paese ch'è tra {135 [135]} la Vistola fiume che nasce sulle montagne della Slesia e va a scaricarsi nel Baltico, e l'Elba, il quale ha sorgente nel monte de' Giganti nella Boemia e mette le sue acque nell'Oceano. Osservate questi luoghi sopra una carta geografica e vi tornerà di non poco aiuto a ritenere i fatti che sono per raccontarvi.

            Que' barbari erano divisi in cinque gran tribù ovvero gran famiglie, conosciuti sotto al nome di Vandali, Longobardi, Gepidi, Ostrogoti o Goti d'Oriente, Visigoti o Goti d'Occidente. Ciascuna tribù aveva un capo da cui tutti dipendevano, ed al primo segnale di lui si mettevano in cammino ordinati in grandi colonne, traendosi dietro le mogli ed i figli su carri, coi quali facevano lunghissimi tratti di strada.

            Appena Decio seppe che que' barbari avevano traversato il Danubio, e si avanzavano nelle provincie Romane con orrendi guasti, si affrettò a marciare contro di essi alla testa di parecchie legioni. In sul principio ebbe molti vantaggi sopra di quelli e giudicava già quasi sua la vittoria, ma essendosi inconsideratamente inoltrato in una palude, fu oppresso dalla folla dei combattenti e perì insieme con la maggior parte delle sue genti.

            Allora le legioni sparse qua e là si radunarono ed elessero imperatore un generale chiamato Gallo. Questi desideroso di por fine alla guerra co' barbari conchiuse con loro un trattato di pace, in forza di cui: 1° permetteva che i barbari portassero seco tutto il bottino che avevano fatto, e conducessero in ischiavitù tutti i prigionieri; 2° si obbligava di pagare loro ogni anno una grossa somma di danaro. A tali condizioni i Goti {136 [136]} soddisfatti acconsentirono di ritirarsi dall'altra parte del Danubio.

            Ma non tardarono molto a ritornare nelle provincie romane a cagionarvi gravissimi disastri.

 

 

XIV. Scompiglio del Romano Impero.

 

            Dal 252 al 282 dopo Cristo.

 

            Di mano in mano che il Vangelo spandeva la benefica sua luce nelle varie parti del mondo, il romano impero andavasi sfasciando e si stabiliva così il cristianesimo sulle rovine dell'idolatria. Roma, la quale per tanto tempo era stata capitale del vastissimo romano impero, si preparava a divenire la città eterna e la capitale del mondo cattolico.

            Da Gallo a Diocleziano avvi una rapidissima successione d'imperatori, il cui regno fu di breve durata, perchè l'un dopo l'altro trucidati. Gallo fu ucciso da Emiliano, trucidato il quale, venne proclamato imperatore Valeriano.

            Valeriano si adoperava per istabilire la disciplina ne' soldati, ma si lasciò ingannare dai sacerdoti de' falsi déi, i quali lo persuasero a distruggere il cristianesimo se voleva vincere in una guerra coi Persiani. È questa l'ottava persecuzione, in cui, fra molti altri, riportarono glorioso martirio il diacono s. Lorenzo, che fu bruciato vivo sopra una graticola, e s. Sisto papa il quale fu decapitato l'anno 258.

            Valeriano intanto intraprese la guerra, ma con esito infelicissimo, perciocchè in una battaglia ebbe la peggio e cadde in mano di Sapore re di Persia, il quale poselo in catene e lo sottomise alle maggiori umiliazioni. {137 [137]} Quando montava a cavallo lo costringeva a curvarsi dinanzi a lui, e ponendogli il piede sul dorso se ne serviva come di stami per montare in sella. Per ultimo ordinò che fosse scorticato vivo, provando così prima di spirare in gran parte i tormenti che egli aveva fatto patire ai cristiani.

            Gallieno figlio di Valeriano assunse l'impero dopo il padre. Questo principe dissoluto invece di occuparsi dell'impero, davasi tutto al lusso ed ai passatempi; perciò i Persiani, i Goti ed altri barbari poterono assalire da varie parti il romano impero. In que' tempi disastrosi molte provincie non potendo altrimenti provvedere alla loro difesa, pensarono di eleggersi per capo qualche nobile personaggio, cui diedero pure il nome d'imperatore, e, cosa non mai udita, si videro trenta imperatori contemporanei, ai quali la storia diede il nome di trenta tiranni. L'indolente Gallieno governò l'Italia per mezzo di un suo rappresentante di nome Tetrico.

            Immaginatevi a quanti disastri andò soggetto il Romano impero in questo scompiglio di cose! Tuttavia quei mali non durarono lungo tempo; Gallieno fu ucciso in Milano, e i trenta tiranni, senza venire a spargimento di sangue, cessarono l'un dopo l'altro di vivere. A Gallieno succedeva Claudio II, principe buono, il cui regno fu assai breve, e morì di peste, lasciando la corona ad Aureliano. Questo imperatore si adoperò per ristorare i mali da tutte parti piombati sopra i suoi sudditi. Diede grandi esempi di valore nel combattere i Vandali ed altri barbari che erano penetrati in Italia. Portò le sue armi in Oriente contro ai Persiani; assalì Palmira, città famosa nell'antichità, fondata dal re {138 [138]} Salomone, sotto al nome di Tadmor. Questa città era la sede di Zenobia, donna di eroico valore, la quale per molte conquiste da lei fatte, si gloriava del titolo di regina d'Oriente. Questa regina era di nascita e di religione ebraica, e quando ebbe cognizione del Vangelo, favorì molto il cristianesimo, e desiderava di farsi istruire per abbracciarlo; ma sgraziatamente cadde in cattive mani, cioè ebbe a maestro un eretico, il quale invece di guidarla alla verità, la condusse all'errore.

            Dopo lunga resistenza i cittadini di Palmira dovettero arrendersi, e Zenobia fatta prigioniera, fu condotta dinanzi ad Aureliano. Questi le dimandò con piglio severo, come mai avesse osato muover guerra agli imperatori Romani. Zenobia diede questa schietta risposta: «in voi, ella disse, io ravviso un imperatore, perchè sapete pur vincere, ma i vostri predecessori non mi sembravano degni di questo titolo augusto.» L'imperatore trattò quella regina con tutti i riguardi dovuti ad un grande infortunio. Le assegnò per dimora una casa di campagna vicino a Tivoli, dove ella terminò tranquillamente i suoi giorni come dama romana.

            Aureliano nei primi anni del suo regno non era contrario ai cristiani, ed aveva gran rispetto pel sommo pontefice. I cristiani d'Antiochia ricorsero a lui perchè desse il suo parere intorno alla dottrina dell'eretico maestro di Zenobia, che turbava quella città. Il principe ordinò che ognuno dovesse stare a quanto avesse giudicato il vescovo di Roma, fin da quei tempi riconosciuto capo della cristianità. Ma qualche tempo dopo Aureliano sottoscrisse un terribile editto, col quale fulminava pena di morte contro a tutti quelli che fossero conosciuti per cristiani. Questa fu la nona persecuzione, {139 [139]} la quale però non fu molto lunga, perciocchè Aureliano fu dal proprio segretario ucciso nel 275.

            Dopo la morte di Aureliano, niuno più osando assumersi il peso dell'impero, il Senato elesse un senatore chiamato Tacito, il quale di mal animo accettò una dignità divenuta tanto pericolosa, e in fatti in capo ad alcuni mesi fu ucciso. 275.

            Allora l'esercito proclamò imperatore Probo, generale veramente degno di tal nome. Durante il suo regno, che fu di sei anni, tenne lontani i barbari e gli altri nemici dalle provincie Romane. Egli morì, come quasi tutti i suoi antecessori, ucciso dai soldati. 281.

            Caro parve degno di succedergli nel trono, ma poco dopo la sua esaltazione fu colpito dal fulmine. Carino e Numeriano, di lui figliuoli, appena riuscirono a salire sul trono, che furono trucidati.

            Vedete, miei cari giovani, quanto sia vero, che le dignità del mondo, non fanno la vera felicità. L'uomo può soltanto chiamarsi felice quando pratica la virtù.

 

 

XV. L'era dei martiri.

 

            Dal 284 al 312 dopo Cristo.

 

            Erano ormai scorsi tre secoli da che il cristianesimo era da tutte le parti del Romano impero terribilmente combattuto. Diocleziano mosse contro ai cristiani la decima persecuzione, che di tutte le precedenti fu la più sanguinosa. Questo principe nato di bassa condizione, solo per via delle armi giunse a conseguire il trono. Non potendo da solo governare l'estesissimo suo impero, creò Augusto Massimiano, e gli affidò il {140 [140]} governo dell'Italia e di altri paesi, riserbando a sè stesso il governo dell'Oriente, cioè la Grecia, la Macedonia, l'Asia fino al Tigri e l'Egitto, e stabilì la sua dimora in Nicomedia (oggidì Isnik-mid) città dell'Asia Minore. Massimiano poi andò a stabilirsi in Milano. Questi imperatori, ambidue chiari per valor militare, non avevano altro di mira, che l'ambizione e la vana gloria. D'indole barbara, dissimulatori, crudeli, si adoperarono di comune accordo per distruggere i cristiani, da loro considerati come nemici dell'impero, solo perchè rifiutavansi di adorare le false divinità, per adorare unicamente il vero Dio, creatore del cielo e della terra. Città intere, i cui abitanti erano riconosciuti per cristiani, furono arse e distrutte. Una legione detta Tebea, composta di oltre seimila uomini, fu tutta passata a fil di spada nel Vallese, vicino a quel monte che al presente si appella il gran S. Bernardo. Questi martiri avevano alla testa S. Maurizio, lor generale, il quale fino all'ultimo respiro animò i suoi compagni a dare coraggiosamente la vita per la fede di Cristo.

            Mentre l'Italia era bagnata di sangue cristiano, l'impero fu assalito dai barbari, e perturbato da sollevazioni di parecchi sudditi; perciò furono creati due Cesari, cioè due eredi dei due imperatori. Il primo fu Costanzo Cloro, principe commendevole e degno per le sue virtù di essere il padre di Costantino il Grande; il secondo fu Galerio, uomo superbo, intrattabile e di pessima condotta.

            Galerio fece tutto quel male che potè alla religione cristiana, obbligò Diocleziano a rinunziare all'impero e darsi a condur vita privata. Diocleziano si ritirò a Salona, piccola città sulle sponde del mare Adriatico, {141 [141]} dove fu assalito da una malattia che lo faceva dare nelle più violente smanie. Si percuoteva da se medesimo, si voltolava per terra, mettendo spaventevoli grida; alfine bramando di terminare una vita così infelice si lasciò morir di fame.

            Non meno funesta è la morte di Galerio. Egli aveva costretto Massimiano ad abdicare egli pure l'impero, e così potè liberamente fare alla nostra Italia tutto il male che un tiranno può immaginare. Ma la vendetta del cielo venne pure a colpire questo scelerato con orribile malore.

            Mi è impossibile il dirvi gli eccessi di rabbia e di collera in cui dava il feroce Galerio. Il suo corpo era una sola piaga che gettava vermi continuamente, e nell'eccesso del suo furore faceva strozzare tutti i suoi medici. Tuttavia ve ne fu uno il quale coraggiosamente lo avvisò, che quella malattia non poteva guarirsi con rimedii ordinarii: vi ricordi, o principe, gli disse, quanto faceste patire ai Cristiani, e cercate il rimedio dei vostri mali in ciò che ne fu la cagione.

            Allora Galerio confessò per vero il Dio dei Cristiani, e andava gridando che farebbe cessare la persecuzione. Ma le sue promesse non erano sincere, e non fu esaudito. Laonde fra i rimorsi e la disperazione spirò dopo un supplizio di ben diciotto mesi.

            Così la divina Provvidenza faceva provare a quei persecutori gran parte dei tormenti, coi quali eglino stessi avevano perseguitato i Cristiani. Ma le morti funeste di quei tiranni fecero sì, che più bello e più luminoso comparisse l'impero del Grande Costantino, per la cui opera il cristianesimo doveva godere una pace non mai per lo innanzi provata. {142 [142]}

 

 

XVI. La battaglia di Torino.

 

            L'anno 312 dopo Cristo.

 

            Costanzo Cloro governava col suo coraggio e colle sue virtù la Gallia, la Spagna e la Gran Bretagna. Invece di perseguitare i Cristiani, come Galerio e Diocleziano, egli si era loro mostrato sempre favorevole, animato a ciò da sua moglie Elena. Questi due coniugi si diedero ogni cura per far ben allevare il loro figlio Costantino, e lo affidarono ad un savio maestro cristiano, chiamato Lattanzio. Questo giovane principe educato così nella mansuetudine del Vangelo, acquistò fermezza di carattere; un cuor grande e liberale, costumi puri ed illibati. Queste doti presero sempre maggiore incremento in Costantino, attesochè avendo egli fin dalla giovinezza avversione all'ozio, con assiduità erasi applicato allo studio, seguendo le massime del suo maestro. Suo padre morendo lo aveva eletto successore, e tutto l'esercito con unanimi applausi approvò e riconobbe il novello imperatore in età d'anni 32.

            Mentre i vari imperatori guidavano i loro eserciti dispersi nelle varie parti dell'impero, Massenzio, figliuolo di Massimino, si fece in Roma proclamare Augusto dal popolo.

            Nè guari andò che per la sua crudeltà incontrò l'odio dei Romani, i quali perciò si volsero a Costantino, che allora stava nelle Gallie. La pietà ch'egli sentiva pei Romani, ed il sapere che Massenzio disegnava di muovergli guerra, indussero Costantino a calare in Italia, traversando il Monginevro. Giunto a Susa, la trovò ben fortificata e guernita di difensori; non volendo perdere {143 [143]} il tempo nell'assediarla, comandò che le si appiccasse il fuoco alle porte e si desse la scalata alle mura. Vi entrò vittorioso, ma clemente ne impedì il saccheggio. Poi si avviò verso Torino. Vicino a Rivoli incontrò possenti schiere nemiche, ed egli dividendo in due parti il suo esercito, le prese in mezzo, le assalì e sconfisse. Invano i fuggiaschi cercavano di ricoverarsi in Torino, questa città loro chiuse le porte, e non le aprì che a Costantino.

            Questi primi successi mossero altre città a spedirgli deputati per protestargli ubbidienza, talchè senza ostacolo alcuno entrò in Milano, donde si condusse a Verona. In questa città si erano raccolte quelle soldatesche di Massenzio, che andavano ritirandosi a misura che Costantino si avanzava. Pompeiano generale di Massenzio ne uscì per opporsegli, ma fu pienamente sconfitto e vi perdette la vita. Costantino allora s'inoltrò sin sotto Roma, donde Massenzio non si era mai attentato di uscire, perchè i suoi astrologhi gli avevano predetto che, se ne usciva, sarebbe perito. Egli confidava nel suo esercito di gran lunga superiore a quello del rivale, confidava che coll'oro avrebbe corrotte le genti di Costantino; ma erano differenti i disegni di Dio, che voleva omai liberare la sua Chiesa dalle persecuzioni.

