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1881-1882 Breve notizia sullo scopo della Pia Società Salesiana Biografie. Confratelli chiamati da Dio alla vita eterna nell’anno 1880 Eccellentissimo Consigliere di Stato Esposizione del sacerdote Giovanni Bosco agli eminentissimi Cardinali della Sacra Congregazione del Concilio Favori e grazie spirituali concessi dalla Santa Sede alla Pia Società L’aritmetica ed il sistema metrico [settima edizione] Arpa cattolica o raccolta di laudi sacre sulla passione sulle feste principali e sui novissimi Arpa cattolica o raccolta di laudi sacre in onore dei santi e delle sante Arpa cattolica o raccolta di laudi sacre in onore di Gesù Cristo, di Maria Santissima e dei santi Arpa cattolica o raccolta di Laudi Sacre in onore del S. Cuor di Gesù e del SS. Sacramento Biografie 1881 Biographie du jeune Louis Fleury Antoine Colle
 


 

  San Giovanni Bosco - Opere Edite.

STORIA ECCLESIASTICA AD USO DELLA GIOVENTÙ UTILE AD OGNI GRADO Di PERSONE pel sacerdote GIOVANNI BOSCO

 

Quarta edizione migliorata

TORINO

TIP. DELL'ORATORIO DI S. FRANC. DI SALES

1871. {1 [1]}

 

 

 

 

INDEX

Al lettore  4

Nozini preliminari. 4

Epoca prima. Dalla fondazione della Chiesa di Gesù Cristo l'anno 30 dell'era volgare sino alla conversione dell'imperatore Costantino il Grande l'anno 312. 6

Capo I. Chiesa di Gesù Cristo. - Elezione degli Apostoli. - S. Pietro capo della Chiesa. - Schiarimenti. - Porte dell'inferno. - Chiavi del paradiso. - Primato di s. Pietro e de'suoi successori. - Loro infallibilità. 6

Capo II. Gli Apostoli nel Cenacolo. - Venuta dello Spirito S. - Prima predica di S. Pietro. - Suo primo miracolo. - Primi cristiani. - Primi diaconi. - Persecuzione di Gerusalemme. - Martirio di s. Stefano. - Di s. Giacomo Maggiore. - S. Pietro liberuto dal carcere. 10

Capo III. S. Paolo e sua conversione. - S. Tecla. - Cornelio abbraccia la fede. - Simon Mago. 12

Capo IV. Divisione degli Apostoli e loro simbolo di fede. - Libri del nuovo Testamento. - Morte di Maria SS. Miracoli di s. Pietro. - Concilio di Gerusalemme. - Persecuzione di Nerone. - Martirio di s. Pietro e di s. Paolo. 13

Capo V. S. Lino papa. - Morte di Nerone. - Rovina di Gerusalemme e dispersione degli Ebrei. - Fatiche e martirio di s. Lino. 16

Capo VI. S. Cleto. - Seconda persecuzione. - S. Clemente. - Scisma di Corinto. - Terza persecutione. - Esilio e martirio di s. Clemente. 19

Capo VII. S. Anacleto. - S. Simeone di Gerusalemme. - S. Ignazio di Antiochia. 21

Capo VIII. S. Evaristo. - S. Alessandro I in presenza di Aureliano. - Suo interrogatorio e martirio. 22

Capo IX. Quarta persecuzione. - San Policarpo a Roma. - Santa Felicita e suoi figli. - Eresia di Montano. 23

Capo X. Legione fulminante. - S. Fotino. - Morte di Marco Aurelio. - Eresia di Marco e la confessione dei peccati. 25

Capo XI. S. Eleutero e i martiri di Lione. - S. Ireneo a Roma. - Fine di Marciane e di altri eretici. - Conversione dei Bretoni al cristianesimo. 26

Capo XII. S. Vittore e Tertulliano. - I due Teodoli. - Settimio Severo e la quinta persecuzione. - Martirio de'santi Vittore, Ireneo, Felicita e Perpetua. - S. Zefirino e l’eretico Natale. 28

Capo XIII. Chiesa di santa Maria in Transtevere. - Cimiteri e tombe. - Catacombe e cripte. - Martirio del papa s. Callisto. 30

Capo XIV. S. Urbano e s. Cecilia. - Loro martirio - Martirio de'loro compagni. 31

Capo XV. Sesta persecuzione. - Ss. Ponziano. - Antero e s. Barbara. - Morte di Massimino. - Settima persecuzione. - S. Fabiano. - Fine della settima persecuzione. - S. Gregorio Taumaturgo. - San Paolo primo Eremita. 34

Capo XVI. Origene. - Sua fine. - Sede romana vacante. - Caduti. - Sacrificati. - Turificati. - Idolatri. - Libellatici. - Martiri. - Confessori. - Estorri. - Professori. 36

Capo XVII. Scisma di Nooaziano. - Primo antipapa. - Interrogatorio. - Carcere. - Martirio di s. Cornelio e de'suoi compagni. 39

Capo XVIII. S. Sisto II e i Sabelliani. - Ottava persecuzione. - S. Lorenzo. - Martirio di san Cipriano. - Il giovanetto Cirillo. - Morte di Valeriano. - Aureliano e la nona persecuzione. - Eresia di Manete. 41

Capo XIX. S. Cajo, e la decima persecuzione. - S. Marcellino e la Legion tebea. - Martirio della medesima. Era dei Martiri. - Decreto di Diocleziano. - Sua fine infelice. 43

Capo XX. S. Marcello. - Morte di Galerio. - Primizie di pace in Oriente. 46

Epoca seconda. Dalla conversane di Costantino nel 512 all'origine del maomettismo nel 622. Abbraccia anni 510. 48

Capo I. Costantino il grande. - Comparsa della croce. - Il Labaro. - Entrata in Roma. - S. Melchiade. - Palazzo e basilica Luterana. - Scisma dei donatisti. - Lettera di Costantino. - Concilio di Laterano. - Morte di s. Melchiade. 48

Capo II. S. Biagio. - Basilica di s. Pietro in Vaticano. 51

Capo III. Ario e sua dottrina. - Concilio Niceno. - Gli Ariani e s. Atanasio. - Morte di Ario. - Ritrovamento della santa croce. - Morte di Costantino. 52

Capo IV. Concilio di Rimini. - S. Antonio monaco. - Vita monastica. - Giuliano l’apostata. - Perseguita i cristiani. - Sua morte. 54

Capo V. S. Eusebio. - S. Amorogio. - Secondo concilio ecumenico e i Macedoniani. - S. Gregorio Nazianzeno. - S. Basilio magno. - S. Damaso papa. - S. Girolamo. 56

Capo VI. Donatisti e s. Agostino. - Pelagio e i suoi errori. - Morte di S. Agostino. - Nestorio e il terzo Concilio ecumenico. - Fine di Nestorio. - Eutiche ed il quarto Concilio ecumenico. 59

Capo VII. S. Leone ed Attila. - S. Massimo di Torino. S. Gelasio Papa. 62

Capo VIII. S. Benedetto e monte Cassino. - Cose memorabili di esso. - I tre Capitoli e il quinto Concilio ecumenico. 63

Capo IX. S. Gregorio il grande. - Missioni in Inghilterra. - Altre cose di lui memorabili e sua morte. - Disciplina e stato della Chiesa in quest'epoca. 65

Epoca terza. Dallo stabilimento del Maomettismo nel 622 fino alla celebrazione del IV Concilio Lateranese nel 1215 abbraccia lo spazio di anni 393. 66

Capo I. Maometto e la sua religione. - Miracolo della santa Croce. - Monoteliti e papa s. Martino I. - Concilio 6o ecumenico. 67

Capo II. Gli Iconoclasti. - Concilio VII ecumenico. San Giovanni Damasceno. 68

Capo III. Carlo Magno. - Dominio temporale de'Papi. - Martiri di Bagdat. - S. Leone IV. - Persecuzione nella Spagna. - Eresia di Gottescaloo. - Scisma di Fozio. - Condito VIII ecumenico. 69

Capo IV. Decimo secolo. - Progressi della Fede. - S. Bernone. - S. Romualdo. - Eresia di Stefano e di Lisoio. 72

Capo V. S. Leone IX. - Ravvedimento di Berengario. - S. Pietro Damiani. - S. Gregorio VII. - Sua morte e suoi miracoli. 74

Capo VI. S. Brunone. - Liberazione de'Luoghi Santi. - S. Isidoro il contadino. 75

Capo VII. Nono e decimo Concilio Ecumenico. - S. Bernardo. - Suoi miracoli. - Sua morte. - Eresia dei Valdesi. - Undecimo Concilio Ecumenico. - S. Tommaso di Cantorberì. 77

Capo VIII. Federico Barbarossa. - S. Giovanni di Mata. - Riti e leggi disciplinari di quest'epoca. 79

Epoca quarta. Dal IV Concilio Laterano e XII ecumenico nel 1215 ai principii di Lutero nel 1517. Racchiude anni 302. 81

Capo I. Concilio IV di Laterano. - S. Domenico e l'ordine de'Predicatori. - Ordine Francescano. 81

Capo II. S. Antonio di Padova. - Concilio XIII ecumenico. - S. Luigi re di Francia. - Festa del Corpus Domini. 82

Capo III. S. Tommaso d'Aquino. - S. Bonaventura. - Concilio XIV generale. - Il giovanetto Verner. - San Celestino V. 84

Capo IV. Giubileo. - Concilio IV generale. - Flagellanti. - Santa Brigida e santa Catterina da Siena. 86

Capo V. La Santa Sede in Avignone. - Grande scisma di Occidente. - Wiclefo. - L'imperatore Venceslao e s. Giovanni Nepomuceno. - Concilio XVII ecumenico. 87

Capo VI. Miracolo del SS. Sacramento. - Maometto II. - Scoperta del nuovo mondo. - S. Francesco di Paola. - Concilio XVIII ecumenico. - Disciplina di questa epoca. 91

Epoca quinta. Dai prineipj di Lutero nel 1517 fino alla morte di Pio VI nel 1799. Abbraccia anni 282. 93

Capo I. Epoca quinta. - Lutero. - Calvino. - Scisma anglicano. 94

Capo II. Ordini religiosi. - Barnabiti. - Cappuccini. - S. Gaetano e i Teatini. - S. Giovanni di Dio e i Fate bene Fratelli. - S. Girolamo Emiliani e i Somaschi. - S. Ignazio di Lojola. - Adorazione delle Quarant'Ore. - Fine di Lutero. - L'imperatore Carlo V. 96

Capo III. Concilio di Trento. - S. Pio V. - S. Teresa. - S. Carlo Borromeo. – S. Luigi Gonzaga. 100

Capo IV. Enrico IV. - S. Filippo Neri. - Persecuzione del Giappone. - Il piccolo Pietro martire. - Cesare de Bus e i Dottrinari. - S. Camillo e i ministri degli infermi. - S. Rosa di Lima. - S. Francesco di Sales e il Chiablese. 103

Capo V. Giansenio. - Nuove barbarie nel Giappone. - Castigo de'persecutori. - S. Giuseppe Calasanzio e le Scuole pie. - S. Vincenzo de'Paoli e i Lazzaristi. - Progressi del Vangelo nel nuovo mondo. 106

Capo VI. Fratelli delle scuole cristiane. - Benedetto XIV. - S. Paolo della Croce e i Passionisi. - Origine de'Franchi-Muratori. - Moderna Filosofia. - Voltaire e Rosseau. 108

Capo VII. S. Alfonso e i Redentoristi. - Soppressione de'Gesuiti. - Persecuzione Francese. - Robespierre. - Pio VI. 111

Capo VIII. Persecuzione in Roma. - Rapimento e patimenti di Pio VI. - Sua gloriosa morte. - Redole disciplinari di quest'epoca. 113

Epoca sesta. Dalla morte di Pio VI nel 1799, al Concilio Vaticano nel 1870, racchiude anni 71. 115

Capo I. Pio VII. - Contrasti con Napoleone. - Prigionia di Pio VII. - Suo ritorno a Roma. 115

Capo II. Caduta di Napoleone. - Suoi ultimi giorni. - Morte di Pio VII. 116

Capo III. Leone XII e Pio VIII. - La Chiesa Ortodossa di Russia. - Persecuzione contro i cattolici in quell'impero. - Gregorio XVI e Nicolò imperatore. 117

Capo IV. Elezione di Pio IX. - Amnistia e applausi. - Rivoluzione in Roma. - Pio IX a Gaeta. - Repubblica. - Roma liberata. - Ritorno del pontefice a Roma. 119

Capo V. Immacolata Concezione. - Propagazione della fede. - P. Gioanni da Triora. - Carlo Corney. - Gabriele Perboire. - Libertà cristiana in Cina. - Ordini religiosi. 122

Capo VI. Beatificazione dei martiri Giapponesi. - Concilio Vaticano. - Quarta sessione - Stato presente della cattolica religione. - Che debbasi imparare dalla Storia Ecclesiastica. 124

Cronologia dei sommi pontefici secondo la più comune opinione, eccettuati gli antipapi 130

Dizionario di vocaboli geografici ed altri che occorrono nella storia ecclesiastica  135

Indice  174

 


Al lettore

 

            Quest'operetta venne già più volte stampata, ma le ultime edizioni non essendosi fatte nè col consenso nè coll'assistenza dell'autore incorsero in non piccole variazioni ed anche errori. Laonde io non posso riconoscere per mia se non la presente ristampa che si può chiamare novella compilazione.

            Ho scelto i fatti, i modi e le parole che mi parvero più opportune alla classe dei leggitori cui è indirizzata, facendomi stretto dovere di seguire imparzialmente gli autori contemporanei o più vicini all'epoca dei fatti esposti. Nei dubbi ho seguito gli scrittori abitanti nei siti dove succedettero gli avvenimenti raccontati.

            Credo bene di notare che avendo pubblicato un compendio di Storia Sacra ed un altro di Storia d'Italia per la studiosa gioventù, non sembra cosa opportuna che io qui ripeta le cose già esposte colà, se non quando sono strettamente necessarie. {3 [3]}

            In fine vi è la cronologia de'Papi con un piccolo Dizionario, in cui brevemente si spiegano i nomi meno facili ad intendersi e che possono agevolare assai lo studio e la lettura della storia ecclesiastica. Per la cronologia poi dei tre primi secoli ho seguito gli autori comunemente più accreditati e soprattutto il Cardinale Cesare Baronio volgarmente detto padre della Storia Ecclesiastica.

            A chi trovasse cosa difettosa, dubbia, od erronea, professerei la più sentita gratitudine se con bontà volesse significarmela, affinchè si possa emendare ad altrui utilità e a gloria di nostra santa cattolica Religione.

            Dio benedica tutti quelli che leggeranno con animo benigno questo libretto, ed essi e me conservi costantemente nello spirito della nostra santa Religione, pregando tutti fervorosamente che non sia lontano il giorno, in cui si faccia di tutti gli uomini della terra un solo ovile guidati quaggiù da un solo Pastore visibile per godere di poi tutti insieme la stessa gloria in cielo. Così sia. {4 [4]}

 

 

Nozini preliminari.

 

            Storia Ecclesiastica e sua divisione. - Chiesa Cattolica. - Sua Gerarchia. - Papa. - Cardinali. - Patriarchi. - Primati. - Arcivescovi. - Vescovi. - Paroci. - Concili. - Generali. - Nazionali. - Provinciali. - Diocesani.

 

            Storia ecclesiastica e sua divisione. - Per istoria ecclesiastica s'intende la narrazione dei fatti che riguardano la s. Chiesa Cattolica fondata dal nostro divin Redentore Gesù Cristo, insieme con ragioni che spiegano questi fatti. La storia è diversa dalla cronaca, imperocchè nella cronaca si registrano semplicemente i fatti; mentre nella storia si narrano i fatti, e si dà opera a spiegarli a ciò servano di ammaestramento a chi li legge, e se ne possano trarre utilissime pratiche conseguenze. Essa si può dividere in sei età fissate per epoche[1], in cui avvenne qualche gran fatto, od insigne mutamento nel costumi.

            La prima epoca comincia dalla fondazione della Chiesa di Gesù Cristo l'anno 30 e si estende fino alla conversione dell'imperatore Costantino l’anno 312.

            La seconda dalla conversione di Costantino alla fondazione del Maomettismo l'anno 622.

            La terza dall'origine del Maomettismo al quarto Concilio Lateranese nel 1215.

            La quarta da questo Concilio sino a'principii di Lutero nel 1517. {5 [5]}

            La quinta da'principii di Lutero alla morte di Pio VI nel 1799.

            La sesta dalla morte di Pio VI fino al Concilio Vaticano nel 1869-70.

            Chiesa Cattolica. - Per Chiesa Cattolica s'intende la Congregazione di tutti quelli che professano intieramente la fede e la dottrina di Gesù Cristo, ed obbediscono al sommo Pontefice costituito da Gesù Cristo medesimo a suo Vicario e capo supremo visibile della Chiesa.

            Gerarchia della Chiesa. - In questa congregazione esiste una gerarchia Ecclesiastica, ossia un ordine di sacri ministri stabiliti per conservare, propagare e governare essa Chiesa; la quale gerarchia in parte fu costituita da Gesù Cristo ed in parte completata dalla Chiesa per l'autorità avutane dallo stesso. Gesù Cristo adunque stabilì: l. Il Papa che è il Vescovo dei Vescovi: 2. I Vescovi i quali non solo hanno la potestà di consacrare il Corpo e Sangue del Redentore e di rimettere i peccati, ma possono comunicare ad altri tale sovraeccellente e divina potestà, consacrandoli in sacerdoti. 3. I Sacerdoti i quali possono consacrare il Corpo e Sangue di Gesù Cristo e rimettere i peccati, ma non possono comunicare ad altri tale potestà. 4. I diaconi, parola greca che significa ministri, perchè questi debbono aiutare i vescovi ed i sacerdoti nell'esercizio del sacro ministero.

            La Chiesa poi ha, 1. in certo modo diviso in vari ordini il ministero dei diaconi, aggiungendo i suddiaconi, gli acoliti, i lettori, gli esorcisti e gli ostiari. 2. Ha stabilito che tra i sacerdoti alcuni avessero la cura d'una parte della diocesi, ossia del gregge commesso alla cura del Vescovo, dando a {6 [6]} questi il nome e l'uffizio di paroci e diridendo così la diocesi in parochie. 3. Ha stabilito che i Vescovi fossero divisi in provincia e ciascuna provincia avesse a capo un Arcivescovo, il quale avesse giurisdizione sopra i Vescovi di essa provincia, detti perciò suffraganei. 4. Che in certi regni e imperi le varie Provincie avessero alla testa un Vescovo Primate o Patriarca, il quale avesse sotto di sè gli stessi Arcivescovi e le varie Provincie governate da essi. 5. Che a Roma i Vescovi delle città prossime a questa capitale, e i Sacerdoti, e i Diaconi addetti alle chiese principali di quest'alma città formassero come il senato del Pontefice ed avessero essi soli il diritto di eleggere il Papa, e lo aiutassero nell'amministrazione della Chiesa universale. E questi sono chiamati Cardinali perchè tutti portano il titolo d'una Chiesa, al servizio della quale essi sono attaccati, come la porta d’un edifizio è attaccata a'suoi cardini.

            Adunque tutta la Gerarchia ecclesiastica quale fu instituita da Gesù Cristo e completata dalla Chiesa si compone: 1. del Papa; 2. dei Cardinali; 3. dei Patriarchi o Primati; 4. degli Arcivescovi; 5. dei Vescovi; 6. dei Sacerdoti; 7. dei Diaconi; 8. dei suddiaconi; 9. degli Acoliti, Lettori, Esorcisti ed Ostiari.

            Concili. - I concili sono adunanze di Vescovi convocati per trattare o proferire sentenze sulle cose di religione. I concili altri sono Ecumenici o Generali, altri Nazionali, altri Provinciali.

            Il Concilio ecumenico è un'adunanza di tutti, o di una gran parte de'Vescovi della s. Chiesa Cattolica. Essi vi sono convocati dal Papa, il quale solo vi presiede o in persona o per mezzo de'suoi legati, {7 [7]} e in esso decidonsi con sentenza definitiva le controversie di Religione e si fanno leggi per tutta la Chiesa. Ma nè le definizioni, nè le leggi che si fanno nei Concili ecumenici hanno forza prima che siano confermate dal Papa. Quindi il Concilio legittimamente congregato rappresenta tutta la Chiesa, e quando è confermato dal Papa, è infallibile e le sue definizioni sono altrettanti articoli di fede.

            Il Concilio nazionale è l'adunanza de'Vescovi di tutta una nazione o di un regno, convocata dal Patriarca o dal Primate, oppure da uno dei Vescovi a ciò deputato dal sommo Pontefice.

            Il Concilio provinciale è l'adunanza dei Vescovi dì una provincia convocata dal suo Metropolitano ossia Arcivescovo, oppure da un Vescovo comprovinciale a ciò deputato dal sommo Pontefice[2].

            Vi sono ancora i Concili diocesani, cioè le adunanze di tutti i Paroci e principali ecclesiastici d'una diocesi convocati dal proprio Vescovo. Ma bisogna osservare, che in questi concili tutta l'autorità di giudicare e decidere è nel proprio Vescovo; mentre nei Concili ecumenici, nazionali e provinciali ogni Vescovo ha la facoltà di proferire giudizio deliberativo. Nei concili diocesani i Paroci non sono che consiglieri, negli altri concili i vescovi sono giudici. {8 [8]}

 

 

Epoca prima. Dalla fondazione della Chiesa di Gesù Cristo l'anno 30 dell'era volgare[3] sino alla conversione dell'imperatore Costantino il Grande l'anno 312.

 

 

Capo I. Chiesa di Gesù Cristo. - Elezione degli Apostoli. - S. Pietro capo della Chiesa. - Schiarimenti. - Porte dell'inferno. - Chiavi del paradiso. - Primato di s. Pietro e de'suoi successori. - Loro infallibilità.

 

            Chiesa di Gesù Cristo. - Elezione degli Apostoli. - Per Chiesa di Gesù Cristo s'intende la congregazione dei fedeli Cristiani che sono in tutto il mondo sotto 1'obbedienza del Papa ossia del sommo Pontefice Romano. Dicesi Chiesa {9 [9]} di Gesù Cristo perchè fu da lui fondata mentre viveva su questa terra, e perchè da lui formata dentro al suo sacratissimo costato, consacrata e santificata col suo Sangue. Essa è da lui ripiena del suo Santo Spirito, che esso le mandò perchè rimanga con lei e le insegni ogni verità sino ai terminare dei secoli. Primi maestri e propagatori della Chiesa furono gli Apostoli eletti da Lui nel modo che stiamo per dire.

            Era il Salvatore nell'età di trent'anni, quando diede principio alla sua predicazione. Una moltitudine di gente di ogni età e di ogni condizione attonita per le opere straordinarie di cui era testimonio lo seguiva ovunque. Fra quei seguaci egli scelse dodici che nominò Apostoli. I loro nomi sono: Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo il maggiore e Giovanni l'evangelista, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo il minore, Simone soprannominato il zelante, Giuda Taddeo e Giuda Iscariota che tradì poscia il Divin Maestro. Questi apostoli erano semplici e poveri pescatori, cui Gesù C. affidò il deposito della fede, e mandò a predicare il Vangelo per tutto il mondo, acciocchè, come s. Ambrogio osserva, la conversione del mondo non fosse attribuita alla sapienza o alla potenza umana, ma unicamente alla divina virtù. (S. Amb. in c. VI, Lucae).

            In diverse occasioni il Salvatore indirizzò a'suoi Apostoli le seguenti parole: «Non siete voi che avete eletto me, ma io che elessi voi, affinchè andiate a predicare il regno di Dio e il frutto di questa predicazione sia duraturo in eterno. A me è dato ogni potere in cielo e in {10 [10]} terra; collo stesso potere, con cui il Padre mio celeste mandò me, io mando voi. Le cose che legherete sopra la terra, saranno legate in Cielo. Le cose che scioglierete sopra la terra, saranno anche sciolte in Cielo. I peccati saranno rimessi a quelli ai quali voi li rimetterete, e saranno ritenuti a quelli ai quali voi li riterrete. Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me e Colui che mi ha mandato. Quando comparirete davanti ai re od ai governatori, non datevi pensiero intorno a quanto dovrete rispondere. Lo Spirito Paraclito che io manderò vi suggerirà ogni cosa. Egli vi metterà in bocca parole ed eloquenza, cui non potranno contraddire i vostri oppositori. Andate, sono io che vi mando; predicate il Vangelo a tutte le creature, ammaestrandole, battezzandole nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Chi crederà e sarà battezzato si salverà, chi non crederà, sarà condannato. Io vado al mio Celeste Padre, ma non vi lascierò soli, e sarò con voi tutti i giorni sino alla fine dei secoli.»

            Con queste parole Gesù Cristo istituiva una società religiosa ovvero la Chiesa, la cui amministrazione affidò, come si disse, a'suoi Apostoli assicurando che li avrebbe egli stesso assistiti ogni giorno sino alla fine dei secoli.

            San Pietro Capo della Chiesa. - Il Salvatore per far conoscere la necessità di un capo nella sua Chiesa, la paragonò ad un regno, ad una repubblica ben amministrata, al possesso di un gran signore, ad una grande famiglia. Queste cose non possono sussistere senza un capo {11 [11]} che comandi e dia leggi, le faccia osservare, ne punisca i trasgressori e ricompensi chi le osserva. Altrettanto deve essere della Chiesa Cattolica. Capo assoluto, supremo ed invisibile della Chiesa è Gesù Cristo, suo fondatore. Capo visibile della medesima fu da G. C. medesimo costituito s. Pietro. Fra i dodici Apostoli, dice s. Girolamo, volle Gesù stabilire s. Pietro a tenere il primo posto, affinchè costituito fra di loro un superiore, si togliesse ogni occasione di discordia e di scisma. Ecco come avvenne questo fatto.

            Gesù trovandosi un giorno nei confini di Cesarea di Filippo dopo aver fatta orazione indirizzò a'suoi Apostoli questa dimanda: «Chi dicono gli uomini che io sia? Uno degli Apostoli rispose: Alcuni dicono che voi siete il profeta Elia. A me hanno detto, ripigliava un altro, che voi siete Geremia, o Giovanni Battista o qualcheduno dei profeti risuscitati.» Ripigliò il Salvatore: «Ma voi chi dite che io sono?» Allora Pietro rispose: «Voi siete il Figliuolo di Dio vivo che veniste in questo mondo.» Gesù allora continuò: «Beato te, o Simone figliuolo di Gioanni; perchè quanto dicesti non ti fu rivelato dagli uomini, ma dal mio Padre celeste. Per l'avvenire tu non sarai più chiamato Simone, ma Pietro, e sopra questa pietra fonderò la mia Chiesa e le porte dell'inferno non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno de'cieli. Tutto quello che legherai sopra la terra, sarà anche legato in Cielo. E tutto quello che tu scioglierai sopra la terra sarà anche sciolto in cielo.» (Matt. c. XVI). {12 [12]}

            Schiarimenti. - Questo fatto e queste parole meritano di essere alquanto spiegate. Pietro tacque finchè Gesù dimostrava soltanto di voler sapere quanto dicevano gli uomini intorno alla sua persona; ma quando invitò gli Apostoli ad esporre il proprio sentimento, subito egli come a nome di tutti parlò, perchè egli già godeva una cotale supremazia ovvero superiorità sopra gli altri compagni. Pietro adunque divinamente inspirato dice: Voi siete Cristo: ed era quanto dire, Voi siete il Messia promesso da Dio venuto a salvare gli uomini. Figlio di Dio vivo: egli dà a Dio l'epiteto di vivo per distinguerlo dalle false divinità degli idolatri, che, essendo fatte dalle mani degli uomini, sono morte, ed era un dire: Voi siete vero figlio di Dio, figlio del Padre eterno, perciò con Lui creatore e supremo padrone di tutte le cose. Gesù Cristo poi a fine di premiarlo della sua fede lo chiamò Beato, e quindi gli spiega la ragione per cui fin dal giorno in cui lo ricevette a discepolo, gli cangiò il nome di Simone in quello di Pietro, dicendogli: Tu sei Pietro e sopra di questa pietra io edificherò la mia Chiesa. Così aveva fatto Iddio con Abramo, quando lo stabilì padre di tutti i credenti; così con Sara quando le promise la prodigiosa nascita di un figlio; così con Giacobbe quando lo chiamò Israele e l'assicurò che dalla sua discendenza sarebbe nato il Messia.

            Gesù inoltre chiamò Pietro Beato, perchè quanto egli aveva detto non eragli stato rivelato dagli uomini ma dal Padre Celeste. Da ciò apparisce la divina assistenza sopra s. Pietro {13 [13]} nell'atto stesso che esso veniva costituito capo della Chiesa, assistenza che continuò con lui per tutta la vita, e che ne'Romani Pontefici continuerà sino alla fine dei secoli.

            Gesù disse di poi: Sopra questa pietra fonderò la mia Chiesa. Le quali parole vogliono significare: Tu, o Pietro, sarai nella Chiesa quello che in una casa è il fondamento. Il fondamento è la parte principale e indispensabile della casa, siccome quella sopra di cui tutto 1'edifizio si regge. Così tu, o Pietro, sarai il fondamento della mia Chiesa, ossia avrai in essa la suprema autorità affinchè sopra di questa autorità suprema che ti conferisco, la Chiesa si sostenga e duri ferma ed immobile. Sopra di te, a cui io diedi nome Pietro, come sopra di una rocca e di una pietra fermissima per mia virtù eterna, io innalzo l'eterno edifizio della mia Chiesa, la quale sopra di te appoggiata starà forte ed invitta contro a tutti gli assalti de’suoi nemici. Non vi è casa senza fondamento, non vi è chiesa senza di Pietro. Una casa senza fondamento o non può innalzarsi, o appena innalzata al primo urto va in rovina, così ogni chiesa che voglia erigersi senza Pietro, non potrà mai sorgere, o ben tosto sarà a terra. Nelle case le parti che non poggiano sul fondamento cadono e vanno in rovina; così nella mia Chiesa chiunque si separa du Pietro precipita nell'errore e si perde.