            La battaglia era inevitabile, e doveva decidere a chi rimarrebbe l'impero. Posto in tal cimento Costantino, che più non credeva alla follia del paganesimo, ma non era ancora fermo credente in Cristo, si rivolse, come egli disse dappoi, al Dio creatore del cielo e della terra con vivo desiderio di conoscerlo. Fu esaudito. In sul mezzodì egli non meno che l'esercito tutto vide in aria una Croce splendida, sulla quale stavano scritte queste {144 [144]} parole con questo segno vincerai. Perplesso dubitava ancora, quando nella seguente notte Cristo gli apparve in sogno dicendogli che con quella bandiera vincerebbe. Tosto Costantino fece porre sopra uno stendardo il monogramma, ossia la cifra, di Gesù Cristo, e con questo animosamente ingaggiò battaglia centra il tiranno. I soldati Romani ed Italiani, ansiosi di essere liberati dalla tirannia di Massenzio tosto piegarono, gli altri combatterono valorosamente, ma in fine, rotta la cavalleria, tutto il campo voltò le spalle per rifuggirsi in Roma. I più si annegarono nel Tevere, e lo stesso Massenzio vi precipitò dentro col cavallo e miseramente perì.

            Per questa vittoria il Senato ed il popolo Romano innalzarono un arco trionfale, che tuttora sussiste, in onore di Costantino; e l'iscrizione ivi apposta dice precisamente che la vittoria è dovuta alla potenza di Dio. Costantino fece inoltre innalzare una statua ordinando che fosse posta nel luogo più bello di Roma. In mano alla statua era vi una gran croce con questa iscrizione: «per questo segno di salute, stendardo della vera potenza, ho liberato la vostra città dall'oppressione dei tiranni e ristabilito il Senato ed il popolo nell'antico loro splendore.» Finalmente abolito il supplizio della croce, volle che invece di essere segno di infamia, fosse segno ili onore sul diadema imperiale.

 

 

XVII. Regno di Costantino il Grande.

 

            Dal 312 al 337.

 

            Costantino fu uno di quegli uomini singolari, che rare volte compariscono al mondo. Il suo lungo regno {145 [145]} si può dire una serie non interrotta di vittorie. Quante volte sguainò la spada in guerra, altrettante furono le vittorie. Egli cominciò dal pubblicare un editto, in forza di cui era proibito di perseguitare i cristiani; richiamò quelli che erano stati mandati in esiglio per la fede, e fece loro restituire i beni, di cui erano stati spogliati.

            A sue spese fece costruire molte chiese procurando che fossero addobbate magnificamente. Trattava con massimo rispetto i ministri del Santuario; rendeva loro grande onore, provava gran piacere nell'averli seco, riguardando in loro la maestà di quel Dio di cui erano ministri. Trattò con modi i più rispettosi i Romani Pontefici che per lo innanzi orano sempre stati più d'ogni altro perseguitati, e considerando le molte spese che dovevano fare come capi della Chiesa, fece loro molte donazioni affinchè sostenessero con decoro una sì gran dignità.

            Avvenne un giorno che parecchi malevoli sforzavansi per fargli condannare alcuni Vescovi; ma egli loro rispose: come volete mai che io osi giudicare i ministri di quel Dio da cui dovrò io stesso essere giudicato? e stabili per legge che niuno ecclesiastico potesse citarsi in giudizio davanti ai giudici secolari.

            Sotto al regno di questo pio imperatore si manifestò l'eresia degli Ariani, i quali negavano la divinità di G. Cristo, e costoro nel seminare i loro errori perturbavano la Chiesa cattolica. Costantino si accordò con S. Silvestro Papa perchè fosse convocato un concilio ecumenico, ossia generale, ch'è una grande assemblea di Vescovi Cattolici assistiti dal Papa. Costoro difesero la verità e condannarono l’errore. Questa gloriosa assemblea {146 [146]} è nota nella storia sotto il nome di Concilio Niceno, perchè fu convocato in Nicea città dell'Asia minore, oggidì Isnik nella Natolia.

            In mezzo a queste opere di beneficenza ebbe anche molti disgusti, poichè la Divina Provvidenza dispone che le dolcezze della vita presente siano sparse di amarezza. L'imperatore Massimiano suocero di Costantino, il quale era stato costretto da Galerio a rinunciare al trono, tentò più volte di ritornarne al possesso con aperte ribellioni. Non potendovi riuscire altrimenti, aveva deliberato in vano di assassinare Costantino suo genero. Per questo atroce attentato venne condannato a morte. Il feroce Massimiano volle far da carnefice a se medesimo strangolandosi colle proprie mani.

            Un altro competitore di Costantino era Licinio, il quale governava l'impero nelle parli d'Oriente. Costui contro la fede data non cessava di perseguitare i cristiani. Costantino gli mosse guerra e lo sconfisse. In pena della sua tirannia fu messo a morte e la sua memoria dichiarata infame, come quella de' più malvagi imperatori.

            Malgrado tante buone qualità, Costantino era tacciato d'indole impetuosa, la qual cosa gli fece commettere azioni di cui fu dolentissimo per tutta la vita. L'imperatrice Fausta sua seconda moglie accusò Crispo figliuolo di lui e della prima sua moglie Minervina di aver tentata la sua onestà, e colori il fatto con tali calunnie che nell'impeto della collera l'imperatore fece mettere a morte il proprio figlio. Ma poco dopo avendo scoperta l'innocenza di Crispo e la perfidia di Fausta, nel trasporto del suo sdegno la fece immergere in un bagno bollente, nel quale fu soffocata. Questi fatti, miei teneri amici, dimostrano {147 [147]} che i più grandi uomini cadono talvolta in grandi falli se non sanno frenare gl'impeti del loro sdegno.

            Il senato medesimo nella maggior parte composto di uomini idolatri, lo stesso popolo abituato a deliziarsi di sangue cristiano, vedeva di mal animo un imperatore che pubblicamente professava il cristianesimo, e mirava con disprezzo le assurde pratiche degl'idolatri.

            Tutte queste avversità resero a Costantino fastidiosa la dimora di Roma, e lo risolsero a stabilire altrove la capitale dell'impero. Il luogo scelto fu l'antica città di Bisanzio costrutta in uno stretto tra l'Europa e l'Asia minore. L'essere stata questa città riedificata con grande magnificenza da Costantino le fece cangiare l'antico nome in quello di Costantinopoli, vale a dire città di Costantino.

            Queste cose, che pareano avvenire a caso, erano l'adempimento dei divini voleri. Costantino trasportando la sede imperiale a Costantinopoli lasciò libero il primato di Roma al sommo Pontefice. In questa guisa il sassolino veduto da Nabucodonosor, vale a dire l'umile religione di Gesù Cristo atterrava la grande statua che raffigurava l'impero Romano, la cui magnificenza doveva passare nella cristiana religione, e Roma capitale del romano impero divenire capitale del mondo cristiano.

            Costantino, compiuto il gran lavoro della nuova capitale, chiamò da ogni parte gli uomini più dotti. Così in breve quella città divenne la più commerciante, la più ricca e la più abbondante d'insigni personaggi. Ma quel principe non potè godere lungo tempo le delizie del novello soggiorno, e mori in età di anni 64 nel 337.

            Prima di spirare chiamò i suoi uffìziali intorno al {148 [148]} letto, e nel rimirarli afflitti e piangenti, con aria di tranquillità loro disse: «vedo con occhio diverso dal vostro la vera felicità, e ben lontano dall'affliggermi godo assai perchè son giunto al momento in cui spero di andarne al possesso.» Diede poscia quegli ordini che giudicò opportuni per mantenere la pace nel suo impero, fecesi dar giuramento solenne dai militari che non dovessero intraprendere cosa alcuna contro alla chiesa, e mori placidamente.

            La sua morte fu universalmente compianta lamentando ognuno nella perdita del suo monarca quella di un tenero padre.

 

 

XVIII. Giuliano l'apostata.

 

            Dal 337 al 662.

 

            Dopo la morte di Costantino i suoi tre figli Costante, Costanzo e Costantino il giovane seguendo la volontà del padre divisero tra di loro l'impero. A Costante toccò l'Italia cui governò colla massima moderazione e giustizia quattordici anni, fissando la sua ordinaria dimora a Milano. Costantino mal contento della prefettura delle Gallie toccatagli in sorte nella divisione dell'impero, mosse guerra al fratello e peri in un'imboscata. Costante rimasto così solo padrone di tutto l'impero d'occidente fu ucciso da un suo generale di nome Magnenzio, cui lo stesso imperatore aveva salvato da morte in una sedizione.

            Allora Costanzo che regnava in Oriente mosse le armi contro a questo usurpatore, e vintolo, tutto l'impero cadde nelle sue mani. Quindi creò Cesare il giovanetto Giuliano nipote del gran Costantino. Ma ingelosito per le {149 [149]} vittorie riportate dal novello Cesare se gli mosse contro a fargli guerra; se non che nell'impazienza e nello sdegno di non poter tosto raggiungere il suo nemico fu colpito da violentissima febbre per cui in breve mori. Prima di spirare ricevette il battesimo, e dimostrò di essere sommamente pentito di aver favorito gli ariani e la loro perversa dottrina, e di aver fatto Cesare l'empio Giuliano, di cui debbo più cose raccontarvi.

            Questo Giuliano è comunemente detto l'Apostata, perchè dopo aver ricevuto il Battesimo rinunziò al Vangelo per abbracciar nuovamente il Paganesimo. Fin da' fanciullo egli aveva mostrato un umore collerico, superbo, ambizioso, sguardo truce, a segno che s. Gregorio di Nazianzo allorchè lo Aide studente in Atene esclamò: che mostro nutre mai l'impero; guai ai cristiani se costui verrà imperatore! Tanto è vero che una buona o cattiva apparenza è talvolta presagio di una buona o cattiva vita.

            Infatti giunto Giuliano all'impero divenne un feroce persecutore dei cristiani, e ne' suoi delirii giurò di estinguere la religione di Gesù Cristo. Per riuscire nell'intento egli cominciò a seminare discordie tra i cattolici, vale a dire tra quelli che seguivano la vera fede, e gli eretici, cioè quelli che seguivano massime contrarie al Vangelo; poscia si diede a spogliare gli ecclesiastici de' loro beni e privilegi, dicendo con derisione, voler loro far praticare la povertà evangelica.

            Imponeva grosse somme ai cristiani per costruire ed abbellire i templi degl'idoli; non dava cariche a verun cristiano, nè loro permetteva potersi difendere davanti ai tribunali. La vostra religione, diceva, vi proibisce i processi e le querele. Finalmente persuaso che la cattolica {150 [150]} religione è sì pura e santa che basta il conoscerla per amarla, egli proibì a tutti i cristiani di poterti istruire nelle scienze adducendo che essi dovevano vivere nell'ignoranza, credere senza ragionare.

            La maggiore poi delle sue stravaganze fu che voleva far menzognera la cristiana religione, e siccome Gesù Cristo aveva detto nel Vangelo che del tempio di Gerusalemme non sarebbe più rimasta pietra sopra pietra. Giuliano si propose di volergli dare una mentita col rialzare quel famoso edifizio. Ma appena scavava le fondamenta, che cominciarono ad uscire globi di fuoco, i quali colla rapidità del fulmino incenerirono tutti i materiali preparati, rovesciarono i lavoranti e molti furono dalle fiamme consunti. Allora scornato Giuliano desistette dall'impresa.

            Confuso, ma non ravveduto quel pazzo giurò che appena ritornato da una guerra contro ai Persiani avrebbe distrutto il Cristianesimo; e per l'opposto incontrò la morte. Poichè quando pensavasi di aver quasi riportato vittoria fu colpito nel cuore da una saetta. Portato fuori della mischia gli si medicò la ferita, ma i dolori divenivano più acuti e gli facevano mettere grida da disperato. Allora fu che egli cavandosi colle mani il sangue dalla ferita lo gettava rabbiosamente in aria dicendo; Galileo hai vinto, Galileo hai vinto. Colle quali parole intendeva d'insultare ancora alla Divinità di Gesù Cristo, detto Galileo, perchè nato in Betlemme città della Galilea. Così ostinato nella sua empietà morì d'anni 31 lasciando un terribile esempio a quelli che intraprendono a far guerra alla Religione. Anno 365. {151 [151]}

 

 

XIX. L'Impero di Oriente e l'Impero d'Occidente.

 

            Dal 365 al 378.

 

            Per la morte di Giuliano l'esercito Romano si trovò in cattivissima condizione coi Persiani, e per liberarsi da quel gran pericolo elessero imperatore un prode e pio officiale chiamato Gioviano, il quale aveva meritato il titolo di confessore per la gloriosa fermezza mostrata nel tempo delle persecuzioni. Fervoroso cristiano e valoroso capitano appena proclamato imperatore chiamò intorno a sè l'intiero esercito e disse, che egli era cristiano, nè voleva comandare se non a soldati cristiani. Alle quali parole tutti ad una voce risposero: «Non temete, o principe, voi comandate a cristiani, i più vecchi tra noi sono stati ammaestrati dal gran Costantino, e gli altri da' suoi figli. Giuliano ha regnato poco e non potè radicare l'empietà, e quelli che gli credete fero furono sedotti.» Con sì fausti principii Gioviano dava di sè le più belle speranze: conchiuse una pace onorevole coi Persiani, fece chiudere i templi dei Gentili, e molte altre cose rivolgeva nell'animo a bene dei suoi sudditi, allorchè giunto in Bitinia, fu soffocato dal vapore del carbone, acceso nella sua stanza per asciugarla, dopo appena otto mesi di regno.

            Sparsa la notizia della morte dell'imperatore le legioni elessero due fratelli chiamati Valentiniano e Valente, i quali si divisero le provincie e ne formarono due vasti Stati sotto il nome d'impero d'Oriente e impero d'Occidente. L’impero d'Oriente toccò a Valente ed aveva per capitale Costantinopoli stendendosi dalle sponde del Danubio fino all'Eufrate. L'impero d'Occidente {152 [152]} si estendeva dalla riva sinistra del Danubio fino alla Gran Bretagna ed aveva per capitale la famosa città di Milano; quest'ultimo impero toccò al virtuoso Valentiniano.

            Al valore guerriero egli accoppiava la fede di buon cattolico. La puntualità nel premiare, e la severità nel castigare facevano si che egli fosse amato dai buoni e temuto dai malvagi. Egli non aveva temuto d'incorrere la disgrazia di Giuliano per amore della religione. Un giorno che quell'apostata entrava in un tempio degli déi accompagnato da Valentiniano, capitano della sua guardia, avvenne che il sacerdote pagano secondo il rito de' gentili avendo asperso di acqua lustrale l'imperatore ed il suo seguito, ne cadde qualche goccia sulle vestimenta di Valentiniano. Questi preso da impeto d'indignazione alla presenza dello stesso Giuliano tagliò il pezzo che era stato bagnato dall'acqua, e diè una ceffata al sacerdote. Questo trasporto di zelo gli cagionò l'esiglio.

            Egli governava con somma giustizia; risiedeva ora in Milano, ora in Treviri città di Germania, a fine di poter meglio difendere le frontiere de' suoi Stati continuamente minacciati dai barbari.

            Malgrado le buone qualità di buon cristiano e di ottimo guerriero egli aveva un difetto assai dannoso, lasciandosi talvolta trasportare a smoderati impeti di collera, vizio che gli costò la vita. Imperciocchè mentre rimproverava alcuni barbari colpevoli di tradimento, si lasciò trasportare a tal furore che gli si ruppe una vena e mori quasi sull'istante. Graziano di lui figlio gli succedette nell'impero.

            Valente regnava nell'Oriente e per molti anni erasi {153 [153]} occupato assai nello spargere il sangue dei cattolici anzichè quello dei nemici. Ma alla nuova che i Goti traversato il Danubio depredavano le sue terre, si pose alla testa di un esercito per andarli a combattere e andò a ricevere il castigo delle sue crudeltà. Il suo esercito fu fatto a pezzi nelle vicinanze di Adrianopoli, città della Romania; egli stesso, ferito da un dardo essendo stato portato in una casa vicina, vi perì consumato dalle fiamme che i vincitori vi appiccarono.

            Rimasto Graziano solo padrone dell'impero si mostrò adorno delle più belle virtù. Chiaro in pace formava la delizia de' suoi sudditi, e valoroso in guerra seppe difendere i suoi Stati. Egli riportò una segnalatissima vittoria contro i Germani, di cui trenta mila rimasero sul campo di battaglia.

            La cosa, che procacciò maggior gloria a questo principe, fu la promulgazione d'una legge quanto contraria al paganesimo, altrettanto favorevole alla religione di Cristo. In forza di questa legge stabiliva, che la sola religione cattolica fosse riconosciuta per religione dello Stato. Ordinava inoltre che dalla sala del Senato Romano fosse tolta la statua e l'altare della Vittoria, sul quale si facevano i giuramenti, e si offerivano sacrifizi. Che fossero confiscate tutte le rendite destinate al mantenimento dei sacrifizi e dei ministri gentili. Che cessassero i privilegi conceduti ai sacerdoti pagani. Gran rumore innalzarono contro a questa legge i senatori, buona parte ancora pagani, e mandarono uno di loro che presentasse a Graziano un memoriale pieno di doglianze. Ma altri senatori, che erano cristiani, fecero una protesta in contrario, dichiarando ch'essi non interverrebbero più al Senato, ove vi si ristabilisse l'obbrobrio {154 [154]} della statua e dell'altare della Vittoria. Graziano, che stava a Milano, dove era vescovo S. Ambrogio, mantenne l'editto, mosso a ciò anche dall'eloquenza del Santo.

            Allora l'Italia cominciò ad apparire veramente cristiana, e si potè stabilire quel maraviglioso centro di unità, onde i cattolici di tutto il mondo cominciarono liberamente a ricorrere al Sommo Pontefice Capo della Chiesa universale. Queste cose per lo avanti avevano bensì luogo, ma prima per le persecuzioni, e di pei per le dissensioni civili, non potevano farsi con tutta libertà come in seguito.

            In quel medesimo tempo parecchie nazioni barbare varcarono le frontiere dell'impero, molestandolo da tutte parti; sicchè Graziano non potendo sostenere solo quell'immenso carico, associò all'impero certo Teodosio, prode uffiziale, e gli offerse l'impero d'Oriente.

            Sebbene questo imperatore abbia avuto a sua special custodia l’impero d'Oriente; tuttavia le belle azioni che si raccontano di lui, avvenute la maggior parte in Italia, vi saranno senza dubbio di gradimento.

 

 

XX. Teodosio il Grande.

 

            Dal 378 al 395.

 

            Teodosio, soprannominato il Grande, aveva solo diciotto anni quando, collocato da Graziano alla testa di un esercito, liberò l'impero dai barbari, e li costrinse a ripassare il Danubio. Splendide vittorie lo accompagnavano da ogni parte, sicchè le barbare nazioni atterrite dal solo di lui nome, domandarono la pace.

            Teodosio era cristiano, ed in sè univa le più belle {155 [155]} doti di cui un uomo possa essere adorno. Egli vide con rincrescimento che gli eretici ariani, favoriti da Valente suo antecessore, turbavano la Chiesa coi loro errori; e perciò volle che tutti i suoi sudditi seguissero la vera dottrina del Vangelo, professata dal concilio di Nicea; scacciò i vescovi ariani dalle loro sedi, e ordinò che i veri cristiani portassero il nome di Cattolici, che vuol dire universali. Ancora oggidì sono chiamati cattolici i veri cristiani che professano la dottrina del Vangelo e sono governati dal Romano Pontefice capo della Chiesa di Gesù Cristo.

            Teodosio fece molte savie leggi: proibì gli spettacoli de' gladiatori, nei quali combattevano uomini con bestie, o uomini tra di loro finchè un gladiatore ovvero combattente rimanesse dall'altro ucciso, senza che tra di loro fosse avvenuta offesa alcuna: cose veramente barbare, e affatto contrarie alla carità del Vangelo.

            In quel medesimo tempo Teodosio diede al mondo un ammirabile esempio di generosità e di clemenza. Il popolo di Antiochia erasi mosso a ribellione, e in disdoro dell'imperiale dignità aveva sprezzate e tratte nel fango le statue dell'imperatore. Teodosio sdegnato contro a quella città, da lui ricolma di benefizii, spedì due commissarii con ordine di condannare a morte tutti i colpevoli. Pubblicata quella fatal sentenza, non si udivano più che gemiti lamentevoli e grida per tutta la città.

            I colpevoli furono condannati, e già erano in procinto di essere giustiziati, quando S. Flaviano vescovo della città, ottenne a forza di preghiere che l'esecuzione del supplizio venisse differita finchè fosse andato a Costantinopoli per dimandar grazia all'imperatore. Giunto in {156 [156]} quella gran città, il venerando prelato fu ammesso all'udienza, e fermatosi a qualche distanza da Teodosio, stavasi cogli occhi bassi, e mutolo come soffocato dal dolore. Teodosio tutto confuso ed attonito gli si avvicinò, e fecegli vivi ma teneri rimproveri sull'ingratitudine di que' cittadini.

            Allora Flaviano con franchezza evangelica: «principe, gli disse, noi meritiamo ogni sorta di supplizi, e se voi ridurrete in cenere la nostra città, noi non saremmo bastevolmente puniti. Voi potete però aggiungere un novello splendore alla vostra gloria, col perdonare ai colpevoli, ad imitazione di quel Dio che tutti i giorni perdona i peccati degli uomini. Egli dunque a voi mi manda per dirvi: se voi rimetterete le offese altrui, saranno parimenti rimesse le vostre. Ricordate, o principe, quel giorno terribile, in cui principi e sovrani compariranno dinanzi al tribunale del Giudice supremo, e riflettete che i vostri falli saranno cancellati dal perdono che avrete agli altri accordato.»

            A queste parole Teodosio s'intenerì, versò lagrime, e: andate, gli rispose, andate mio buon padre, affrettatevi di mostrarvi al vostro gregge, restituite la calma alla città di Antiochia, annunziando il mio perdono. Tosto Flaviano si diresse alla sua città ove fu accolto come un angelo di pace fra le acclamazioni, e in tutte te Chiese di Antiochia risuonarono inni di grazie all'Altissimo Iddio. An. 387.

            In un'altra occasione la clemenza di Teodosio venne meno, poichè mentre esso era in Milano, gli abitanti di Tessalonica, città dell'Illirio, si rivoltarono contro al governatore, lo uccisero, atterrando in pari tempo una statua che Teodosio aveva fatto innalzare a suo padre. {157 [157]} Al primo annunzio di quella rivolta, Teodosio si lasciò andare a tal eccesso di sdegno, che sull'istante medesimo, spedì contro ai ribelli una truppa di soldati, i quali trucidarono senza pietà donne, vecchi e fanciulli, talchè settemila cittadini furono barbaramente scannati.

            Sant'Ambrogio, allora vescovo di Milano, aveva tentato invano di placar l'ira dell'imperatore; ma pochi giorni dopo, quel monarca agitato dai rimproveri della coscienza, volendo entrare in Chiesa, il santo Vescovo con fermezza apostolica, «fermatevi, principe, gli disse, voi non sentite ancora il peso del vostro peccato, come entrerete voi nel santuario del Dio terribile? Come ricever potrete, il corpo del Signore colle mani tuttora fumanti di sangue innocente? ritiratevi, e non aggiungete il sacrilegio a tanti omicidii.»

            Dovete qui notare, che simili atti di barbarie erano puniti con una pena ecclesiastica, in forza di cui i colpevoli erano reputati indegni di unirsi cogli altri fedeli in chiesa ed erano obbligati a vivere separati dagli altri cristiani, specialmente nelle sacre funzioni. Perciò l'imperatore, buon cristiano e buon cattolico, ben lungi dallo sdegnarsi contro a S. Ambrogio, confessò il proprio peccato, ne fece una pubblica penitenza di parecchi mesi, e dopo fu ricevuto in chiesa cogli altri fedeli.

            lo vi assicuro, o giovani cari, che ammiro grandemente tale religiosa sommessione di un imperatore, il quale con una parola sola avrebbe potuto fare la più terribile vendetta; ma egli riconobbe nella persona del Vescovo un ministro di Dio, e a lui volle rendere un solenne omaggio di esemplare sommessione. Felice sant'Ambrogio per la sua fermezza, non meno felice Teodosio per la sua umiltà! {158 [158]}

            Mentre queste cose accadevano in Italia, un generale chiamato Massimo erasi fatto proclamare imperatore nella Bretagna, e in una sanguinosa battaglia, ucciso il giovane Graziano, s'incamminava verso Milano, per forzare Valentiniano II a dividere seco lui l'impero. Questo Valentiniano era fratello del pio Graziano e trovavasi allora in assai giovanile età per opporsi a quel ribelle generale.

            Teodosio, che da alcuni affari era stato chiamato a Costantinopoli, a queste notizie, raccoglie un esercito, e dall'Oriente ritorna in Italia contro di Massimo. In una battaglia data presso la città di Aquileja, Massimo fu vinto e fatto a pezzi, e Valentiniano restituito sul pacifico suo trono. Se non che, un altro de' suoi generali, detto Arbogasto, per ambizione del trono gli tramò un'altra congiura, e lo fece barbaramente trucidare.

            Ma nemmeno l'iniquo assalitore potè godere a lungo il frutto del suo delitto, perciocchè assalito da Teodosio, fu sconfitto insieme con un altro tiranno, di nome Eugenio, complice della stessa rivolta. In quella circostanza Teodosio stabilì suo figlio Onorio, giovane di soli undici anni, imperatore d'Occidente, e riserbò l'Oriente al suo primogenito chiamato Arcadio.

            Teodosio sopravvisse soltanto alcuni mesi a questa sua vittoria, e morì pacificamente in Milano fra le braccia di sant'Ambrogio nel 395. Questo principe meritò il nome di Grande per la sua fermezza nella fede cattolica, per l'eroico suo valore in guerra, ed in modo particolare, per la rara sua abilità nel maneggio di grandi affari ecclesiastici e civili, le quali cose ritardarono alquanto la rovina del Romano impero. {159 [159]}

 

 

XXI. Saccheggio di Roma.

 

            Dal 395 al 410.

 

            Sul finire del terzo e sul principiar del quarto secolo dell'era cristiana la nostra Italia fu invasa da un grandissimo numero di barbari, i quali la ridussero ad uno stato deplorabile forse non mai veduto. Quei Goti, di cui vi ho già in tante circostanze parlato, sebbene siano stati più volte respinti, tuttavia allettati dall'amenità e dolcezza del nostro clima, e assai più dalle ricche spoglie, che ne avevano riportate, di quando in quando facevano terribili scorrerie, guidati ora dall'uno ora dall'altro dei feroci loro capitani.

            Segnalatissima fu quella fatta da Alarico re dei Visigoti, cioè dei Goti d'Occidente. Questo principe erasi posto alla testa di un formidabile esercito, e dopo aver l'atto immenso guasto nella Grecia e nell'Illirio, provincia bagnata dalle onde del mar Adriatico, superò il passaggio delle Alpi Giulie, e minaccioso si diede coi suoi a scorrere l'Italia.

            Il giovane Onorio, imperatore d'Occidente, risiedeva in Milano, principe di gran pietà, ma poco abile nelle rose di Stato e di guerra. Perciò al rumore della venuta di quei barbari, fu preso da tale spavento che fuggì da Milano, e venne a rinchiudersi in Asti, antica e forte città del Piemonte.

            Alarico impadronitosi di Milano, si condusse celeremente a stringere d'assedio la città in cui erasi rifuggiate Onorio, e l'avrebbe costretto ad arrendersi, se Stilicone, famoso generale di Onorio, non fosse corso a difenderlo. {160 [160]}

            Dopo molti parziali attacchi si venne ad una campale battaglia presso la città di Pollenzo (oggi villaggio della provincia di Alba) sulle rive del fiume Tanaro. Il combattimento fu ostinatissimo, ed i barbari ebbero la peggio; in grandissimo numero furono uccisi, gli altri posti in fuga.

            Onorio, per ricompensare Stilicone, il fece montare con lui sopra un magnifico carro, e gli fece godere gli onori del trionfo, entrando in Roma fra un'immensa popolazione che lo applaudiva. Questo è l'ultimo trionfo che vide Roma.

            I barbari avevano incusso tanto terrore ad Onorio, che, non giudicandosi più tranquillo in Milano, trasferì la sede imperiale nella città di Ravenna, posta all'estremità del Golfo Adriatico, e circondata a gran distanza da paludi quasi impraticabili.

            Il famoso Stilicone riportò pure una gloriosa vittoria contro ai Vandali, popoli che venivano dal settentrione della Germania. Radunatisi costoro sulle sponde del Danubio, e della Vistola, fiumi a voi noti, discesero in Italia, guidati da un loro capitano nomato Radagasio, e s'incamminarono verso Roma. Stilicone li andò ad incontrare a Fiesole vicino a Firenze, città di Toscana, e tra la fama del suo nome, il valore de' suoi soldati, e la sua perizia strategica, sconfisse pienamente i barbari, i quali furono parte uccisi, e parte dispersi nelle varie Provincie Romane. Radagasio caduto vivo nelle mani del vincitore ebbe tronca la testa.

            Mentre Stilicone meritava così due volte il titolo di salvator dell'Italia, i cortigiani, vale a dire gli adulatori di Onorio, mossi certamente da invidia, lo persuasero che quel capitano congiurasse contro di lui, per mettere {161 [161]} sul trono Eucherio suo figlio. L'incauto imperatore credette a questa imputazione, e tosto il fece perire con suo figlio e col resto di sua famiglia. Ma egli stesso e gli altri accusatori di Stilicone non tardarono molto a pentirsi del loro misfatto; imperciocchè Alarico, udita la morte di quel valoroso capitano, si affrettò di ricondurre in Italia un nuovo esercito di Goti, impazienti di riparare la disfatta di Pollenzo.

            Il timido Onorio, non avendo più alcun abile generale da opporre ai barbari, implorò la pietà di Alarico, facendogli molte promesse, le quali però non mantenne. Per la qual cosa Alarico montato in furore si pose a devastare l'Italia, marciando verso Roma per impadronirsene.

            Quella gran capitale, miei cari, dal tempo in cui era stata saccheggiata dai Galli guidati da Brenno, non aveva più veduto alcun nemico alle sue porte, perciò tutti i cittadini furono immersi nella più grave costernazione. Roma assediata al di fuori, agitata da parecchi barbari che quali schiavi si trovavano nell'interno della città, era sul punto della sua rovina. La fame si fece sentire tanto orribilmente che i cittadini non avendo più di che cibarsi furono costretti a pascersi di carne umana.

            Alfine una notte gli schiavi Goti aprirono le porte ad Alarico e diedero 1'antica Roma in balìa degli assediane. Allora quella città superba espiò con disastri senza numero l'abuso che aveva fatto della sua passata grandezza. Il vincitore l'abbandonò alla discrezione dei soldati quasi tutti pagani od ariani. La notte del 24 agosto del 410 la città fu illuminata dalle fiamme del proprio incendio.

            Il saccheggio fu spaventevole; gl'insulti, il ferro, il fuoco, i supplizi d'ogni genere facevano si che tutto {162 [162]} spirava terrore e spavento; e come se il cielo si fosse unito a punire quell’orgogliosa regina del mondo, una furiosa tempesta, una folgore continuata accrebbe la devastazione; abbattè varii templi, e ridusse in polvere quegl'idoli altra volta adorati, e dagli imperatori cristiani conservati ad abbellimento della città.