            Le porte dell'inferno e le chiavi del regno dei Cieli. - Le porte dell'inferno sono la potenza di Satana, e significano le persecuzioni, le eresie, gli errori, gli sforzi, le arti che il demonio {14 [14]} metterebbe in opera per abbattere o in un modo o in un altro la Chiesa. Tutte queste potenze infernali potranno bensì o separatamente, o riunite muovere aspra guerra alla Chiesa, costringerla a rimanere quasi sempre con le armi in mano, rovinare quelli de suoi figli che non saranno abbastanza umili, mortificati e vigilanti nella preghiera, ma non potranno mai vincere essa Chiesa; che anzi tutti i loro sforzi non riusciranno mai ad altro che ad accrescere la gloria di questa Sposa del Redentore.        Finalmente dice Cristo: E ti darò le chiavi del regno de'cieli. Le chiavi sono il simbolo della potestà. Quando il venditore di una casa porge le chiavi al compratore, s'intende che gliene dà pieno ed assoluto possesso. Parimenti quando si presentano le chiavi di una città ad un re, si vuole significare, che quella città lo riconosce per Sovrano. Così le chiavi del regno de'cieli, cioè della Chiesa, date a Pietro dimostrano che esso è fatto padrone, principe e governatore Supremo della Chiesa. Laonde Gesù Cristo soggiunge a Pietro: Tutto quello che legherai sulla terra, sarà altresì legato in Cielo, e tutto quello che scioglierai in terra sarà pure sciolto in Cielo. Le quali parole indicano manifestamente l'autorità suprema data a Pietro, autorità di obbligare la coscienza degli uomini con decreti e leggi in ordine al loro bene spirituale ed eterno, e l'autorità di scioglierli dai peccati e dalle pene che impediscono lo stesso bene spirituale ed eterno.

            É bene qui notare che gli altri Apostoli ricevettero anch'essi da Gesù Cristo la facoltà {15 [15]} di sciogliere e legare. (Matt. c. XVIII). Ma questa facoltà fu loro data solo dopo che erano state dirette a s. Pietro le magnifiche parole sopraddette, affinchè essi intendessero che la loro autorità doveva essere sott'ordinata a quella di Pietro divenuto loro capo e principe e incaricato di conservare l'unità di fede e di morale. Imperocchè gli altri Apostoli poi e tutti i Vescovi loro successori dovevano essere sempre dipendenti da Pietro e dai Papi suoi successori per così tenersi sempre uniti con Gesù Cristo che dal Cielo assiste il suo Vicario e tutta la Chiesa sino alla fine dei secoli.

            Primato di s. Pietro e de'suoi successori. - Il Salvatore risorto da morte prima di salire al cielo conferì di fatto a s. Pietro la facoltà che già avevagli promesso. Comparso egli a'suoi discepoli sul lago di Genezaret e preso con loro alquanto di cibo per meglio assicurarli della realtà del suo risorgimento, si volse a Pietro e gli disse: Simone figliuolo di Giovanni, mi ami tu? Signore, rispose Pietro, Voi ben sapete che io vi amo. Gesù soggiunge: Pascola i miei agnelli. Il Signore replicò: Simone figliuolo di Giovanni, mi ami tu? Signore, rispose tosto Pietro, Voi ben sapete che io vi amo. Gesù ripigliò ancora: Simon Pietro, mi ami tu più ai costoro? Pietro nel vedersi interrogato la terza volta sopra il medesimo punto rimase conturbato. In quel momento gli ritornarono a mente le promesse già fatte altra volta, e che egli aveva violate, e perciò temeva che G. Cristo si burlasse delle sue proteste, quasi volesse già predirgli altre negazioni. Pertanto con {16 [16]} tutta umiltà rispose: Signore, Voi sapete tutto, il mio cuore è tutto aperto a voi, e perciò voi sapete altresì che io vi amo. Cioè Pietro era sicuro in quel punto della sincerità de'suoi affetti, ma non lo era egualmente per 1' avvenire. Gesù che conosceva il suo desiderio di amarlo e la schiettezza de'suoi affetti, lo confortò dicendo: Pascola le mie pecore.

            Con queste parole Gesù Cristo costituisce san Pietro principe degli Apostoli e pastore universale della Chiesa e di ciascuno dei cristiani, imperocchè gli agnelli qui significano tutti i fedeli Cristiani sparsi nelle varie parti del mondo che devono essere sottomessi al capo della Chiesa siccome fanno gli agnelli al loro pastore. Le pecore poi significano i Vescovi e gli altri sacri ministri, i quali danno bensì il pascolo della dottrina di Gesù Cristo ai fedeli Cristiani, ma sempre d'accordo, sempre uniti e sempre sottomessi al supremo Pastore della Chiesa che è il Romano Pontefice, Vicario di Gesù Cristo sopra la terra.

            Appoggiati sopra queste parole di Gesù Cristo i cattolici hanno sempre creduto come verità di fede che s. Pietro fu costituito da Gesù Cristo suo Vicario in terra e Capo Supremo visibile della Chiesa e che ricevette da lui la pienezza di autorità sopra gli altri Apostoli e sopra tutti i fedeli.

            Egli è poi cosa chiara che l'autorità di Pietro doveva durare quanto la Chiesa, cioè sino alla fine dei secoli, che certo il fondamento deve durare quanto l'edifizio che vi sta sopra; e che perciò dopo di lui essa doveva passare nei suoi {17 [17]} successori, i quali sono i Romani Pontefici. Questa verità trovasi esplicitamente esposta in centinaia di documenti dell'antichità cristiana, e tra altri essa è formalmente dichiarata nel Concilio Fiorentino colle seguenti parole. «Noi definiamo che la santa Sede Apostolica ed il Piomano Pontefice è il successore del Principe degli Apostoli, il vero Vicario di Cristo, ed il capo di tutta la Chiesa, il maestro e Padre di tutti i cristiani, e che a lui nella persona del beato Pietro fu dato dal nostro Signor Gesù Cristo pieno potere di pascere, reggere e governare la Chiesa universale[4]

            Infallibilità di s. Pietro e de suoi successori. S. Pietro volendo corrispondere a tanti segni di benevolenza, e mostrare al Divin Salvatore la sua gratitudine aveva ripetutamente dichiarato che era pronto a dare per lui la propria vita. Per altro il divin Maestro lo avvisò che non confidasse in se stesso, sibbene nel divino aiuto, quindi gli predisse che sarebbe caduto per debolezza; e poscia lo rassicurò che sarebbesi rialzato, e lo incaricò che d'allora in poi vegliasse mai sempre a tener fermi nella fede i suoi fratelli. Ho pregato per te, o Pietro, gli diceva Gesù, affinchè la tua fede non venga mai meno. Tu poi quando ti sarai riavuto dal tuo peccato conferma nella fede i tuoi fratelli. Rogavi pro te, Petre, ut non deficiat fides tua, et tu aliquando conversus confirma fratres tuos. (Luc. c. XXII). {18 [18]}

            Con queste parole il Divin Salvatore promise un'assistenza particolare al Capo della Chiesa, in virtù della quale la sua fede non sarebbe giammai venuta meno, ma servirebbe a tenere ferma la fede degli altri pastori. Con queste parole Gesù Cristo assicurò a s. Pietro il dono dell'infallibilità, ossia dell'immunità da ogni errore nelle cose che riguardano la fede e i costumi. Imperocchè Gesù Cristo assicurò s. Pietro che egli aveva pregato, acciocchè la fede di lui non venisse mai a mancare: ma chi potrà mai mettere in dubbio che la preghiera di Gesù Cristo sia stata esaudita? E certamente il nostro Divin Salvatore accertò s. Pietro che la detta sua preghiera era stata pienamente esaudita, mentre come per legittima conseguenza gli diede il carico di confermare nella fede gli altri apostoli. Non si può adunque mettere in dubbio l'infallibilità di Pietro e dei suoi successori senza dire che la preghiera del Salvatore non fu esaudita. La quale assurdità non verrà mai proferita da un cattolico. Quindi appoggiati anche a questa promessa di Gesù Cristo i cattolici di tutti i tempi e luoghi, fatte pochissime eccezioni, hanno mai sempre creduto, che il Romano Pontefice come successore di s. Pietro è infallibile nei giudizi che proferisce in materia di fede e di morale. E questa verità venne poi definita quale articolo necessario a credersi per l'eterna salvezza dal Concilio Vaticano nella Sessione IV con queste parole: «Noi definiamo, che il Romano Pontefice quando parla ex cathedra, ossia adempiendo l'ufficio di pastore e maestro di tutti i {19 [19]} cristiani, per la sua snprema autorità apostolica definisce qualche dottrina della fede o dei costumi a tenersi da tutta la Chiesa, a cagione della divina assistenza a lui promessa nella persona del B. Pietro, gode della stessa infallibilità. della quale il divin Redentore volle fornire la sua Chiesa nel definire le dottrine della fede e dei costumi. Perciocchè queste definizioni del Romano Pontefice sono per se stesse, e non pel consenso della Chiesa irreformabili. Che se alcuno oserà contraddire a questa Nostra definizione, che Iddio ce ne guardi sia anatema.»

 

 

Capo II. Gli Apostoli nel Cenacolo. - Venuta dello Spirito S. - Prima predica di S. Pietro. - Suo primo miracolo. - Primi cristiani. - Primi diaconi. - Persecuzione di Gerusalemme. - Martirio di s. Stefano. - Di s. Giacomo Maggiore. - S. Pietro liberuto dal carcere.

 

            Gli Apostoli nel Cenacolo. - Il nostro divin Salvatore dopo la sua gloriosa risurrezione passò ancora quaranta giorni co'suoi Apostoli per confermarli nella fede e dilucidare le cose che riguardavano il regno di Dio. Compiuta così l'opera della redenzione del genere umano, salì glorioso al Cielo dal monte Oliveto in presenza di Maria sua Madre e degli Apostoli. Essi poi secondo l'ordine avuto dal divin maestro ritornarono in Gerusalemme e si ritirarono nel {20 [20]} cenacolo che era una gran sala destinata daprima a uso di refettorio, ma poscia convertita dagli Apostoli nella prima chiesa cristiana. Ivi con Maria SS. e con altri fedeli in numero di 120 incirca si trattennero in preghiera aspettando la venuta dello Spirito Santo, che Gesù Cristo aveva loro promesso.

            Mentre erano colà radunati, s. Pietro esercitò il primo atto di quella suprema autorità che aveva da G. C. ricevuta, quando lo costituì capo della Chiesa. Imperocchè rivoltosi alla moltitudine, «Fratelli miei, disse loro, è d'uopo che si adempia ciò, che disse lo Spirito Santo intorno a Giuda, che fu condottiere di coloro, che posero Gesù in prigione. Egli tradì il suo divin Maestro ed ebbe la ricompensa della sua iniquità: egli si è appeso ad un albero e scoppiatogli il ventre, le sue viscere furono sparse sulla terra. Ma poichè fu predetto che un altro gli debba sottentrare nell'apostolato, così è necessario che si elegga uno di quelli che furono con noi in tutto il tempo che visse il Signore in nostra compagnia.»

            Tutti approvarono quanto il principe degli Apostoli proponeva; e presentarono due uomini conosciuti per virtù e santità, uno chiamato Barnaba, l'altro Mattia. Fatta preghiera al Signore, affinchè facesse conoscere quale dei due avesse scelto per suo Apostolo, tirarono la sorte, e la sorte cadde sopra Mattia, il quale perciò venne annoverato cogli undici altri Apostoli.

            Venuta dello Spirito Santo. - Erano scorsi dieci giorni dall'ascensione del Signore, ed appunto in quel giorno correva la festa di Pentecoste {21 [21]} prescritta da Mosè, cioè il giorno cinquantesimo dopo 1'uscita del popolo d'Israele dall'Egitto. Gli Apostoli cogli altri fedeli stavano tuttora raccolti in orazione. Erano le nove del mattino, quando ad un tratto si udì un rumore a guisa di vento impetuoso. Nel tempo stesso apparvero delle fiamme come lingue di fuoco, che visibilmente andarono a posarsi sopra il capo di ciascuno di loro. Tutti rimasero pieni dei doni dello Spirito Santo per modo, che cominciarono a parlare diversi linguaggi prima loro sconosciuti, di cui si valsero a pubblicare le maraviglie in loro operate, e a far conoscere le verità del vangelo.

            Prima predica di s. Pietro. - A quel tempo un gran numero di Giudei era in Gerusalemme per la festa di Pentecoste. Molti dei quali, udito il rumore di quel vento impetuoso, si recarono tosto verso il luogo del cenacolo. All'udire uomini rozzi ed ignoranti a parlare contemporaneamente la lingua di molti paesi stranieri non sapevano come spiegarsi tali meraviglie. S. Pietro allora era soltanto conosciuto come un povero pescatore, ma ricevuta la pienezza dei doni dello Spirito Santo, si senti pieno di coraggio e di scienza da presentarsi al pubblico e predicare Gesù Cristo a quella stessa moltitudine che pochi giorni prima cogli schiamazzi lo aveva condannato a morte i Fratelli, prese loro a dire, ascoltate le mie parole. Quanto vedete è 1'avveramento della profezia di Gioele. Negli ultimi giorni, dice il Signore, spanderò il mio Spirito sopra tutti gli uomini, e profeteranno i vostri figliuoli e le {22 [22]} vostre figliuole; e la vostra gioventù vedrà delle visioni. Chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvo. Uomini Israeliti, udite: Gesù Nazareno, uomo, a cui Dio ha renduto irrefragabile testimonianza tra di voi per mezzo delle opere grandi e dei prodigi e dei miracoli  i quali per mezzo di lui fece Dio su gli occhi vostri, come voi stessi sapete: questo Gesù voi traifiggendo per mano degli empi uccideste, cui Dio risuscitò, imperocchè di lui dice Davidde: Tu non permetterai, che il tuo Santo abbia a provare la corruzione. Davidde non parlava di sè perchè egli mori e fu sepolto, e il suo sepolcro è presso di noi sino al dì d'oggi. Essendo egli adunque profeta e sapendo, che Dio promesso aveagli con giuramento, che uno della sua stirpe doveva sedere sopra il suo trono, profeticamente disse della risurrezione di G. Cristo, che egli non fu abbandonato nel sepolcro, nè la carne di lui vide la corruzione. Questo Gesù fu da Dio risuscitato; della qual cosa siamo testimoni tutti noi. Esaltato egli adunque alla destra di Dio e ricevuta dal Padre la promessa dello Spirito Santo, lo ha diffuso quale voi lo vedete e lo udite. Sappia dunque indubitatamente tutta la casa d'Israele, che questo Gesù da voi crocifisso venne da Dio costituito padrone e salvatore di tutti.»

            Quel discorso accompagnato dalla grazia del Signore converti alla fede tre mila persone.

            Primo miracolo di s. Pietro. - Nelle ore pomeridiane di quello stesso giorno s. Pietro in compagnia di s. Giovanni Apostolo andava a far orazione nel tempio. Giunto alla porta del {23 [23]} medesimo incontrò un povero storpio dalla nascita, il quale non potendo in alcun modo valersi delle proprie gambe facevasi ogni giorno portare colà per chiedere limosina. Pietro, mosso a compassione di lui, lo rimirò e gli disse: Io non ho nè oro nè argento, ma ti do quello che ho. Nel nome di Gesù Nazareno levati su e cammina. Lo zoppo si alzò, senti le sue gambe perfettamente guarite, e pieno di gioia si mise a camminare. Sparsa la fama di quel miracolo, il popolo corse intorno a s. Pietro per udirlo a ragionare. Allora Pietro fece la sua seconda predica con tanta efficacia che si convertirono a Gesù Gristo cinque mila persone, senza contare le donne ed i fanciulli. Così la Chiesa di Gesù Cristo in pochi giorni numerava già nel suo seno oltre ottomila fedeli. Anno 33.

            Primi cristiani, primi diaconi. - Era maraviglioso il tenore di vita di que'primi cristiani. Erano tra di loro talmente uniti, che, secondo l'espressione della sacra Scrittura, formavano un cuor solo ed un'anima sola. Non vi erano poveri, perciocchè coloro, che avevano terre o case, le vendevano e ne portavano il prezzo agli Apostoli, affinchè ne facessero la distribuzione secondo il bisogno. Erano assidui nell'ascoltare la parola di Dio, perseveranti nell'orazione, e frequenti nella frazione del pane, cioè nel partecipare alla santa Eucaristia. Così quegli uomini, che poco prima erano intemperanti, ambiziosi, avari, voluttuosi, appena illuminati dalla verità del vangelo e confortati dalla divina grazia, divenivano umili e mansueti di cuore, casti e mortificati, distaccati dai beni della terra {24 [24]} e pronti a dar la vita pel nome di Gesù Cristo. Crescendo poi in maniera prodigiosa la moltitudine dei credenti, gli Apostoli non potevano più attendere da sè soli alle necessità di ogni classe dei fedeli, perciò secondo gli ordini che avevano avuti dal Salvatore, nominarono sette diaconi ovvero ministri, eleggendo a tale uffìzio quelli tra gli altri fedeli, che apparivano più ornati di virtù e pieni di Spirito Santo. A costoro fu affidata la distribuzione delle limosine, la cura delle vedove e degli orfani, 1’assistenza alle mense e in certi casi l'amministrazione del sacramento del Battesimo e la distribuzione della santa Eucaristia e poscia ancora la predicazione.

            Persecuzione dei cristiani a Gerusalemme. - Sebbene gli Apostoli predicassero la religione più pura e più santa, che mai potesse essere, tuttavia nello stesso principio della loro predicazione trovarono moltissimi ostacoli specialmente da parte degli Ebrei. Il popolo ed anche una parte dei più ragguardevoli di quella nazione venivano alla fede. Ma i capi della sinagoga insensibili ai miracoli, all'innocenza di vita, alla santità della dottrina degli Apostoli e dei loro discepoli mossero contro di loro un'accanita persecuzione. Da prima vennero a disputa cogli Apostoli, ma rimasti confusi studiarono di farli mettere in prigione e batterli spietatamente con verghe. Poscia loro proibirono severamente di parlare più oltre di Gesù C. Gli Apostoli con calma e fermezza risposero: «Noi dobbiamo ubbidire piuttosto a Dio che agli uomini. «Pieni pertanto di gioia per essere giudicati degni di patire per amore del loro Maestro acquistavano {25 [25]} nuove forze, anzi le stesse battiture inspiravano loro maggior coraggio.

            Martirio di s. Stefano, di s. Giacomo maggiore; s. Pietro liberato dal carcere. - Prima vittima di questa pesecuzione e primo martire della fede fu santo Stefano, uno de'sette diaconi.

            Egli era fra tutti segnalato pei molti miracoli che operava nel popolo e per la straordinaria sua sapienza. Gli Ebrei vollero provarsi a dispulare con lui intorno al vangelo, ma rimasero sempre confusi, perciocchè niuno poteva resistere allo Spirito del Signore che parlava per bocca di lui. Per la qual cosa furono talmente sdegnati, che strascinatolo fuori di Gerusalemme a furia di popolo a ripetuti colpi di pietre lo misero a morte. Mentre una pioggia di sassi cadevangli indosso, ad esempio del divin Maestro egli pregava così: «O Signore Gesù, perdonate loro questo peccato.» Ciò detto, riposò nel Signore. Egli è detto Protomartire, cioè primo de'martiri che abbia dato la vita per amor di Gesù Cristo. Poco appresso l'Apostolo s. Giacomo ebbe tronca la testa per ordine del re Erode.

            Questo re vedendo che il perseguitare i cristiani piaceva agli Ebrei fece anche mettere s. Pietro in catene per farlo morire dopo le solennità pasquali. Ma un angelo inviato da Dio lo liberò miracolosamente la notte stessa, che precedeva il giorno segnato al suo supplizio. Così s. Pietro fu salvo, e andarono fallite le speranze di Erode.

            Questo primo persecutore dei Cristiani sopravvisse poco tempo ai martiri da lui sacrificati. {26 [26]} Mentre in pubblico varii adulatori facevano echeggiare le sue lodi e lo proclamavano degno di essere annoverato fra gli Dei, il misero fu sorpreso da acutissime doglie alle viscere che in brevi istanti lo tolsero di vita.

 

 

Capo III. S. Paolo e sua conversione. - S. Tecla. - Cornelio abbraccia la fede. - Simon Mago.

 

            San Paolo e sua conversione. - La persecuzione di Gerusalemme parve alquanto mitigarsi per la morte di Erode e per la conversione di san Paolo, uno dei più fieri persecutori, conosciuto prima sotto al nome di Saulo. Egli era nato a Tarso capitale della Cilicia da parenti Ebrei della tribù di Beniamino. Fornito di mente sagace, d'indole focosa e intraprendente, fu mandato a fare i suoi studi in Gerusalemme da un dottore della legge chiamato Gamaliele. Esso era fariseo, vale a dire apparteneva a quella scuola di Ebrei, la quale si faceva uno studio particolare per istruirsi profondamente nella legge ed osservarla, benchè la loro pietà non fosse altro che cosa tutta esterna. Egli aveva molto contribuito alla morte di santo Stefano, conciossiachè egli custodisse le vestimenta di coloro, che scagliavano le pietre contro al santo martire; perciò, come osserva s. Agostino, egli in certo modo fosse altrettanto reo quanto tutti quelli insieme. Ma s. Stefano morendo {27 [27]} aveva pregato per lui; e Iddio che è padrone dei cuori, e se il vuole, può cangiare anche una tigre feroce in mansueto agnello, avendo esaudito la preghiera di quel primo martire, operò questo miracolo di conversione con Saulo.

            A fine di perseguitare i cristiani con maggior autorità e più facile riuscita, egli aveva ottenuto dal gran sacerdote di Gerusalemme delle lettere, che gli davano facoltà di andare con buona scorta di soldati a cercarli nella città di Damasco per metterli in catene e tradurli in Gerusalemme. Tutto spirante minacce e strage contro di essi aveva percorsa la maggior parte del cammino, quando ad un tratto una luce più risplendente di quella del sole lo circonda, ed una voce gli dice: «Saulo, Suulo, perchè mi perseguiti?» Saulo colpito da quelle parole come da un fulmine cadde a terra e con voce tremante disse: «Chi siete voi, o Signore?» La voce continuò: «Io sono Gesù, quello che tu perseguiti. Dura cosa ti è il ricalcitrare contro al pungolo.» Che volete che io faccia? soggiunse Paolo: «Alzati, conchiuse la voce, entra in Damasco, e là ti sarà detto quanto hai da fare.» Paolo si rialza, ed aperti gli occhi, si accorge di essere divenuto cieco. Di maniera che fu costretto di farsi condurre in città da'suoi compagni. Ivi ricevette il Battesimo da un discepolo di nome Anania, e mentre eragli amministrato questo sacramento, gli caddero dagli occhi alcume squame a guisa di scaglie e riacquistò la vista siccome aveva prima. Pieno di riconoscenza verso Dio si pose tosto con zelo a predicare il vangelo. {28 [28]}

            Quelli che sapevano il furore, che Paolo aveva contro ai cristiani, rimasero stupiti a quei repentino cangiamento. Ma egli superando ogni rispetto umano lasciava dire quello che ciascuno voleva, e disputava contro agli Ebrei provando colle Sacre Scritture e co'miracoli che Gesù Cristo era il Messia predetto dai profeti, inviato da Dio a salvare gli nomini.

            Sonta Tecla. - Fra i primi frutti della predicazione di s. Paolo si annovera s. Tecla, la quale patì tormenti atrocissimi e lunghi martini per la causa della fede; e quantunque per virtù divina non sia morta in essi, tuttavia è riguardata siccome la prima delle donne che abbia riportata la palma di martire. Nata ad Iconio di nobile famiglia a 18 anni fu promessa ad un ricco giovane di quella città. Ma udendo le prediche di s. Paolo, essa rimase talmente innamorata della virtù della verginità, che rinunziò di buon grado a quella vantaggiosa proposta. Il fidanzato usò ogni mezzo per farle mutar proposito, ma invano; e quando videsi deluso, cangiò quel suo amore puramente sensuale in furore, e fece che la santa vergine venisse per causa della fede cristiana da lei professata sottoposta a barbari tormenti. Essa fu gettata sopra un rogo ardente, ma fattosi il segno della santa croce sull'istante una prodigiosa pioggia spense quelle fiamme. Fu esposta a'tori, alle bestie feroci, quindi precipitata in una fossa piena di serpenti, ma per virtù divina andò sempre da ogni tormento illesa. Visse poi ancora lungamente in pace; indi colma di meriti morì nella propria patria {29 [29]} in età d'anni 90, ed andò a trovare il suo celeste sposo.

            Cornelio Centurione. - La massima parte di quelli, che fino allora avevano abbracciata la fede, erano soltanto Ebrei, o gentili, che già avevano cominciato ad appartenere al popolo ebraico sottoponendosi alla circoncisione. Iddio per altro secondo le divine promesse volendo chiamare tutte le nazioni alla conoscenza della vera religione cominciò dallo spandere le sue benedizioni sopra la famiglia di un centurione romano di nome Cornelio. Esso dimorava in Cesarea città vicina al Mediterraneo. Amato da tutti per la sua probità, temeva Iddio, faceva abbondanti limosine e frequenti preghiere. Un giorno mentre pregava gli apparve un angelo e gli disse: «Le tue preghiere e le tue limosine sono giunte al trono di Dio. Ora ecco ciò che devi fare. Manda nella città di Ioppe a cercare di certo Simone soprannominato Pietro. Egli ti insegnerà quanto dovrai fare per essere salvo. Udite queste parole, Cornelio mandò tre de'suoi servi a Ioppe. Erano omai vicini alla città, quando Iddio con una visione fece conoscere a Pietro che tanto i gentili quanto gli Ebrei erano chiamati al vangelo. Perciò senza esitazione il santo Apostolo partì il giorno seguente in loro compagnia. Intanto il pio Cornelio aveva raccolto in casa i suoi conoscenti ed amici per fare accoglienza al santo Apostolo; e appena lo vide si inginocchiò umilmente. Pietro lo rialzò, ed entrato con lui in casa si pose ad istruire nella fede tutta quell’adunanza. Parlava ancora, allora che in modo sensibile discese lo Spirito {30 [30]} Santo sopra i suoi uditori e comunicò loro il dono delle lingue, siccome era accaduto nel cenacolo di Gerusalemme. Per la qual cosa Pietro immantinente li battezzò. E questi sono i primi gentili stati battezzati senza essere prima circoncisi.

            Simon Mago. - Primo a spargere errori contro la fede cristiana pare sia stato un Samaritano di nome Simone, soprannominato Mago a motivo de'prestigi, che operava a fine di ingannare la gente. Fingendosi egli pure seguace del vangelo ottenne di essere battezzato; quindi si presentò a s. Pietro per comprar con danaro la facoltà di operar miracoli nel modo stesso che vedeva operarsi dal santo Apostolo. Ciò gli fu negato con orrore. «Il tuo danaro, rispose Pietro, sia teco in perdizione, perchè con esso giudicasti potersi comperare gli inestimabili doni dello Spirito Santo.» Per quel rifiuto egli si dichiarò nemico de'cristiani, adoperando ogni arte ed inganno per opporsi ai progressi della fede. Venne eziandio a Roma per ispargere i suoi errori tra quel popolo tuttora immerso nell'idolatria; ma mentre voleva dar segno di sua potenza sollevandosi in aria sostenuto invisibilmente dai demoni, san Pietro e s. Paolo fecero preghiera a Dio, e il misero Simone cadendo precipitosamente a terra, si sfracellò le membra e fece manifesta la sua impostura. {31 [31]}

 

 

Capo IV. Divisione degli Apostoli e loro simbolo di fede. - Libri del nuovo Testamento. - Morte di Maria SS. Miracoli di s. Pietro. - Concilio di Gerusalemme. - Persecuzione di Nerone. - Martirio di s. Pietro e di s. Paolo.

 

            Divisione degli Apostoli e loro simbolo di fede. - Gli Apostoli cominciarono, come fu detto, a predicare il vangelo nella Giudea, non allontanandosi gran fatto gli uni dagli altri: ma quando conobbero giunto il tempo di portar la luce della verità a tutte le nazioni, determinarono di separarsi, dividendosi tra loro in certo modo il mondo, e scegliendosene ciascuno una parte ove esercitare l'apostolico ministero. Prima per altro si radunarono insieme e di comune accordo fecero un compendio della cristiana religione che pervenne fino a noi sotto al nome di Simbolo degli Apostoli detto volgarmente il Credo. Dopo di che si separarono per andare a portar il vangelo nelle varie parti della terra. S. Pietro dopo essersi fermato per tre anni incirca a Gerusalemme, costrettovi dalla persecuzione si trasferi in Antiochia che allora era la capitale dell'Oriente. Quivi il numero dei fedeli crebbe a segno, che essi per distinguersi dagli altri cominciarono a chiamarsi Cristiani, che vuol dire seguaci di Gesù Cristo. Da Antiochia s. Pietro andava a predicare nelle città e ne'paesi vicini, e dopo sette anni si recò a Roma nell'anno 42 dell'era cristiana. {32 [32]} S. Paolo portò la fede nell'Arabia, nell'Asia minore, nella Macedonia, nella Grecia, quindi andò a raggiungere s. Pietro nella capitale del romano impero. S. Tomaso annuuziò Gesù Cristo ai Parti e nelle Indie; s. Giovanni Evangelista si fermò specialmente nell'Asia minore. S. Andrea predicò agli Sciti e fu coronato del martirio in Patrasso, città della Grecia. S. Filippo andò nell'Asia maggiore, s. Bartolomeo nell'Armenia, ove soffrì un martirio atrocissimo, essendo stato scorticato vivo. S. Matteo lavorò molto per la conversione degli Etiopi e andò a coronare il suo apostolato col martirio nella Persia, s. Giacomo il maggiore nella Giudea e si crede anche nella Spagna; s. Giuda Taddeo fu predicatore della fede nell'Arabia, nella Mesopotamia e nell'Armenia; s. Mattia nell'Etiopia. Così in meno di trent'anni dopo la prima predicazione del vangelo fatta da s. Pietro in Gerusalemme il vero Dio ebbe adoratori in tutte le parti del mondo allora conosciuto.