            Tuttavia Alarico ebbe gran rispetto per la cristiana religione, e barbaro qual era comandò a' suoi soldati di non inseguire quelli che si fossero nelle chiese ricoverati. In mezzo a quel disordine un capitano goto essendo entrato in una casa per ispogliarla, vi trovò una nobile romana, cui ordinò aspramente di consegnargli tutto ciò che possedeva di prezioso. Quella matrona cristiana, senza rispondergli, lo condusse in un sito appartato della casa, dove gli fece vedere un'immensa quantità di oggetti d'oro e d'argento del più magnifico lavoro.

            Voleva tosto il barbaro impadronirsene; «guardati, ripigliò quella coraggiosa donna, guardati di far ciò: questi vasi non sono miei; essi appartengono ai Ss. Apostoli Pietro e Paolo, ai quali furono consacrati. Io non ho forza da difenderli dalla tua violenza, ma se mai li tocchi la pena del sacrilegio ricadrà sopra di te.» A queste parole il capitano compreso di religioso rispetto richiuse tosto con gran cura la sala che conteneva quel tesoro, e si affrettò d'informare Alarico di quanto gli era successo.

            Quel principe per rispetto al Cristianesimo ordinò sull'istante che quei sacri oggetti fossero riportati presso la tomba degli Apostoli. Si vide allora in mezzo a quella desolata città una lunga processione di soldati barbari a portare divotamente i vasi sacri sul capo fino alla chiesa di S. Pietro, mentre i Romani pieni di stupore {163 [163]} si univano affollati alla processione dei barbari e s'inginocchiavano umilmente, confondendo in certo modo le grida di guerra coi cantici religiosi.

            Roma in questa maniera umiliata da Alarico perdette tutto il suo antico splendore, e divenne il bersaglio dei barbari, e la maestà del nome romano cadde irreparabilmente. Alarico fece all'Italia tutto quel male che gli fu a grado. Proponevasi di passare in Africa per ivi stabilire un vasto impero, ma mentre stringeva d'assedio la città di Reggio nel Napolitano improvvisamente mori quando egli giudicavasi all'apice della potenza e della gloria. All'inerte Onorio succedette un nipote del gran Teodosio detto egli pure Teodosio, e terzo di questo nome. Sebbene sia stato nemico dell'eresia, nulladimeno egli condusse una vita molle dandosi alla crapula senza curarsi gran fatto degli affari dell'impero.

            In questo tempo uno sciame di barbari invase l'impero d'Occidente, e non trovandosi più alcuno di quei prodi antichi che lo difendessero venne tra loro smembrato ed in breve annullato.

 

 

XXII. Ezio ed Attila re degli unni.

 

            Dal 410 al 455.

 

            I Romani di quel tempo, cari giovani, erano affatto degenerati dal valore degli antenati. Il lusso, vale a dire, la smodata magnificenza delle vesti, delle abitazioni, e delle mense; splendidi palazzi, giardini deliziosi, immensa ed mutile quantità di servi, ed ogni sorta di mollezze erano sottentrate alla semplicità e al marziale coraggio di que' gran capitani, i quali spesso lasciavano l'aratro per mettersi in capo all'esercito e liberare {164 [164]} la patria. Ciò non ostante vi furono alcuni generali che si segnalarono per valore e coraggio tra i quali uno di nome Ezio, l'altro Bonifacio.

            Ezio era un gran capitano e profondo politico che ritardò alquanto la caduta dell'impero d'Occidente. Ma egli era d'indole altera, e molto dominato dall'invidia, perciò voleva dominar solo.

            Bonifacio era al par di lui abile e valoroso, però più giusto, più moderato, più generoso, e per questo appunto venne in invidia al suo rivale che tentò di perderlo. Ezio lo accusò di tradimento presso a Placidia imperatrice, madre del giovane Valentiniano, quindi per non rimaner vittima della calunnia di Ezio ei fu costretto a chiamare in Africa i Vandali dalla Spagna.

            Questi barbari, ariani di religione, sotto il comando di Genserico, principe prode, ma fiero nemico dei Cattolici, si diffusero a guisa di torrente nell'Africa, e la inondarono di sangue e di stragi.

            Mentre queste cose avvenivano si avanzava verso l'Italia un nemico che minacciava di riuscire ai Romani più funesto degli stessi Vandali; questi fu il feroce Attila re degli Unni. Questo barbaro aveva esteso le sue conquiste dal mar Baltico al Ponto Eusino, ossia Mar Nero, e prolungavansi fino al di là del'mar Caspio, paese detto oggidì Gran Tartaria. Godeva egli in farsi soprannominare il flagello di Dio, nome a lui ben dovuto a motivo delle devastazioni, onde il suo cammino era dapertutto segnato. Testa grossa, larghe spalle, occhi piccoli e scintillanti, naso grosso e schiacciato, colore fosco, andamento minaccioso, ecco il ritratto di quell’orribile mostro.

            Quel formidabile guerriero alla testa di cinquecento {165 [165]} mila soldati come impetuoso torrente attraversò tutte le Provincie bagnate dal Danubio e abbattendo eserciti, ed atterrando città penetrò nelle Gallie spargendo ovunque il terrore.

            Il valoroso Ezio non istava inoperoso; egli mise in armi i più prodi soldati che potè avere, e con un potente esercitò andò ad incontrare Attila allorchè dava il saccheggio alla città d'Orleans. Quella parte dell'esercito di Attila sorpreso così all'impensata toccò grave sconfitta; quanti Unni erano in quella città furono fatti prigioni, uccisi, o precipitati nella Loira.

            Attila fremendo di rabbia rannodò i suoi e si portò nelle pianure che si distendono tra la Senna e la Marna. Ezio lo inseguì in quelle vastissime pianure e si venne ad una battaglia di cui non leggesi la somigliante nelle istorie. Due eserciti agguerriti e numerosissimi erano a fronte; le campagne, irte di ferri per uno spazio che potevasi difficilmente misurare coll'occhio, presentavano un fiero spettacolo, che ben presto divenne ancora più spaventevole pel furore della pugna.

            Gli Unni ebbero la peggio ed Attila stesso si trovò in grave pericolo, e forse per la prima volta intimorito abbandonò ai Romani il campo di battaglia ingombro di circa cento ottanta mila cadaveri de' suoi. Raccontasi, che i soldati di Ezio stanchi dalle lunghe fatiche andarono ad un vicino ruscello per dissetarsi, e al vedere la corrente rigonfia di sangue umano pieni di orrore se ne allontanarono.

            Attila vedendo essergli impossibile l'intraprendere alcun'altra guerra si affrettò a ritornare ne' suoi Stati. Ma nell'anno appresso raccolse un altro poderoso esercito e ritornò sopra l'Italia per vendicarsi della ricevuta {166 [166]} sconfitta. Non si può esprimere il guasto da lui fatto. Nell'universale spavento molti Italiani fuggirono in alcune deserte isolette dell'Adriatico, e vi fondarono una città cui diedero il nome di Venezia, di cui avrò più cose interessanti a raccontarvi.

            Dopo aver saccheggiata Milano, Attila colle sue genti si avanzava minaccioso verso Torino, i cui abitanti atterriti si apprestavano alla fuga. In sì terribile frangente S. Massimo Vescovo di questa Capitale radunò i cittadini, e con autorità ed affetto di padre ravvivò in tutti il coraggio, esortandoli a riporre in Dio una piena confidenza. «Afforzate le mura, egli diceva, ma la maggior vostra cura sia nel placare lo sdegno di Dio colla preghiera e colla penitenza. No, Torino non cadrà sotto le armi di Attila, se voi piangendo le vostre colpe placherete l'ira divina eccitata dai peccati degli uomini.» Le parole di Massimo si avverarono ed Attila invece di venire a Torino si volse verso Roma oggetto primario delle sue brame.

            Ezio non aveva potuto mettere in piedi genti bastanti per opporsi a sì potente nemico; l'imperatore co' suoi generali tremavano di spavento. L'Italia però ebbe un uomo che solo la salvò; egli fu S. Leone Papa. Questo grande Pontefice alla vista dei mali che Attila aveva fatto e si preparava di fare a tutta l'Italia, fidato nella protezione del cielo si vestì pontificalmente e 1'andò ad incontrare vicino a Mantova dove il Mincio scarica le sue acque nel Po.

            Il superbo Attila alla maestà di quel sant'uomo compreso da profonda venerazione lo ricevette cortesemente, e come l'ebbe inteso, accettate senz'altro le condizioni proposte, ripassò le Alpi lasciando tutta l'Italia {167 [167]} in pace. I soldati di Attila stupiti chiesero come tanto si fosse umiliato avanti ad un uomo solo, quando i più potenti eserciti non gl'incutevano alcun timore. Egli rispose, che mentre parlava col romano Pontefice aveva sopra di lui veduto un personaggio di abito sacerdotale vestito, che vibrava una spada sguainata minacciando colpirlo se non obbediva a Leone.

            Di là a poco il tremendo conquistatore, per buona fortuna del genere umano, ritornato ne' suoi Stati morì per un eccesso di crapula; e il vasto impero da lui fondato, al suo morire, sparì.

            Ezio lo seguì nella tomba, vittima d'una congiura simile a quella che egli aveva più volte ordito ai propri nemici. Egli fu accusato come ribelle presso a Valentiniano, il quale, fattolo venire alla sua presenza, senza che ne avesse il minimo sospetto, gli immerse egli stesso la spada nel petto.

            Con questo omicidio Valentiniano si privò dell'unico capitano, che potesse opporre a suoi nemici, e alcuni mesi dopo perì egli medesimo ucciso da uno de' suoi ufficiali, per nome Massimo che egli in un istante di collera aveva maltrattato. Anno 455.

            Questi assunse il titolo d'Imperatore, e regnò per soli due mesi, durante i quali Roma fu un'altra volta saccheggiata da un barbaro chiamato Genserico, re de' Vandali. Questo saccheggio durò quattordici giorni; in cui però furono risparmiate le persone e gli edifizi ad istanza del Pontefice S. Leone. {168 [168]}

 

 

XXIII. Ultimi imperatori d'occidente.

 

            Dal 455 al 476.

 

            L'Impero d'Occidente che prima comprendeva la metà del mondo, al tempo di cui vi parlo era quasi affatto caduto in mano de' barbari che lo divisero in una quantità di piccoli regni. Italia sola conservava ancora un'ombra del vecchio impero, ma i suoi imperatori appena potevano salire sul trono, che quasi a guisa di fantasmi sparivano.

            Morto Valentiniano III ottenne l'impero un famoso generale per nome Avito, che riportò molte vittorie contro ai barbari, e sarebbesi acquistato gloria se non avesse avuto a fare con uno de' suoi generali di nome Ricimero. Costui, goto di nascita, fin dalla sua prima gioventù si rese celebre per valore e giunse rapidamente ai primi gradi della milizia.

            Ambizioso, senza fede, senza onoratezza, egli non voleva alcuno a lui superiore. Obbligò Avito a rinunziare all'impero, ed in vece di lui elesse Maggiorano uno de' suoi compagni d'armi. Il novello imperatore si segnalò contro a Genserico e lo costrinse ad una pace vantaggiosa. Al senno politico esso accoppiava i talenti di gran capitano, e forse sarebbe riuscito a raffermare il vacillante trono dei Cesari, se Ricimero temendo di veder la sua gloria oscurata non lo avesse fatto mettere a morte.

            Il barbaro Ricimero diede poscia il trono a Libio Severo la cui inabilità non gli poteva dar ombra di sorta. Sotto a questo fantasma di sovrano Ricimero la fece da tiranno; accumulò tesori, ebbe un esercito suo proprio, {169 [169]} conchiuse trattati particolari ed esercitò in Italia un'autorità indipendente.

            L'Italia gemeva da sei anni sotto la tirannide di Ricimero, quando Leone I imperatore d'Oriente collocò sul trono di Roma un generale famoso appellato Antemio. Malgrado gli onori onde era colmo l'ambizioso Ricimero non poteva vedere l'Italia in pace e tentò di muovere i barbari a tumulto. Antemio gli manifestò il suo disgusto, ed egli subito si rivolse contro al suo sovrano preparandosi a combatterlo.

            I Liguri o Genovesi temendo le conseguenze di una guerra civile spedirono un'ambasciata a Sant'Epifanio Vescovo di Pavia perchè interponesse la sua mediazione, e riconciliasse il ribelle col suo legittimo sovrano. Finse Ricimero di sottomettersi, e intanto si mosse colle sue genti contro ad Antemio, il quale rimase trucidato. Ma Ricimero non potè godere il frutto di questo nuovo delitto, e pochi giorni dopo morì egli pure fra gli spasimi di una dolorosissima infermità nel 474.

            In questo tempo venne in Italia un uomo di nome Odoacre il quale doveva estinguere affatto il cadente impero d'Occidente. Di nazione barbaro egli era già stato ministro del feroce Attila. Aveva passato la sua giovinezza in una vita errante raccogliendo intorno a sè parecchi compagni, ch'egli procurava di affezionarsi conducendoli a ruberie.

            Dal Norico, che è una vastissima provincia della Germania, che oggi dicesi Austria, scese in Italia alla testa di que' venturieri, e annoiatosi nelle guardie imperiali in breve pervenne ai primi gradi della milizia. Le guardie imperiali, miei teneri amici, come quasi {170 [170]} tutto il romano esercito, non erano più altro allora che un miscuglio di barbari e di stranieri.

            L'imperatore Leone fece l'ultimo sforzo per ritardare la caduta dell'impero d'Occidente, e mandò un generale per nome Nepote, il quale alla testa di poderoso esercito depose un certo Glicerio, che aveva usurpato il trono, e si fe' egli stesso proclamare imperatore.

            Ma tosto un prode generale chiamato Oreste, mosso dal desiderio di porre sul trono suo figlio, sollevò le guardie contro Nepote e riuscì a detronizzarlo e a far proclamare imperatore Romolo Augusto, che i Romani o per la giovanile sua età, o per disprezzo dissero Augustolo. Le guardie però che avevano cooperato all'elezione di Augustolo pretendevano che in compenso fosse loro data una parte delle terre d'Italia; al che Oreste non volle acconsentire, perchè era un vero latrocinio.

            Odoacre saputo questo si offerse per capo ai malcontenti, e promise di soddisfarli purchè fossero disposti ad obbedirgli. Tutti i barbari dispersi per l'Italia tosto si unirono sotto a' suoi vessilli. Pavia fu presa d'assalto e il prode Oreste, che la difendeva, messo a morte.

            Allora lo sfortunato Augustolo vedendosi da tutti abbandonato si spogliò della porpora, e il vincitore Odoacre mosso a compassione della sua giovinezza gli lasciò la vita e gli assegnò un luogo sicuro nel regno di Napoli dove potè tranquillamente finire l'inutile vita in una deliziosa casa di campagna sulle spiagge del Mediterraneo.

            Roma si sottomise al nuovo padrone, e i barbari spargendosi per tutta l'Italia, l'assoggettarono interamente 1'anno 476. Con questa mutazione di cose fu spento l'impero d'Occidente dopo aver durato 507 anni dalla battaglia d'Azio, e 1229 dalla fondazione di Roma. {171 [171]}

            Finì sotto Romolo Augustolo, il quale per un tratto di somiglianza tutto singolare aveva il medesimo nome del fondatore di Roma e quello del fondatore del romano impero. La sua rovina si andava da lungo tempo preparando, perciò fu appena sentita nel mondo: cadde egli senza fragore, simile ad un uomo attempato che privo di forze, e dell'uso delle membra renda l'ultimo fiato spossato dalla vecchiezza.

 

 

Usi e costumi degli antichi italiani[6].

 

            ORDINE CIVILE.

 

            Gli antichi popoli d'Italia per lo più erano governati da un capo, cui davano il nome di re, che vuol dire reggitore. Il suo potere era a vita, e alla morte di lui il Senato ne eleggeva un altro, ed il popolo lo riconosceva. Siccome però gli usi ed i costumi degli antichi italiani ci sono in gran parte sconosciuti e quel poco che ne sappiamo ha strettissima relazione colla Storia Romana; così noi ci limiteremo a notare l'ordine civile de' romani fin dai primi tempi di Roma.

            Senato. La prima dignità dello stato instituita dallo stesso Romolo e conservata fino alla caduta del romano impero, era il senato, così detto dalla parola latina senex che vuol dire vecchio, perchè quelli che lo componevano dovevano essere di gran senno, e non vi erano ammessi se non ad un'età alquanto avanzata. Il numero dei Senatori fu da Romolo stabilito a cento; ma per l'unione dei Sabini questo numero fu portato a duecento, e più tardi fino a quattrocento. Riempievano i posti che restavano vacanti nel senato quelli, che avevano esercitato le principali cariche dello Stato. L'unione de' cento Senatori sabini coi cento Senatori romani inscritti nello stesso catalogo diede luogo al titolo di patres conscripti solito a darsi a tutti i Senatori insieme radunati. Il Senato era il consiglio supremo dello Stato i Senatori avevano il potere di far le leggi, e di deliberare intorno ai più gravi affari. Tra i Senatori erano scelti i principali magistrati, i capitani degli eserciti, i consoli, gli ambasciatori. {172 [172]}

            Cavalieri. Da principio i cavalieri erano tra carpo di guardie, ebe combattevano a cavallo, le quali coll'andare del tempo formarono il nerbo degli eserciti romani; e da questo derivo un ordine intermedio tra il patrizio ed il plebeo. Niuno era annoverato tra i cavalieri, se non constava che egli avesse un determinato reddito per mantenersi un cavallo.

            Patrizi e plebei. Formavano 1'ordine patrizio ì discendenti dei primi senatori. Il resto del popolo romano dicerasi plebe. Ma siccome avveniva talvolta che i plebei fossero oppressi da alcuni de' patrizi, ciascuna famiglia plebea si sceglieva tra i senatori un prolettore cui dava il nome di patrono, così detto dal latino patronus, quasi qui patris onus gerit, che fa le veci di padre, perchè egli aveva obbligo di assistere il suo cliente e di fare ciò che un buon padre fa per la sua famiglia.

            Il popolo romano dividevasi pure in tre altri modi; in tribù, che da tre giunsero sino a trentacinque, in curie che erano trenta, in centurie che erano cento novanta tre.

            I Comizi erano radunanze popolari che si tenevano qualche volta nel foro, o piazza pubblica, ma più spesso in una pianura vicino al Tevere detta campo Marzio. Esse avevano per iscopo di ratificare le nuove leggi, di confermare i trattati di pace, di eleggere i principali magistrati, vale a dire i principali impiegati del governo. In questo caso il popolo doveva dare il voto per centurie. Le principali magistrature ovvero cariche dello Stato erano la Dittatura, il Consolato, la Censura, la Pretura, 1'Edilità, la Questura ed il Tribunato.

            Dittatura. Era questa una dignità che conferivasi in circostanze straordinarie e soltanto per sei mesi. Il Dittatore veniva investito di un'autorità assoluta senza dipendenza alcuna da altri, come se fosse re. Il dittatore aveva un luogotenente detto magister equitum, ossia generale della cavalleria.

            Il Consolato era una carica che durava un anno. I consoli erano due, e si chiamavano così dalla parola consulere che vuol dire provvedere, perchè loro apparteneva il sopraintendere al Senato, far eseguire le leggi, guidare gli eserciti in battaglia, in somma il provvedere ai bisogni della repubblica.

            La Censura . Due erano i Censori, i quali avevano l'incarico di tenere un esatto registro de' cittadini romani: essi vigilavano pure alla repressione del lusso e alla conservazione dei buoni costumi. Ogni cinque anni facevano il censo, ossia enumerazione del popolo romano, e notavano d'infamia coloro che secondo il loro giudizio l'avevano meritata col vivere disordinatamente. Il censo terminavasi con una cerimonia religiosa, chiamata lustrazione, onde fu detto lustro un periodo di cinque anni.

            La Pretura . Il numero dei pretori non era fisso; il loro principale incarico era di rendere giustizia, e fare le veci dei consoli, quando questi si trovavano alla testa degli eserciti.

            L'Edilità. Gli edili erano due, e loro si affidava il deposito delle {173 [173]} leggi con obbligo di sovraintendere alla conservazione degli edifizi e dei pubblici monumenti.

            La Questura. Fra i questori gli uni avevano la custodia del tesoro pubblico e la cura di esigere le imposte; gli altri tenevano dietro agli eserciti, e provvedevano al loro mantenimento.

            Il Tribunato. I tribuni, vale a dire i capi delle tribù, erano dapprima in numero di cinque, poi di dieci. Essi furono stabiliti per la tutela dei privilegi del popolo. La loro persona era sacra ed inviolabile, e avevano il diritto di sospendere colla semplice parola veto proibisco, le ordinanze e i decreti del senato.

            Gli aspiranti alle cariche dicevansi candidati dalle vesti bianche colle quali si presentavano ai comizi il giorno della elezione.

 

 

Ordine religioso.

 

            La religione dei romani e degli antichi italiani fu l'idolatria fino alla predicazione del Vangelo. L’idolatria consisteva nell'ammettere una moltitudine infinita di divinità, prestando eziandio alle creature e alle cose insensate quel culto che è dovuto al Supremo Dio. La prima tra esse era Giove, al quale si sacrificavano diverse specie di animali. I principali ministri del culto religioso erano i Pontefici, i Flamini, i Feciali, gli Auguri, gli Aruspici, i Salii, i Curioni e le Vestali.

            I Pontefici. Capo della gerarchia del Paganesimo era il pontefice, la cui persona era sacra ed aveva autorità sopra tutte le cose di religione. Il capo dei medesimi pontefici era chiamato Pontefice Massimo. La dignità dei Pontefici era in si grande venerazione che loro si dava la precedenza sopra tutti gli altri magistrati e non davano conto ad alcuno delle loro azioni in cose di religione. Nel primo giorno di ciascun mese annunziavano al popolo il giorno in cui cadevano le none, ovvero le fiere, e i mercati, e tutte le feste che occorrevano nel corso di quel mese.

            Flamini. I Flamini erano destinati al culto di alcune speciali divinità ed erano in numero di quindici. I tre più distinti presiedevano uno, col titolo di Flamen Dialis, al culto di Giove, il secondo dedicato a Marte dicevasi Martilis, il terzo a Romolo, dicevasi Quirinalis.

            Feciali. I Feciali erano sacerdoti depositari della legge della guerra. Non si faceva mai guerra senza prendere da loro consiglio; ad essi apparteneva il conchiudere i trattati di pace e di guerra.

            Salii. I Salii erano sacerdoti che presiedevano al culto di Marte, dio della guerra.

            Curioni. I Curioni amministravano il culto nelle loro curie. Romolo avendo diviso il popolo in tre tribù ed in trenta curie, ordinò che ciascuna avesse il suo tempio per fare i sacrifizi e celebrare le sue feste. I Curioni erano in numero di trenta, il primo di loro era detto Curione Massimo, ed eleggevasi dal popolo radunato.

            Auguri. Gli Auguri così detti da Avium garritus, canto degli uccelli, {174 [174]} erano sacerdoti, i quali avevano incumbenza di notare il canto, il volo, il maggiore o minore appetito degli uccelli onde conoscere da ciò l'avvenire.

            Aruspici. Gli Aruspici erano altri indovinatori i quali pretendevano di leggere l'avvenire nelle viscere degli animali cbe sacrificavano.

            Vestali. Le Vestali, ossia sacerdotesse della dea Vesta, erano vergini destinate a conservare un fuoco sacro che doveva ardere notte e giorno sopra l'altare di questa dea. L'estinzione di questo fuoco riguardavasi quale cattivo presagio. Le vestali facevano voto di castità, e quando lo violavano, venivano rinchiuse in una profonda caverna ove si lasciavano morir di fame, oppure erano abbruciate vive. Allo stesso supplizio eran condannati coloro che le avevano indotte a violare il loro voto. Le vestali erano tenute in grande venerazione, e quando passavano per istrada i magistrati loro cedevano la diritta, ed accordavasi il perdono a quei delinquenti, che, mentre erano condotti al supplizio, si fossero per caso incontrati in qualche vestale.

            Sebbene i romani avessero un gran numero di divinità, e a tutte prestassero un cullo particolare, tuttavia le loro feste si passavano per lo più in gravi disordini. Tra le feste era celebre quella di Saturno che celebravasi nel mese di dicembre. Essa durava tre giorni detti Saturnali, e si passavano in un continuo stravizzo; e gli schiavi la facevano da padroni. Durante i pranzi si facevano sacrifizi detti Libazioni, che consistevano nello spargere sopra la tavola vino o altro liquore in onor degli déi.

 

 

Ordine del tempo.

 

            Nei primi tempi di Roma Romolo divise l’anno in dieci mesi cominciando da marzo, indi aprile, maggio, giugno, quintile, sestile, settembre, ottobre, novembre, dicembre; i quali mesi componevano un anno di 304 giorni. Ma Numa Pompilio introdusse tra' romani molti usi praticati dagli Etruschi, e fra le altre cose aggiunse il mese di gennaio e febbraio e così 1'anno divenne più regolate composto di 365 giorni, e il numero dei mesi cominciò da gennaio come si pratica ancora oggidì. Questi mesi dicevansi gennaio perchè dedicato a Giano; febbraio perchè in questo mese si facevano sacrifizi espiatorii pei morti, i quali dicevansi in latino Februa; marzo perchè dedicato a Marte; aprile, perchè in questo mese la terra si apre per le sue produzioni; maggio perchè dedicato ai maggiori, ossia ai più vecchi; giugno perchè dedicato alla gioventù. Gli altri mesi furono chiamati col loro nome di ordine progressivo, ad eccezione di quintile che fu poi dal Senato dedicato a Giulio Cesare, epperciò detto luglio e sestile consacrato a Cesare Augusto, e detto agosto.

            Per indicare i giorni dei mesi usavansi tre nomi, calende, none, ed idi. Le calende erano il primo giorno di ciascun mese, le none erano il settimo giorno pei mesi di marzo, maggio, luglio, ottobre; ed il quinto per gli altri otto mesi. Gli idi cadevano otto giorni dopo le none. {175 [175]}

            Per un'usanza altrettanto incomoda, quanto bizzarra, i giorni si indicavano contando non già quanti giorni del mese erano passati, come si fa presso di noi, ma quanti giorni rimanevano per arrivare ad uno dei sopraddetti giorni, cioè calende, none e idi; laonde per indicare il 20 gennaio per es, dicevasi il dodicesimo avanti le calende di febbraio, perchè il 20 di gennaio trovavasi dodici giorni innanzi al primo di febbraio, che era il giorno delle calende; per indicare il 2 di febbraio dicevasi il quarto avanti le none di febbraio; il 9 di marzo il settimo avanti gli idi di marzo. I giorni prendevano vari nomi secondo le cose che in quelli venivano comandate o proibite. Dicevansi giorni festivi, dies festi, quelli in cui era proibito ogni lavoro, e tutti dovevano esclusivamente occuparsi in opere di religione: ad sacrificia diis offerenda. Giorni di lavoro, dies profesti, quelli in cui era permesso anzi comandato il lavoro. Giorni di radunanza, dies comitiales, erano quei giorni nei quali solevasi far radunare il popolo. Nundinae o giorni novesimi, erano chiamate le pubbliche fiere e mercati che si tenevano in Roma di nove in nove giorni, e dove le genti di campagna venivano per vendere e provvedersi quanto loro faceva di bisogno. Il giorno dividevasi in dodici ore più o meno lunghe secondo la stagione, nel modo che era praticato dagli Ebrei. L'ora prima cominciava al levar del sole; la terza terminava verso le ore nove del mattino, la sesta a mezzogiorno; la nona verso le tre della sera; la duodecima verso il cader del sole. La notte scompartivasi in quattro veglie di tre ore ciascuna, la prima cominciava al cader del sole; la seconda verso le nove di sera; la terza a mezzanotte; la quarta verso le tre del mattino. Nei primi tempi di Roma non eravi misura fissa del tempo; solamente verso la fine della prima guerra punica, cioè dugento cinquanta anni prima dell'era volgare, fu recato a Roma dalla Sicilia il primo orologio a sole, che era una specie di meridiana. Un secolo dopo cioè cento cinquant’anni prima dell'era volgare comparvero le clessidre che sono orologi ad acqua od a polvere.

 

 

Ordine delle milizie.

 

            Presso gli antichi italiani e specialmente presso ai Romani tutti erano soldati ad eccezione di quelli che erano destinati al culto degli déi. Il servizio militare cominciava a diciassette anni, e ciascuno poteva esservi chiamato sino all'età di 46, se pure non fosse già pervenuto a qualche magistratura. Quando i consoli volevano levar truppe, pubblicavano un editto e inalberavano uno stendardo sul Campidoglio. A quel segnale, ammogliati e senza moglie, purchè fossero in istato di portar armi, si assembravano divisi in tribù nel luogo a bella posta indicato, che d'ordinario era il campo Marzio. Là erano chiamati quelli che si stimavano acconci al bisogno, e chi avesse opposto difficoltà correa pericolo di vedere i suoi beni confiscati e sè stesso ridotto alla condizione di schiavo.

            L'esercito dividevasi in legioni. La legione era composta di circa {176 [176]} cinque mila uomini di fanteria e di trecento a cavallo. Fatta la leva dei soldati, ne toglievano uno da ciascuna legione per pronunziare ad alta voce la formola del giuramento militare che tutti gli altri ripetevano dopo di lui. La legione era divisa in dieci coorti ossia compagnie di circa 500 uomini, e comandata da sei tribuni militari che davano gli ordini per turno: i subordinati ai tribuni erano i CENTURIONI, che erano ufficiali di una compagnia composta di 100 uomini.

            L'arma comune a tutti i soldati romani era una corta spada a due tagli, e ben aflilata. Il soldato romano armato alla leggera aveva, oltre la spada, sette giavellotti o freccie lunghe tre piedi almeno, un piccolo scudo di legno ed un elmo di cuoio. Il soldato di arma pesante portava, oltre i giavellotti ordinarii, altri giavellotti di cinque o sei piedi di lunghezza, aventi il ferro uncinato, i cui colpi erano pericolosissimi. Coprivagli il capo un elmo di bronzo che lasciava la faccia scoperta; vestiva una corazza di maglie o piccole lamine di bronzo, ed attaccava al braccio sinistro per mezzo di striscie di cuoio lo scudo largo due piedi e mezzo, alto quattro; per modo che il soldato abbassandosi un poco poteva mettersi intieramente al coperto. Le armi offensive della cavalleria consistevano in una lunga spada, in una picca, e qualche volta in alcuni giavellotti. Usavansi pure diverse macchine che tenevano loro luogo di artiglierie. Oltre l'ariete e le torri movibili, impiegavano le baliste e le catapulte per lanciare grossi giavellotti, pietre, fiaccole ardenti. La forza di queste macchine era meravigliosa. Un giorno una pietra d'una catapulta essendo stata mal collocata, andò a colpire uno dei sostegni e di rimbalzo colpi l'ingegnere che la regolava; il colpo fu così violento che fece a brani e disperse tutte le membra dell'ingegnere. Per formare la così detta testuggine, i soldati romani imbracciavano certi scudi quadrati solidissimi, li sospendevano sopra il loro capo e li congiungevano per modo da comporre una specie di tetto sul quale rotolava quanto i nemici vi avessero gettato.