            Libri sacri del nuovo Testamento. - Gesù C. dopo aver predicato a viva voce la sua dottrina, salì al cielo, senza ch'egli nè la scrivesse, nè la lasciasse raccolta in qualche libro da lui dettato. Perchè mai? Per insegnarci che egli aveva depositata la sua dottrina presso gli Apostoli, ossia presso la Chiesa, alla quale spettava poi di proporla ai fedeli, e che lo stromento principale della sua parola divina doveva essere la viva voce di questa sua Chiesa. Infatti sul principio per non pochi anni il santo vangelo fu conservato, insegnato e professato solo per mezzo della parola viva degli Apostoli e dei {33 [33]} primi credenti. Egli per altro volendo, che almeno una gran parte della sua dottrina venisse raccomandata alla parola scritta, per inspirazione divina mosse alcuni degli Apostoli e primi discepoli a mettere in iscritto la sua vita e dottrina, ed i libri scritti da essi presi insieme formano quel volume che noi appelliamo Nuovo Testamento. Questi scritti sono i quattro vangeli di s. Matteo, di s. Marco, di s. Luca e di s. Gioanni; gli atti degli Apostoli; quattordici lettere di s. Paolo, due di s. Pietro, una di s. Giacomo, una di s. Giuda, e finalmente tre lettere e 1'Apocalissi di s. Giovanni. Questi libri ottennero mai sempre da tutti i cristiani la massima venerazione, siccome libri inspirati da Dio. Tuttavia essi, come si è accennato, non contengono tutti i fatti della vita di Gesù Cristo, nè tutte le verità insegnate da esso: le altre verità non iscritte furono dagli Apostoli insegnate e trasmesse ai loro successori come un sacro deposito che si chiama Tradizione divino - apostolica. La Tradizione divino - apostolica contiene non solo le verità che non si trovano scritte nei libri sacri, ma contiene ancora la interpretazione di questi libri medesimi. Perciò quando la Chiesa definisce un articolo di fede che non apparisce manifesto nelle sante Scritture, essa lo ricava da questo deposito della Tradizione. Così fu del dogma dell'Immacolata Concezione della B. Vergine.

            Morte di Maria SS. - La morte dell'augusta Madre del Salvatore che credesi avvenuta l'anno 62 di sua età e 12 dopo quella del suo Divin Figliuolo, è raccontata dal Dottore della {34 [34]} Chiesa s. Gioanni Damasceno in questa maniera. Giunto il tempo che Dio voleva liberare da questo esilio la Regina degli Angeli, gli Apostoli che erano sparsi per le varie parti del mondo a predicare la dottrina di Gesù C. per virtù angelica si trovarono tutti radunati in Gerusalemme intorno al letto di Maria oltre s. Dionigi vescovo di Atene, e s. Timoteo vescovo di Efeso. Essa non già di dolore, ma di puro amor d'Iddio, a guisa di chi dolcemente piglia sonno, spirò. Subito si udì una salmodia celeste, la quale echeggiò tre giorni per tutta quell’abitazione, anche nel tempo in cui il corpo di lei era processionalmente portato ad essere seppellito nell'orto di Getsemani. S. Tomaso non erasi trovato presente al prezioso transito di Maria, e giuntovi il terzo giorno, dimandò a titolo di favore, giacchè non poteva più vederla viva, almeno gli fosse dato di venerare per anco una volta il santo di lei cadavere. Va pertanto cogli altri Apostoli al sepolcro: lo aprono, (erano cessati i cantici celesti), mirano per entro e più non veggono il corpo di Maria, bensì i soli pannolini in cui quello era stato avvolto, e che tramandavano tuttora fragrantissimo odore. Pieni di stupore gli apostoli esclamarono ad una voce: «Quegli a cui piacque prender umana carne da Maria Vergine, farsi uomo in lei, nascere da lei, quel Dio Verbo, Signore della gloria, che innanzi il parto, nel parto, e dopo il parlo avevano il corpo conservato immacolato, volle eziandio conservarlo incorrotto, e glorioso farlo dagli angeli portare in cielo prima del comune ed universale risorgimento.» {35 [35]} La santa Chiesa celebra ogni anno la solennità di questa maravigliosa Assunzione di Maria al Cielo il i5 agosto.

            Miracoli di s. Pietro. - La santità della vita ed i miracoli erano i mezzi principali con cui gli Apostoli solevano confermare la dottrina che predicavano. Ma i miracoli di s. Pietro erano tanti, così strepitosi e tali, quali nemmeno leggiamo essersi operati dal divin Salvatore. Infatti egli risanava storpi, ciechi, sordi e malati di ogni genere portati a lui in sì gran numero, che non era quasi più possibile l'avvicinarlo. Quindi sulle piazze e sulle strade, ove egli passava, in gran moltitudine portavasi gli infermi, affinchè almeno 1'ombra di esso cadesse sopra di loro; ciò solo bastando per rimetterli in perfetta sanità. Maraviglioso fra gli altri è il miracolo operato in Ioppe nel risorgimento di una santa vecchiarella per nome Tabita, comunemente detta la madre dei poveri. Rimasta vedova, ella impiegava le molte sue sostanze a favore dei bisognosi. I poverelli inconsolabili per avere in lei perduta la loro madre, mandarono a chiamare s. Pietro, che la venisse a risuscitare. Egli accondiscese, e giunto alla casa della defunta, subito gli si fece intorno una turba di poverelli, oppressi dal dolore, e mostrando li vari abiti, calzari, ed altre cose di cui la defunta li aveva forniti. Pietro pianse con loro e pieno di fede in Dio si avvicinò al cadavere e disse ad alta voce: «Tabita, levati su.» All'istante Tabita apre gli occhi e si pone a sedere. Sparsa la voce di questo miracolo, quei cittadini si convertirono alla fede. {36 [36]}

            Concilio di Gerusalemme. - Sin dal tempo degli Apostoli, quando insorgevano quistioni intorno a cose di religione, si ricorreva al capo della Chiesa. Esso poi negli affari di maggior rilievo, ove così giudicasse conveniente, radunava gli altri Apostoli ed anche gli altri principali ecclesiastici perchè lo aiutassero a conoscere la volontà del Signore, e a mettere immediatamente in pratica le decisioni che si prendevano.

            La s. Scrittura ci fa menzione di tre speciali adunanze degli Apostoli in Gerusalemme per trattare cose riguardanti al bene dei fedeli. La prima fu per apparecchiarsi a ricevere le Spirito Santo ed eleggere s. Mattia in luogo di Giuda traditore; l'altra per la scelta e consacrazione de'sette diaconi: la terza poi è quella che prese propriamente il nome di concilio e che servi di norma ai concilii che vennero nei tempi posteriori celebrati dalla Chiesa. Esso fu convocato per decidere se si dovesse mantenere in vigore l'obbligo di osservare le cerimonie della legge mosaica, fra le quali specialmente la circoncisione, e l'astinenza dal cibarsi delle carni di certi animali. La questione cominciò ad essere agitata nella città d'Antiochia, d'onde s. Paolo e s. Barnaba furono mandati a consultare s. Pietro, che allora trovavasi in Gerusalemme. Per definire la cosa formalmente s. Pietro convocò a concilio gli Apostoli, e gli ecclesiastici che erano in Gerusalemme, e quindi come capo e supremo pastore, che egli era, e vicario di Gesù Cristo sopra la terra, propose la questione, ragionò intorno alle cose da stabilirsi, e dopo lunga e viva discussione pronunzio {37 [37]} la sentenza, alla quale s. Giacomo pel primo, e poscia tutti gli altri aderirono. Si formò di poi il decreto da pubblicarsi a tutti i fedeli nel tenore seguente: «Piacque allo Spirito Santo ed a noi di non obbligarvi se non a quelle osservanze che noi giudichiamo ancora necessarie, cioè di astenervi solamente dalle carni sacrificate agli idoli, dal sangue, dalla carne di animali soffocati e dalla fornicazione.»

            E bene di notare che la fornicazione essendo un peccato gravissimo proibito dalla stessa legge naturale e dal sesto precetto del decalogo, sembra non occorresse rinnovarne la proibizione. Ma si stimò bene di proibirlo qui in modo esplicito e chiaro a motivo dei gentili, che venivano alla fede, i quali prima che ricevessero il lume del s. vangelo, non pensavano che la fornicazione fosse peccato; tanto in loro era offuscato il lume della ragione. Dopo questa decisione cessò affatto il precetto della circoncisione e di molte altre osservanze della legge antica. Anno 51.

            Persecuzione di Nerone. - Sotto gli Imperatori Romani ne'tre primi secoli furono suscitate varie feroci e sanguinose persecuzioni contro i cristiani per impedire i progressi del vangelo, le quali comunemente si calcolano dieci.

            Affinchè si comprendano le cause delle persecuzioni è bene di notare come nel romano impero era severamente proibito di predicare o professare nuove credenze, che non fossero approvate dallo stato. Quindi chiunque predicasse o professasse il vangelo nei paesi dipendenti {38 [38]} dai Romani si esponeva ad evidente pericolo della vita. Altro motivo di persecuzione era il confondere spesso i cristiani cogli Ebrei che si volevano distrutti. Ma i pretesti principali erano le gravi calunnie che i pagani e specialmente i sacerdoti idolatri imputavano ni cristiani per renderli odiosi in faccia alle civili autorità. Per questi motivi, appenachè la fede cominciò a predicarsi in Roma, quasi subito principiò ad essere accanitamente perseguitata. Nerone, che nella storia è chiamato carnefice del genere umano, aveva fatto incendiare la sua capitale pel solo piacere brutale di vederla in fiamme. La qual cosa avendo cagionato contro di lui grande indegnazione, egli pensò di gettare la malvagità di questa scelleraggine sopra i cristiani, condannandoli a morte rome autori di si orribile misfatto. Altro pretesto di incrudelire contro i seguaci di G. Cristo egli lo prese da ciò che, come fu detto, s. Pietro e san Paolo colle loro preghiere avevano procurata la rovina di Simon Mago, e fatte delle conversioni nello stesso palazzo imperiale a segno che non pochi dei cari a Nerone si erano fatti cristiani. Nerone adunque, quasi leone furioso contro una moltitudine di agnelli, mise in opera i più atroci supplizi contro di essi, così che gli stessi gentili tocchi di compassione lo biasimarono. Nel gran numero che fece morire gli uni erano coperti di pelli di bestie ed esposti a cani affamati; altri involti in panni sparsi di pece e zolfo, legati a pali, e quindi postovi fuoco, facevansi servire di fiaccole pei giuochi del circo durante la notte. {39 [39]}

            Martirio di s. Pietro e di s. Paolo. - I due più insigni martiri della persecuzione di Nerone furono i principi degli apostoli Petro e Paolo. Saputa la fierezza della persecuzione, essi portaronsi prontamente a Roma per amministrare i conforti della religione e assistere quelli che si trovassero in pericolo della fede. Sperando che colla morte dei capi i cristiani sarebbersi dispersi, nè più sarebbesi di loro parlato nel mondo, Nerone feceli ambidue cercare e chiudere nel carcere Mamertino, che è la più tetra prigione di Roma a piè del Campidoglio. Ma fra le stesse catene i due Apostoli non cessavano di adoperarsi per la salvezza delle anime; e con le loro istruzioni convertirono i due carcerieri Processo e Martiniano con quarantacinque loro compagni. Costoro ricevettero il battesimo coll'acqua che prodigiosamente scaturì al comando di s. Pietro in un angolo della carcere e morirono martiri. A quelle notizie Nerone viepiù furioso comandò che i due apostoli fossero messi a morte, condannando s. Pietro alla croce e s. Paolo ad essere decapitato. S. Pietro per umiltà chiese di essere crocifisso col capo all'ingiù, e riportò la gloriosa palma del martirio sul monte Gianicolo l'anno 67 dell'era volgare, 86 di sua età. Lo stesso giorno s. Paolo fu condotto tre miglia al di là di Roma nel luogo detto Le acque salvie dove gli fu troncata la testa. Cadendo il capo dal busto fece in terra tre salti, a ciascun de'quali zampillò una fonte che oggidì ancora mette acqua. {40 [40]}

 

 

Capo V. S. Lino papa. - Morte di Nerone. - Rovina di Gerusalemme e dispersione degli Ebrei. - Fatiche e martirio di s. Lino.

 

            S. Lino papa. - La Chiesa di Gesù C. che doveva durare sino alla fine dei secoli e ricevere in ogni tempo quelli che avessero voluto ricoverarsi nel suo materno seno, doveva eziandio avere in ogni tempo un capo visibile che visibilmente la governasse. Quindi a s. Pietro doveva altri succedere nel governo della Chiesa universale. Primo successore di s. Pietro fu s. Lino di Volterra città della Toscana. Inviato da'suoi parenti a Roma per coltivare gli studi, ebbe la buona ventura di udire s. Pietro che in quella città dava principio alla predicazione del vangelo, instruito nella fede da sì gran maestro, divenne tosto un fervoroso cristiano. Le virtù, la scienza e lo zelo dell'allievo mossero s. Pietro a consacrarlo sacerdote e sceglierlo a compagno per le apostoliche sue peregrinazioni. Si suppone che quando egli andò al concilio di Gerusalemme, abbia ordinato vescovo s. Lino e lo ubbia lasciato suo vicario in Roma durante la sua assenza. Al ritorno Pietro affidò a s. Lino una importante missione nella Gallia che era tuttora immersa nell'idolatria. Giunto a Besanzone, alle porte della città, incontrò un tribuno di nome Arnosio che lo interrogò in questa guisa: Chi sei tu? d'onde vieni? Io vengo d'Italia, disse. Dove vai? Sono qua venuto {41 [41]} a predicare la religione di Gesù Cristo. E qual è questa religione? Lino allora prese a parlargli della fede. Ma il tribuno desiderando che la sua famiglia udisse parimenti il novello missionario, il condusse in casa sua. Quella famiglia divenne tutta cristiana, e la casa di Arnosio fu convertita in chiesa. Scoppiata poco appresso la persecuzione di Nerone, Lino ritornò a Roma per aiutare s. Pietro, che difatto assistè nel compiere i doveri del s. ministero e governare la Chiesa durante la prigionia dei due principi degli Apostoli. Egli accompagnò il suo caro maestro al martirio, e dopo la morte aiutato da s. Marcello e da altri fedeli, fra cui viene menzionato mi certo Apuleio, lo portò ad essere seppellito ai piedi del colle Vaticano, presso al circo di Nerone, come in luogo assai più sicuro di qualunque altro. Ciò dimostra che tra i famigli di questo persecutore della Chiesa erano dei cristiani potenti e fervorosi. Per timore che la Chiesa rimanesse priva di pastore in quei tempi calamitosi s. Pietro nominò i santi Lino, Cleto, Clemente ed Anacleto che gli dovessero succedere nel pontificato, l'uno in mancanza dell'altro.

            La elezione di s. Lino avveniva nell'anno sessantesimo settimo dell'era volgare. Molti avvenimenti si compierono durante il suo pontificato. Notevole fra gli altri sono la morte di Nerone e la distruzione di Gerusalemme.

            Morte di Nerone. - Questo tiranno dopo di avere esercitato ogni genere di crudeltà verso i cristiani, cadde in disprezzo de'suoi sudditi; ohe ribellatisi proclamarono un altro imperatore {42 [42]} di nome Galba. A quella notizia Nerone per la eccessiva paura tratto fuori di senno, gettò a terra la tavola su cui pranzava, ruppe in mille pezzi due vasi di gran valore, battè la testa nelle pareti. Quando poi gli fu recata la nuova che il senato lo aveva condannato a morte, uscì tosto di notte dal palazzo, diedesi a correre di porta in porta per implorare soccorso da'suoi amici, i quali tutti lo respinsero, perchè i malvagi non hanno veri amici. Tentando tuttavia qualche maniera di salvarsi, egli monta sopra un cavallo, si copre con un logoro mantello e fra le maledizioni del popolo passa sconosciuto in mezzo a'suoi nemici, che da ogni parte gridano morte a Nerone. Giunto alla casa di campagna di un suo servo di nome Faone, provò di nascondersi, ma scorgendo il suo asilo tutto attorniato di soldati, non sapendo più a che partito appigliarsi per iscansare il pubblico supplizio, si trapassò da se stesso la gola con un pugnale. Così moriva questo mostro crudelissimo fra i più crudeli tiranni e autore della prima delle dieci persecuzioni suscitate dalla politica romana contro ai cristiani. Era l'anno di G. Cristo 71.

            Rovina di Gerusalemme. - La rovina di Gerusalemme è uno dei più terribili avvenimenti che leggansi nelle storie. I profeti avevano molti secoli prima predetto che gli Ebrei per la loro ostinazione alla predicazione del vangelo ed in pena del deicidio che commetterebbero contro la persona del Salvatore, sarebbero cacciati dai loro paesi, dispersi nelle varie parti del mondo senza re, senza tempio, senza sacerdozio. Gesù {43 [43]} Cristo poi predisse in termini chiari ehe gli Ebrei sarebbero assediati in Gerusalemme, ridotti a strettezze inudite, che verrebbe distrutta la città, incendiato il tempio, tutto il popolo disperso; e che quelle cose sarebbero avvenute prima che la morte spegnesse la presente generazione, innanzi a cui egli parlava.

            Iddio, che è infinitamente misericordioso, volle prevenire quel popolo colla predicazione e cogli avvisi dei santi Apostoli e con molti segni spaventosi che sono raccontati da vari storici e dagli stessi scrittori Ebrei. Tra essi Giuseppe Flavio, dotto Ebreo, il quale ebbe gran parte in quei disastri, fra le altre cose, racconta che nel giorno della Pentecoste fu udita una voce nel tempio che senza sapere d'onde venisse, fortemente rimbombava: «Usciamo di qui, usciamo di qui.» Un uomo chiamato Anano venne dalla campagna alla festa dei Tabernacoli in tempi in cui non si parlava ancora di guerra, e si pose improvvisamente a gridare: «Guai al tempio, guai a» Gerusalemme, voce dall'oriente, voce dall'occidente, voce dai quattro venti, guai al tempio, guai a Gerusalemme!» Fu preso, messo in prigione, flagellato quasi a morte; ma tuttavia non si tenne mai dal correre e gridare per la città con gagliarda voce per tre anni; finchè correndo sopra i bastioni mandò un grido terribile esclamando: «Guai a me stesso;» e in quell'istante fu colpito da una pietra sul capo e spirò.

            Una notte alle nove ore intorno al tempio ed all'altare risplendette una luce sì viva, {44 [44]} che per lo spazio di mezz'ora pareva pieno giorno. Una porta del tempio, tutta di bronzo, di peso così enorme, che ci volevano venti uomini per muoverla dai cardini, si trovò da se stessa aperta senza che alcuno l'avesse toccata. Alcuni giorni dopo in tutti i paesi vicini a Gerusalemme si vedevano in aria eserciti schierati, che la cingevano di stretto assedio e mostravano di volerla prendere d'assalto.

            Comparì una cometa che gettava fiamme a guisa di fulmine, ed una stella a forma di spada stette sospesa per un anno colla punta rivolta su quella città. Que'segni presagivano imminenti gravi disastri a Gerusalemme, ed i Romani, senza saperlo, furono gli strumenti di cui si valse l'ira divina per compiere i suoi disegni. A Nerone era succeduto, come si disse, un imperatore di nome Galba e poi un altro di nome Vitellio, i quali pei loro vizi e per la loro tirannia furono deposti dal trono, ed in loro vece proclamato un gran generale di nome Vespasiano. Costui amava la giustizia per quanto può amarla un re idolatra; ed era da tutti amato per una certa all'abilità e pel suo coraggio. Lo stesso Nerone lo aveva già inviato contro agli Ebrei; ma quando Vespasiano fu proclamato imperatore, lasciò Tito suo ligliuolo sotto le mura di Gerusalemme a continuare quella guerra, ed egli se ne venne a Roma.

            Distruzione della città e dispersione degli Ebrei. - Gran numero di quelli che trovarousi presenti alla morte del Salvatore vivevano ancora, allorchè gli eserciti Romani vennero ad assediare Gerusalemme. L'assedio incominciò mentre {45 [45]} gran numero di forestieri era ivi accorso per celebrare le feste pasquali: per lo che quella sventurata città trovandosi sovrapiena di gente, vennero tosto a mancare di alimento a segno che gli abitanti spinti dalla fame, l'un l'altro strappavansi di mano le cose più sozze per nou morire. In quell'onore di miseria vi ebbero delle madri che, orribile a dirsi! nella loro disperazione giunsero a cibarsi della carne dei loro figliuoli. Presa la città di assalto, un milione e cento mila Ebrei furono trucidati e quasi altrettanti ridotti in ischiavitù. Essi non furono venduti, mancandovi compratori a sì gran numero di schiavi, ma offerti in dono e sovente scannati perchè non si trovava chi li ricevesse neppure a titolo gratuito. Distrutte le abitazioni, arso il tempio, il popolo fu disperso per le varie parti del mondo. Secondo che Iddio aveva predetto, malgrado ogni loro sforzo, essi non poterono mai più ritornare in patria in tal numero da formare un corpo di nazione. Quegli stessi avanzi che si conservano tra noi o in altri luoghi sono pei cristiani argomento chiaro della verità della cristiana religione. Perciocchè quelli che si convertirono alla fede sono un segno non dubbio che essi la conobbero divina; e quelli che non si covertirono, sono un altro argomento del pari convincente, perchè in loro si avvera ogni di più una delle principali profezie dei libri santi cioè che questo popolo, venuto il Messia, dovrebbe vivere disperso senza re, senza tempio, senza sacerdote, ed improntato dal marchio della divina maledizione. S. Lino potè vedere i miseri Ebrei che fatti {46 [46]} schiavi da Tito giungevano a Roma a schiere a schiere, per essere condannati a penosissimi lavori, fra quali quello di innalzare un arco trionfale al loro vincitore. In esso si osserva tuttora il candelliere con sette rami tolto dal tempio di Gerusalemme, e il magnifico antiteatro che porta il nome di Tito Flavio e di cui rimangono ancora in Roma stupende reliquie.

            S. Lino si valse di questo fatto terribile per confermare nella fede gli Ebrei già convertiti, e per guadagnare quelli che erano meno ostinati.

            Fatiche e martirio di s. Lino. - Nei dieci anni del suo pontificato oltre alla predicazione e dilatazione del vangelo s. Lino si applicò con zelo a combattere gli errori di Menandro, di Corinto e de'loro seguaci, dichiarando che non apparteneva più alla Chiesa di Gesù Cristo chiunque avesse seguito i loro mostruosi errori.

            In que'tempi anche di fervore vi erano molti che andavano in chiesa vestiti come andassero a pubblico spettacolo. S. Lino rinnovò il precetto di s. Paolo e stabilì che tutti dovessero recarsi in chiesa con modestia, e le donne vi intervenissero col capo coperto[5]. Lo zelo, la dottrina, i miracoli di questo pontefice traevano tutti in ammirazione. Il solo suo nome rendeva muti i demoni e col semplice seguo della croce egli spesso guariva ostinate malattie. Un uomo {47 [47]} consolare, vale a dire che aveva coperta una delle prime cariche di Roma, aveva sua figlia travagliata dallo spirito maligno e da altri mali. Ricorse al nostro santo, e questi la guari iu un istante col seguo della santa croce. Ma i sacerdoti degli idoli dicendo che quel miracolo recava ingiuria agli Dei, obbligarono il timido Saturnino, tale era il nome del padre della fanciulla guarita, a condannare a morte il santo Pontefice. Dopo qualche tempo di prigionia venne decapitato il 23 di settembre l'anno 80.

 

 

Capo VI. S. Cleto. - Seconda persecuzione. - S. Clemente. - Scisma di Corinto. - Terza persecutione. - Esilio e martirio di s. Clemente.

 

            S. Cleto. - Seconda persecuzione. - I cristiani godettero qualche tranquillità durante il regno di Tito e di Vespasiano, ma non essendosi rivocati i sanguinosi editti di Nerone, ogni persona in autorità poteva capricciosamente perseguitare i seguaci di G. Cristo; finchè Domiziano, cui la storia dà il nome di secondo Nerone, ordinò che le leggi di persecuzione fossero rigorosamente rimesse in vigore. Sotto al regno di costui s. Cleto governò 12 anni la Chiesa. Nato in Roma, egli era stato instruito da s. Pietro nella fede, ed aveva molto lavorato durante il pontificato di lui e del suo antecessore s. Lino. Fra le cose attribuite a s. Cleto è la divisione della {48 [48]} città di Roma in 25 rioni, ossia regioni, a ciascun dei quali deputò un sacerdote od almeno un diacono, che avesse cura dei bisogni spirituali ed anche temporali dei fedeli. Egli si dava gran pensiero della propagazione del vangelo dentro e fuori di Roma, quando Domiziano diede ordine di cercare il capo de'cristiani e porlo a morte. L’impazienza del tiranno di farlo morire lo salvò da molti e lunghi supplizi. Egli fu martirizzato l'anno 93. Accreditati autori dicono che s. Cleto sia stato il primo ad usare la formola: Salute ed apostolica benedizione con cui i Papi sogliono intestare le loro lettere.

            S. Clemente e lo scisma di Corinto. - Il quarto pontefice è s. Clemente, figlio di un senatore romano per nome Flavio. Egli fu eletto a governare la Chiesa dopo il martirio di s. Cleto. Fra le belle cose di questo pontefice si ha la istituzione dei notai ovvero scrivani che dovevano aver cura di scrivere diligentemente tutte le cose che i martiri dicevano e facevano davanti ai giudici od agli imperatori, e l'ordine dei loro patimenti. Queste scritture si chiamano Atti dei martiri. Egli ebbe assai da faticare e patire per causa dello scisma dei cristiani di Corinto, ove le discordie interne erano giunte a tal segno, che molti dei fedeli ricusando di ubbidire all'autorità ecclesiastica, pretendevano di eleggersi a loro talento e consacrarsi i sacerdoti. Crescendo il male, si pensò di ricorrere alla Chiesa che è madre e maestra di tutte le altre chiese, cioè a quella di Roma, indirizzando una lunga lettera al sommo Pontefice.

            S. Clemente, esaminata la lettera, rispose ai {49 [49]} Corinti con altra lettera che è uno dei più belli monumenti delle antichità cristiane, e della quale giova conoscere le parti principali. Il pontefice comincia così:

            «La Chiesa di Dio, che è a Roma, a quella di Corinto, a coloro che sono chiamati e santificati per la volontà di Dio nel Nostro Signore Gesù Cristo. La grazia e la pace del Signore onnipotente si accresca sopra di voi.»

            Quindi mette davanti ai loro occhi la pazienza, la dolcezza ed i benefizi di Dio Creatore. Di poi continua: «Se noi consideriamo quanto Iddio sia vicino a noi, e come niun nostro pensiero gli possa rimanere occulto, noi dobbiamo certamente studiar di evitare tutte le cose che sono contrarie a'suoi divini voleri e soggettarci a quelli che egli ha collocato sopra di noi. Dobbiamo frenare la nostra lingua e dominarla coll'amor del silenzio.» Egli prosegue raccomandando, che ognuno fugga 1'ozio e la negligenza, perchè solamente colui che lavora ha diritto di vivere. Indi continua così: «Noi dobbiamo perciò fare con zelo tutto quel bene che possiamo, perchè Iddio Creatore si compiace delle nostre opere. Ciascuno mantenga l'ordine e il grado, in cui Iddio per sua bontà lo ha collocato. Colui che è debole rispetti il forte, chi è ricco assista il povero, e il povero benedica Iddio del modo con cui lo provvede. L'uomo savio faccia vedere la sua saviezza non in parole, ma in buone opere. Chi è umile non parli con vanto di se medesimo, nè faccia pompa delle sue azioni. Colui che è casto non si lasci {50 [50]} prendere dalla superbia, sapendo che il dono della castità non viene da lui. I grandi non possono sussistere senza i piccoli, nè i piccoli senza i grandi. Nel corpo umano la testa non può far nulla senza i piedi, nè i piedi senza la testa. Il corpo non può fare a meno dei servigi dei piccoli membri.»

            Accenna di poi le virtù e le obbligazioni proprie di ogni cristiano per conservare la caritù vicendevole, quindi egli fa loro questo dolce rimprovero: «Perchè esistono tra di voi querele e divisioni? Non abbiamo noi tutti lo stesso Dio, lo stesso Gesù Cristo, lo stesso Spirito di grazia sparso sopra di noi, la stessa vocazione in Gesù Cristo? Perchè dunque laceriamo le membra sue e facciam guerra al nostro proprio corpo? Siamo proprio insensati a segno di dimenticare che siamo gli uni membra degli altri? La vostra divisione, o fedeli, ha pervertito molti, mentre altri ha scoraggiati, e ci ha tutti immersi nell'afflizione. Togliamo prontamente questo scandalo, gettiamoci ai piedi del Signore, supplichiamolo con abbondanza di lagrime a perdonarci e stabilirci nella carità fraterna.»

            I Corinti avevano mandato a Roma un fervoroso cristiano dì nome Fortunato per esporre alla santa Sede la trista divisione di quella città. S. Clemente mandò lo stesso messaggiere con quattro altre persone a portare la lettera, raccomandando loro di tornar prestamente.

            «Vi raccomando, concbiudeva la lettera, di far presto partire quelli che vi portano questa lettera, affinchè possiamo tosto sapere se {51 [51]} lo scisma sia cessato tra di voi, e se voi godiate di quella pace, che noi tanto desideriamo e domandiamo continuamente al Signore nelle nostre orazioni. Insomma che noi possiamo rallegrarci della carità e dell'ordine stabilito tra voi.» Quella lettera fece tale impressione sopra l'animo dei Corinti, che rientrando in se stessi riconciliaronsi coi propri pastori, chiesero perdono della loro ostinazione e venerarono tutti la parola del vicario di Gesù Cristo che era in Roma.

            Terza persecuzione. - L'imperatore Traiano, tuttochè da certi storici lodato siccome savio e clemente, è l'autore della terza persecuzione. Abbiamo di ciò argomento certissimo nella risposta di questo principe a Plinio il giovane governatore della Bitinia. Questi aveva scritto a raiano per consultarlo sulla condotta che tenere doveva riguardo ai cristiani. «Tutta la colpa loro, egli dice, consiste nel cantar inni in onore di Cristo; essi sono in numero grandissimo di ogni età e di ogni condizione nelle città e nelle campagne, a segno che i templi dei nostri Dei sono quasi deserti. Del resto la loro condotta è pura ed innocente: ma la loro pertinacia in non volere obbedire agli ordini dell'imperatore riguardo alla religione basta essa sola a renderli degni dell'estremo supplizio.»

            Tale era la testimonianza che un persecutore rendeva del numero e della santità dei cristiani. Traiano gli rispose: «che non occorreva fare ricerche di cristiani, ma che qualora essi fossero accusati e conosciuti, secondo le leggi dovessero punirsi colla pena di morte.» Risposta {52 [52]} assurda, imperciocchè se i cristiani erano colpevoli, perchè proibire di ricercarli? Se poi erano innocenti, perchè punirli colla morte?

            Esilio e martirio di s. Clemente. - Fra i martiri della persecuzione di Traiano è annoverato il pontefice s. Clemente. Come appartenente a nobile famiglia l'imperatore volle usargli qualche riguardo; perciò mise in opera ragioni, promesse, minaccie per indurlo ad abbandonare la fede: ma inutilmente. Per la qual cosa mosso a sdegno l'imperatore, lo condannò alle miniere del Chersoneso Taurico, che oggi diciamo Crimea. Dopo lungo, faticoso e penosissimo viaggio giunse il santo pontefice al luogo dell'esilio e fu messo a lavorare tra una turba di malfattori. Rimase per altro assai consolato quando seppe che fra i condannati a quei lavori erano presso a due mila cristiani, colpevoli di nient'altro che di professare coraggiosamente la fede, e che sospiravano di avere tra loro un sacro ministro della religione. Il pontefice applicatosi immantinenti ad assisterli, oltre al servizio religioso mitigò non poco i loro patimenti con un miracolo. Quel luogo difettando d'acqua, essi dovevano con gran disagio trasportarla dalla distanza di più miglia. Clemente pregò Iddio per loro, e, come al tempo di Mosè, tosto fecesi a scaturire una limpida e perenne fonte d'acqua, che provvedeva abbondantemente alle necessità dei cristiani e dei pagani. Un miracolo di quella fatta operatosi in presenza di tanta moltitudine commosse tutti quegli infelici esiliati a segno che un gran numero di infedeli abbracciarono {53 [53]} la fede. L’imperatore informato di questi fatti scrisse al governatore del Chersoneso di reprimerli e far ritornare i convertiti all'idolatria: ma que'neocristiani si offerirono pronti a dare coraggiosamente la vita per la fede. Lo stesso pontefice, come loro capo, legatagli un'ancora di ferro al collo, fu gettato nel mar Nero. Così terminava gloriosamente la vita il quarto pontefice dopo aver governata la Chiesa 9 anni. Anno 100[6].

 

 

Capo VII. S. Anacleto. - S. Simeone di Gerusalemme. - S. Ignazio di Antiochia.

 

            S. Anacleto. - A s. Clemente succedette san Anacleto l'anno 100. La persecuzione continuava ad infierire: e l'imperatore affezionato più che mai all'idolatria si faceva egli stesso a quando a quando ad interrogare i cristiani a fine di confonderli e farli prevaricare con la minaccia dei più orribili tormenti e della morte più dolorosa. In circostanze si difficili s. Anacleto dovette sostenere incredibili fatiche per mantenere saldi nella fede coloro che erano condannati {54 [54]} al martirio, per respingere e tenere lontane le eresie e preparare dei missionari da inviarsi a propagare il vangelo. Fra le altre cose destinò un luogo particolare sul Vaticano per la sepoltura dei papi accanto alla tomba di s. Pietro, e fece fabbricare una cappella sopra la tomba del principe degli apostoli: Memoriam Beati Petri construxit. Questa piccola chiesa in progresso di tempo fu ampliata, e divenne il famoso tempio di s. Pietro in Vaticano.

            Dopo nove anni di pontificato Anacleto terminava i suoi giorni col martirio, essendogli stata troncata la testa perchè fermo nel servire a G. Cristo, l'anno 112.

            S. Simeone. - Poco dopo terminava eziandio la sua carriera mortale s. Simeone vescovo di Gerusalemme. Per più giorni egli venne esposto a diversi tormenti: ma riuscendo vano ogni tentativo, fu condannato da Traiano ad essere crocifisso in età d'anni 120. Così l'ultimo dei testimoni di veduta del nostro divin Redentore patì la stessa morte del suo maestro. An. 114.

            S. Ignazio. - S. Ignazio vescovo d'Antiochia da quarantanni formava l'ammirazione del suo gregge, cui egli con somma cura conservava nella fede in mezzo a quelle sanguinose persecuzioni.

            Traiano trovandosi in Oriente volle venire con esso a disputa sulle cose della religione, ma non polendo prevalere, e restando confuso, diede ordine che il santo Vescovo fosse legato con catene e condotto a Roma per servire nell'anfiteatro di Flavio di pubblico spettacolo al popolo, e di pascolo alle fiere. Ignazio udì quella sentenza con trasporto di gioia, perciocchè ardeva {55 [55]} del desiderio di morire per Gesù Cristo. Temeva per altro che i fedeli di Roma colle preghiere ottenessero da Dio la grazia che le fiere non lo divorassero; perciò scrisse loro una commoventissima lettera, scongiurandoli di non opporsi che egli potesse quanto prima essere stritolato sotto i denti di quelle bestie feroci come grano sotto alla macina, e così al più presto come pane mondo essere fatto degno di riunirsi con Gesù Cristo in cielo per tutti i secoli.

            Questa lettera, che contiene parole molto onorifiche alla romana Chiesa, comincia così:

            «Ignazio, chiamato anche Teoforo, ossia apportatore della misericordia divina, che egli ha conseguito dall'immensa bontà dell'altissimo Padre Iddio, e di Gesù Cristo suo figliuolo unigenito, alla Chiesa romana, che per divina volontà opera quanto si appartiene alla fede ed alla carità di G. Cristo nostro Salvatore, la quale ha la sua sede in Roma, Chiesa degnissima di Dio, degna di governare: Chiesa purissima, che dall'esimia carità di Gesù Cristo e dal nome del padre si intitola piena dello Spirito Santo. Questa Chiesa anche io saluto nel nome di Dio Padre onnipotente.» Oltre a questo egli scrisse anche sei altre lettere piene di massime di fede e carità, e che formano uno dei più preziosi documenti dell'antichità cristiana. Giunto in Roma, egli fu tosto condotto all'anfiteatro e gettato alle fiere, le quali in breve lo sbranarono, non rimanendo di lui altro che alcune ossa. Questi avanzi del prezioso di lui corpo furono da prima {56 [56]} portati in Antiochia, e poscia riportati a Roma, ove ora si venerano nella chiesa di san Clemente. Egli soffri il martirio 1'anno 107.

 

 

Capo VIII. S. Evaristo. - S. Alessandro I in presenza di Aureliano. - Suo interrogatorio e martirio.

 

            S. Evaristo. - A s. Anacleto era succeduto papa s. Evaristo bellemita di nascita, il quale rimasto papa per circa 9 anni nel 121 terminò il pontificalo col martirio.

            S. Alessandro I in presenza di Aureliano. - Poco dopo il martirio di s. Evaristo fu eletto s. Alessandro in età molto giovanile. Ma quantunque giovane predicava con tale efficacia che giunse a convertire alla fede il prefetto di Roma di nome Ermete e la sua famiglia con mille dugento cinquanta suoi servi. Quando l'imperatore ebbe quella notizia, ne senti rammarico tale, che dalla città di Seleucia, dove allora si trovava, mandò tosto a Roma il conte Aureliano che mettesse a morte quanti cristiani avesse potuto scoprire. I due primi ad essere messi in prigione furono il prefetto ed il pontefice. Lunghi, minacciosi e violenti furono gli interrogatorii che ambidue dovettero sostenere. Carcere, fame, sete, ferro, fuoco, tutto fu adoperato inutilmente; che anzi la predicazione ed i miracoli {57 [57]} che accompagnavano ovunque il santo pontefice giovarono assai a guadagnare nuova gente alla fede.

            Interrogatorio di s. Alessandro. - Io vorrei, disse Aureliano ad Alessandro, che tu mi facessi conoscere i misteri della tua religione; e qual premio prometta questo vostro Gesù C. per cui vi lasciate con indifferenza ammazzare. Alessandro rispose: «Quello che tu dimandi è cosa santa, ma G. Cristo ci proibisce di palesare le sublimi verità della fede a quelli che desiderano di saperle non per crederle, ma per metterle in derisione. Non è espediente, diceva il Salvatore, dare le cose sante ai cani e gettare le pietre preziose davanti ai porci.»

            «Dunque io sono un cane? ripigliò Aureliano in collera.»

            Alessandro replicò: «La tua sorte, Aureliano, è molto inferiore a quella dei bruti, perchè essi sono irragionevoli e non venerano le verità della fede perchè non le conoscono; ma l'uomo l'atto ad immagine di Dio, se ricusa conoscere le verità della fede, o se le disprezza e commette offesa contro al Creatore, sconterà la sua colpa non solo colle pene della vita presente, ma colle fiamme eterne dell'inferno.»

            - Dimmi quello che ti chiedo, altrimenti io li condanno a tormenti.

            - Chi vuole essere instrutto nella religione di G. Cristo bisogna che ciò faccia coll'umiltà e non colle minaccie.

            - Dimmi quel che ti domando, e pensa che sei davanti ad un giudice, la cui potenza è temuta da tutto il mondo. {58 [58]}

            - Chi si vanta della sua potenza, è vicino a perderla.

            - Infelice! le tue parole e la tua audacia saranno punite con atroci tormenti.

            - Non sei per fare alcuna novità, facendomi così tormentare. Perciocchè qual uomo innocente potè fuggire dalle tue mani? Presso di te vivono solamente tranquilli coloro che rinnegarono il nostro Signore Gesù Cristo. Io che spero di patire e morire per lui, sono certamente da te tormentato ed ucciso, come lo fu il glorioso Ermete e l'intrepido Quirino, e come lo furono tutti quelli che passarono coraggiosi in mezzo ai tormenti da te adoperati per giungere così alla vita eterna.

            - Qual è dunque la cagione di tanta stranezza, da lasciarvi piuttosto uccidere che cedere a'miei comandi?

            - Te l'ho già detto, e te lo ripeto, che non è permesso di dare ai cani le cose sante.

            - Dunque tu ripeti che io sono un cane? Cessino le parole, veniamo ai flagelli.

            - Io non temo i flagelli che passano, ma quelli che tu non temi, voglio dire i tormenti dell'inferno che non finiranno mai più.

            Si accorse allora Aureliano che parlava inutilmente, quindi ordinò che Alessandro fosse spogliato e disteso sopra l'eculeo[7], battuto {59 [59]} con verghe e lacerato con uncini di ferro. Mentre la carne cadeva a brani, si mettevano fiaccole accese sotto alle piaghe. Ma pareva che quegli acuti e prolungati tormenti non riuscissero che a rendere il s. pontefice più ansioso di patire.

            - Perchè non ti lamenti? disse attonito Aureliano. Qual è la causa del tuo silenzio?

            - Quando il cristiano fa orazione, egli parla con Dio, e quando pensa a lui, dimentica quanto soffre quaggiù.

            - Rispondi a tutte le cose che ti dico, e ti farò sospendere i tormenti.

            - Stolto, fa quel che vuoi, io non temo la tua crudeltà.

            - Abbi almeno riguardo alla tua età; non tocchi ancora i trent'anni e vuoi già così privarti di vita?

            - Piuttosto abbi tu pietà dell'anima tua; perciocchè se perdo il corpo, io salvo l'anima; che se tu perdi l'anima, per te tutto è perduto in eterno.

            Martirio di s. Alessandro e de'suoi compagni. - Dopo inutili minacce, interrogatori e tormenti, Aureliano ordinò che venisse accesa una fornace. Quando le fiamme avvampavano orrendamente, egli fece legare insieme Alessandro {60 [60]} ed Evenzio, i quali così legati furono gettati nelle fiamme. Per incutere terrore ad un suo sacerdote di nome Teodulo, volle che fosse presente al supplizio de'suoi compagni. Ma vedendolo mesto, Alessandro gridò ad alta voce: «Fratello Teodulo, vieni qua anche tu, perciocchè quel quarto compagno, cioè quell’angelo che apparve tra i fanciulli ebrei nella fornace di Babilonia, è parimenti qui con noi.» Allora Teodulo si lasciò cadere nella fornace. Iddio rinnovando lo stesso miracolo che aveva operato al tempo di Nabucodonosor, il fuoco perdette la sua forza e non fece danno ad alcuno di quei generosi campioni della fede. Vedendosi difesi in maniera cotanto prodigiosa, si posero a cantare: «O Signore, tu ci hai provati col fuoco e colla tua misericordia avendoci purgati dai nostri peccati, più non hai trovato in noi alcuna iniquità.»

            Fremente di sdegno Aureliano ordinò che cavati dalla fornace venisse sull'istante tagliata la testa ad Evenzio e Teodulo. Ad Alessandro ordinò che gli si conficcassero tante punte di ferro per tutto il corpo, che in breve egli mandò l'ultimo respiro. Compieva il suo martirio il 3 maggio 132.

 

 

Capo IX. Quarta persecuzione. - San Policarpo a Roma. - Santa Felicita e suoi figli. - Eresia di Montano.

 

            Quarta persecuzione. - La quarta persecuzione devesi attribuire in gran parte alle calunnie sparse contro i cristiani. Le violenze {61 [61]} furono così orribili che spesso gli stessi carnefici erano commossi dall'atrocità dei tormenti con cui essi li martoriavano e non senza viva ritrosia compivano il loro barbaro ufficio. Governava allora la Chiesa s. Pio I, il quale dopo aver impiegato nove anni a combattere le eresie, incoraggiare i martiri, e a provvedere ni bisogni della cristianità, infine ebbe tronca la testa e ricevette la corona del martirio nel 157.

            Tra i martiri più celebri avvi un giovanetto di nome Germanico, che faceva animo agli altri col suo esempio. Prima che fosse esposto alle bestie il giudice tentò di guadagnarlo. Ma il magnanimo fanciullo disse che amerebbe assai meglio di perdere mille vite, che conservarne una al prezzo della sua innocenza. Quindi avanzandosi verso un leone che gli veniva incontro, terminò la sua vita nelle fauci di quel furioso animale, affrettandosi di uscire da questo mondo per giungere più presto al cielo.

            S. Policarpo a Roma. - S. Policarpo discepolo di san Giovanni evangelista e vescovo di Smirne, informato del gran numero di eretici che eransi portati a Roma, venne egli pure in questa città per dissipare le loro arti sotto al pontificato di s. Aniceto successore di san Pio I. La venuta di lui era molto opportuna perciocchè avendo egli conversato cogli Apostoli, godeva grande autorità presso tutti; perciò, come dice s. Ireneo, molti di quelli che erano stati sedotti dagli errori di Valentino e di Marcione, per l'efficacia della sua parola furono ricondotti alla Chiesa di Gesù Cristo.

            L'eretico Marcione, persuaso che avrebbe {62 [62]} riportato una grande vittoria se avesse potuto aggiugnere quel santo vescovo alla sua setta, tentò di guadagnarlo. Si presentò un giorno e gli disse arditamente: Cognoscis nos? Mi conosci tu, e sai chi sono? Sì, rispose tostamente Policarpo, ti conosco assai bene, e so che tu sei Marcione primogenito di Satana.

            Era questo uno dei punti più essenziali in cui san Policarpo dispiegava il suo zelo, cioè che i cattolici si tenessero lontani dagli eretici per conservare illibata la vera fede.

            Eusebio di Cesarea aggiugne che s. Policarpo venne a Roma anche per conferire col sommo Pontefice intorno a cose che riguardavano il bene della Chiesa; e che le loro controversie furono tutte terminate con vicendevole carità. Venne anche a trattare della Pasqua: cioè se questa si doveva celebrare nella domenica che segue il plenilunio di marzo, come erasi celebrata fin dal tempo degli apostoli, oppure nello stesso plenilunio, cioè nel decimo quarto giorno della luna di marzo, come si usava in certe chiese dell'Asia. Aniceto sebbene desiderasse l'uniformità per tutta la Chiesa, nulla di meno credette bene di non dispiacere ai vescovi dell'Asia, e tollerare in que'paesi la celebrazione della Pasqua nel detto plenilunio. Questa tolleranza era diretta a compiacere quegli ebrei che di recente erano venuti alla fede. (EUSEB. lib. 4). Aniceto mostrò gran venerazione alla santità e dottrina di Policarpo, concedendogli che in sua presenza pontificalmente vestilo celebrasse la santa Messa e amministrasse ai fedeli la santa Eucaristia. {63 [63]}

            Mentre s. Policarpo era in Roma seppe che la persecuzione tornava ad infierire nella sua diocesi. Onde egli si recò tosto in mezzo al suo gregge. Non passò molto tempo che fu preso dai persecutori e condotto in prigione. Esortato dal giudice a rinnegare e maledire Gesù Cristo, Policarpo rispose: Sono ormai 86 anni da che mi sono consacrato al suo divino servigio, e non ho mai ricevuto da lui alcuno ingiuria; come dunque vuoi che io maledica il mio re e salvatore? Dopo molti patimenti venne condannato alle fiamme fra le quali consumò il suo eroico sacrifizio l'anno 166.

            S. Felicita e suoi figli. - S. Felicita, vero modello delle madri cristiane, apparteneva alle prime famiglie di Roma. Morto il marito, deliberò di occuparsi unicamente della santificazione di sè e della sua figliuolanza. Accusata come cristiana fu condotta davanti al prefetto Pubblio, che adoperò ogni arte per farla prevaricare. Lo Spirito di Dio, la santa rispondeva, mi rende superiore ad ogni arte, ad ogni seduzione, e finchè vivrò, non mi potrai vincere; che se tu mi togli la vita, la mia vittoria, morendo, sarà ancora più gloriosa. Il giorno appresso il prefetto, fatti condurre Felicita co'suoi figli al suo tribunale, disse alla madre: «Se a te poco importa la vita, abbi almeno pietà di questi teneri tuoi figli.» A cui ella rispose: «La pietà che mi chiedi sarebbe dannosa crudeltà.» Indi volgendo la parola a'suoi figli e loro additando il cielo, «Guardate lassù, loro disse, là vi aspetta Gesù Cristo co'suoi santi, che a voi hanno aperta la strada. Mostratevi grati verso di sì {64 [64]} magnifico rimuneratore e combattete con coraggio degno del premio che vi è promesso.»

            Il prefetto la fece schiaffeggiare: poi chiamò i sette suoi figli, e avendo tutti con eroica fermezza confessato Gesù Cristo, furono l'un dopo l'altro fatti morire nei tormenti. La madre assistette intrepida al loro supplizio incoraggiandoli a perseverare nella fede. In ultimo fu a lei medesima troncata la testa, mescolando così essa il proprio sangue con quello de'suoi figli in terra per andarli a raggiungere nella gloria del cielo. Poco dopo papa Aniceto soffriva anch'egli il martirio, avendo troncata la testa l'anno 168.

            Eresia di Montano. - Montano cominciò a manifestare la sua eresia sotto il pontificato di s. Aniceto. Nato in Frigia, educato nella religione cristiana, lasciossi prendere dallo spirito di vanità, desiderando ardentemente di essere fatto vescovo. Ma per la sua mala condotta essendogli negata quella dignità si ribellò alla Chiesa e dieclesi a predicare mille nefandità. Le sue stranezze giunsero a tanto che si vendette al demonio, da cui fu realmente invaso. Gli divennero compagne due donne dissolute e indemoniate al par di lui, chiamata Prisca l'una, Massimilla 1'altra.

            Contro gli errori di Montano fu convocata nell'Asia un'adunanza di vescovi e di sacerdoti, i quali dopo maturo esame condannarono l'eretico ed i suoi seguaci. Allora l'astuto Montano si portò a Roma colle sue due false profetesse e riusci a sedurre vari incauti cristiani, anzi fu abbastanza ardito di presentarsi al medesimo Aniceto per farsi aggregare al clero romano. {65 [65]} Ma conosciuta la sua ipocrisia fu dai pontefice scomunicato come avevano fatto i vescovi dell'Asia. Dopo ciò Montano e le sue profetesse cedendo al maligno spirito si strangolarono colle proprie mani.

 

 

Capo X. Legione fulminante. - S. Fotino. - Morte di Marco Aurelio. - Eresia di Marco e la confessione dei peccati.

 

            Legione fulminante. - A s. Aniceto succedeva s. Sotero assai encomiato per la sua beneficenza verso ai romani e a tutti i fedeli della cristianità.

            Mentre esso governava la Chiesa, Dio operò un miracolo che fece prendere i cristiani in molto benigna considerazione dall'imperatore Marco Aurelio. Questo principe guerreggiava contro ad alcuni popoli barbari, che lo avvilupparono fra le aride montagne della Boemia. Il suo esercito trovavasi come bloccato, mentre un'arsura orribile li metteva tutti a pericolo di perire di sete. Fortunatamente in quell’esercito trovavansi molti cristiani. Instruiti essi dal vangelo di ricorrere a Dio nelle necessità della vita, si misero a pregare in faccia al nemico, che vedendoli in atteggiamento divoto come immobili, giudicò quello un momento propizio per appiccare battaglia. Ma in un attimo copertosi di nuvole il cielo, un'abbondante pioggia cadde ove erano i romani, mentre una grandine terribile o con frequenti colpi di {66 [66]} fulmine rovesciandosi sopra i barbari, li sbaragliò uccidendone gran parte, e lasciando compiuta vittoria ai romani. Essi erano sul punto di cadere per la grande arsura, e come sentirono l'acqua a cadere, alzando le teste verso il cielo per ringraziarne Iddio, la ricevettero nelle loro bocche aperte, e insieme con l'acqua ebbero restituite le forze ed il coraggio. Questo fatto è raccontato da tutti gli scrittori contemporanei cristiani e gentili. (V. Capitolino, Dione, Tertulliano). L'imperatore riconobbe questo favore dalle preghiere dei cristiani e per conservarne la memoria venne il fatto scolpito in basso rilievo sulla colonna di marmo, che fu eretta in Roma, la quale fu chiamata la colonna Antonina e che conservasi ancora oggidì. Scrisse di poi una lettera al senato partecipando tale avvenimento, e nel lempo stesso proibì di perseguitare i cristiani. Ma quell'imperatore dimenticò in breve il favore ricevuto.

            S. Fotino. - Morte di Marco Aurelio. - Alcuni anni dopo si riaccese la persecuzione, per cui non pochi furono coronati del martirio. Fra gli altri è celebre s. Fotino vescovo di Lione. Egli era stato mandato dal papa con altri ecclesiastici a predicare il Vangelo nelle Gallie, e governava da quarant'anni la sede di quella città. Il suo zelo ed i progressi che faceva la parola di Dio gli trassero addosso la gelosia e l'odio degli idolatri. Sebbene ammalato e rifinito di forze, lo strascinarono al tribunale del prefetto. Dopo aver sostenuto con eroica fermezza un penoso interrogatorio, otteneva la palma del martirio in età di 90 anni. {67 [67]}

            Nella medesima persecuzione il pontefice san Sotero era coronato del martirio nel 177.

            L'imperatore Marco Aurelio sopravvisse poco alla morte di s. Sotero. Ne'suoi ultimi anni egli sentiva vivi rimorsi pel sangue innocente fallo spargere tra'proprii sudditi. Mentre ritornava dopo una grande vittoria riportata sui Marcomanni, fu assalito da grave morbo contro cui nulla valsero i ritrovati dell'arte; cosicchè vi dovette soccombere. Si dice comunemente, che Commodo suo figlio lo abbia avvelenato per potere presto egli stesso salire sul trono. Anno 180.

            Eresia di Marco. - Confessione dei peccati. - Fra i più famosi seguaci di Valentino da noi menzionati più sopra, fu l'eretico Marco, uomo astutissimo, e pratico nell'arte d'ingannare. Egli vantavasi di aver con sè la potenza di Dio, e di concedere agli altri il dono di far miracoli e conoscere l'avvenire. Con una vita apparentemente divota acquistò stima presso molti, i quali si lasciarono perciò strascinare ad eccessi di empietà e di libidine. Ma parecchi fra gli ingannati avendo poscia conosciuto il male in cui erano caduti, rinunciarono a Marco e ritornarono alla Chiesa Cattolica. «Quell'impostore, dice s. Ireneo, tentò di sedurre alcune donne molto rinomate per pietà e timor di Dio. Proponeva loro i suoi incantesimi comandando che profetizzassero in suo nome. Ma elleno sapendo che il dono di profezia viene da Dio e non dagli uomini, si separarono immediatamente da lui. Altre molte che erano state sedotte da lui, ritornarono alla Chiesa e eonfessarono {68 [68]} i loro peccati. Si nota di una donna che, mossa dalla grazia, fece la confessione dei suoi peccati, e in tutto il tempo della sua vita non cessava di confessare le sue colpe, piangendo e lamentando il male che aveva fatto per inganno di quel mago. (S. Ireneo, lib. 1, c. 8).» È questo uno dei vari fatti della Chiesa primitiva, i quali ci mostrano la pratica già stabilita allora della Confessione sagramentale e della credenza che questa era instituita dal nostro Signor Gesù Cristo per la facoltà che egli diede agli apostoli di rimettere i peccati. (San Gio. XX). Un'altra prova di questa santa pratica ci viene data fin dal tempo degli apostoli, come appare dalla moltitudine dei fedeli di Efeso che venivano in folla a gettarsi ai piedi dei sacri ministri confessando e dichiarando le opere loro. (Atti degli Apostoli XIX).

 

 

Capo XI. S. Eleutero e i martiri di Lione. - S. Ireneo a Roma. - Fine di Marciane e di altri eretici. - Conversione dei Bretoni al cristianesimo.

 

            S. Eleutero e i martiri di Lione. - Dopo il martirio del papa s. Sotero fu eletto al governo della Chiesa s. Eleutero di Nicopoli città della Grecia.

            Sul principio del suo pontificato ricevette una lettera scritta a lui dai cristiani di Lione che erano in prigione ed in catene per causa della fede. Affinchè il loro scritto fosse di maggior {69 [69]} gradimento al pontefice lo mandarono per mano di s. Ireneo, discepolo di s. Policarpo. Questo santo prelato lo aveva mandato a predicare il Vangelo nelle Gallie in aiuto di san Fotino.

            La lettera comincia col pregare il papa di volersi adoperare per dar la pace alla Chiesa, che in quei tempi era messa sossopra da Montano e dai suoi seguaci; perciocchè era proprio del supremo pastore della Chiesa l'invigilare, che si scoprissero gli errori e fossero condannati. Di poi raccomandano s. Ireneo come sacerdote adorno di rare virtù. «Noi desideriamo, essi dicono, che tu, o beatissimo Padre Eleutero, goda sempre ottima salute in ogni cosa nel Signore, e ti preghiamo di ricevere Ireneo con quella cortesia e benevolenza che si merita un uomo che ha sofferto cose incredibili per la fede. Che se sapessimo che il posto apporta giustizia a chi lo occupa, noi te lo avremmo principalmente raccomandato qual prete della Chiesa, che tale è appunto il suo grado.»

            S. Ireneo a Roma. - La dimora di s. Ireneo in Roma non fu infruttuosa; imperciocchè prima del suo arrivo il pontefice aveva deposti due preti della Chiesa Piomana di nome Biasio e Fiorino, i quali erano caduti nell'eresia di Simon Mage che insegnava essere Iddio autor del male. S. Ireneo ebbe agio di abboccarsi con quei due infelici, e si adoprò in tutte le maniere per condurli a migliori sentimenti. Scrisse di poi una lettera in forma di libro, in cui confutando i loro errori dimostra che Iddio, {70 [70]} fonte di ogni santità, non può essere autore del male, secondo le parole della scrittura: Non sei un Dio che ami l’iniquità. (Salmo 5).

            Attese le vive raccomandazioni e le lodi che il Clero ed il popolo di Lione facevano della santità e dello zelo di s. Ireneo, il pontefice lo consacrò vescovo di quella città. Qui egli si occupò colla massima sollecitudine a diffondere il Vangelo colla voce e cogli scritti, de'quali quello intitolato, Contro alle eresie, pervenne sino a noi. In esso il santo vescovo afferma la necessità di stare uniti colla Chiesa Romana per essere cattolici. In oltre egli dice, che converrebbe ricorrere alle chiese che furono fondate e governate dagli apostoli per sapere la verità; ma che essendo cosa troppo lunga lo andarle a consultare una per una, basta per tutte il ricorrere alla Chiesa più grande, più antica e conosciuta da tutto il mondo, alla Chiesa fondata in Roma dai gloriosi apostoli Pietro e Paolo, la quale conserva la tradizione che ha ricevuta da'suoi fondatori, e che è pervenuta sino a noi per una successione non interrotta. Con ciò confondiamo tutti quelli, che abbracciano l'errore per amor proprio, per vanagloria, per cecità e per qualsivoglia altro motivo: conciossiachè, egli sia necessario, che a questa Chiesa a cagione della sua principale preminenza, ogni chiesa particolare si indirizzi; siccome alla fedele depositaria della tradizione degli apostoli.