            Così ordinati avvicinavansi alle muraglie che volevano atterrare; per rompere quel tetto di scudi ci volevano travi e pesanti macigni. I romani usavano pur certe gallerie di legno, costrutte di grossi travi e rivestite di terra e di pelli fresche di bue, per preservarle dal fuoco; al coperto di queste gallerie si accostavano senza grave pericolo al muro o alla torre che volevano atterrare.

            Le primitive insegne militari dei romani non erano altro che un fascetto di fieno legato alla cima di un'asta. Più tardi vi piantarono invece alcune tavolette rotonde sovra delle quali erano effigiate le divinità, con sopra una mano o qualche altro emblema d'argento. Da Mario in poi ciascuna legione ebbe per insegna un'aquila d'oro. Il tamburo non era conosciuto; usavano soltanto delle trombe di bronzo di differente grandezza.

            I Romani in paese nemico non mancavano mai di fortificare il loro campo, fosse pure per una sola notte. Intorno al campo girava una fossa profonda di nove piedi, ed una palizzata formata di travicelli { [177]177} insieme incrocicchiati. Fra le tende ed i trincieramenti passava una distanza di 200 passi, per cui, in caso di attacco, le tende rimanevano al sicuro dai dardi e dalle fiaccole dei nemici. Nelle marcie i soldati oltre a tre o quattro travicelli per la palificata del campo, portavano viveri per più giorni, i quali consistevano in una certa quantità di grano che essi tritavano con una pietra, quando volevano farne del pane: più tardi fu provveduto il biscotto. I soldati dovevano inoltre portare varii altri utensili. Per essi le armi non erano un carico; ma le riguardavano in certo modo come lor proprie membra.

            Le leggi della disciplina militare erano severissime. Chiunque in una marcia si fosse allontanato a segno di non udire il suono della tromba, era considerato come disertore. Abbandonare il proprio posto stando in sentinella, combattere fuor di linea senza permissione, rubare la più piccola moneta, erano altrettanti delitti che meritavano la morte. Falli più lievi erano puniti col bastone, con la privazione del soldo, con comparire in pubblico sotto vestimento donnesco; e quest'ultimo castigo era riservato ai vili. Nessuno poteva mangiare avanti il segnale che se ne dava; nè davasi fuorchè due volte al giorno. I soldati pranzavano ritti in piedi e assai frugalmente; la loro cena era un poco migliore, e negli ultimi tempi della repubblica furono provvisti di sale, di legumi e di lardo. Ordinariamente bevevano acqua pura o temperata con qualche goccia, d'aceto.

            I soldati romani non erano mai lasciati oziosi. Indurati dall'infanzia ai lavori dell'agricoltura, continuavano sotto le bandiere militari ad esercitarsi nella fatica. Erano avvezzati a lunghe marcie carichi del peso di sessanta libbre, e a correre ed a saltare tutti armati. Negli esercizi si facevano loro prendere armi di doppio peso di quello delle ordinarie, e siffatti esercizi non erano mai interrotti. In tempo di pace erano occupati a dissodare terreni incolti, a innalzare fortezze, a scavar canali, a costruire città, a formare strade, che talvolta da Roma prolungavano a remotissime distanze. Or qual maraviglia, se soldati di quella tempra riportavano sì segnalate vittorie e soggiogavano tante nazioni?

            Le principali ricompense militari erano la corona ossidionale aggiudicata a chi avesse liberata una città o un campo assediato, la corona civica concessa a chi avesse salvata la vita di qualche cittadino, la corona murale accordata a chi pel primo fosse giunto sulle mura nemiche nell'occasione di un assalto. Ciò che faceva pregiare ai Romani queste corone era la solennità della distribuzione che facevasene dal generale alla presenza di tutto l'esercito.

            Le ricompense riserbate al generale dopo una vittoria consistevano nel titolo d'imperatore o di generale vittorioso, e nel grande o piccolo trionfo secondo la maggiore o minore importanza delle sue imprese. {178 [178]}

 

 

Altri usi e costumi degli antichi italiani.

 

            Monete. Le monete più antiche di cui si abbia cognizione sono l'asse o soldo romano di rame e del valore di un decimo del denaro corrispondente a cinque centesimi.

            Il denaro era d' argento e valeva cinque decimi di franco ossia cinquanta centesimi.

            Il sesterzio era la quarta parte del danaro, corrispondente a due assi e mezzo ossia due soldi e mezzo.

            Gli antichi non facevano uso di monete coniate, ma trafficavano fra di loro scambiando le mercanzie, ovvero pagandole con metalli valutati a peso. Servio Tullo, sesto re di Roma, fu il primo a far coniare il rame: vi fu impressa la figura di una pecora onde venne il nome di pecunia.

            Pesi. Il peso ordinario era la libbra, che valeva dieci oncie e mezzo delle nostre corrispondente a 323 grammi.

            Misure. La principal misura pei liquidi era l'anfora, che conteneva ottanta libbre di acqua o di vino che corrispondono a 25 litri. L'anfora conteneva otto congii, circa tre litri e tre decilitri ciascuno. Il congio dividevasi in quarant'otto ciati, il ciato conteneva quasi un decilitro di vino, ed è quel tanto che ordinariamente un uomo moderato può bere in un fiato. La principal misura pei solidi era il moggio o staio la cui capacità era il terzo dell'anfora, poco più di otto litri.

            Le misure di distanza erano il miglio formato di mille passi geometrici, corrispondenti a mille settecento venti metti, circa due terzi di miglio piemontese. Il passo era lungo cinque piedi: il piede quattro palmi; il palmo quattro dita. Il piede romano corrispondeva ad otto oncie di piede piemontese, circa trentaquattro centimetri.

            Gli antichi misuravano la distanza a miglia.

            Ogni miglio era indicato sulle strade da una pietra su cui era scritto la distanza di quel luogo dalla capitale del regno. Quando i Romani divennero i soli padroni dell'Italia, le pietre delle strade portavano scritta la distanza di quel punto da Roma. Lo stadio greco altresì usato in Italia equivaleva a cento venti passi: circa duecento quattro metri.

            Giuochi. Gli antichi erano amantissimi dei pubblici giuochi. I principali di essi erano la lotta, la corsa a piedi e a cavallo, la corsa dei carri, il combattimento navale, il combattimento delle bestie feroci. Questi giuochi si facevano ordinariamente in un luogo detto circo, che era un vastissimo recinto intorno a cui potevano stare molte migliaia di spettatori. Talvolta il loro numero ascendeva a trecento mila, e tutti dalle gallerie, che mettevano nel circo, potevano partecipare di quei pubblici divertimenti. Pei combattimenti navali l'acqua era portata nell'interno del circo da acquedotti a bella posta scavati e vi formavano una specie di lago. Pei combattimenti delle bestie feroci ne veniva condotta a Roma un'incredibile quantità. {179 [179]} Pompeo in un solo giorno fece comparire nel circo seicento leoni. Alle volte gli spettatori medesimi uccidevano le fiere a colpi di freccia; talora le facevano azzuflare le une contro alle altre, ovvero contro ad uomini che esercitavano quel mestiere di propria elezione, o vi erano stati condannati come spesso lo furono i cristiani; ma questi non si difendevano, e aspettavano con animo quieto e generoso di essere sbranati, ascrivendosi a gloria di morire per la fede.

            I Gladiatori. Un altro genere di spettacolo non meno atroce e non meno gradito al popolo romano era quello dei gladiatori. In origine i gladiatori erano prigionieri di guerra o malfattori condannati a morte. Vi fu di poi chi fece il gladiatore per mestiere, o mosso dal guadagno o dal piacere di battersi; quando un gladiatore rimaneva ferito gli spettatori gridavano (habet) è ferito, ed essi erano arbitri della sua vita. Se volevano salvarlo premevano il pollice, se volevano che egli morisse sotto ai colpi del vincitore, rovesciavano il pollice e l'infelice doveva sottoporsi alla fatal sentenza. L'imperatore Traiano diede una festa nella quale vennero nell'anfiteatro dieci mila gladiatori. Questi atroci spettacoli non cessarono fino al regno di Onorio nell'occasione che un santo solitario, chiamato Telemaco, essendosi slanciato fra i gladiatori per separarli, cadde egli stesso morto ucciso da uno di costoro. Un così eroico sacrifizio della carità cristiana fu cagione che finalmente si proscrivessero quei giuochi che da più d'800 anni disonoravano l'umanità. L'anfiteatro costruito da Vespasiano e da Tito, bagnato le molte volte dal sangue de' martiri, esiste ancora in parte al giorno d'oggi conosciuto sotto il nome di colisco o colosseo.

            Giuochi scenici. Una terza specie di spettacolo erano i giuochi scenici, i quali consistevano in tragedie, commedie mimiche, rappresentate su teatri di straordinaria ampiezza. Il più bel teatro di Roma poteva capire sino a 80,000 spettatori ed era costrutto di marmo all'aria aperta.

            Leggi. Le antiche leggi degli italiani non sono molto conosciute. Le leggi romane erano in assai picciol numero, ed erano severissime. Esse davano al padre la facoltà di battere, vendere ed anche uccidere i proprii figliuoli senza altro motivo che la sua volontà. Eravi una legge che vietava l'uso del vino alle donne, ed una donna che aveva violata una tal legge fu condannata dalla sua famiglia a morir di fame.

            Un'altra legge metteva la persona del debitore in balìa del creditore, che poteva caricarlo di catene, batterlo quanto gli piacesse finchè avesse saldato il suo debito. I vinti in battaglia erano tenuti siccome schiavi. Costoro si compravano e si vendevano a guisa di bestie da soma; il padrone poteva aggravarli di lavoro, straziarli, ucciderli quando gli fosse venuto a capriccio. Se la vecchiezza o l'infermità rendeva lo schiavo inetto al lavoro, poteva sbrigarsene facendolo gettare in qualche isola del Tevere ove l'infelice periva di stento. Questi e molti altri tratti d'inumanità, che sovente leggonsi nella storia de' popoli antichi, dimostrano quanto fosse necessaria la luce del Vangelo, la sola atta a diradare le folte tenebre della barbarie in cui i popoli dell'antichità, anche i più inciviliti, erano involti. {180 [180]}

            Arti. Gli antichi Etruschi erano i più avanzati nelle arti e nel commercio. La scultura, l'architettura erano molto coltivate; l'oro e l'argento erano maestrevolmente lavorati. Presso i Romani non era così: sempre occupati in guerre poco badavano alle arti ed al commercio. Sul principio della guerra punica non conoscevano ancora l'uso delle navi. Le stalle da cavallo erano loro sconosciute e nelle strade eranvi pietre a bella posta collocate sopra cui salivano i cavalieri per montare a cavallo.

            Scienze. La lingua degli antichi Italiani non è affatto conosciuta. I primi scrittori latini comparvero sul cominciare della seconda guerra punica. Ma il tempo che diede i grandi scrittori, che fecero chiamare quell'epoca il secolo d’oro, fu il secolo d'Augusto.

            La maggior parte delle opere latine classiche, le quali usiamo nelle nostre scuole, e che formeranno mai sempre la gloria dell'umano ingegno, furono scritte in quel secolo. È attribuita a Cicerone l'invenzione della stenografia, parola che vuol dire scrivere in fretta, ed è l'arte di scrivere in cifre con cui si può esprimere colla penna ciò che si dice, e con la medesima velocità con cui si parla.

 

 

Abiti, abitazioni, vitto e funerali.

 

            Abiti. L'abito dei Romani era indusium o camicia, la tunica ossia sopraveste e la toga. La tunica era una veste corta che scendeva fino al ginocchio che serravano alla vita con una cintura quando volevano camminare. La toga era una veste lunga da ogni parte chiusa, senza maniche, la quale avviluppava tutto il corpo, lasciando solamente scoperto il capo e il braccio destro. Quando il fanciullo era giunto ad una certa età, specialmente se di nobile condizione, era vestito di una toga detta pretesta orlata di rosso. A diciassette anni deponeva la pretesta per indossarne un'altra detta toga virile. Quel giorno il giovane era condotto da un gran numero di amici sulla pubblica piazza; e da quel giorno cominciava ad essere considerato quale cittadino romano. Alla guerra i cavalieri si spogliavano della toga per vestire un manto detto clamide. L'abito del soldato di fanteria ed anche del viaggiatore era il sago, sagum; per ripararsi dalla pioggia portavano un cucullus ossia cappuccio che copriva la testa e le spalle. Non usavano calze: ma le persone delicate od infermiccie coprivansi le gambe con fasce di stoffa o con stivaletti.

            Abitazioni. Le città degli antichi Italiani non erano altro che un ammasso di capanne che talora si trasportavano da un luogo all'altro. Ai tempi della fondazione di Roma vi erano già moltissime città costrutte con pietre e con mattoni e ben fortificate. E molto antico l'uso del vetro e del cristallo, e l'impiegavano in ogni sorta di lavori facendone perfino colonne; ma non sapevano formare lastre per finestre, cui supplivano i poveri con tele o pergamene, i ricchi con pietre trasparenti tagliate a sottilissime lastre. Le invetriate furono conosciute soltanto ai tempi di Teodosio il grande. Presso gli antichi {181 [181]} non usavansi chiavi, nè serrature per chiudere le case: le porte degli appartamenti di dentro erano chiuse da una sbarra di ferro; i cancelli e le credenze erano sigillate col marchio, ovvero castone dell'anello destinato a suggellare le lettere, ed ogni volta che le aprivano dovevano ripetere l'operazione.

            Gli antichi si nutrirono per molto tempo di farinata d'orzo invece di pane. Fino al tempo della seconda guerra punica ignorarono l'uso dei molini, e perciò tritavano il frumento con due pietre. I Romani furono i primi che introdussero in Italia il lusso nei banchetti. A mensa stavano adagiati sopra letti, disposti intorno a certe tavole aggiustate nel triclinio che era la sala da pranzo, così chiamata perchè intorno alla tavola ordinariamente erano tre di questi letti, (tre-clini, ossia letti). I conviti componevansi di tre portate; alla prima si portavano cinghiali tutti intieri circondati da altri cibi atti a stuzzicare l'appetito, de' quali facevano sempre parte le uova, onde venne il proverbio ab ovo usque ad malum, vate a dire dall'uovo che indicava il principio della mensa fino alle frutta che solevansi portare in fine. Nella seconda portata eravi ogni sorta di pasticcieria e di manicaretti, ed in questi consisteva il miglio del pranzo. Studiavansi di presentare i volatili più rari, e più difficili a trovarsi, come la grù, il pavone, il pappagallo e simili.

            Nell'ultima portata venivano le frutta ed i confetti come si usa fra di noi. Al vino melato della prima portata succedevansi altri vini così gagliardi da non potersi bere puri. Si tirava a sorte chi dovesse regolare il pranzo, e colui che veniva scelto chiamavasi re del convito. Costui ordinava le libazioni, i brindisi, il numero di tazze che ciascuno doveva vuotare, e chiunque non adempiva quegli oidini era condannato a tracannarne una tazza di più.