            Fine di Marciane e di altri eretici. - Marcione, secondo il fare comune dei capi dell' eresia, teneva una condotta incostante; ora mostrandosi pentito, ora contaminandosi con turpitudini {71 [71]} e diffondendo i suoi errori, finchè papa Eleutero lo rigettò definitivamente dalla comunione dei fedeli. Dopo qualche tempo egli finse ancora di sinceramente ritornare alla Chiesa; e fece una pubblica exomologesi, ossia confessione dei suoi misfatti. Ma invece di portare al pontefice delle anime convertite, egli giudicò di portare una somma di circa venticinque mila lire, che presentò a papa Eleutero, come in pena del suo peccato: sperando forse con ciò di sedurlo e renderselo connivente. Ma il santo Pontefice, vero seguace di s. Pietro, ricusò il danaro e lo allontanò da sè dicendo: lo voglio anime e non ricchezze: e non lo assolvette dalla scomunica. La morte non tardò di togliere Marcione da questo mondo e costringerlo a presentarsi al tribunale di Dio.

            Dalla stessa scomunica furono colpiti Valentino e Cerdone, i quali finirono anche miseramente la loro vita. Rimanevano ancora in Roma i seguaci di Montano, che colla speranza di ingannare la gente con eccessi di penitenza esteriore, avevano introdotto il costume di tre quaresima, a cui attaccavano fini superstiziosi. S. Eleutero per tenere i fedeli in guardia contro di loro, confermò la condanna già pronunciata da santo Aniceto, e defini che tutti i cibi per se stessi erano leciti perchè, tutti creati da Dio a benefizio dell'uomo[8]. Tal decreto fatto in forma {72 [72]} di lettera fu specialmente diretto alle chiese nelle Gallie, che avevano mandato a Roma santo Ireneo per consultare la s. Sede sopra i dubbi mentovati. (V. Bernino sec. 2).

            Conversione dei Bretoni al Vangelo. - Durante il pontificato di sant'Eleutero la Chiesa di Gesù Cristo godette un po'di pace sotto al regno di Commodo. Questo imperatore sebbene fosse avverso ai cristiani, tuttavia si occupò di altre cose riguardanti ai suoi stati senza immischiarsi in affari di religione. Per questo la religione cristiana potè dilatarsi e portare i suoi benefici influssi nei più lontani paesi. L'isola della Grande Bretagna, (che in appresso, come vedremo, prese il nome di Inghilterra), in questo tempo ricevette la fede. Vi ha chi suppone che i primi semi del cristianesimo fossero portati a quegli abitanti da Giuseppe d'Arimatea ivi andato a predicare con alcuni compagni: ma le superstizioni pagane e le lunghe guerre li soffocassero così da non rimanerne quasi alcun frutto. Ora un re di quella nazione di nome Lucio, lasciato là dai Romani come principe tributario, maravigliato della santità di alcuni cristiani, che erano andati in quei paesi, e richiamando alla memoria quello che i suoi antecessori avevano detto, e forse lasciato scritto sulla cattolica religione, risolse di farsi anch'egli cristiano. A questo oggetto mandò a papa sant'Eleutero due ambasciatori con una lettera, in cui lo pregava {73 [73]} di volergli mandare alcuni missionari, che predicassero la fede al suo popolo. Il sommo pontefice accolse con bontà gli inviati, e corrispose ai desideri del re inviando per apostoli i sacerdoti Fugazio e Damiano. Ricevuti da Lucio con trasporto di gioia, lo istruirono nella fede ed insieme con esso la regina, la reale famiglia e molti del popolo, e quindi li battezzarono, dando così stabile esistenza al cristianesimo in quell'isola. (V. Gildas ed il venerabile Beda, hist. c. 1).

            S. Eleutero non sopravvisse molto alla conversione dei Bretoni. Consumato dall'età e dai patimenti inevitabili nel suo ministero, andava al possesso della vera felicità nell'anno 192 dopo un pontificato di oltre a 15 anni.

 

 

Capo XII. S. Vittore e Tertulliano. - I due Teodoli. - Settimio Severo e la quinta persecuzione. - Martirio de'santi Vittore, Ireneo, Felicita e Perpetua. - S. Zefirino e l’eretico Natale.

 

            S. Vittore e Tertulliano. - S. Vittore I africano succedeva a s. Eleutero 1'anno 192. Sul principio del suo pontificato portossi a Roma Tertulliano, uomo di grande ingegno, già conosciuto pe'suoi scritti ripieni di profonda dottrina. Esso è assai benemerito della religione cristiana per averla vigorosamente difesa contro gli idolatri, contro gli eretici, ed avere scientificamente esposto varie delle sue dottrine. Ma o fosse che s. Vittore non gli desse il vescovado {74 [74]} di Cartagine, siccome egli a quanto pare desiderava, o fosse perchè il romano pontefice condannasse l'eresia di Montano a cui egli cominciava aderire, fatto sta che Tertulliano partì di Roma con animo esacerbato; e ritornato in patria si dichiarò apertamente avverso alla Chiesa romana. Tremiamo a questa caduta di Tertulliano, e persuadiamoci che non è la scienza che faccia i santi, ma è 1'umiltà, è la sommessione ai nostri legittimi superiori, e specialmente al Vicario di Gesù Cristo. Tertulliano, perchè privo di queste due virtù, divenne eretico e morì, per quanto si può arguire, senza dar segno di ravvedimento.

            I due Teodoti. - Due eretici ambidue di nome Teodoto diedero non leggiero disturbo al novello pontefice. Uno appellavasi Teodoto Coriario nato in Bisanzio, città detta poscia Costantinopoli. Sebbene applicato nelle fatiche dell'arte sua, che era di conciatore o negoziante in pelli, era tuttavia molto istrutto nelle sacre lettere. Nella persecuzione di Marco Aurelio, essendo anche egli stato accusato come cristiano, si offerì arditamente al martirio; ma l'infelice non si sentì l'animo di sostenere coi fatti quanto diceva con parole, e rinnegando la fede perde la corona di cui furono cinti i suoi compagni. Per fuggire l'obbrobrio in cui era caduto, venne a Roma, persuaso di poter qui vivere sconosciuto. Ma l'ignominia accompagna sempre il colpevole. Riconosciuto dai Romani, era ovunque schivato, e niuno voleva partecipare con lui in cose sacre. Di ciò sdegnato Teodoto si diede apertamente a predicare l'errore, insegnando, {75 [75]} che Gesù Cristo non era Dio. Il che è lo stesso come negare il Vangelo e tutte insieme le verità della fede.

            A questo eresiarca si unì un altro eziandio di nome Teodoto, di professione argentiere. Come ben vedi, o lettore, due artigiani, uno coriario, argentiere l'altro, avrebbero dovuto aver pochi seguaci: pure la novità attrae sempre gl'incauti e gl'ignoranti, perciò i seguaci dei due Teodoti furono molti, e dal nome de'loro autori vennero detti Teodoziani.

            Il papa s. Vittore volse le sue sollecitudini contro di essi, ne condannò l'eresia, e scomunicandone gli autori, dichiarò non avrebbero più appartenuto alla Chiesa di Gesù Cristo tutti quelli che avessero seguito gli errori di quegli infelici. In questa guisa la Chiesa cattolica trionfava dell'eresia, e faceva vedere al mondo tutto la verità di quelle parole dette da Gesù Cristo a s. Pietro, e in esso a utti i suoi successori: «Io ho pregato per le, o Pietro, affinchè non mai venga meno la tua fede.» (V. Eusebio, lib. 5).

            Settimio Severo e la quinta persecuzione. - L'anno in cui cominciò la persecuzione di Severo, che si conta la quinta contro ai cristiani, fu nel 202. L'origine di essa è attribuita al rifiuto dei cristiani a prendere parte ad una certa festa degli Dei: imperocchè i Gentili accusaronli tosto presso l'imperatore come suoi capitali nemici. Ed esso troppo credulo nel dar loro ascolto ordinò che tutti i cristiani dovessero giurare pel genio dell'imperatore, ed offerire a lui divini onori. La qual cosa ricusando {76 [76]} eglino di fare, si venne ad aperta persecuzione. Tertulliano afferma che lo croci, il ferro, il fuoco, l'acqua bollente, le spade, le fiere erano ogni giorno in esercizio contro i cristiani per farli apostatare, o trucidarli se fermi nella fede.

            Martirio di s. Vittore, Ireneo, Felicita e Perpetua. - In mezzo a tanti mali il papa san Vittore lavorò indefesso, finchè consumato dalle fatiche e dall'età dopo un pontificato di oltre a dieci anni riportò la palma del martirio il 28 luglio 202.

            La persecuzione si estese nelle Gallie e principalmente in Lione, dove s. Ireneo coronava il faticoso suo ministerio col martirio. Informato l'imperatore che per cura dello zelante pastore la città si manteneva salda nella fede, ordinò di attorniarla di soldati, e fare strage dei cittadini. L'eccidio fu generale, ed un'iscrizione antica tuttora esistente in Lione mostra che senza annoverare donne e fanciulli, il numero de'martiri monta a diciannove mila. Anno 203.

            Poco men violenta fu la persecuzione in Cartagine, dove s. Perpetua e s. Felicita seguite da lunga schiera di martiri andarono alla morte con tale gioia quale non poteva essere inspirata se non da quel Dio pel cui amore esse davano la vita.

            San Zefirino e l’eretico Natale. - San Zefirino successore di san Vittore ebbe la consolazione di riconciliare con la Chiesa l'eretico Natale. Costui aveva già nel cospetto dei giudici confessata coraggiosamente la fede; ma fatto libero, si lasciò adescare da una grossa {77 [77]} somma di danaro offertagli dagli eretici Teodoziani e ne divenne capo. Ma acciocchè non avesse a morire fuori della Chiesa chi era già stato confessore della fede, più e più volte gli apparve Gesù Cristo nel sonno riprendendolo del suo enorme misfatto. E poichè Natale non faceva gran caso di quelle apparizioni, fu per tutta una notte aspramente flagellato da mano invisibile. Questo prodigioso castigo tornò per lui a medicina salutare; imperciocchè la mattina seguente assai per tempo si vestì di sacco, e col capo coperto di cenere si andò a gettare ai piedi del papa, dove versando un profluvio di lagrime fece la confessione di tutte le sue colpe. Abbracciando le ginocchia di quanti erano presenti chierici e laici, loro mostrava i segni delle percosse con cui era stato punito e le cicatrici delle piaghe sofferte per la confessione del nome di Gesù Cristo. Intanto con grande umiltà implorava la clemenza della Chiesa e la misericordia divina. Questo spettacolo, che se fosse accaduto in Sodoma, dice Eusebio di Cesarea, avrebbe forse eccitato a penitenza gli abitanti di quelle infelici città, mosse a compassione tutti gli astanti. Natale fu con bontà accolto dal pontefice, assolto dalla scomunica e nuovamente ricevuto nella comunione dei fedeli.

            Questo fatto ci dimostra chiaro, come fin dai primi tempi della Chiesa siasi creduto necessario che chi aveva apostatato dalla Chiesa, cadendo nell'eresia, quando pentito del suo misfatto amasse di rientrarvi, venisse a Roma a riconciliarsi col Capo supremo della religione, {78 [78]} e ricevere l'assoluzione del suo delitto. Il papa s. Zefirino dopo circa diciotto anni di glorioso pontificato moriva per la fede nel 210.

 

 

Capo XIII. Chiesa di santa Maria in Transtevere. - Cimiteri e tombe. - Catacombe e cripte. - Martirio del papa s. Callisto.

 

            Chiesa di santa Maria in Transtevere. - Tre cose rendono specialmente glorioso il pontificato del papa s. Callisto successore di s. Zefirino: la basilica di s. Maria in Transtevere; il cimitero detto di s. Callisto e il suo martirio. Cominciamo dalla basilica Transtiberina.

            Si racconta per tradizione antica, che in una parte di Roma posta in Transtevere, alla nascita del Salvatore sia prodigiosamente uscita una fonte d'olio, che scaturì per lo spazio di un giorno intiero. I cristiani conservando sempre viva rimembranza di quel prodigio solevano colà radunarsi per le loro pratiche di pietà, ma alcuni malevoli fecero tosto in quel sito una casa di scostumatezza. Vi si aprirono eziandio alcune taverne; e per attirarvi gente si introdussero ogni genere di spettacoli con grande disturbo dei cristiani. Ciò facevasi dai gentili con tanto maggior baldanza in quanto che i cristiani erano tuttora presi di mira ed anche pubblicamente maltrattati. Ma essendo morto l’imperatore Eliogabalo, per buona ventura era succeduto un altro di nome Alessandro Severo, che lasciò in pace i sognaci di Gesù C., {79 [79]} anzi sul principio del suo regno li favorì in più modi. Amava la loro religione ed aveva parimenti fatto mettere una statua di G. C. nel suo palazzo, e alcuni credono che privatamente abbia riconosciuto e professato il Vangelo.

            Allora ai cristiani sembrò poter riporre qualche fiducia nell'imperatore: perciò dopo aver più volte pregato inutilmente quei tavernieri a non disturbarli più oltre, ricorsero al medesimo Alessandro. I cristiani per sostenere la loro religione; i tavernieri per mantenere il loro interesse temporale dimandavano che il sovrano stesso decidesse a favore di chi dovesse cedersi quel luogo. L'imperatore ascoltò gli uni e gli altri attentamente, poi disse: «Qual è quel Dio, che colà si vuole adorare?» Fu risposto: «Egli è il Dio dei cristiani.» Soggiunse l'imperatore: «È meglio che quel luogo sia destinato al culto di qualsiasi Dio, piuttosto che sia dato in potere degli osti.» Allora questi dovettero ritirarsi e lasciare tranquilli i cristiani. Quella notizia portò a san Callisto grande consolazione; e per mostrare la sua gratitudine a Dio per tanto benefizio animò i cristiani a costruire in quel luogo una Chiesa, che è la prima innalzata pubblicamente in Roma a gloria della Beata Vergine Maria. Per conservare poi la memoria del prodigio dell'olio volle che fosse dedicata ad onore del divin parto di Maria, per onorare il nome di Gesù, il quale a guisa di olio diffonde e comunica le sue grazie e benedizioni nei nostri cuori. Questa Chiesa venne quindi riguardata come una delle prime basiliche di Roma, o presso all'altar maggiore {80 [80]} si mostra ancora un foro adorno di marmo, che segna il luogo del prodigio[9]. (V. Barenio, anno 224. Boll. 14 ottobre).

            Cimiteri e tombe. - La memoria verso i defunti fu sempre cosa sacra presso tutti i popoli moderni ed antichi, inciviliti e barbari. La premura di rispettare e far rispettare le ceneri dei trapassati nasceva dalla persuasione che l'anima dopo la morte del corpo va al possesso di una sorte eterna, beata od infelice; e che il corpo deve un giorno risorgere ed unirsi all'anima per godere o patire seco lei in eterno.

            Anticamente era stabilito per legge presso ai Romani di non seppellire dentro alla citta i cadaveri, i quali perciò erano seppelliti nelle campagne, e bene spesso dopo essere stati abbruciati e ridotti in cenere. I cristiani però abborrirono mai sempre da questo uso inumano di consumare col fuoco i corpi dei loro simili, specialmente se fratelli nel battesimo, perciò fin da principio solevano preparare fuori della città dei luoghi per seppellirli, i quali furono chiamati con vari nomi, cioè cimiteri, tombe, catacombe e cripte.

            Cimitero viene dal greco e vuol dire dormitorio, e con questo nome i cristiani dimostrarono in guisa sensibilissima la loro fede nella risurrezione universale di tutti i corpi a nuova vita alla fine del mondo. Perciocchè essi considerano i defunti seppelliti in un dato luogo, {81 [81]} non come morti per sempre, ma solo come addormentati, i quali un dì si hanno da risvegliare al suono delle trombe degli angeli. Che dolce, che consolante, che sublime parola è questa di cimiterio dato al luogo ove si seppelliscono coloro che muoiono nella pace di Gesù Cristo! Basta questa sola parola per mettere in chiaro la differenza che passa tra la chiesa del Salvatore, in cui tutto è vita e speranza nella vita, e il paganesimo e il protestantismo in cui tutto è morte. La parola tomba così frequente nell'antichità soleva usarsi per significare i luoghi ove si collocavano i corpi dei martiri, pei quali si scavavano fosse o locali particolari.

            Catacombe e Cripte. - Catacomba è parola greca, e vuol dire presso i sotterranei, imperocchè le sepolture de'cristiani in alcuni luoghi, ma specialmente in Roma, furono stabilite in anditi scavati sottoterra a bella posta per questo santo fine di riporvi le salme dei fedeli. E siccome sovente questi luoghi sotterranei furono scavati presso a'luoghi d'onde si estraeva la sabbia porcellana a fine di servirsene nella composizione del cemento, qualche volta le catacombe ed i cimiteri furono anche chiamati arenari.

            La catacomba detta di s. Callisto prende il nome da questo Papa per le molte opere che egli vi fece eseguire[10]. {82 [82]}

            Sopra una lapide di marmo, posta all'entrata di questo celebre cimitero, sta scritto: «Questo è il cimitero dell'inclito pontefice san Callisto Papa e martire. Chiunque confessato e pentito de'suoi peccati entrerà in esso, otterrà l'intiera remissione de'suoi peccati, e ciò pei meriti dei cento settanta mila gloriosi martiri, con quaranta sei sommi Pontefici, i cui corpi sono ivi in pace sepolti; i quali sopportando grande tribolazione nel mondo sono divenuti eredi della gloria del Signore, pel cui nome sostennero il supplizio della morie.» Boll. die 14 oct.

            In questi sotterranei s'incontrano specie di sale, cui si dà il nome di Cripte, parola anche greca che vuol dire nascosto. Queste erano gli oratorii dei primitivi cristiani, quando per motivo delle persecuzioni non polendo radunarsi pubblicamente, erano costretti a nascondersi. Ivi in certi giorni, in ore determinate si radunavano per assistere alla Santa Messa, ascoltare la parola di Dio, accostarsi al sacramento della penitenza, ricevere la Santa Eucaristia, ed esercitare tutte le pratiche religiose. Il santo sacrificio per lo più era offerto sopra la tomba di un martire da poco tempo morto per la fede.

            Martirio di s. Callisto. - Nel pontificato di s. Callisto la Chiesa non ebbe a sostenere persecuzione generale, imperocchè Alessandro Severo era benevolo ai cristiani. A quanto sembra egli venerava G. C. come degno degli onori divini; ne conservava l'immagine in una specie di tempietto che aveva nel suo palazzo, ed {83 [83]} avrebbe fatto innalzare un pubblico tempio al Dio de'cristiani se i pagani non gli avessero fatto osservare che con ciò avrebbe disertati i templi degli Dei. Tuttavia trovandosi egli assente da Roma molti cristiani vi perirono vittima di una insurrezione popolare. Fra questi si annovera s. Callisto. Imprigionato quale capo dei cristiani, ei fu battuto con verghe sino agli estremi. In fine fu gettato da una finestra e con un sasso al collo sommerso in un pozzo. Questo martirio compievasi circa l'anno 223. Presso la basilica di s. Maria in Transtevere mostrasi ancora il pozzo nel quale il nostro santo fu sommerso. (V. Artaud in s. Callisto).

 

 

Capo XIV. S. Urbano e s. Cecilia. - Loro martirio - Martirio de'loro compagni.

 

            S. Urbano e s. Cecilia. - A s. Callisto succedeva s. Urbano che apparteneva ad una ricca e nobile famiglia di Roma. Da semplice sacerdote egli aveva con zelo lavorato per la fede durante il pontificato di tre suoi antecessori. Più volte fu denunziato come cristiano, condotto in prigione e davanti ai giudici; ma egli seppe tollerare ogni patimento confessando intrepidamente Gesù Cristo. La sua elezione al pontificato avveniva nel 226. Mentre occupavasi ad ordinare le cose di disciplina si riaccese la persecuzione di Alessandro Severo. Urbano vedendosi compromesso se compieva pubblicamente il sacro ministero andò a nascondersi {84 [84]} nelle catacombe, dove viveva ignoto ai persecutori ma noto ai Cristiani, i quali potevano recarsi da lui per quanto occorreva. Fra gli altri egli instruì nella fede s. Cecilia nobile romana. Dall'istante che ricevette il battesimo, ella concepì tale amore alla virtù, che votò a Dio la sua verginità. Per avere un protettore di questa virtù raecomandavasi con fervore all'Angelo Custode che spesso le appariva visibilmente.

            A vent'anni i genitori, che erano pagani, l'obbligarono a sposare un ricco signore di nome Valeriano. Venuto il dì delle nozze. Cecilia chiamò il suo fidanzato e gli disse: Valeriano, io ho un angelo che ha cura del mio corpo perchè consacrato a Dio; perciò guai a te, se tu avessi l'ardire di profanarlo.

            Valeriano mosso dal desiderio di vedere quell'angelo, io non credo a quanto mi asserisci, rispose, se non vedo l'angelo di cui parli.

            - Per vedere quest'angelo, soggiunse Cecilia, tu devi essere purificato e credere in un solo Dio vivo e vero.

            - Che debbo fare per essere purificato? ripigliò Valeriano.

            - Avvi un uomo che sa purificare gli altri e renderli capaci di vedere gli angeli. Va nella via Appia tre miglia dalla città e troverai un assembramento di poveri. Dimanda loro dove dimora il vecchio Urbano. Esso ti purificherà con un'acqua misteriosa e dopo vedrai l'angelo.

            Valeriano andò con premura da s. Urbano ad esporre quanto Cecilia aveva detto. Il pontefice 1'accolse con bontà, di poi ringraziò il {85 [85]} Signore con queste parole: O Signore Gesù Cristo, vero l'astore e Redentore delle anime, benedici Cecilia tua serva, che quale ape industriosa si adopera per servirti; imperciocchè il suo sposo che era un leone feroce è divenuto mansueto agnello. Ora degnati, o Signore, di compiere 1'opera tua e fa che egli apra il cuore alla grazia e conosca te sommo Creatore, rinunzi al demonio, alle pompe ed agli idoli.

            Mentre il papa così parlava, apparve s. Paolo apostolo in forma di venerando vecchio che disse a Valeriano: Leggi il libro che ti porgo, e se hai fede, sarai purificato e vedrai l'angelo di cui Cecilia ti ha parlato. Valeriano tremante apre il libro e legge queste parole: Avvi un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio Padre di tutte le cose, padrone di tutto, che governa tutti. Credi tu quel che leggi, disse s. Paolo? Sì, io credo fermamente. In quell'istante il vecchio disparve. Urbano allora fece coraggio a Valeriano, lo instruì nei misteri della religione, di poi gli amministrò il battesimo, e dopo aver passata la notte seco lui in preghiere lo rimandò a Cecilia. Valeriano trovò Cecilia in orazione e accanto a lei l'angelo del Signore in forma umana. Egli teneva in mano due corone intrecciate di rose e di gigli, delle quali una pose sul capo di Cecilia, l'altra sul capo di Valeriano dicendo: Procurate, o giovani, di conservare queste corone colla purezza del cuore, colla santità della vita. Io ve le ho recate dal giardino del Paradiso: questi fiori non appassiranno giammai. Ora, o {86 [86]} Valeriano, vengo a te in nome di Gesù C. per concederti quanto sarai per dimandare. «Angelo di Dio, esclamò Valeriano, io non altro ti chiedo se non la conversione di mio fratello Tiburzio.» La tua preghiera, soggiunse l'angelo, sarà esaudita, e come Cecilia guadagnò te alla fede, così tu guadagnerai tuo fratello Tiburzio, ed entrambi giungerete alla palma del martirio. Ciò detto, l'angelo se ne volò al cielo.

            Valeriano espose a suo fratello Tiburzio le cose prodigiose che aveva vedute, di poi lo condusse a papa Urbano, che lo istruì nella fede e in fine gli amministrò il battesimo.

            Martirio di s. Cecilia e de'suoi compagni. - Almacchio, prefetto di Roma, come intese la conversione, lo zelo di Valeriano e di Tiburzio, chiamolli alla sua presenza e loro fece molte interrogazioni, ma confuso dalle loro sapienti risposte, nè sapendo egli che dire, nè che fare, un suo assessore per trarlo d'impaccio soggiunse: Condannati alla morte tutti due, di poi avrai i loro beni. Furono pertanto ambidue condotti al tempio di Giove per essere decapitati se non offerivano incenso a quella divinità. Massimo, segretario del prefetto, li accompagnava al luogo del supplizio con buona scorta di soldati: ma al vedere que'nobili giovani andare al supplizio come se andassero ad una gran festa, si sentì mosso ad abbracciare la fede. Per farsi quindi istruire nella religione li condusse a casa sua, ove la grazia di Dio lo vinse così, che egli, la sua famiglia ed altri con loro credettero in Gesù Cristo. Frattanto nel corso della notte papa Urbano con altri sacerdoti e {87 [87]} e s. Cecilia venuto colà, trovolli abbastanza istruiti, e senz'altro loro amministrò il battesimo. Pochi istanti dopo giunse il carnefice, che con trasporto di furore troncò il capo ai due fratelli Valeriano e Tiburzio, le cui anime tosto volarono ad abitare eternamente in cielo. Nello stesso giorno Massimo era pure coronato del martirio.

            Il prefetto avendo trovata la casa di Tiburzio e di Valeriano vuota di danaro, volse il suo sdegno contro Urbano e Cecilia, e non potendo trovare Urbano, spedì i suoi satelliti alla casa di Cecilia. Ma essa divenuta apostolo di Gesù Cristo, ne parlò loro in tal guisa, che li con vertì alla fede. Fece poscia chiamare Urbano, che loro amministrò il sacramento del battesimo e della cresima. Tra i soldati, ed altri, i battezzati in questa occasione furono incirca quattrocento.

            Informato Almacchio della conversione degli stessi suoi emissari, comandò che Cecilia fosse condotta al suo tribunale invitandola a non essere ostinata. La santa rispose: Io mi reco a gloria di confessare Gesù Cristo in ogni luogo e in faccia a tutti i pericoli; nè temo alcuna potestà contraria alla legge del mio Dio.

            «Non sai tu che gli invincibili nostri imperatori, e le nostre leggi puniscono colla morte chi si professa cristiano e premiano largamente chi nega questa religione?»

            «I vostri imperatori e tu stesso commettete un folle errore; e la legge, a cui ti appelli prova soltanto che voi siete crudeli e noi innocenti; imperciocchè se il nome di cristiano {88 [88]} fosse un delitto, noi stessi ci industrieremmo di negarlo.»

            «Orsù, miserabile donzella, non sai che il potere di vita e di morte è dato dagli invincibili nostri principi nelle mie mani? Come osi parlarmi con tanto orgoglio?»

            «Io ti ho parlato con fermezza, ma non con orgoglio. Inoltre tu hai detto che i tuoi principi ti hanno dato il potere di vita e di morte. Questo è falso. Tu non hai che il potere di morte: tu puoi togliere la vita ai vivi, ma non darla ai morti.

            «Su via, deponi la tua audacia, sacrifica agli dei e salva la tua vita. Ecco qui nel pretorio le statue a cui devi offerire incenso.»

            «Come, o prefetto, ti manca sino la vista? Io non vedo qui se non pietre, bronzo, e qualche altro metallo. Questi oggetti certamente non sono divinità. Tocca quelle statue se non le vedi, e sentirai che sono corpi e non sono spiriti, e non meritano altro che essere gettate sul fuoco. In quanto a me, io credo che solo Gesù Cristo può liberare l'anima mia dal fuoco eterno.

            Almacchio comandò, che Cecilia fosse menata a casa ed uccisa segretamente, per evitare ogni tumulto per parte del popolo, che grandemente l'amava per le sue opere di carità. I carnefici la cacciarono dentro ad una stufa che riscaldarono oltre ogni misura. Ma Cecilia ne rimase illesa, anzi Dio la confortava colla sua prodigiosa presenza quale provavano i tre giovanetti nella fornace di Babilonia.

            Ciò saputo Almacchio ordinò che le fosse {89 [89]} immediatamente troncato il capo. Ma il carnefice non riuscendo a spiccarle al terzo colpo il capo dal busto, ella rimase colà sul suolo, nuotando nei proprio sangue agonizzante per tre giorni. I poveri che avevano goduto dei suoi benefizi con molti altri cristiani non badando ai pericoli andavano coraggiosamente a visitarla. Ed ella esortavali ad essere costanti nella fede. S. Urbano corse egli pure ad assisterla in quei prolungati patimenti. Ella come vide il vicario di Gesù Cristo, Beatissimo Padre, esclamò, io ringrazio Iddio, che nella sua grande misericordia si degnò di esaudire la mia preghiera. Lo aveva pregato che mi desse ancora tre giorni di vita, perchè potessi essere consolata dalla vostra presenza, e raccomandarvi alcune cose. Vi prego adunque di aver cura de'miei poverelli; date loro quanto troverete in mia casa. La casa poi sia cangiata in chiesa che possa per sempre servire ai fedeli, che si vogliono ivi radunare per cantare lodi al Signore[11]. Proferite quelle parole, 1'anima di lei volava al cielo il 22 di novembre l'anno 232, pochi mesi prima della morte di s. Urbano.

            Martirio di s. Urbano e de'suoi compagni. - Dopo il martirio di Cecilia, s. Urbano ritornò alle catacombe. Ma scoperto dai persecutori fu anch'egli condotto ad Almacchio con tre diaconi e due sacerdoti. Egli tentò, ma invano d'indurii ad offerire incenso a Giove, perciò {90 [90]} ordinò che fossero chiusi in un tetro carcere. Di là vennero condotti per quattro volte al tribunale del prefetto a subire interrogatorii e patire torture. Anolino carceriere, commosso per la loro fermezza nel sostenere i tormenti, si converti e ricevuto il battesimo da s. Urbano, poco dopo ebbe tronca la testa per la fede. Almacchio in fine disse a Carpassio suo emissario: Per l'ultima volta siano costoro ricondotti al tempio di Giove, e se non offriranno incenso, subito sarà a tutti tagliato il capo. Egli stesso volle accompagnarli con una moltitudine di soldati. I santi confessori per esprimere la gioia del loro cuore nell'andare al martirio si posero così a cantare: O Signore, noi siamo stati ripieni di consolazione confessando pubblicamente la vostra santa legge; il nostro cuore è pieno di tal giubilo che invano si cercherebbe fra tutte le ricchezze della terra.

            Quando Urbano scorse la statua di Giove si sentì profondamente addolorato delle abbominazioni che dinanzi a quella gl'idolatri commettevano. Disse pertanto ad alta voce: La potenza del nostro Dio ti distrugga. Quelle parole furono un fulmine per quella statua, che cadendo sull'istante, andò in polvere. Nel tempo stesso i sacerdoti che somministravano il fuoco pel sacrifizio in numero di ventidue caddero morti. A quella vista fuggirono i soldati e lo stesso Almacchio atterrito andò a chiudersi in un nascondiglio di sua casa. Quando si riebbe, non sapeva darsi ragione come egli colla sua scienza, potenza, minacce e supplizi non avesse potuto indurre Urbano ad offerire incenso agli {91 [91]} Dei. Laonde volle farlo venire ancora una volta al suo tribunale. E fino a quando abuserete della mia pazienza, loro disse, seguendo questa arte magica? Vi pensate forse di potervi liberare dalle mie mani?

            Essi risposero: Sappiamo che il nostro Dio è potente. Se vuole, egli può liberarci da te, come liberò i fanciulli ebrei dalle mani di Nabucodonosor e dalla fornace ardente. Che se egli ci trova degni di sè e non vuole liberarci, ti assicuriamo che per noi sarà una gloria il dare la vita pel nostro Creatore, ma non ci sottometteremo mai ai tuoi ingiusti comandi.

            Perduta così ogni speranza di poterli guadagnare, Almacchio comandò che stesi a terra venissero per lungo tempo battuti. Quella carnificina fu così crudele che uno dei diaconi spirò fra i tormenti. S. Urbano faceva coraggio a tutti e li animava a non paventare le pene di breve durata per liberarsi dai tormenti dell'inferno che non finiscono mai, e guadagnarsi l'eterna gloria del cielo.

            Almacchio vedendo che le battiture non producevano alcun effetto, diè ordine che fossero scorticati con acuti uncini di ferro detti scorpioni, così che la loro carne cadeva a brani. Frattanto i manigoldi gettarono giù dal tribunale un diacono di nome Luciano sul pavimento con tale impeto, che rimase morto sull'istante.

            Di li a tre giorni Almacchio fece condurre Urbano col suo clero al tempio di Diana, perchè colà fosse loro troncata la testa. Conoscendo allora Urbano che i loro patimenti volgevano {92 [92]} al fine, coraggio, o figli, diceva ai compagni, il Signore ci chiama a lui dicendo: Venite a me, voi tutti, che siete affaticati ed oppressi, ed io vi ristorerò. Finora lo abbiamo veduto quasi per mezzo di uno specchio, ma ora siamo al momento di andarlo a vedere a faccia a faccia.

            Giunti al luogo del supplizio, quasi impazienti del martirio, dissero unanimi ai carnefici: Fate quello che volete senza aspettare più oltre. Il santo pontefice diede loro l'apostolica benedizione, e fattosi da tutti il segno della croce, offerirono a Dio la lor vita pregando così:

            O Signore, degnatevi di riceverci secondo le vostre promesse, affinchè possiamo vivere per Voi, e da Voi aiutati giungere al possesso di quella gloria, che nel vostro regno si gode per tutti i secoli.

            Dette queste parole, piegarono a terra le ginocchia e fu loro troncata la testa il giorno 25 maggio l'anno 233.

 

 

Capo XV. Sesta persecuzione. - Ss. Ponziano. - Antero e s. Barbara. - Morte di Massimino. - Settima persecuzione. - S. Fabiano. - Fine della settima persecuzione. - S. Gregorio Taumaturgo. - San Paolo primo Eremita.

 

            Sesta persecuzione. - La tolleranza di Alessandro pei cristiani fu per Massimino di lui assassino e successore motivo d'odiarli con maggior ferocia. Per avere un pretesto di perseguitarli egli loro imputò lo perdite nelle {93 [93]} battaglie, la peste, la carestia, i terremoti ed altre sciagure, che in quel tempo desolavano il romano impero. Come se questi mali fossero l'effetto della collera degli Dei per la tolleranza che si dava ai segnaci della fede di Cristo.

            Ma il fdtto, che eccitò maggiormente a sdegno l'imperatore, fu il coraggio di uno de'suoi soldati.

            Allorchè Massimino fu proclamato imperatore, giusta il costume egli fece alcuni donativi alle sue truppe. Ogni uomo d'armi doveva presentarsi a ricevere tali doni con una corona d'alloro sul capo. Se non che un soldato temendo, che tal cosa in quello circostanze fosse preso per un segno d'idolatria, la portava in mano. Un ufficiale gli chiese ragione di quella singolarità. Perchè sono cristiano, rispose, e la mia religione non mi permette di portare sul capo la vostra corona, quando così facendo io potessi parere un idolatra. Egli fu sull'istante spogliato delle sue divise militari, e messo in prigione. Alcuni fedeli pensavano che questa corona si potesse portare come segno di festa civile senza incorrere in alcuna colpa. In questa occasione Tertulliano scrisse un libro col titolo: Della corona del soldato, in cui dimostra che in quel caso tale cerimonia era atto d'idolatria, perciò illecito. E senza dubbio la moralità delle azioni bene spesso dipende dall'esteriore interpretazione che loro danno gli uomini.

            I ss. Ponziano, Antero e s. Barbara. - Morte di Massimino. - Massimino decretò da prima la persecuzione contro tutti i cristiani, ma {94 [94]} quando s'accorse che quella era una parte troppo considerevole de'suoi sudditi, si limitò a proibire d'abbracciare la loro religione; e intanto diede ordine di mettere a morte specialmente i vescovi come autori dei progressi del cristianesimo.

            Quindi principale vittima del furore di Massimino fu il papa s. Ponziano. Egli fu mandato in esiglio a Tavolara isoletta della Sardegna. Dopo due anni di catene e di patimenti fu condannato a morir sotto ai colpi di bastone. La sua morte avveniva l'anno 235. Gli succedette s. Antero, cui dopo un mese di pontificato era troncata la testa.

            Fra coloro che in quella persecuzione diedero la vita per la fede si annovera s. Barbara. Ella fu daprima assoggettata a crudeli tormenti da parte del suo snaturato padre, e poscia messa a morte nella città di Nicomedia.

            La persecuzione sarebbe stata assai più lunga se Iddio non avesse tolto di vita chi ne era l'autore. Marciava Massimino contro la città di Aquileia che si ora ribellata, e gli aveva chiuse in faccia le porte. Avendo più volte inutilmente dato l'assalto, accagionava i soldati de'suoi cattivi successi, e si lasciava trasportare dal suo furore ad alti brutali contro dei medesimi. Stanca di questi maltrattamenti una moltitudine di soldati si avventò contro di lui, e lo trucidò nella sua tenda.

            Settima persecuzione e s. Fabiano. - La settima persecuzione fu suscitata dall'imperatore Decio e fu una delle più sanguinose. Emulando i suoi antecessori, Decio pubblicò un editto che {95 [95]} si eseguì con rigore estremo. Le sferze, gli uncini di ferro, il fuoco, le bestie feroci, la pece bollente, le tanaglie infuocate, tutto era messo in opera per tormentare i confessori della fede. Il numero di quelli che subirono il martirio in questa persecuzione è sì grande da essere impossibile annoverarli. Sono in ispeciale modo rinomati s. Poliutto nell'Armenia, s. Alessandro vescovo di Cappadocia, il magnanimo s. Pionio sacerdote della chiesa di Smirne, santa Agata di Catania, s. Vittoria di Toscana e finalmente il papa s. Fabiano.

            Questo pontefice faticò per la fede finchè fu denunziato come capo de'cristiani. Dopo lunghi e gravi patimenti ebbe tronca la testa il 20 gennaio l'anno 250, dopo aver governata la santa Sede circa 15 anni. S. Cipriano avendo ricevuto dal clero di Roma la relazione della morte di san Fabiano, rispondendo si esprime così: «Era già corsa voce fra noi, che il glorioso pontefice Fabiano era passato da questa vita, e questa notizia vagava incerta quando ho ricevuta una lettera che mi dà piena contezza della gloriosa sua morte. Mi sono assai rallegrato in cuor mio che abbia così gloriosamente coronato le fatiche dell'apostolico suo ministero. Voi pure dovete meco moltissimo rallegrarvene. Debbo eziandio grandemente rallegrarmi con voi perchè celebrate la memoria di lui con tanta solennità e venerazione. In questa maniera la gloriosa memoria del vostro vescovo è a voi di gloria, e a noi un bell'esempio di costanza nella fede e nella virtù.» (S. CIP. ep. 1).

            La persecuzione di Decio cessò d'infierire {96 [96]} solo colla morte di lui stesso. Egli combatteva contro ai barbari presso al Danubio, e giudicando già sicura la vittoria, si inoltrò inconsideratamente in una palude per meglio avere i nemici a sua discrezione: ma colà lo aspettava la giustizia di Dio. Oppresso dalla calca dei combattenti egli periva miseramente affogato in quel pantano. Anno 253.

            S. Gregorio taumaturgo. - Mentre i martiri col sacrifizio della vita in mezzo a tormenti atrocissimi attestavano le verità della fede, altre maraviglie si operavano da altri eroi del cristianesimo colla pratica, della virtù e con prodigi strepitosi. Tra costoro è celebre s. Gregorio detto Taumaturgo ossia operatore di miracoli. Esso era nato a Neocesarea nel Ponto da nobile famiglia. Alla morte de'suoi genitori sprezzando le cariche onorevoli che gli venivano offerte, vendette le molte sue sostanze, e distribuitone il provento ai poveri, colla sola fede nella provvidenza si ritirò nella solitudine per condurre il resto di sua vita in una santa oscurità. Virtù cotanto luminose trassero sopra di lui gli sguardi del pubblico, e volevasi proclamare vescovo. Ma egli atterrito di si alta dignità mutò dimora errando di deserto in deserto. Nulladimeno fu scoperto e a dispetto delle sue opposizioni venne creato vescovo della sua patria. Anno 250.

            È impossibile ridire quanto egli abbia operato a pro del suo gregge. Da'santi Padri è paragonato a Mosè, a'profeti pel dono di profezia e de'miracoli; agli apostoli per virtù, zelo e fatica, e specialmente per la moltitudine {97 [97]} di prodigi da lui operati. Con una preghiera liberò il suo popolo da una mortalità, che orribilmente lo travagliava. Col solo comando trasporto altrove un monte che impediva di fabbricare una chiesa. Collo stesso mezzo asciugò una palude che cagionava altrui discordia. Un fiume perniciosamente innondava e devastava le campagne; egli vi accorse, piantò sulla riva il bastone su cui si sosteneva, il quale tosto crebbe in verde ed allo albero, che il fiume non mai osò oltrepassare. Vicino a morte dimandò quanti infedeli erano ancora in Neocesarea, e rispostogli che ve n'erano ancora diciassette: «Grazie a Dio, rispose, altrettanti appunto erano i fedeli allorchè fui eletto vescovo.» Morì in pace l'anno 268.

            S. Paolo primo eremita. - Molti fedeli alla vista delle carnificine fatte patire ai cristiani, diffidando di loro stessi, seguitavano i consigli del Salvatore e si rifugiavano in vaste solitudini poste le une nella parte dell'Egitto detta Tebaide, le altre nella Palestina e nella Siria.

            Primo eremita, ossia primo di questi solitari, fu s. Paolo, nato presso alle Tebaide nel 229. Qui conduceva vita molto cristiana; la sua giovinezza, le sue ricchezze, i suoi natali non lo avevano potulo sedurre. Egli non respirava altro che amore della virtù, ma la sua umiltà facendolo temere di esporsi a'tormenti, si nascose prima in una casa di campagna, di poi si ritirò nelle più remote parti del deserto. An. 250.

            Dio, che lo conduceva, gli fece trovare una rupe, cui la natura aveva incavato quasi a forma di sala bellamente rischiarata da apertura superiore. {98 [98]} Una fontana d'acqua limpida scaturiva dalla montagna, e formava presso alla spelonca un chiaro ruscelletto che serviva a dissetare il solitario. Una palma che ombreggiava l'ingresso della grotta lo nutrì finchè il Signore da un corvo gli fece recare cibo più addatto alla sua avanzata età, cioè un mezzo pane quotidiano. Colà Paolo senz'altra compagnia che le fiere dell'Africa visse novantadue anni quasi affatto sconosciuto agli uomini. Iddio lo fece poscia conoscere al gran s. Antonio dopo molti anni trascorsi da quest'altro solitario in quel selvaggio ritiro, e solamente poco prima della morte di Paolo, la quale avvenne a'centotredici anni di sua vita nel 342.

 

 

Capo XVI. Origene. - Sua fine. - Sede romana vacante. - Caduti. - Sacrificati. - Turificati. - Idolatri. - Libellatici. - Martiri. - Confessori. - Estorri. - Professori.

 

            Origene. - Il celebre Origene era nato in Alessandria d'Egitto. Leonida suo padre cristiano zelantissimo lo educò con sollecitudine nel santo timor di Dio, e dalla più tenera età lo avviò nello studio delle divine Scritture. Egli aveva 17 anni quando suo padre, sotto all'imperatore Settimio Severo, fu messo in prigione per la fede. Ciò saputo, Origene voleva ad ogni costo andare al martirio con lui. Fu tale il suo ardore, che per impedirlo sua madre gli nascose sotto chiave gli abiti e così lo costrinse a desistere {99 [99]} dal suo disegno. Tuttavia scrisse una bellissima lettera al padre, esortandolo a dar volentieri la vita per la fede senza lasciarsi intimorire od affliggere da cosa alcuna. Martirizzato Leonida, e secondo il solito confiscati tutti i suoi beni, la famiglia di lui restò nella miseria. Allora Origene, giovine com'era, per sostenere la madre e i sei fratelli, cominciò a dar lezioni di grammatica e di belle lettere. In seguito il vescovo di Alessandria offrì un vasto campo a quel grande ingegno, dandogli la cattedra di Catechista in quella famosa scuola del cristianesimo, non avendo che 18 anni.

            Desideroso di intendere quanto meglio gli l'osse possibile la dottrina di Gesù Cristo, egli (anno 221) intraprese un viaggio a Roma per osservare attentamente gli insegnamenti ed usi di quella Chiesa che egli chiama principale e maestra di tutte le altre. Ritornato in patria continuò le sue lezioni, e fece tali progressi nel sapere che, per quanto ce ne riferisce la storia, apparisce al tutto come un portento. Per es. non si comprende come un uomo solo bastasse a dettare per molte ore del giorno e della notte a sette scrivani contemporaneamente cose diverse della più alta e sublime teologia, e potesse comporre tanti libri di erudizione biblica ed ecclesiastica e nel tempo stesso conferire con una turba di dotti e letterati che andavano da lui per consigli ed ammaestramenti. La fama di lui era divenuta così grande che niuno andava in Alessandria, fosse cristiano, fosse pagano, senza andarlo a visitare. I vescovi lo invitavano, e quantunque gli mancasse il carattere {100 [100]} sacerdotale lo facevano predicare e infine quello di Gerusalemme lo ordinò sacerdote. Mamea madre dell'imperatore Alessandro Severo, la quale si crede aver ricevuto il battesimo, si giovò molto de'lumi e de'consigli di Origene. L'imperatore Filippo e sua moglie di nome Severa ebbero pure relazioni con Origene, che indirizzò a ciascun di loro una lettera piena di sublimi consigli e di sentimenti di pietà.

            Fine di Origene. - Nulladimeno sul finir della vita egli ebbe a patire gravi tribulazioni per causa di certe sue dottrine forse inavvertentemente uscitegli dalla penna nelle sue opere. Tali sono i commentarti sulle sante scritture, i libri contro il filosofo Celso e in ispecie quello intitolato Periarchon, ossia dei principii. Sembra peraltro cosa certissima, che gli eretici abbiano falsificato qua e là i suoi scritti, e la falsificazione siasi operata mentre Origene viveva ancora, conciossiachè egli stesso se ne lamentasse. Il fatto è, che egli intendeva di vivere e morire cattolico: perciò indirizzò a papa Fabiano una lettera umilissima con cui dichiara le sue intenzioni e spiega con qual modo gli sono stati apposti errori, che egli non aveva mai nè insegnati nè scrini. Confessa di aver errato qualche volta nel modo di esprimersi, o nelle opinioni disputabili, e infine si sottomette al giudizio della santa Chiesa. Non contento di questa figliale sommessione volle venire in persona a Roma per ispiegare a voce i suoi pensieri al pontefice e ricevere da lui consigli che valessero ad assicurarlo di trovarsi nella Chiesa {101 [101]} Cattolica, in cui voleva conservarsi finn alla morte. Riguardo ai dogmi dell'Unità e Trinità di Dio, dell'incarnazione del nostro divin Salvatore, del sacrifizio della santa Messa, del sacramento della Confessione, dell'invocazione dei Santi, della gerarchia della Chiesa, Origene è stato un fedele testimonio della religione Cattolica nel terzo secolo. Questo insigne dottore ebbe molto a patire nella crudele persecuzione di Decio, nella quale fu stretto fra catene, chiuso in prigione e sottoposto a gravi tormenti. Ma dalla stessa prigione non cessava di scrivere lettere a'suoi discepoli, loro raccomandando di essere perseveranti nella fede. Morì nella città di Tiro d'anni 69 nel 253. S. Girolamo dice che sebbene nella moltiplicità de'suoi scritti sia caduto in qualche errore, tuttavia la sua retta intenzione e la sua sommessione alla Chiesa Cattolica, fanno sperar bene della sua eterna salute[12].

            Sede romana vacante. - La fierezza della persecuzione di Decio fu dolorosa cagione che non si potesse eleggere un novello papa se non sedici mesi dopo la morte di s. Fabiano. E ciò perchè, come ce ne assicura s. Cipriano, l'imperatore conoscendo quanto fosse grande ed estesa la potenza del papa, preferiva di avere un competitore nell'impero piuttosto che avere in Roma un pontefice investito di tanta autorità. Questo spazio di tempo dicesi Sede vacante {102 [102]} perchè non era vi alcun papa, ed è quasi il tempo più lungo notato nella storia ecclesiastica, in cui la santa sede sia stata senza pontefice. Il capo visibile della Chiesa era rappresentato dal clero di Roma, che, come dice s. Cipriano, ne assunse provvisoriamente il governo. Ed appunto i vari paesi della cristianità nei gravi bisogni spirituali continuarono a ricorrere alla Chiesa di Roma.

            Gli inauditi tormenti di questa persecuzione fecero prevaricare dalla fede molti fedeli, e san Cipriano dà la ragione delle deplorabili loro cadute. Molti fedeli, egli dice, erano troppo attaccati ai beni della terra; e le ricchezze legarono loro i piedi per modo, che quando sarebbe stato tempo di correre coraggiosi al martirio, si trovarono allacciati e caddero miseramente rinnegando Gesù Cristo.

            Caduti. - I prevaricatori erano chiamati con vari nomi. Dicevansi in generale caduti quelli che in qualche maniera avessero rinnegata la fede, perchè dallo stato sublime di figliuoli di Dio, a cui erano stati elevati col battesimo, cadevano miseramente schiavi di satanasso, perdendo ogni diritto alla felicità del cielo.

            Sacrificati. - I caduti solevansi appellare sacrificati, se avevano fatto sacrifizi agli idoli oppure mangiate cose offerte ai medesimi. Perciocchè in que'calamitosi tempi di prevaricazione il solo cibarsi di quelle cose era dai gentili reputato indizio di aver negata la fede.

            Turificati dicevansi quelli che per ischivare i tormenti abbruciavano incenso agli idoli, senza dire parola o fare altro atto di idolatria. {103 [103]}

            Idolatri poi erano appellali coloro i quali coi sacrifizi o colle parole dichiaravano di avere rinnegato la fede cattolica e di essere divenuti adoratori degli dei.

            Libellatici. - Sotto a questo nome comprendevansi coloro, che si provvedevano dai magistrati una carta, mostrando la quale, essi erano lasciati in libertà. I libellatici erano distinti in due classi; gli uni sborsando danaro ottenevano una carta, la quale dichiarava che essi avevano sacrificato agli idoli, benchè ciò non fosse vero. Altri poi pagavano danaro per ottenere un libretto ossia un certificato in cui non si diceva nulla di quanto essi avessero l'alto o non fatto, detto o non detto: ma solamente si ingiugneva ai soldati e a tutti i giudici di non molestarli.

            Ora la condotta dei libellatici della prima classe fu altamente disapprovata dalla Chiesa, perchè sebbene essi non avessero fatto nè detto cosa alcuna contro alla fede, tuttavia in faccia ai pagani davano a credere di averla rinnegata, e in quella carta avevano fatto scrivere una menzogna ingiuriosa a Gesù Cristo il quale ha detto: «Chi si vergogna di confessare me in faccia agli uomini, io avrò vergogna di confessare lui in faccia al mio celeste Padre (Luc. 9-26).

            Ma i libellatici della seconda classe non furono condannati dalla Chiesa, perchè essi non avevano fatto altro che comperarsi a prezzo di danaro la grazia di non essere molestati.

            Martiri. - Siccome a quelli che abbandonavano la fede si diedero vari nomi atti a indicare la loro debolezza e colpa; così quelli che con animo forte pativano per Gesù Cristo ottennero {104 [104]} varii nomi di gloria, secondo il modo e il tempo, che confessavano la fede, e sopportavano le molestie della persecuzione. Dicevansi martiri coloro che costantemente tolleravano i supplizi per la fede, quando anche non fossero morti nei tormenti. Così s. Giovanni evangelista si suole appellare martire, perchè per la fede fu in Roma gettato in una caldaia d'olio bollente, da cui venne prodigiosamente liberato: terminando poscia molti anni dopo i suoi giorni in pace. Così pure s. Tecla fu della martire pei molti ed atroci supplizi patiti per Gesù, benchè non ne morisse, ma terminasse poscia pacificamente la sua vita. Merita poi il nome di martire chi patisce per la fede, benchè non muoia nei patimenti, perchè la parola martire non significa altro che testimonio, conciossiachè i martiri confessando la fede fra i patimenti del carcere, delle catene e dei supplizi danno pubblica testimonianza della verità della cattolica religione.

            Confessori furono detti quelli che in faccia ai giudici avevano confessato di essere cristiani od erano stati posti in prigione per la fede, senza essere soggettati ai tormenti.

            Estorri. - Con questo nome indicavansi quelli che per timore di non poter reggere ai tormenti abbandonavano ricchezze, patria, parenti, amici, e andavano a stabilirsi in paesi esteri ovvero stranieri. Essi confessavano la fede piuttosto coi fatti che colle parole, secondo il consiglio del Salvatore che disse: «Quando siete perseguitati in una città, fuggite in un'altra.» Così fece s. Paolo primo eremita, s. Atanasio vescovo di Alessandria ed altri. {105 [105]}

            Professori poi erano quelli, che trasportati dall'amore di Dio e spinti diri desiderio di morire per la fede, si offrivano spontanei ai carnefici, pronti a patire qualunque atroce tormento. Di questi meritarono lode ed ammirazione solo quelli, che vennero a questo eccesso di eroismo spinti da una grazia particolare dello Spirito Santo. Ma quelli che vi si mossero solo per un cotale entusiasmo o per un certo impeto di natura, si fecero colpevoli; e la Chiesa li ha piuttosto riprovati come audaci, che lodati come zelanti.

 

 

Capo XVII. Scisma di Nooaziano. - Primo antipapa. - Interrogatorio. - Carcere. - Martirio di s. Cornelio e de'suoi compagni.

 

            Scisma di Novaziano. - L'autore del primo scisma[13], ovvero della prima rottura contro l'unità della Chiesa cattolica, fu Novaziano. Un certo Novato di Cartagine aveva messo sossopra quella Chiesa mentre s. Cipriano per motivo della persecuzione viveva in esiglio. Vago di gloria Novato recavasi a Roma a fine di propagare colà i suoi errori. Ivi trovò Novaziano che ambiva di essere fatto papa invece di san Cornelio. In tempo di sua giovinezza Novaziano, {106 [106]} essendo ancora idolatra, era stato posseduto dal demonio, ed essendone stato liberato per opera degli esorcisti deliberò di abbracciare la fede. Mentre era catecumeno e facevasi istruire nel Vangelo cadde malato, perciò gli fu amministrato il Battesimo nel proprio letto. Egli però non morì, ma guarito non ricevè il sacramento della Confermazione, nè le altre cerimonie del Battesimo, che gli furono differite, perchè sembrava molto instabile nella religione. Tuttavia riusci a farsi consacrare prete contro alla consuetudine di non ordinare coloro che erano stati battezzati a letto in occasione di grave malattia. Sopravvenuta la persecuzione, Novaziano si tenne chiuso in casa. I diaconi lo pregavano di andar anch'egli ad assistere i suoi fratelli pericolanti, ma egli datosi a trasporti di collera, si separò da loro dicendo che non voleva più essere prete.

            Novato, che desiderava soltanto di trovare un uomo turbolento, si unì tosto con Novaziano e cominciò ad insegnare il contrario di quanto aveva fino allora insegnato. In Cartagine insisteva che dovessero assolversi gli apostati, ora in Roma dolevasi della troppa facilità colla quale gli apostati erano ammessi alla penitenza.

            Primo antipapa. - Malgrado tutti i raggiri di Novato e de'suoi amici, venne eletto papa Cornelio. Novaziano, vedutosi deluso nelle sue speranze, protestò che non aveva ambito il pontificato, ma il suo operare smentì ben tosto quanto diceva: imperciocchè quando vide Cornelio in possesso della sede, si associò con Novato per eccitare tumulti. Volendo ad ogni {107 [107]} costo essere papa chiamò a Roma alcuni vescovi e fattili chiudere in sua casa, di notte avanzata con modi indegni li costrinse a consacrarlo, come se la Sede Romana fosse tuttora vacante. Tale fu l'ordinazione di Novaziano, il primo antipapa, e capo del primo scisma (propriamente detto) della Chiesa di G. Cristo.

            Allo scisma egli aggiunse l'eresia, sostenendo che la Chiesa non poteva dare la pace nè assolvere coloro che erano caduti in tempo di persecuzione, quantunque facessero penitenza del loro peccato e supplicassero la Chiesa a perdonarli in nome di G. C. Condannava ancora le seconde nozze; onde i suoi discepoli furono detti catari vale a dire puri o puritani, perchè andavano vestiti di bianco, affettando la virtù dalla continenza, cui per altro facevano enormi oltraggi[14].

            Per ritenere i suoi seguaci nello scisma Novaziano nel distribuire loro la santa Eucaristia pigliavali per ambe le mani e facevali giurare in questi termini: «Giurami pel corpo e pel sangue di nostro Signor Gesù C. di non mai più abbandonarmi per ritornare a Cornelio;» e solo agli sciagurati che facevano questo giuramento dicendo: Non ritornerò più a Cornelio, egli dava sacrilegamente l'Ostia santa e permetteva di inghiottirla. {108 [108]}

            Interrogatorio di s. Cornelio. - Sia per la persecuzione che tuttora infieriva, sia per le turbolenze suscitate da Novaziano, il pontefice Cornelio dovette allontanarsi da Roma e recarsi a Civitavecchia ove le molte lettere che egli scriveva ogni dì, ed il concorso che da tutte le parti a lui si faceva, dimostrava che Roma per quello che riguardava i cristiani erasi come là traslocata. Per questo l'imperatore richiamò Cornelio nella capitale a farsi rendere conto dei disordini, come egli diceva, che per cagion sua ogni giorno avvenivano. Fattolo condurre alla sua presenza di notte tempo cominciò ad interrogarlo così: «Ti pare, o Cornelio, di fare quanto dovresti? Perchè non porti rispetto ai nostri Dei, non ubbidisci ai precetti imperiali, e non temi le mie minacce? anzi vai scrivendo lettere ai nemici della repubblica a danno della medesima?»

            Cornelio prese con calma a rispondere così: «Le lettere che ho scritto e le risposte che ho ricevuto non riguardano per nulla gli affari della repubblica. Questi scritti trattano soltanto della lode e della gloria di G. Cristo mio Dio. Posso assicurarti che quanto feci e dissi non ha altro scopo che di procurare la salute delle anime.» L'imperatore comandò che il papa fosse allontanato dalla sua presenza e battuto nella faccia con un mazzo di funicelle, alla cui estremità erano legate altrettante palline di piombo. Ut os eius plumbatis caederetur. (Acta mart. s. Corn.)

            S. Cornelio in carcere. - Poscia l'imperatore comandò che Cornelio fosse condotto in prigione, ove la divina Provvidenza dispose che {109 [109]} guadagnasse alla fede il custode della carcere, di nome Cereale. Questo carceriere, mosso dalla santità che il Vicario di Gesù Cristo nelle opere e nelle parole manifestava, lo pregò di venire in casa sua per visitare Salustia, sua moglie, che da quindici anni giaceva in letto paralitica. Cornelio vi andò con due sacerdoti ed un cherico lettore. Alzati gli occhi al cielo, Cornelio così pregò: «Signore Iddio creatore di tutte le cose visibili ed invisibili, tu che nella tua grande misericordia sei venuto dal cielo in terra per salvare noi miserabili peccatori; tu rendi la primiera sanità a questa tua serva inferma, ed usa misericordia con lei siccome la usasti col cieco nato del Vangelo, per far conoscere la tua gloria ed esaltare il tuo santo nome.»