            Chi avesse preso fiato nell'atto di bere era condannato a berne una altra tazza fosse pure già alterato dal vino od anche ubbriaco. Durante il pasto si facevano concerti musicali, talora danze ed anche combattimenti di gladiatori. Presso i Romani il pasto principale era la cena, la quale facevasi verso il tramonto del sole. I loro pranzi non erano che una seconda colezione; poi s'introdusse l'uso della merenda, e finalmente la gente di buon tempo mangiava un'ultima volta dopo cena.

            Questi divoratori di professione per reggere a tanti pasti non avevano altro mezzo fuorchè il rigettare, e ciò che reca meraviglia è che quei medesimi filosofi i quali avevano fama di sobrii e di onesti, non si vergognavano di provocarsi anche essi al vomito dopo cena a fine di poter nuovamente mangiare.

            Tale era la vita de' romani degenerati. In questo tempo di corruzione ogni sorta di vizio prese forza tra i popoli italiani. Non si dimandava più altro in Roma, non si parlava più d'altro tra i Romani che di lauti pranzi, di giuochi o di spettacoli, le quali cose accelerarono grandemente la rovina del romano impero. Solamente la santità del cristianesimo riusci a porre un freno ai tanti vizi che avvilivano l'umanità. {182 [182]}

            Funerali. In ogni tempo e presso a tutte le nazioni i doveri della sepoltura erano riguardati come cosa sacra. Quando un Romano era per esalare l'ultimo fiato, i parenti più prossimi stavano intorno al suo letto per ricevere l'ultimo suo respiro e chiudergli gli occhi. Appena morto, lo chiamavano tre volte per nome, e gli mettevano un obolo nella bocca perchè potesse pagare il tragitto del fiume Stige, il quale credevano che tutti dovessero passare per andare ai Campi Elisi, che erano il paradiso immaginato tra le favole dei pagani.

            I funerali non si celebravano prima dell'ottavo giorno. Un suonatore di flauto apriva la marcia, seguivano le trombe, quindi una schiera di prefiche, che erano donne pagate perchè piangessero l'estinto. Portavansi rovesciate tutte le insegne onorifiche dell'estinto, quindi le immagini di cera de' suoi antenati; venivano appresso i figliuoli del defunto e gli altri parenti. Tutto il corteggio vestiva a lutto portando le chiome scarmigliate.

            Il cadavere era processionalmente portato sopra un feretro pomposo e circondato da gran numero di fiaccole accese e deponevasi nel foro, dove il figliuolo del morto o qualche altro de' suoi più stretti parenti saliva sulla tribuna e ne recitava l'orazione funebre. Nei tempi più antichi si sotterravano i cadaveri; più appresso si abbruciavano. I parenti più prossimi volgendo altrove la faccia appiccavan il fuoco al rogo. Consumato dalle fiamme il cadavere, le ceneri e le ossa, versandovi sopra latte e vino, erano chiuse dentro di un'urna, e l'urna era collocata in una tomba. Prima di chiudere la tomba solevasi dar e ad alta voce all'estinto l'ultimo saluto con queste parole: addio per sempre: noi tutti ti seguiremo secondo l'ordine della natura. {183 [183]}


Epoca Terza. L'italia nel Medio Evo

 

            Dalla eadula dell'impero Romano in occidente nel 476 alla scoperta del nuovo mondo nel 1492.

 

 

I. Odoacre primo re d'Italia.

 

            Dal 476 al 493.

 

            La storia che intraprendo a raccontarvi, miei teneri amici, dicesi del medio evo ossia dell'età di mezzo, sotto il qual nome s'intende comunemente quella serie d'avvenimenti succeduti dalla caduta dell'impero Romano in occidente fino alla scoperta del nuovo mondo fatta da Cristoforo Colombo nel 1492.

            In questo lungo spazio di tempo l'Italia fu quasi continuamente il ludibrio de' barbari, i quali in varii tempi e da vari paesi la vennero ad assalire e con danno immenso degli italiani la fecero loro preda. Erano i barbari uomini senza leggi, senza politica e quasi senza religione. In ogni loro questione la forza teneva luogo di ragione, che valeva per ogni diritto.

            Vi ho già raccontato come Odoacre, quell'antico ministro del feroce Attila, era venuto in Italia con molte schiere di barbari, ed erasi fatto riconoscere per primo re d'Italia nel 476, e poichè il nome d'imperatore era caduto in discredito in occidente, egli si contentò del titolo di re, dignità che corrisponde a quella di dittatore. {184 [184]}

            Sebbene barbaro di nazione, Odoacre mostrò talenti e virtù degne del grado a cui aveva saputo innalzarsi. Egli è però tacciato di essersi usurpate le proprietà dei vinti, per darle a' suoi soldati. Egli aveva loro promesso la terza parte delle terre d'Italia affinchè lo eleggessero re, la qual promessa adempì appena salito sul trono. Questo fatto sarebbe reputato vera ingiustizia, se non fosse stato in certa maniera giustificato dallo scarsissimo numero d'uomini che abitavano l'Italia, e dal gran bisogno di avere nuove braccia per coltivare le campagne.

            Nello spazio di pochi anni che Odoacre passò in Italia, depose la gran fierezza, propria di tutti i barbari, e sebbene professasse l'eresia degli ariani, tuttavia si mostrò molto propenso a favorire il cattolicismo. La moderazione di questo re è dovuta alla relazione ch'egli mantenne con un santo solitario di nome Severino, il quale abitava sulla sponda del Danubio vicino alla città di Vienna.

            Mentre Odoacre veniva co' suoi in Italia, fu rapito dalle maraviglie che da tutte parti si raccontavano di questo solitario, e volle andare in persona a visitarlo. Egli andò a lui sotto le più modeste sembianze, penetrò nella grotta, dove il santo era come sepolto. L'entrata ne era tanto bassa, che il principe barbaro, di altissima statura, fu astretto a starvi a capo chino per non urtare nella volta.

            Odoacre non aveva cosa nelle sue vesti che potesse manifestare chi egli fosse; tuttavia nel licenziarlo Severino lo salutò per nome, e gli predisse tutta la serie delle sue imminenti vittorie. Tu vai in Italia, gli disse, e vai vestito di povere pelli, ma in breve sarai padrone di grandi ricchezze; il tuo regno sarà di 14 anni. {185 [185]}

            Allorchè Odoacre si trovò difatto re d'Italia, si rammentò dell'uomo di Dio, e gli scrisse di domandargli qual cosa avrebbe potuto fare che fosse di maggior suo gradimento. L'umile Severino non volendo rifiutare la liberalità di un principe, lo richiese del richiamo di un bandito, e ne fu immediatamente appagato.

            Odoacre era divenuto pacifico re dell'Italia, quando un capo barbaro, di nome Teodorico, con gran moltitudine di Ostrogoti, andando in cerca di paesi da conquistare, minacciava le frontiere. Debbo qui, miei cari, farvi notare, che gli Ostrogoti erano una parte di quei Goti, di cui ebbi già altre volte occasione di parlarvi. Essi venivano da una regione della Scandinavia, che oggidì si appella Svezia e Norvegia, e giunti al Danubio si divisero tra loro, recandosi altri verso l'oriente, altri verso l'occidente. I primi furono detti Ostrogoti, cioè Goti orientali, gli altri Visigoti, cioè Goti occidentali.

            Per meglio comprendere con quanto facilità gli Ostrogoti abbiano potuto rendersi padroni d'Italia, è bene che io vi faccia notare altresì che alla caduta dell'impero romano in occidente, gl'imperatori d'oriente non essendo più in grado di difendere l'Italia, l'avevano abbandonata, e lo stesso imperatore Zenone acconsentì volentieri a Teodorico che venisse a conquistarla.

            Odoacre alla notizia di quell'innumerevole turba di nemici, radunò le sue genti, e andò ad accamparsi sulle rive dell' Isonzio (fiume dell'Illiria) per difendere i suoi stati. Il suo esercito era numeroso, ma dopo le conquiste lo aveva lasciato in ozio, da cui nacquero molti vizi, onde i soldati di Odoacre furono piuttosto pronti a fuggire, che a combattere. Toccata colà una grave sconfitta nell'agosto del 489, Odoacre raccolse un secondo {186 [186]} esercito, e andò ad affrontare il nemico sulle rive del fiume Adige, vicino alla città di Verona, dove seguì la gran battaglia che doveva decidere della sorte di Odoacre e di Teodorico.

            Dicesi che nella mattina di quel giorno memorando Teodorico si recasse sotto la tenda in cui sua madre e sua sorella si erano ritirate colle donne del loro seguito, e le pregasse di dargli per quel giorno la più bella delle vesti che esse avessero fatte colle loro mani, perciocchè presso gli antichi popoli, le donne di qualunque grado, usavano occuparsi a filare la lana, ed a tessere panni per gli abiti dei loro mariti e figli. Teodorico rivolgendo poscia un pietoso sguardo alla genitrice, «signora, le disse, la vostra gloria è legata colla mia; si sa che siete la madre di Teodorico, e tocca a me di mostrare che son degno vostro figlio.»

            Dette queste parole, andò a porsi alla testa de' suoi soldati ed appiccò una terribile battaglia, l'esito della quale fu con gran vigore contrastato. Vi fu anzi un momento in cui gli Ostrogoti quasi disfatti, avvolgendo nella ritirata il medesimo loro re, tentavano di andarsi a cercare salvezza ne' loro quartieri, quando la madre di Teodorico movendo incontro ai soldati gridò ad alta voce: «Dove correte? se fuggite quale scampo vi rimane ancora, volete che i nemici possano dire che i soldati di Teodorico si siano dati a vergognosa fuga?»

            Queste parole riaccesero il coraggio nell'animo dei fuggenti, i quali radunatisi intorno al loro re, ritornarono alla pugna, e riportarono una compiuta vittoria. Odoacre venne ancora altre volte alle mani co' nemici, ma ne fu sempre sconfitto. Ciò non ostante si fortificò nella città di Ravenna, ove sostenne un lungo assedio {187 [187]} con raro valore. Finalmente per la mancanza de' viveri fu costretto a capitolare, ma a condizione che egli e Teodorico regnassero ambidue insieme in Italia. Teodorico gli accordò quanto gli era chiesto, promettendo di dividere con lui l'impero d'Italia. Ma il perfido avendolo invitato ad un banchetto, fece trucidare lui, suo figlio e tutti quei del suo seguito.

 

 

II. Segno di Teodorico.

 

            Dal 493 al 526.

 

            Teodorico divenuto re per via d'un assassinio, come vi ho testè raccontato, faceva temere assai pei poveri italiani, che ora per un motivo, ora per un altro, erano perseguitati ed oppressi. Pure in breve tempo l'amenità del nostro clima, e qualche resto dell'antica civiltà italiana gli fece deporre gran parte di sua fierezza e si occupò con molto zelo a ristorare le città e a riparare la miseria in cui molti de' suoi sudditi erano caduti.

            Conquistò pure diversi paesi confinanti con l'Italia; cacciò varie torme di barbari che cercavano d'invadere i suoi stati; l'agricoltura, il commercio, la pubblica tranquillità ricomparvero in questo paese, già da un secolo divenuto teatro delle invasioni nemiche; per le quali cose l'Italia era divenuta molto scarsa d'abitatori e perciò incolta. Per ripopolarla egli spedì S. Epifanio vescovo di Pavia a riscattare i romani che giacevano schiavi fuori d'Italia, e invitò gli esiliati a far ritorno in patria.

            Egli era ariano, ma rispettava molto i papi e la cattolica religione; sicchè i cattolici durante quasi tutto il {188 [188]} suo regno godettero pace, e poterono liberamente professare la loro religione.

            Ma siccome un re che non ha la vera religione, nemmeno può avere la vera moralità, così Teodorico nel fine della sua vita divenne sospettoso e crudele.

            Obbligò papa Giovanni I ad andare a Costantinopoli per chiedere a Giustino imperatore che gli ariani suoi sudditi potessero liberamente professare la loro religione, e fossero ristabiliti nelle loro chiese state chiuse; minacciando che egli tratterebbe i cattolici d'occidente in quella guisa che Giustino avrebbe trattato gli ariani in oriente. Al papa Giovanni aggiunse quattro senatori. Si appressava il sommo Pontefice a Costantinopoli, e tutta la città colle croci e con doppieri venne ad incontrarlo alla distanza di dodici miglia. Giustino stesso inginocchiato ai suoi piedi gli prestò quell'onore che si conviene al Vicario di Gesù Cristo. Il Pontefice espose all'imperatore le intenzioni di Teodorico, il quale considerato il pericolo dei cattolici d'occidente, promise di lasciare in pace gli ariani d'oriente, ed accomiatò il Pontefice facendogli ricchi doni per le chiese di Roma. Giovanni rientrato in Italia si recò a Ravenna per ragguagliar Teodorico dell'esito felice della sua ambasciata; ma Teodorico, fosse per gelosia degli onori fatti al Papa, o fosse perchè il Papa non avesse chiesto (e chiedere non lo poteva) che fossero restituiti all'arianesimo coloro che lo avessero abbandonato per farsi cattolici, fece imprigionare il Pontefice, il quale poco stante morì di stento in carcere.

            Era a quei tempi insigne in Italia Severino Boezio, uomo dedito alle lettere, alla filosofia, ed alla teologia, il quale applicando alla verità cattolica i suoi studi filosofici {189 [189]} aveva scritto contro le eresie di Ario e di Eutiche. Creato console da Teodorico si era lealmente adoperato a vantaggio del regno; ma poi accusato di tener segrete pratiche con Giustino per ridonare la libertà ai Romani, incontrò, sebbene innocente, lo sdegno del sospettoso Teodorico e fu per ordine di lui posto in carcere, dove capo a sei mesi venne ucciso.

            Suocero di Boezio era Simmaco, uomo patrizio, senatore, e venerato per le sue virtù e pel suo sapere. Teodorico sospettando che Simmaco, addolorato per la morte del genero, potesse tramare contro di lui, lo invitò a venir a Ravenna, dove sotto colore di finti reati lo privò di vita.

            Siccome Boezio e Simmaco erano e vivevano da buoni cattolici, perciò Teodorico divenneabbominevole presso i cattolici, tanto più ch'egli aveva ordinato che si dessero agli ariani le Chiese dei cattolici. Ne aveva egli sottoscritto il decreto, quando colto da un flusso di ventre, nel termine di tre giorni e nel dì stesso destinato alla occupazione delle chiese, perde la vita e il regno. Fama correva, che portatogli in tavola il capo d'un grosso pesce gli parve di mirar quello di Simmaco ucciso, che coi denti e con gli occhi torvi lo minacciasse.

 

 

III. Vitige, Belisario, e Totila.

 

            Dal 526 al 550.

 

            Teodorico prima di sua morte fece riconoscere re d'Italia suo nipote Atalarico di soli otto anni, sotto la tutela di sua madre Amalasunta. Costei affine di assicurarsi un appoggio invocò la protezione dell'imperatore di Costantinopoli, e tutta si adoperò per dare una buona {190 [190]} educazione al giovane re. Ma i barbari annoiati di vedere il loro re più occupato nelle lettere che nelle armi lo tolsero di mano alla madre, e lo diedero compagno ad alcuni giovani scostumati. Il misero Atalarico fatto così preda di malvagi consigli diedesi alla crapula e ad altri vizi, i quali in breve il condussero alla tomba nell'anno diciottesimo di sua età.