            Quindi presa l'inferma per mano: «In nome di Gesù Nazareno, le disse, alzati e cammina.» Come il cieco nato alle parole del Salvatore acquistò la vista, così Salustia perfettamente guarita si alzò gridando ad alta voce: Veramente Gesù Cristo è Dio, ed è figlio di Dio. Di poi illuminata dalla grazia del Signore disse a s. Cornelio: Io ti prego per amore di Gesù Cristo che ci amministri il battesimo. Ciò detto coi primi passi, che fece dopo quindici anni di paralisia, andò a prendere acqua e la portò al Pontefice perchè la battezzasse.

            Alla vista di quel miracolo molti soldati e gli stessi carcerieri dimandarono di essere battezzati. Cornelio dopo la necessaria istruzione amministrò loro il battesimo, e per ringrazia degnamente il Signore offrì per loro sacrificium {110 [110]} laudis, cioè il santo sacrifizio della messa. Di poi tutti parteciparono del corpo e del sangue di nostro Signor G. C. (V. Bar.).

            Martirio di s. Cornelio e dei suoi compagni. - Informato l'imperatore di quanto era avvenuto nella casa di Cereale, arse di sdegno, e ordinò che tutti i novelli cristiani col pontefice fossero condotti nella via Appia a fare un sacrifizio a Marte, pena la morte a chi si rifiutasse.

            Nel cammino s. Cornelio incontrò l'arcidiacono Stefano, cui raccomandò di distribuire il più presto possibile ai poveri quei pochi danari che rimanevano a disposizione della Chiesa.

            Giunti ai luogo stabilito le guardie, scorgendo inutile ogni tentativo, eseguirono gli ordini ricevuti. Al santo Pontefice fu tagliata la testa il 14 di settembre del 252 dopo aver governata la Santa Sede circa due anni. Cereale, Salustia con altri venti furono nel medesimo tempo martirizzati.

 

 

Capo XVIII. S. Sisto II e i Sabelliani. - Ottava persecuzione. - S. Lorenzo. - Martirio di san Cipriano. - Il giovanetto Cirillo. - Morte di Valeriano. - Aureliano e la nona persecuzione. - Eresia di Manete.

 

            S. Sisto II e i Sabelliani. - Al papa s. Cornelio succedette san Lucio, che tenne la Sede solo sedici mesi, e poi, caduto sotto la spada della persecuzione, venne eletto santo Stefano. {111 [111]} Martirizzato anch'esso dopo tre anni e tre mesi di pontificato, montò sul trono di san Pietro Sisto II. Era esso ateniese, e tenne il pontificato appena un anno. La cosa che occupò assai il suo zelo fu l'eresia de'Sabelliani, così detta da Sabellio che ne fu l'autore. Nato egli in Tolemaide cominciò a spargere i suoi errori nel 250. Fra le altre falsità, diceva che non eravi distinzione reale tra le persone della SS. Trinità, che il Padre era la stessa persona che il Figliuolo e lo Spirito Santo.

            S. Dionigi, vescovo di Alessandria, fu il primo ad alzare la voce contro ai nuovi errori. Ponendo poscia in iscritto la dottrina dei Sabelliani insieme colla loro confutazione, la mandò in forma di lettera al Sommo Pontefice. S. Dionigi scrisse più altre lettere a s. Sisto per consultarlo in alcune difficili questioni.

            Fu a me deferito, dice s. Dionigi, un caso intorno a cui non oso pronunziare definitivo giudizio, perchè temo di sbagliarmi. Consilium quaero tuamque vehementer exposco sententiam. Chiedo il tuo consiglio, e con viva istanza dimando che su questa materia tu proferisca la tua sentenza.

            Il pontefice esaminò il caso, e trovò che le ragioni esposte lasciavano luogo a vero dubbio sulla validità del Battesimo amministrato da certi eretici per causa del modo usato da essi nel conferirlo; perciò rispose che si dovesse rinnovare questo Sacramento sotto condizione, non perchè fosse amministrato da un eretico, ma perchè sembrava essersi ommesse cose essenziali. (V. Bar.). {112 [112]}

            Questa è la regola che segue tuttora la Chiesa cattolica nell'accogliere nel suo seno coloro che sono stati battezzati nell'eresia. Vale a dire, essa tiene per valido il battesimo amministrato dagli eretici, se essi lo hanno amministrato nel modo stabilito da Gesù Cristo; ma se essa ha dei dubbi ragionevoli, che questo modo non sia stato osservato, allora essa temendo, che quel battesimo sia stato invalidamente amministrato, lo fa amministrare di nuovo sotto condizione.

            Ottava persecuzione. - S. Sisto e s. Lorenzo. - L'ottava persecuzione ebbe origine dalla stolta promessa de'sacerdoti idolatri, i quali facevano sperare grande vittoria all'imperatore Valeriano se avesse annientato il cristianesimo.

            Fra i più illustri martiri di questa persecuzione si annoverano il papa s. Sisto II e s. Lorenzo. Quel coraggioso pontefice dopo aver sostenuto carcere, insulti, fame e sete, dopo aver mostrata eroica fermezza davanti ai giudici ed allo stesso imperatore, finalmente fu condannato alla morte. Mentre era condono al supplizio, s. Lorenzo, suo diacono, l'accompagnava colle lagrime: «Ah! dove ne vai, diceva, o Padre santo, senza di me tuo ministro...?» A cui rispose il pontefice: «Fatti animo, fra tre giorni mi seguirai. A me come vecchio si conviene una lotta meno dura, ma a te, che sei giovane, si prepara un combattimento più atroce. Frattanto dispensa ai poveri tutte le ricchezze della Chiesa che ti furono affidate.» Egli coronava le sue fatiche con aver tronca la testa l'anno 259.

            La predizione del Papa intorno al suo diacono {113 [113]} si avverò a puntino. Il prefetto di Roma ordinò tosto a s. Lorenzo di consegnargli sull'istante i tesori della Chiesa. Il santo diacono rispose, quei tesori non essere più in suo potere, ma già tutti distribuiti ai poveri. Per quella risposta sdegnato il tiranno, lo fece prima patire varie ed orribili torture, e finalmente stendere sopra una graticola arroventata. Il santo martire sembrava insensibile al dolore, e dopo qualche tempo diceva al tiranno: «Fammi voltare dall'altra parte, che sono arrostito abbastanza da questa,» Voltato che fu: «Le mie carni sono cotte abbastanza, gli disse, se vuoi, potresti cibartene.» Egli proseguiva in questa eroica fermezza fino all'ultimo respiro. Il suo martirio fece tale impressione che vari senatori romani si recarono ad onore di portarne il cadavere sulle loro spalle sino al cimitero di Ciriaca nell'Agro Verano[15]. Colà esso fu seppellito, ed ivi poscia Costantino fece sorgere una basilica che ancora esiste.

            Martirio di S. Cipriano. - S. Cipriano fu eziandio martire di questa persecuzione. Nato in Cartagine da ricchi genitori pagani, per divina disposizione incontrò un amico che fecegli conoscere la verità della fede cristiana. Vi aderì Cipriano e tosto venduti i suoi beni e distribuitone il prezzo ai poveri, si ritirò dal mondo. Avutasi contezza della santità sua e del suo ingegno malgrado ogni resistenza con universale applauso fu innalzato alla sede episcopale di sua patria. È impossibile il dire {114 [114]} quanto egli abbia operato nel propagare la fede, nel confutare a viva voce, con iscritti e con miracoli gli eretici, nel confortare quelli che erano condotti al martirio.

            Accusato come cristiano e come capo di cristiani fu condannato a morte. A quella notizia esclamò: «Grazie a Dio, il quale degnasi liberarmi dalla prigione del mio corpo.» Giunto al luogo del supplizio depose il mantello cogli abiti vescovili, mostrando tanta serenità, che lo stesso carnefice altamente ammirato vacillava nel compiere il suo ferale uffizio. Il martire gli fece animo ordinando che gli si pagassero venticinque monete.

            Si bendò gli occhi da se medesimo, ed ebbe tronca la testa il 14 settembre nel 258, precisamente il giorno in cui un anno prima aveva predetto che consumerebbe il suo martirio.

            Il giovanetto Cirillo. - A Cesarea in Cappadocia il giovanetto Cirillo glorificò anch'egli pubblicamente il nome di Gesù Cristo. Cacciato esso dalla casa paterna e privato di ogni sussistenza, e tuttavia rimanendo costante nella fede, il giudice lo chiamò a sè e colle lusinghe tentò di vincerlo, offerendosi mediatore tra lui e i suoi genitori.

            «Io provo una vera gioia, rispose coraggiosamente il fanciullo, nel soffrire il disprezzo e le ripulse; bandito dalla mia casa, me n'è destinata un'altra infinitamente più bella, e la morte che tu riguardi come il più terribile de'mali è la porta che mi condurrà alla gloria.»

            Il giudice per fargli paura finse volerlo sottoporre ai tormenti. Il giovane eroe non cambiò {115 [115]} di colore, ed accelerò il passo verso il fuoco in cui fingevasi volerlo gettare. Quando poi ne fu allontanato e ricomparve innanzi al giudice: «Tiranno, gli disse, tu mi hai fatto ingiuria richiamandomi dalla morte. Ferro e fuoco ecco i doni che ti chieggo.» Gli astanti piangevano in udirlo parlare così, ma egli disse loro: «Dovreste anzi rallegrarvi meco e prendere parte al mio trionfo. Voi non sapete qual regno mi sia preparato e qual felicità mi aspetti.» Sino alla morte egli stette fermo in queste ammirabili disposizioni.

            Morte di Valeriano. - La promessa fatta dai sacerdoti idolatri a Valeriano di una segnalata vittoria contro ai Persiani fatti totalmente, anzi in una battaglia contro Sapore, re di quella nazione, egli stesso cadde in mano del nemico, il quale lo fece porre in catene, lasciandogli indosso gli ornamenti imperiali. Quando poi il fiero persiano montava a cavallo, il costringeva a prostrarsi dinanzi a lui, e gli poneva il piede sul collo come sopra una staffa. Per ultimo ordinò che fosse scorticato vivo, il suo corpo salato e la sua pelle tinta in rosso venisse conservata in obbrobrio di questo persecutore dei cristiani. Così Iddio manifesto la sua giustizia contro di questo tiranno, e la maledizione divina passò ancora a tutta la sua stirpe, giacchè suo figlio, che dopo di lui fu gridato imperatore, venne trucidato dall'esercito dell'Illiria. Gli succedette Gallieno che fu eziandio tolto di vita. Lo stesso figlio col fratello di Gallieno furono precipitati dall'alto del Campidoglio. Così la stirpe di Valeriano restò del tutto spenta. {116 [116]}

            Aureliano e la nona persecuzione. - La nona delle grandi persecuzioni suscitate contro alla fede di Cristo è attribuita ad Aureliano. Questo imperatore per altro da principio si mostrò favorevole ai cristiani. Egli ne diede una bella prova col fatto seguente. Paolo di Samosata deposto dalla sede di Antiochia ricusava di cedere il palazzo episcopale al suo successore. Dopo inutili istanze i cattolici ne porsero querela ad Aureliano, il quale esaminata la questione, diede in proposito questa memorabile sentenza: «La casa vescovile sia data a colui al quale la concedono i prelati italiani della leligione cristiana, e il pontefice romano,» vale a dire il vescovo di Roma e il suo clero. Questa sentenza c'insegna due cose importantissime. Primieramente che la venerazione dei fedeli verso il romano pontefice siccome loro capo supremo era si notoria a quei tempi che gli stessi gentili la conoscevano. Aureliano vide che per fare giustizia ai cristiani di Antiochia in cosa appartenente ai loro interessi religiosi, la via più certa era di rimetterla al giudizio del papa, promettendo di farne eseguire la sentenza. Il medesimo fatto convince ancora di errore coloro i quali dicono che la Chiesa nei primi tempi non possedeva dei beni stabili.

            Questo imperatore istigato dai Pagani stava per sottoscrivere un terribile editto contro ai Cristiani, quando atterrito dal fulmine raduto a'suoi piedi, sospese per allora il sanguinoso disegno. Ma lo eseguì poco dopo. In questa nona persecuzione, fra quelli che diedero la vita per la fede è celebre s. Felice papa. Ma {117 [117]} non andò guari che Aureliano venne assassinato dal proprio segretario. Così terminava la persecuzione. (An. 275).

            Eresia di Manete. - L'eresia de'Manichei è così detta da Manete suo autore. Nato schiavo nella Persia, una vedova caritatevole lo riscattò, e non avendo prole lo instituì erede delle molte sue ricchezze. Fra le sostanze di quella eredità Manete trovò un libro, dal quale trasse le più infami stravaganze. Credendosi perciò uomo divino addimandavasi paraclito, ossia lume del genere umano. Il suo errore principale era che vi siano due Dei, l'uno buono e operatore del bene, l'altro cattivo e operatore del male. Proscriveva la limosina, i Sacramenti, il culto delle sante immagini, e negava che Gesù Cristo si fosse incarnato. Col capo pieno di queste stranezze pretese ben anco di far miracoli e si offerì di guarire il figlio del suo re pericolosamente ammalato; ma il fanciullo morì, e l'impostore venne messo in prigione. Essendo per altro riuscito ad ingannare la vigilanza delle guardie fuggi dal carcere ed uscì dal regno, e per dare credito a'suoi errori andò a disputare col Vescovo di Cesarea; poscia con s. Trifone, da'quali rimase sempre confuso e coperto di vergogna. Il popolo irritato dalle sue bestemmie minacciò di lapidarlo; egli prese allora la fuga e ritornò in Persia dove cadde nelle mani del re che ordinò fosse scorticato vivo. Il suo corpo fu gettato alle fiere e la sua pelle attaccata ad una porta della città. (An. 277). Ma disgraziatamente non si estinse con esso il suo sistema di dottrine assurde, e la setta dei {118 [118]} Manichei si propagò in guisa che ancora dieci secoli dopo diedero gravissimi disturbi alla Chiesa.

 

 

Capo XIX. S. Cajo, e la decima persecuzione. - S. Marcellino e la Legion tebea. - Martirio della medesima. Era dei Martiri. - Decreto di Diocleziano. - Sua fine infelice.

 

            S. Cajo e la decima persecuzione. - A san Sisto II successe s. Dionisio che governò la Chiesa per undici anni e tre mesi. Ad esso succedette s. Felice, che sedette sulla cattedra di s. Pietro due anni e cinque mesi; dopo s. Felice fu promosso al pontificato s. Eutichiano, che tenne per anni otto e mesi dieci, e si l'uno che l'altro furono martiri. Dopo il martirio di s. Eutichiano fu eletto a succedergli s. Cajo nipote dell'imperatore Diocleziano, di Salona, città sulla costa dell'Adriatico. Nato da nobili e ricchi genitori fu mandato a Roma per attendere agli studi, ed ivi ebbe occasione di conoscere la santità del Vangelo e si fece cristiano; più tardi abbracciò lo stato ecclesiastico. Avendo faticato molto sotto al pontificato di s. Felice e di s. Eutichiano, quando quest'ultimo riportò la corona del martirio, egli ne divenne successore nel 283. Nel secondo anno del suo pontificato (284) scoppiò la terribile persecuzione di Diocleziano che di tutte le antecedenti fu la più sanguinosa[16]. {119 [119]} S. Cajo, come nipote dell'imperatore, non mancò di far vive rimostranze, ma tutto inutilmente, che anzi per fare cosa grata a'pagani, si rinnovò il decreto imperiale, per cui l'idolatria era proclamata la sola religione dell'impero. Nello stesso decreto si aggiungeva che niuno potesse più nè vendere nè comprare cosa alcuna se prima non offeriva incenso agli idoli. Quindi sugli angoli dei palagi, delle vie, delle piazze, accanto ai pozzi, alle fontane, alle botteghe de'commestibili eransi poste delle statuette rappresentanti idoli, e niuno poteva fare acquisto di cosa alcuna se prima non faceva sacrifizio a quell'idoletto.

            Nei quattro primi anni del suo pontificato Cajo potè dimorare con qualche sicurtà nella casa di Gabinio suo fratello; ma nel furore della persecuzione dovette egli pure ritirarsi nelle grotte e nelle catacombe per compiere gli uffizi del sacro ministero. Di là non di rado egli usciva in soccorsoci quelli che erano in pericolo. Sebbene Diocleziano desiderasse la distruzione dei cristiani, tuttavia sentiva ripugnanza a condannare s. Cajo, il quale, come suo stretto parente, gli era stato custode dell'infanzia, e che egli stesso conosceva essere uomo di grande virtù, e come tale aveva sempre amato e venerato. Ma in fine si risolse a pronunciare anche contro di lui sentenza di {120 [120]} morte, tanto era l'odio che portava alla religione cristiana. Per salvare almeno le apparenze e non comparire carnefice della sua famiglia, comandò che la sentenza fosse in segreto e notte tempo eseguita. Così s. Cajo subì il martirio l'anno 206, dopo dodici anni e più di pontificato.

            S. Marcellino e la Legione tebea. - Morto s. Cajo un sacerdote diede sepoltura al di lui cadavere. Quel sacerdote era s. Marcellino che gli succedette nella santa sede. Sul principio del suo pontificato vennero a Roma i soldati della Legione tebea guidati da s. Maurizio. Questa legione era così appellata perchè i militi che la componevano solevano coscriversi e radunarsi in Tebe, celebre città dell'Egitto. Dovendosi intraprendere una pericolosa guerra contro ai Bagaudi, popoli della Gallia, Massimiano, creato da Diocleziano suo collega nell'impero, fece venire dall'Oriente quella legione che fra le milizie romane si segnalava per valore e fedeltà. Venendo in Italia que'soldati passarono per Gerusalemme, ove parecchi, i quali erano ancora catecumeni, ricevettero il battesimo per mano di s. Zambda, vescovo di quella città. (V. Bar. An. 297).

            Giunti a Roma, presentaronsi al papa supplicandolo di amministrare la santa Cresima a quelli che non 1'avevano ancora ricevuta. Il santo pontefice accertatosi che erano bastevolmente istruiti, conferì loro quel Sacramento, e sul fine della funzione prese a parlare così: «Miei figliuoli, andate e fatevi ovunque conoscere degni soldati di Gesù Cristo, {121 [121]} pronti a morire quando che sia piuttosto che contaminare la purezza di quella fede che or ora avete ricevuta. (Bar., luogo citato).

            Martirio della Legione tebea. - Da Roma traversarono l'Italia e valicando le Alpi Pennine, che ora diconsi Gran s. Bernardo, andarono a raggiungere Massimiano che col resto dell'esercito li attendeva nelle pianure del Vallese presso una città allora detta Ottoduro, ed ora Martigny. Massimiano accortosi che in quelle parti erano molti cristiani, volle che tutti i suoi soldati dessero mano a perseguitarli e farne strage, e frattanto prendessero parte ai sacrifici che d'ordine suo si offerivano alle divinità dell'impero.

            Tre cose esigeva adunque immantinenti Massimiano: che tutto l'esercito facesse un sacrifizio agli Dei; giurasse fedeltà all'imperatore invocando i suoi idoli; promettesse di andar in cerca di cristiani per metterli a morte siccome nemici degli Dei e dell'impero. Tutti i soldati idolatri ubbidirono incontanente; ma non già i valorosi Tebei. Non appena Maurizio loro capo conobbe questa deliberazione, determinò insieme con tutti i suoi soldati di resistere a questi ordini perchè ingiusti. Egli colla legione era a dieci miglia lontano dall'imperatore in un luogo allora detto Agauno, ed ora s. Maurizio a piè del Gran s. Bernardo. Massimiano, informato della loro resistenza, diede ordine che la Legione tebea fosse la prima ad eseguire i suoi comandi, minacciando gli effetti del suo sdegno a chi non ubbidiva. I Tebei risposero ad una voce: Christiana religione impedimur: {122 [122]} Noi ne siamo proibiti dalla cristiana religione. Incollerito per quel rifiuto, l'imperatore comandò che i Tebei fossero decimati, cioè di ogni dieci fosse fatto morire uno tirato a sorte. La decimazione fu eseguita; ma la costanza dei Tebei non venne meno, così che Massimiano comandò si facesse una seconda decimazione. Ma quei prodi ben lungi dall'opporsi colla forza, si sottomisero con gioia alla spietata carneficina, anzi i superstiti invidiavano la sorte dei compagni uccisi per la fede. Siccome tutti erano fermi nella fede, così fu finalmente ordinata una strage generale, in guisa che la intera legione, composta di circa 6666[17] soldati, venne circondata dall'esercito e tutta passata a fil di spada. Questo fatto compievasi il 22 settembre del 297 circa. S. Avito, vescovo di Vienna in Francia, facendo l'elogio di questa legione di soldati martiri, dice che nessuno di essi peri perchè tutti morirono per Gesù Cristo.

            Era dei Martiri. - Erano già trascorsi diciott'anni da che Diocleziano e Massimiano governavano l'impero, e sebbene in quello spazio di tempo i cristiani fossero sempre perseguitati, tuttavia la persecuzione era lungi dall'essere giunta a quella spaventevole fierezza a cui arrivò negli ultimi anni del regno di Diocleziano.

            Sul finire dell'anno 302 egli trovavasi in {123 [123]} Nicomedia con Galerio, già stato creato suo Cesare nell'impero d'Oriente. Costui spinto da odio implacabile contro la religione di Cristo diceva all'imperatore: «È tempo di finirla con questa genia de'cristiani; costoro sono gente ostinata, e finchè ve ne sarà uno sulla terra vi sarà una semenza di sventura nell'impero. Diocleziano era di età avanzata, e sebbene detestasse la cristiana religione, tuttavia aveva dovuto più volte ammirare la fedeltà e virtù eroica dei cristiani. Ricordava le belle qualità di suo fratello s. Gabinio, dei suoi nipoti s. Cajo papa. Claudio, Massimo con molti loro compagni da lui condannati a morte. Ricordava eziandio il senno di Cromazio, prefetto di Roma, di Sebastiano, generale delle sue truppe, ed altri prodi fatti morire per la fede. Era eziandio recente il fatto della Legion tebea, martirizzata dal suo collega Massimiano. Nè l'imperatore ignorava come sua moglie Serena, Valeria sua figlia e molti altri della corte, da lui molto amati, erano cristiani. Perciò non è cosa senza pericolo, rispondeva a Galerio, il turbare ancora una volta la pace dell'impero e versare fiumi di sangue. D'altronde i supplizi non otterranno alcun risultato, perchè i cristiani non desiderano altro che di morire. Galeno domandò il parere dei ministri di Stato, i quali per non incorrere nello sdegno di lui, diedero il voto per la persecuzione. Esitando tuttora l'imperatore, volle che si consultasse Apolline. L'oracolo diede questa risposta: «I giusti sparsi sopra la terra m'impediscono di parlare.» Fu dimandato ai sacerdoti dell'idolo chi fossero {124 [124]} i giusti, e ne ebbero risposta che con quel nome erano designati i cristiani.

            Nuovo decreto contro i cristiani. - Allora Diocleziano sottoscrisse il fatale decreto di universale esterminio dei cristiani colla data 23 febbraio 303. Fra le altre iniquità prescriveva le seguenti: «Le chiese dei cristiani saranno tosto uguagliate al suolo; i loro libri consegnati alle fiamme; ogni nostro suddito che sarà riconosciuto cristiano sia immantinenti spogliato delle sue sostanze, de'suoi impieghi, delle sue dignità, e sia condannato a morte. Eglino potranno essere citati e tradotti avanti ai tribunali, ma non potranno nè citare nè far tradurre gli altri. Anzi non potranno neppure dimandare cose loro rubate, nè riparazioni d'ingiurie o di qualsiasi oltraggio. Gli schiavi fatti liberi ritorneranno schiavi per ciò solo che sono cristiani.»

            In forza di questo infernale editto i cristiani erano posti fuori della legge, cioè non potevano più godere dell'appoggio delle autorità civili, si che ognuno poteva impunemente insultare, disprezzare, spogliare, derubare un cristiano senza che egli potesse in modo veruno difendersi. Un decreto speciale comandava che tutti i libri dei cristiani fossero consegnati alle fiamme, pena la morte a colui presso al quale si fosse trovato un libro della religione cristiana.

            Un terzo decreto era diretto contro ai vescovi e sacerdoti i quali dovevano di preferenza essere cercati a morte, Massimiano confermò in Occidente quanto il suo collega aveva stabilito nella parte orientale dell'impero. {125 [125]}

            Effetto di questa persecuzione. - Questa persecuzione non sortì l'effetto che gli idolatri si aspettavano; nè ad altro riuscì che a mostrare viemaggiormente la divinità della nostra santa religione; imperocchè in ogni parte dell'impero i cristiani sopportarono i tormenti e versarono il sangue piuttosto che rinunciare alla fede. Il cielo si popolò di santi martiri, la Chiesa risplendette per l'eroica virtù de'suoi figliuoli; quelli che per timore delle pene apostatarono, terminata la persecuzione, con pennitenza sincera ritornarono al seno della Chiesa loro madre, e così gli sforzi di Satana per distruggere la religione di Gesù Cristo servirono solo a farla viemeglio trionfare.

            In quei supremi momenti il papa Marcellino si circondò di uomini valenti nel predicare con zelo e fermezza anche a fronte dei pericoli, e con essi ei lavorò indefesso finchè ebbe tronca la testa il 26 aprile nel 304.

            Fine di Diocleziano. - Come Diocleziano sottoscrisse quel sanguinoso editto, cominciarono a cadere sopra di lui gravi sciagure. Galerio che lo aveva spinto a perseguitare i cristiani, si ribellò, minacciandolo di morte se non abdicava. Diocleziano stanco dall'età e dalle fatiche, costretto dallo stesso figlio adottivo, rinunciò al trono e si ritirò in Salona sua patria. Ma la mano di Dio che pesava sopra di lui lo accompagnava ovunque. Perdette quasi interamente l'uso della ragione, e ne conservò soltanto quello che bastava per fargli sentire il peso dell'avvilimento. Un umore bilioso lo assalì, e lo venne come divorando. Languente, {126 [126]} tristo, agitato del continuo non pigliava quasi più alimento di sorta, non riposava il giorno, non dormiva la notte. Sovente rompeva in forti gemiti, piangendo come fanciullo. Oppresso dalle pene, dai colpi della celeste vendetta, si abbandonò alle più violente agitazioni, e cieco nella sua frenesia si percuoteva da se medesimo, si voltolava a terra, mettendo spaventevoli grida. Finalmente non potendo più reggere ad una vita si misera, vi pose fine da se medesimo lasciandosi morir di fame. An. 313.

 

 

Capo XX. S. Marcello. - Morte di Galerio. - Primizie di pace in Oriente.

 

            S. Marcello. - Questo papa fu eletto a successore di s. Marcellino. Governò con zelo cinque anni la Chiesa. Consacrò varii vescovi, fra'quali s. Emilio, che inviò a predicare in Ascoli Piceno, e fu il primo vescovo di quella città ove coronò le sue fatiche col martirio.

            Massenzio, figliuolo di Massimiano, d'accordo con Galerio nel perseguitare i cristiani, appena seppe che Marcello era loro capo, lo fece mettere in prigione minacciandolo della morte se non rinunciava alla sua dignità e non faceva sacrifizio agli idoli. La qual cosa ricusando il santo pontefice con grande costanza, fu da lui condannato a servire nella stalla imperiale. Ma l'uomo di Dio adempiendo l'abbietto suo ministerio non lasciava di sostenere quelle verità che in faccia ai tormenti aveva professato. Dopo {127 [127]} nove mesi di prigione vennero di notte i suoi cherici, lo trassero da quel luogo e lo condussero ad una casa appartenente ai cristiani, ove era un oratorio segreto. Questo oratorio era nel luogo ove ora sorge la bella chiesa di s. Marcello in Roma in via del Corso. Ciò risaputo, Massenzio ridusse la chiesa in istalla, e fattevi condurre varie bestie, condannò il pontefice a servirle in essa. Quivi dalle fatiche e dai patimenti consumato moriva per la fede nel 310.

            Morte di Galerio. - Galerio viveva glorioso nella città di Sardi, quando, breve tempo dopo il martirio di s. Marcello, una piaga dolorosa invase tutto il suo corpo. Si vollero applicare rimedi, ma il male si risolse in orrida cancrena. Si chiamarono medici, si adoperarono tutti i ritrovati dell'arte, ma senza giovamento. Per la qual cosa montato in furore condannava a morte gli stessi medici. Niuno più poteva avvicinategli per la puzza che le sue membra esalavano. Tuttavia un coraggioso medico cristiano fu abbastanza ardito di ammonirlo in questi termini: Ricordatevi, o principe, gli diceva, di quanto faceste contro ai cristiani e cercate il rimedio de'vostri mali in ciò che ne fu la cagione.

            Domato dall'eccesso dei dolori quel superbo confessò vero il Dio dei cristiani, riconobbe la santità della loro religione, che i romani imperatori avevano fino allora odiata, quindi fece pubblicare un decreto in forza di cui i cristiani non dovessero più essere perseguitati. Ma ciò diceva non mosso da rincrescimento del {128 [128]} male operato, sibbene dall'atrocità dei dolori. Onde la mano del Signore continuò a pesare sopra di lui, e dopo un anno di orrenda malattia, cadendo a pezzi il suo corpo, egli miseramente spirò. (V. Bar. anno 311).

            Primizie di pace in Oriente. - Sebbene Galerio avesse emanato quel famoso decreto contro sua voglia, tuttavia esso non mancò di produrre buoni effetti. Promulgato nelle varie provincie a lui soggette nell'Oriente fu come la prima legge delle autorità romane, che abbia proibito formalmente di perseguitar i cristiani. Niuno può esprimere con quale allegria esso sia stato accolto da'fedeli, che poterono così pubblicamente professare la loro religione. Gli esigliati ritornarono in patria, i prigionieri uscirono dalle carceri, gli spogliati vennero o in tutto o in parte indennizzati, gl'impiegati restituiti alle loro cariche, ciascuno fatto libero di fabbricare chiese, partecipare ai pubblici riti della religione. Ma in Italia e specialmente in Roma, dove comandava Massenzio, la persecuzione continuò ad infierire sino a che piacque alla divina provvidenza di dare pace alla sua Chiesa e farla risplendere e trionfare per mezzo di Costantino il Grande. Esso è il primo degli imperatori romani che siasi dichiarato pubblicamente cristiano, ed abbia con leggi civili promosso lo stabilimento e l'autorità della nostra santa religione.