            Amalasunta addolorata per la morte del figlio, e desiderosa di provvedere un novello appoggio alla sua autorità sposò un principe Toscano suo cugino di nome Teodato; il quale per governare liberamente fece strangolare Amalasunta in un bagno. Allora l'imperatore Giustiniano per vendicare la morte di una sua alleata mandò in Italia Belisario generale di alto grido, e già segnalato in una guerra gloriosamente terminata nell'Africa. Come si fece vedere in Italia molte città gli aprirono le porte, e venne difilato a Roma in cui entrò pacificamente senza il minimo contrasto.

            Ciò vedendo i Goti, accorgendosi che Teodato era incapace di governarli, si crearono re un altro valoroso capitano di nome Vitige, e misero a morte Teodato. Il novello principe corse tosto a cingere d'assedio la città di Roma, donde fu costretto ad allontanarsi dalle genti di Belisario. Dopo molte sanguinose battaglie Vitige disperando di potere più oltre resistere in campo aperto andò a fortificarsi in Ravenna. Belisario sollecitamente lo inseguì, e andò a cingere d'assediò quella città, cui riuscì a sottomettere colla fame. Lo stesso Vitige tratto in inganno cadde nelle mani di Belisario.

            Allora i Goti per assicurarsi di essere governati da un uomo valoroso offerirono lo scettro a Belisario. Questi non volle tradire la causa del suo sovrano, e rifiutò, {191 [191]} assicurando che egli voleva governare a nome dell'imperatore. Caricò pertanto molte barche delle spoglie d'Italia e conducendo prigionieri Vitige, la moglie, i figli di lui ed i più nobili de' Goti, fece gloriosamente ritorno a Costantinopoli per condurre quell’esercito contro ai Persiani.

            Dopo la partenza di Belisario i Goti si radunarono ed elessero re d'Italia un generale per nome Ildebaldo il quale fu ucciso dopo un anno di regno. A costui succedette Erarico che in breve fu pure ucciso da' Goti.

            Totila solo era l'uomo capace di regnare e di sostenere alquanto il vacillante trono dei Goti. Egli era duca di Frioli, vale a dire di quella provincia della Venezia posta tra le alpi Giulie e l'Adriatico, ed erasi già segnalato in molti fatti d'armi sotto al regno di Ildebaldo, suo zio, e di Erarico.

            Totila (541) era giovane prudente e coraggioso; niun pericolo rallentava le sue imprese; ma per le vittorie di Belisario e per le intestine discordie il suo regno era ridotto ai paesi racchiusi tra le Alpi ed il Po. Inoltre egli si trovava alla testa di una nazione degenerata ed abbattuta dalle sconfitte; perciò se riportò molte vittorie ne fu piuttosto debitore alla fortuna e ai falli dei generali Greci, che non alla forza del suo esercito. Tuttavia molti per la fama del suo valore unendosi a lui ingrossarono ognor più il suo esercito, ed egli potè avanzarsi al mezzodì dell'Italia, impadronirsi di molte città, ed occupare Benevento, Cuma e Napoli.

            L'imperatore di Costantinopoli qualificava Totila di tiranno e di barbaro, tuttavia presso ai Romani egli ebbe vanto di umanità e di generosità.

            Entrato in Napoli fece distribuire de' viveri a quel {192 [192]} povero popolo che moriva di fame; ma colla tenerezza e con le cure di un padre che solleva gli ammalati suoi figli, e non coll'ostentazione di un vincitore, il quale si occupa solo della sua gloria. Fornì ben anche del danaro e delle vetture ai soldati nemici perchè potessero andare dove volessero, facendoli accompagnare dalle sue soldatesche infino a che non avessero più nulla a temere.

            L'esatta disciplina dei Goti, la generosità di Totila fecero che di buon animo le città d'Italia gli aprissero le porte.

            Alla nuova delle gloriose vittorie di Totila l'imperatore Giustiniano spedì nuovamente Belisario in Italia, ma con sì pochi soldati e danari, che non potè impedire al re Goto d'impadronirsi di quasi tutta l'Italia e della città stessa di Roma, la quale fu più volte presa dai barbari e ripresa dai Greci. Si afferma che Totila volesse pure atterrare le mura e parecchi altri belli edifizi di quella superba città, per timore che i Greci potessero ancora aver modo di fortificarsi contro di lui; ma che essendo stato supplicato da Belisario di rispettare quei monumenti delle antiche glorie romane egli preferisse al proprio interesse la riverenza dovuta a quelle memorie.

            Non voglio qui ommettervi un fatto che dimostra come questo principe barbaro rispettasse la religione. Nel corso delle sue vittorie capitò nel regno di Napoli vicino al monte Cassino. Avendo ivi udito a raccontare le maravigliose virtù di S. Benedetto, volle egli far prova se quel santo uomo avesse il dono della profezia. Si fece annunziare, e in vece di andar egli stesso mandò uno de' suoi uffiziali in abito regio, e con tutto il corteggio {193 [193]} di un sovrano. S. Benedetto come vide di lontano quell'uffiziale, figliuol mio, gli disse, deponi quell'abito, esso non è tuo. L'ufficiale e tutti quelli che lo accompagnavano si prostrarono riverenti al santo, e non si rialzarono se non per correre ad annunziare al re quanto era accaduto.

            Vi andò Totila stesso, e appena da lungi vide il santo abate si prostrò egli pure, e sebbene S. Benedetto gli dicesse per tre volte di levarsi, egli non osò farlo, sicché il santo fu costretto rialzarlo. Allora S. Benedetto colla libertà di un profeta gli rappresentò i suoi doveri e i suoi falli, e dopo avergli presagito le sue vittorie e insieme ogni altro più notevole avvenimento aggiunse che morrebbe l'anno decimo del suo regno. Preso da estremo spavento il re si raccomandò alle sue orazioni, poi si ritrasse in silenzio[7].

            Tornando ora a Belisario dico, ch’egli riconoscendo la superiorità delle forze di Totila, e da Costantinopoli non ricevendo più alcun rinforzo di soldatesche si vide costretto a partire d'Italia. Ritornò a Costantinopoli dove finì la vita nell'oblìo.

 

 

IV. Totila e Narsete.

 

            Dal 550 al 568.

 

            Per la partenza di Belisario Totila rimasto tranquillo possessore d'Italia estese le sue conquiste in altri paesi. Pose in piedi una possente armata, s'impadronì della Corsica, della Sardegna e della Sicilia; e già si avanzava vittorioso nella Grecia, quando l'imperatore si {194 [194]} risolse di fare l'ultima prova per riacquistare quello che Belisario aveva perduto. Quest'ardua impresa fu affidata ad un vecchio generale ottuagenario di nome Narsete, accortissimo e peritissimo capitano. Costui ben fornito di danaro dopo di aver radunato un numeroso esercito costeggiando per terra l'Adriatico, entrò in Italia e andò ad incontrare Totila in Toscana ai piè dei monti Appennini. Narsete mandò a Totila un araldo, ossia messaggero, per invitarlo ad arrendersi, offrendogli il perdono da parte dell'imperatore. Totila rispose che non accettava altro che la guerra, e che era preparato a vincere o morire. E qual tempo fissi tu alla pugna, gli disse l'araldo? L'ottavo giorno, rispose Totila.

            Al giorno stabilito si venne ad una battaglia campale che riuscì funesta ai Goti. Dopo moltissime prove di valore e spargimento di sangue da ambe le parti perì Totila insieme col fior delle sue schiere. I Goti scampati dalla battaglia si ridussero in Pavia e crearono loro re Teja, il più valoroso dei loro uffiziali, ma assalito da Narsete perì in una sanguinosa battaglia dopo aver fatto prodigi di valore. Nonostante la morte del loro re, i Goti continuarono a combattere vigorosamente, sicchè la battaglia durò ancora tre giorni. Ritiratisi finalmente, e radunato il consiglio, mandarono a dire a Narsete, che erano pronti a deporre le armi, ma che non volevano rimanere sudditi dell'impero. «Noi, dicevano, vogliamo uscire dall'Italia, e andarcene a vivere con altri nostri fratelli. Perciò fateci libero il passo, dateci i viveri necessari, lasciandoci portar via il danaro che abbiamo nelle nostre case.» Narsete esitò alquanto, poi accondiscese. In simil guisa finì la monarchia de' Goti in queste nostre contrade dopo d'aver {195 [195]} durato 78 anni. Que' barbari che rimasero ancora nei nostri paesi a poco a poco deposero la loro ferocia e divennero italiani.

            Mentre ardeva la guerra tra i Greci ed i Goti vennero i Franchi ad assalire l'Italia settentrionale. Erano costoro popoli della Germania, i quali in antico abitavano le sponde del Reno. Alla decadenza del romano impero in occidente invasero le Gallie, e dopo esserne stati più volte cacciati riuscirono a stabilirvisi definitivamente nel 451. Farete bene a non dimenticare che dai Franchi si denominò poi Francia, e non più Gallia il paese che presero per loro dimora.

            Questi Franchi tentarono pure d'impadronirsi dell'Italia, ma ne furono respinti dal valoroso Narsete, il quale appunto venne dichiarato esarca cioè governatore generale d'Italia, ed aveva la sua sede in Ravenna. In mezzo alle guerre, che imprese questo pio generale non dimenticò mai i doveri di cristiano mostrandosi tuttora affezionato alla cattolica religione.

            Egli conservò la pace in Italia per lo spazio di anni quattordici amato dai buoni e temuto da' suoi nemici. Egli è però tacciato di avarizia; dopo aver accumulato immense ricchezze morì in età d'anni 95 nel 567. Vuolsi che Sofia imperatrice di Costantinopoli invidiosa della gloria di Narsete lo richiamasse alla corte con parole ingiuriose, dicendogli, che qual vecchio non era più buono ad altro che a filare con le donne, e che Narsete le rispondesse che col suo filo avrebbe ordito una tela, da cui difficilmente ella avrebbe saputo sbarazzarsi; e che perciò invitasse i Longobardi a discendere in Italia. {196 [196]}

 

 

V. Invasione dei longobardi.

 

            Dal 568 al 573.

 

            Alla morte del pio Narsete l'Italia rimase quasi senza governo, sicchè parecchi popoli barbari ambivano di venire ad impadronirsene. Uno di quei popoli, che abitava sulle rive del Danubio, si dispose per primo ad invadere le nostre contrade. Costoro dicevansi Longobardi e diedero il loro nome a quel paese che oggidì chiamasi Lombardia. Questi Longobardi, allettati dai racconti che parecchi venturieri di lor nazione avevano fatto della dolcezza del clima e della fertilità delle nostre terre, scesero dalle Alpi conducendo seco mogli e fanciulli e vecchi, carri, buoi e giumenti. Essi erano riputati i più valorosi ed i più crudeli di tutti i barbari. Il loro re era un guerriero feroce ed intrepido di nome Alboïno. Egli apparve sulle Alpi Giulie che chiudono l'ingresso dell'Italia dal lato dell' oriente, e dall'alto di quelle montagne salutò con un grido di gioia quel paese che intendeva di conquistare. Senza combattere egli s'impadronì di tutta l'Italia sino alle porte di Roma e di Ravenna. Il terrore precedeva il suo esercito, i popoli fuggivano al suo avvicinarsi, e per cercar qualche scampo, pigliando ciò che avevano di più prezioso, andavano a nascondersi nei boschi e nelle montagne.

            La sola città di Pavia osò opporre ai conquistatori una lunga e vigorosa resistenza. Gl’intrepidi abitanti sperando di essere soccorsi dall'esarca di Ravenna, per tre anni respinsero gli assalti de' barbari; onde Alboïno tutto pieno di furore giurò che in quella sciagurata città {197 [197]} non avrebbe risparmiato nè uomini, nè donne, nè vecchi, nè fanciulli, e che tutti coloro i quali non fossero periti per la fame, sarebbero sterminati dalla spada. Potete quindi immaginarvi qual fosse il terrore di quegl'infelici, quando si videro costretti ad aprire le loro porte ai vincitori. Niuno dubitava non essere giunto per lui l'ultimo giorno,e già il principe Longobardo tutto furioso trovavasi alla porta della città quando gli cadde il cavallo improvvisamente. Le grida, le spronate, le battiture a nulla giovavano per farlo rizzare. Frattanto sentesi una voce a gridare: che fai? rinuncia al tuo giuramento; ricordati che questo popolo è cristiano; perdonagli e andrai avanti.

            Tale imprevisto accidente produsse un felice cangiamento nell’animo del conquistatore, il quale confuso e commosso rientrò in se stesso, calmò il suo sdegno e perdonò appieno a quella popolazione, col solo patto che si assoggettasse al suo dominio. Essendosi quindi recato al magnifico palazzo, che Teodorico aveva fatto edificare, ne fu talmente rapito dalla bellezza e magnificenza, che lo scelse per suo soggiorno dichiarando Pavia capitale del regno de' Longobardi.

            Tuttavia malgrado tale moderazione, miei teneri amici, non credetevi che l'indole di quel principe barbaro divenisse più mite; perchè cessando i pericoli della guerra, egli si diede in preda alle più brutali passioni. La crapula, vizio comune a quei barbari, divenne il suo passatempo più aggradito, e, come or vi racconterò, la causa della sua morte. Dovete sapere che i Longobardi ne' loro paesi adoravano una divinità detta Odino, ed erano persuasi che la ricompensa de' guerrieri in paradiso dovesse essere il bere uno squisito liquore ne' cranii {198 [198]} de' loro nemici; perciò ne' grandi conviti solevano servirsi di quelle orrende tazze, se lor veniva dato di poterne avere.

            Alboïno prima di venire in Italia aveva ucciso il re de' Gepidi, chiamato Cunegondo, il quale era padrone di una parte della Germania, e poi aveva sposato Rosmonda figliuola di lui. Or avvenne che Alboïno, avendo un giorno dato un gran banchetto a' capi del suo esercito, divenuto mezzo ubriaco, ordinò che gli venisse recato il cranio di Cunegondo ch'egli riguardava come il più prezioso ornamento della sua tavola, poscia empiendolo di vino squisito, in mezzo alle urla forsennate de' suoi compagni di stravizzi, ebbe il diabolico pensiero di porgerlo a Rosmonda, che sedeva alla stessa mensa, affinchè, egli diceva, la regina bevesse con suo padre. Rosmonda a tal vista e a tal proposta toccando colle labbra quell'orribile vaso, disse tra sè: sia fatta la volontà del Re. Ma giurò di farne atroce vendetta.

            In fatti pochi giorni dopo introdusse due uffiziali negli appartamenti del re e nel momento che Alboïno oppresso dall'ubriachezza giaceva in profondo sonno, lo fece uccidere con cento colpi. Ecco a quali strani eccessi conducono i vizi della crapula e del libertinaggio. Notate però, che Rosmonda e quei due uffiziali fecero una malvagia azione, perchè essi non erano i padroni della vita del loro Re; perciò con tale uccisione commisero un grave misfatto, che fu pure terribilmente punito dal cielo; imperciocchè non passò molto tempo, che ad uno di quegli uccisori furono cavati gli occhi; Rosmonda e l'altro cooperatore morirono di veleno.

            I malvagi non godono molto a lungo il frutto del loro delitto. {199 [199]}

 

 

VI. Autari e Teodolinda.

 

            Dal 573 al 590.

 

            Morto Alboïno i Longobardi si radunarono in Pavia ed elessero per loro re uno de' più illustri dell'esercito per nome Clefi. Il regno di costui durò solo due anni, e fu ucciso da un suo cortigiano. Dopo Clefi ebbe luogo un interregno di dodici anni: cioè per