            Questo glorioso avvenimento apre la seconda epoca della storia ecclesiastica.

            Disciplina ecclesiastica dell'epoca prima. - Secolo primo. - Nel concilio di Gerusalemme {129 [129]} fu abolita la circoncisione con le altre cerimonie della legge mosaica. I seguaci di G. C. cominciarono a chiamarsi cristiani nella città di Antiochia. Si attribuisce a s. Pietro l'istituzione della tonsura clericale. Per altro nei tre primi secoli, in cui specialmente gli ecclesiastici erano perseguitati, per non essere conosciuti non portavano ancora la chierica. L'istituzione di s. Pietro non si potè ridurre in pratica generale fino ai tempi di Costantino.

            La celebrazione della.domenica e delle feste del santo Natale, dell'Epifania, della Pasqua, dell'Ascensione, della Pentecoste, il digiuno della Quaresima, delle quattro Tempora, l'uso dell'acqua benedetta, del segno della santa croce, l'Agape, o Convito comune di carità sono tutte cose attribuite a s. Pietro.

            S. Lino rinnovò il precetto di s. Paolo, che le donne vadano in chiesa col capo velato. Si vuole che papa s. Cleto abbia instituita la formola Salute ed Apostolica Benedizione, il Pax vobis ed il Dominus vobiscum della santa messa. San Clemente stabilì sette notai o scrivani fra i quali divise la città di Roma in sette rioni o compartimenti, affinchè avessero cura di raccogliere gli alti dei martiri. Allo stesso si attribuisce il Canone della messa, ossia la regola che si osserva dalla chiesa romana nelle preghiere e cerimonie del sacrificio, ed anche la benedizione dei frutti della terra.

            Secondo secolo. - Papa s. Vittore stabilì che solamente a Pasqua ed a Pentecoste, e con acqua appositamente benedetta, il battesimo fosse solennemente amministrato. Ordinò eziandio {130 [130]} varie preghiere, e il digiuno del venerdì in onore della passione del Salvatore. In vece del digiuno oggidì si osserva solo nel venerdì d'ogni settimana astinenza dalle carni.

            Terzo secolo. - Papa s. Callisto fissò tre distinti giorni di digiuno nelle quattro stagioni dell'anno dette Quattro Tempora.

            S. Urbano papa dichiarò che soltanto i vescovi sono ministri ordinarti del sacramento della Cresima, e che i beni ecclesiastici sono proprietà della Chiesa.

            Papa s. Ponziano stabilì che si cantassero i salmi nella chiesa e che si recitasse nel principio della messa il Confiteor.

            Papa s. Fabiano distribuì le sette regioni di Roma a sette diaconi per la cura dei poveri, ed instituì altrettanti suddiaconi per raccogliere ed ordinare gli atti dei martiri redatti da'notai che assistevano agli interrogatori, ai tormenti ed alla morte dei campioni della fede.

            Papa san Lucio introdusse ne'divini uffici l'uso della dalmatica e della tunicella. Dichiarò scomunicati gli usurpatori o dissipatori de'beni della Chiesa, il quale decreto fu confermato da altri pontefici e dal Concilio di Trento.

            Papa s. Stefano decretò che i sacri arredi fossero benedetti prima di essere usati dai ministri, e proibì ai laici di vestire abiti destinati ad uso di chiesa.

            S. Felice stabilì che il santo Sacrificio della messa fosse celebrato, per quanto le circostanze lo permettessero, sopra i sepolcri, e le memorie de'martiri. Questo uso è ancora mantenuto oggidì, rinchiudendosi sempre alcune reliquie {131 [131]} dei Santi nella pietra che si consacra per celebrarvi sopra il s. sacrificio.

            Papa s. Eutichiano ordinò l'offertorio nella messa e la benedizione delle biade, frutta, erbaggi ed altri commestibili. Decretò ancora che i cadaveri dei martiri, per quanto fosse possibile, si ornassero di un vestimento detto colonia, o dalmatica di color rosso. {132 [132]}

 

 

Epoca seconda. Dalla conversane di Costantino nel 512 all'origine del maomettismo nel 622. Abbraccia anni 510.

 

Capo I. Costantino il grande. - Comparsa della croce. - Il Labaro. - Entrata in Roma. - S. Melchiade. - Palazzo e basilica Luterana. - Scisma dei donatisti. - Lettera di Costantino. - Concilio di Laterano. - Morte di s. Melchiade.

 

            Costantino il grande. - Costantino era figlio di Costanzo Cloro e di s. Elena. Alla morte del padre, che in qualità di Cesare governava la Brettagna e la Gallia, venne dai soldati proclamato imperatore.

            Egli non era ancora istruito nella fede, ma amava i cristiani, e, avendone più volte sperimentata la fedeltà, aveva dato ordine che nella Gallia e Brettagna, dove egli comandava, si cessasse dalla persecuzione, e che ogni cristiano fosse considerato come ogni altro cittadino.

            Egli riportò gloriose vittorie, delle quali la più importante fu quella contro Massenzio, figliuolo di Massimiano e successore di esso nel {133 [133]} trono. Pel vizio dell'avarizia e della crapula costui era divenuto dispregievole in faccia a tutti i buoni, così che da tutte parti s'invocava il nome di Costantino che venisse a liberarli da quel tiranno, e Costantino non si rifiutò di prendere le armi per abbattere il nemico dell'umanità e della religione.

            Formidabili furono gli apprestamenti guerreschi da ambe le parti. Massenzio, a quanto ne dicono gli storici, aveva centosessantamila soldati con diciotto mila cavalli. Costantino soltanto quarantamila. La sproporzione delle forze cagionava in Costantino qualche timore, del quale Iddio si servi per distaccarlo dal culto degli dei impotenti, trarlo da quel pericolo e condurlo alla cognizione della vera religione.

            Comparsa della croce. - Il suo nemico impiegava le malie e la magia per invocare le potenze infernali, egli pel contrario si fece a pregare quel Dio, che conosceva in maniera confusa essere il Creatore del cielo e della terra, supplicandolo a dichiararsi suo protettore. Dio lo esaudì con un segnalato prodigio, il quale la storia non ci dice abbastanza chiaramente in quale luogo preciso sia avvenuto, ma alcuni autori asseriscono che sia succeduto nelle vicinanze di Torino. Ecco come esso viene esposto da vari storici di quel tempo, fra i quali Eusebio di Cesarea, amico di Costantino. Marciando coll'esercito dopo mezzodì Costantino di pieno giorno vide declinare nel cielo al di sopra del sole una croce luminosa che portava la iscrizione: In hoc vinces. Con questo {134 [134]} vincerai. Il suo esercito fu al pari di lui testimonio del miracoloso fenomeno, il quale tutti rese attoniti. Costantino non comprese qual cosa significasse quella croce. Fu d'uopo farglielo intendere con una rivelazione. Notte tempo gli apparve Gesù Cristo con in mano una croce simile a quella che aveva veduto nel giorno avanti, e gli ordinò di fare uno stendardo simigliante a quello da servirsene in battaglia come di sicura difesa contro ai nemici. Costantino si diede pronta sollecitudine per farlo eseguire, dando a questo stendardo il nome di Labaro.

            Il Labaro. - Secondo il detto Eusebio questo stendardo era una lunga picca ricoperta di oro e ad una certa altezza traversata da un pezzo di legno, che formava una croce. Nella parte superiore, che s'innalzava al di sopra delle braccia, era attaccata una corona risplendente per oro e gioie, nel cui mezzo compariva il monogramma di Cristo formato da due lettere greche iniziati della parola Cristo[18]. Dalle due braccia della croce scendeva un panno di porpora, ricamato in oro e con pietre preziose. Sulla parte superiore della croce sotto alla corona ed al monogramma vi era collocato il busto in oro di Costantino e di due suoi figliuoli. Questo trofeo della croce divenne lo stendardo imperiale. Così i romani che avevano avuto fino allora uno stendardo tutto proprio, che chiamavano Labarum, carico {135 [135]} d'immagini di false divinità[19], presero per bandiera la croce di Gesù Cristo. Costantino poi sostituendo sul Labaro il nome di G. C. alle immagini del paganesimo ritrasse i soldati da un culto empio, e gli indusse senza sforzo a prestar adorazione al vero Dio. Questa preziosa insegna venne affidata a 50 guardie scelte fra i più prodi e pii, che dovevano attorniarla, difenderla e portarla successivamente sugli omeri l'uno dopo l'altro.

            Entrata di Costantino in Roma. - Assicurato dalla protezione del cielo Costantino col suo esercito si portò coraggiosamente dove le truppe di Massenzio si erano accampate. Sebbene inferiore di numero, i suoi soldati sicuri della vittoria erano impazienti di venire alle armi. Uno scontro era già succeduto a Susa; più grave combattimento avvenne nella vasta pianura, che giace tra Rivoli e Torino, ove Costantino rimase vittorioso. Egli con poca resistenza acquistò Milano e Brescia con altre città che si abbandonarono alla sua clemenza: onde senza gravi contrasti potè avanzarsi fino alle porte di Roma.

            Massenzio allora mandò contro di lui il suo esercito al di là del Tevere, sul quale fece un ponte levatoio di legno diviso in due parti, che potevansi con facilità congiungere e tenere ferme con due grossi cavicchi: e ciò allo scopo, che se Costantino avesse tentato di passarlo, tolti i legami, il ponte si sarebbe diviso ed esso co'suoi cadrebbero nel fiume e perirebbero. {136 [136]}

            Volendo poi rendersi propizi gli Dei, offeriva loro donne e fanciulli, e mentre era tuttora fumante il sangue delle vittime, quel barbaro cercava nelle viscere di quegli infelici il presagio del suo destino.

            Costantino all'opposto preparava i suoi soldati colla preghiera, e pieno di fiducia nel Signore andò coraggiosamente all'attacco. Si combattè con valore da ambe le parti; ma infine la vittoria si dichiarò per Costantino. Massenzio vedendo uccisi o sbaragliati i suoi più prodi, tentò di salvarsi colla fuga: ma nel valicare il ponte da lui costrutto ad insidia del suo nemico, per l'impeto e la moltitudine dei fuggiaschi rompendosi i legami, precipitò col suo cavallo nel Tevere e si annegò. Il giorno dopo il suo cadavere fu trovato nella fanghiglia.

            I romani liberati da quel tiranno accolgono con gioia il vincitore Costantino che entra in città, ringrazia Iddio delle vittorie riportate e comanda che la croce, pegno della protezione del cielo, sia portata per la città ed inalberata sul Campidoglio per annunziare al mondo il trionfo di Dio crocifisso. Inoltre pose la croce per ornamento del suo diadema, e proibì che d'allora in poi la croce servisse di supplizio ai malfattori. Anno 312.

            S. Melchiade. - La gloriosa ventura di ricevere in Roma il gran Costantino toccò al pontefice s. Melchiade. Diciamo gloriosa, perchè senza dubbio era questo un avvenimento di grande importanza; e fu da questo tempo che i romani imperatori, avendo conosciuta la {137 [137]} santità del cristianesimo, cominciarono a proleggerlo e professarlo pubblicamente.

            Costantino divenuto padrone di Roma richiamò i cristiani esigliati, liberò i carcerati, riparò i danni a coloro che erano stati spogliati. Il romano pontefice fino allora perseguitato divenne oggetto di riverenza al cristiano imperatore, che in esso venerando il vicario di quel Dio da cui egli riconosceva le sue vittorie ed il suo impero, pensò di provvedergli quanto era necessario al suo decoro.

            Palazzo e basilica laterana. - La prima abitazione, che i pontefici ebbero da Costantino, fu il palazzo Laterano.

            Questo edifizio è assai celebre ne'fasti della santa Sede, e si conserva tuttora in grande splendore. Il nome Laterano deriva da Plauzio Laterano, console di Roma ai tempi di Nerone. Egli l'aveva fatto fabbricare sul monte Celio, e divenne proprietà degli imperatori fino a Costantino, il quale vi aveva pure fissata la sua dimora.

            Ma questo religioso principe volendo offerire ai papi un'abitazione degna del vicario di Gesù Cristo, donò una parte del grande edifizio Luterano a s. Melchiade. Più tardi il medesimo Costantino lo donò per intiero ai pontefici e fece accanto ad esso innalzare la grande basilica di s. Salvatore in Luterano, appellata poscia di s. Giovanni, e che suole chiamarsi la madre e il capo delle chiese di Roma e di tutto il mondo: Ecclesiarum urbis et orbis mater et caput.

            Scisma dei donatisti. - Nel palazzo Laterano vennero celebrati molti concilii, de'quali il primo {138 [138]} fu sotto s. Melchiade contro ai donatisti. Questi scismatici furono così chiamati da Donato uno dei più validi loro sostenitori. Questa setta ebbe principio l'anno 311 ai tempi di Ceciliano vescovo di Cartagine, Era questi commendevole per scienza e virtù; ma venne accusato di essere stato consacrato vescovo in modo irregolare e nullo. Per ragione si adduceva che colui, il quale, lo aveva consacrato, era Felice vescovo di Aptunga, reputato traditore, cioè reo di avere in tempo di persecuzione consegnato i sacri libri ai persecutori, ed anche perchè a quella ordinazione non fosse presente il numero dei vescovi che secondo loro si richiedeva. Dopo molte gare gli avversari di Ceciliano elessero un altro vescovo di nome Maggiorino. Ma tutti i buoni cattolici ricusavano di comunicar con quest'altro vescovo intruso, ed invece si tenevano stretti e sottomessi al legittimo vescovo Ceciliano. Così nacque lo scisma, ossia la separazione; da una parte stando i cattolici con Ceciliano, e dall'altra gli scismatici capitanati da Donato col loro vescovo intruso Maggiorino. I disordini crebbero a segno, che i Donatisti risolsero di appellarsi a Costantino che allora era nella Gallia. Per farsi un'idea chiara della questione egli chiese una minuta relazione dal governatore d'Africa, di poi radunò tre vescovi a fine di conoscere bene lo stato delle cose. Quando per altro conobbe trattarsi di religione egli scrisse che non era di sua competenza, e che come laico non poteva profferir giudizio intorno ai ministri di quel Dio da cui doveva egli stesso fra breve essere giudicato. Disse in {139 [139]} fine che tanto gli accusatori quanto gli accusati si scegliessero ciascuno dieci vescovi e si recassero a Roma con Ceciliano e con Maggiorino; colà dal gerarca Melchiade sarebbe ogni cosa discussa e con solenne giudizio esaminata e definitivamente giudicata.

            Lettera di Costantino a s. Melchiade. - Mentre compievansi gli ordini di Costantino in Africa e gli invitati si preparavano alla partenza per Roma egli scrisse a s. Melchiade una lettera in cui diceva: «Da parecchie lettere inviatemi da Anolino mio proconsole in Africa venni a conoscere che Ceciliano, vescovo di Cartagine, è da'suoi colleghi accusato di molti delitti. Per la qual cosa ho giudicato bene che Ceciliano vada a Roma con dieci vescovi di quelli che lo accusano, e con altri dieci che egli reputa necessari per chiarire e tutelare la sua causa. Affinchè poi possiate essere informato pienamente della questione, vi spedisco copia delle lettere che Anolino mandommi dall'Africa contro ai colleghi di Ceciliano e ve le mando da me sottoscritte per togliere ogni pericolo di essere contraffatte. Quando voi le avrete lette con quell'attenzione e con quel senno che vi distinguono, saprete certamente come e con quali modificazioni questa questione abbiasi a risolvere. Dal canto mio posso assicurarvi che professo tanta stima e riverenza per la santa Chiesa cattolica, che vorrei non mai nascessero scissure tra voi, nè mai apparisse traccia di discordia. La somma maestà del grande Iddio, onoratissimi ministri, vi conservi per molti anni.» (EUSEB. lib. 10, 15). {140 [140]}

            Ricevuta questa lettera, Melchiade si diede sollecitudine di preparare quanto era necessa¬rio pel Concilio, e affinchè ogni cosa fosse con profondità discussa e la sentenza avesse giudici competenti, oltre ai tre vescovi mandati da Costantino dalla Gallia, chiamò a Roma altri quindici vescovi d'Italia.

            Concilio di Luterano. - Morte di s. Melchiade. - Quel venerando Concilio era il primo che si teneva nella basilica lateranese. I Padri cominciarono a radunarsi la prima volta il 2 ottobre 314. Dopo lunga discussione Donato confessò di aver ripetuto il battesimo a chi lo aveva già ricevuto, e di aver rinnovata la sacra ordinazione ad alcuni caduti in tempo di persecuzione, cose tutte in ogni tempo riprovate dalla Chiesa. Conciossiachè sia dogma di fede, che il valore di questi sacramenti non dipende dalla bontà di chi li conferisce, e che il carattere da essi impresso non si perde mai. Venendo poi alla causa di Ceciliano, scrive Ottato di Milevi, furono interrogati i testimoni condotti da Donato, che confessarono non avere cosa da dire contro di esso. S. Melchiade udito il parere di tutti, si alzò e proferì questa sentenza: Constando chiaramente che Ceciliano non è colpevole di alcun peccato, nemmeno a parere di quelli stessi che Donato condusse per accusarlo, e che neppure Donato ha potuto convincerlo di colpa alcuna, giudico doversi rimandare alla sua diocesi e reintegrare in tutti i suoi diritti.

            Il papa s. Melchiade non sopravvisse che tre mesi alla celebrazione del Concilio di Laterano. {141 [141]} Il martirologio romano dice di lui: egli ebbe molto a patire nella persecuzione di Massimiano, ma restituita la pace alla Chiesa riposava tranquillamente nel Signore.

 

 

Capo II. S. Biagio. - Basilica di s. Pietro in Vaticano.

 

            S. Biagio vescovo di Sebaste. - Ad occupare il posto di s. Pietro e di pastore della Chiesa universale dopo s. Melchiade fu eletto s. Silvestro romano di nascita. Egli ebbe la sorte di prendere il governo della Chiesa mentre Costantino la proteggeva: ma ebbe pure il dolore di vedere i cristiani tuttora perseguitati dall'imperatore Licinio che regnava in Oriente. Costui aveva promesso a Costantino di lasciarli in pace, ma poi mentì alla parola. La persecuzione si fece sentire specialmente in Sebaste dove era vescovo s. Biagio assai chiaro per la sua virtù e pei suoi miracoli. Mentre esso era vicino al martirio, una madre addolorata si presentò e pose a'piedi del santo il suo figliuolo unico, il quale stava per essere soffocato da una lisca, ossia spina di pesce rimastagli in gola, ed era sul punto di morire. Biagio intenerito fece breve preghiera, e tosto il fanciullo fu libero da quel tormento e pericolo. Da questo miracolo ebbe origine la divozione che i fedeli professano a san Biagio per essere liberati dal mal di gola, e la benedizione che essi invocano nel di della sua festa. {142 [142]}

            Il governatore della città, vedendo che in niun modo il santo voleva sacrificare agli idoli, ordinò che fosse sommerso nel mare. Biagio fatto il segno della s. croce si pose a camminare sulle onde senza sprofondarvi; di poi messosi a sedere in mezzo alle acque invitava gli infedeli a fare lo stesso, se credevano che i loro Dei avessero qualche possanza. Alcuni temerari vollero fare la prova e restarono sommersi. Dopo questi chiari segni di costanza e santità Biagio ritornò a terra dove il governatore lo fece decapitare nel 315.

            Basilica di s. Pietro in Vaticano. - Costantino a fine di dare splendore al cristianesimo costrusse molte chiese, tra cui è celebre quella di s. Giovanni in Laterano, quella di s. Paolo fuori di Roma, e la Basilica di s. Pietro in Vaticano, così detta dal colle alle radici del quale fu edificata. Nei tre primi secoli, sebbene fossero sempre state in grande venerazione le reliquie del Principe degli apostoli quivi custodite in un segreto oratorio, tuttavia non si poteva rendere ad esse l'onore di una chiesa pubblica. Ma appena cessate le persecuzioni, la tomba di s. Pietro divenne il santuario del mondo cristiano. Quindi lo stesso imperatore per rendere pubblica testimonianza di onore al principe degli apostoli deliberò di erigergli una chiesa conosciuta sotto al nome di Basilica Costantiniana. D'accordo con s. Silvestro stabilì che essa nella sua ampiezza racchiudesse il tempietto edificato da papa s. Anacleto sopra le dette reliquie. Nel giorno in cui si diede principio alla santa impresa Costantino {143 [143]} depose il diadema imperiale e le altre regie insegne, quindi si prostrò a terra facendo umile preghiera. Presa quindi la zappa scavò il terreno per le fondamenta della nuova Basilica, empiendo dodici canestri della terra scavata, e portandoli sulle proprie spalle in onore dei dodici apostoli. Allora fu disotterrato il corpo di s. Pietro, ed alla presenza dei fedeli e del clero fu collocato da s. Silvestro in una gran cassa d'argento, con sopra un'altra cassa di bronzo dorato piantata immobilmente nei suolo[20]. L'urna che racchiudeva il sacro deposito era larga, alta e lunga cinque piedi. Nel mezzo del coperchio dell'urna fu posta una croce d'oro del peso di libbre cento cinquanta in cui erano incisi i nomi di s. Elena e del suo figlio Costantino. Terminato questo maestoso edifizio e preparata la cripta o camera sotterranea, ornata di oro e di pietre preziose, circondata di una quantità di lampade, vi si collocò il corpo di s. Pietro chiuso nella detta urna. S. Silvestro invitò molti vescovi e fedeli a quella solennità, e per incoraggiarli a venirvi aprì il tesoro della Chiesa e concedette molte indulgenze. Il concorso a quella solennità fu straordinario, e quella splendida funzione servi di esempio alla consacrazione che si fece allora e nei secoli avvenire di altre chiese cristiane. La funzione compievasi 1'anno 324 al diciotto di {144 [144]} novembre. L'urna di s. Pietro così chiusa, a quanto sembra, non si riapri mai più[21]. Il sepolcro di questo grande apostolo fu sempre mai ed è tuttora oggetto di venerazione presso a tutti i Cristiani.

 

 

Capo III. Ario e sua dottrina. - Concilio Niceno. - Gli Ariani e s. Atanasio. - Morte di Ario. - Ritrovamento della santa croce. - Morte di Costantino.

 

            Ario e sua dottrina. - Il nostro divin Salvatore lasciò detto nel Vangelo, che la sua Chiesa sarebbe stata in ogni tempo perseguitata, e che l'inferno avrebbe usato tutte le arti per abbatterla, senza che tuttavia potesse contro di lei prevalere. I tre primi secoli furono tempi di persecuzione, di sangue e di strage; ma la fede di Gesù Cristo passò in mezzo a quei disastri gloriosa e trionfante; e dopo le persecuzioni venne il trionfo e la pace. Ma non appena cominciò la Chiesa a respirare dalle oppressioni, che l'eresia e lo scisma accanitamente l'assalirono, specialmente per mezzo di un certo Ario sacerdote di Alessandria. Era esso un uomo ambizioso e pronto a qualunque delitto per soddisfare alla sua vanità. Ardi egli di predicare contro alla divinità di Gesù Cristo, affermando, {145 [145]} il Figliuolo di Dio non essere eguale al Padre, ma una sua creatura. Questa dottrina fu incontanente rigettata con quell'orrore che si meritava, e da tutte parti si gridò all'empietà, alla bestemmia. Vescovi e dottori si levarono contro Ario colla voce e cogli scritti. Nulladimeno egli trovò partigiani ingannati dalla sua ipocrisia, e riusci a perturbare tutta la Chiesa.

            Concilio Niceno. - Avvertito l'Imperatore de'progressi che la nuova eresia faceva, a fine di arrestarla, si adoperò presso papa s. Silvestro, come capo della Chiesa, perchè venisse convocato un Concilio ecumenico, ossia una generale adunanza dei vescovi, e ordinò ai governatori delle provincie di loro fornire tutti i mezzi pel viaggio. Di buon grado accondiscese il pontefice, e stabilì che il luogo del Concilio fosse Nicea, principale città della Bitinia, detta oggidì Isnik nella Natolia. Il Concilio fu aperto nel 325 e vi si trovarono 318 vescovi. Il papa non potendo intervenire in persona deputò a farne le veci Osio, vescovo di Cordova e i due preti romani Vito e Vincenzo. Essi erano perciò legati del papa e presiedevano in suo nome al Concilio, il quale riusci un'adunanza quanto mai si possa e pensare e dire veneranda, poichè i prelati che la componevano erano in gran numero illustri per dottrina, santità e miracoli; e parecchi portavano le cicatrici dei tormenti sofferti nell'ultima persecuzione.

            Nel giorno della pubblica seduta i vescovi si radunarono in una grande sala, nella quale Co¬stantino entrato l'ultimo diede segni di gran {146 [146]} rispettò a tutti, nè volle sedere finchè non furono tutti gli altri seduti. Egli prese parte al Concilio non come giudice, ma come protettore dei vescovi, e per impedire che gli eretici cagionassero turbolenze. Ario, introdotto anche esso, ardì baldanzosamente sostenere le sue bestemmie alla presenza del Concilio. Tutti i Padri n'ebbero orrore e con argomenti ricavati dai libri santi e dalla tradizione provarono e definirono che Gesù Cristo è uguale al Padre, vero Dio egli stesso, e che ha la medesima sostanza, la medesima natura con lui.

            Questo dogma fu espresso colla parola consostanziale che fu di poi il segno distintivo dei cattolici. Osio quindi qual presidente del Concilio e legato del vicario di Gesù Cristo compose una professione di fede conosciuta sotto al nome di Simbolo Niceno. I vescovi pronunziarono anatema contro di Ario. L'imperatore sostenne quel giudicio dogmatico della Chiesa con la forza del braccio secolare, e mandò l'eretico e i suoi partigiani in esiglio. Tale fu la conclusione di questa celebre adunanza, la cui memoria sarà mai sempre in venerazione presso i cattolici per essere stato il primo Concilio generale della Chiesa.

            Gli Ariani e s. Atanasio. - Gli ariani condannati nel Concilio Niceno, per non essere esigliati, finsero di accettare le decisioni de'Padri, mentre segretamente tramavano contro a'cattolici. S. Atanasio vescovo di Alessandria divenne il loro più formidabile avversario, e fu la colonna che Iddio pose per argine a quegli empi bestemmiatori dei suo Figlio. {147 [147]}

            Nato egli in Alessandria d'Egitto, era, benchè ancor molto giovane e solo diacono, intervenuto al Concilio Niceno, ove diede saggi luminosi di santità, zelo e profonda dottrina. Morto quindi il vescovo s. Alessandro, fu l'anno seguente con universale consentimento eletto a succedergli nella dignità. Gli eretici scorgendo vano ogni loro sforzo, se non levavansi di mezzo questo ostacolo, volsero contro di lui la solita arma derristi, la calunnia. In un conciliabolo, che si tenne in Tiro, gli ariani trassero fuori la mano di un morto, dicendo a s. Atanasio: «Ecco ciò che ti condanna. Conosci tu questa mano? è la mano del santo uomo Arsenio, che tu facesti uccidere.» Stette Atanasio alquanto in silenzio, di poi rivolto all'adunanza: «Trovasi, disse, fra voi chi si ricordi dei lineamenti di Arsenio?» Molti risposero di sì. Allora Atanasio fe'cenno ad Arsenio, che egli aveva fatto venire a sua discolpa, gli comandò di torsi il mantello in cui erasi avviluppato e di avanzarsi in mezza, mostrandosi sano e salvo con ambe le mani. A questa vista quegli empi calunniatori rimasero coperti di confusione. Ma ben lungi dell'acquetarsi a si evidente giustificazione, divennero più furibondi, aggiunsero calunnie a calunnie ed indussero l'imperatore a far cacciare Atanasio dalla sua sede e sostituirne un altro a mano armata. Il santo prelato fu costretto a procacciarsi scampo nell'esiglio, il quale si protrasse a molti anni. Egli potè bensì ritornare talvolta in Alessandria, ma dovette di nuovo per la persecuzione degli ariani allontanarsene. {148 [148]} Anzi per non cadere nelle loro mani fu costretto a nascondersi per cinque anni in una cisterna asciutta, e per quattro mesi nel sepolcro del padre suo. Tuttavia non cessò mai con lettere, libri, dispute e in tutti i modi dal combattere questi nemici di Gesù C.; finchè ritornato alla sua sede terminava in pace la sua vita l'anno 371, essendo stato vescovo per anni 46.

            Morte di Ario. - Ario dopo aver cagionato mali gravissimi alla Chiesa, pur desiderando di aprirle piaghe ancora più profonde, finse di volersi emendare. Si presentò pertanto all'imperatore, assicurandolo con giuramento, che egli credeva tutto quello che la cattolica Chiesa insegnava. Costantino temendo di qualche falsità: «Se mentisci, gli disse, sia Dio vendicatore del tuo spergiuro; frattanto riavrai la tua carica:» e diede ordine che egli potesse rientrare nell'esercizio del suo ministero a Costantinopoli. Gli eretici suoi seguaci oltremodo contenti di poter condurre Ario al possesso di quella chiesa, da cui era stato cacciato, stabilirono per questa festa la prossima domenica, affinchè la reintegrazione fosse più solenne. Popolo immenso lo accompagnava, e l'ostinato eretico condotto per la città sopra di un carro elegantemente ornato, tentava di accrescere quella pompa diffondendosi in ampollosi ed arroganti discorsi. Qui la vendetta divina lo attendeva. In mezzo a tanta gloria giunto quasi vicino alla chiesa, ove doveva essere reintegrato, compreso da subitanea paura impallidisce e trema, violenti rimorsi lo agitano. Assalito nello stesso tempo da orribili {149 [149]} patimenti di corpo e lacerazioni d'intestini si ritira in un cesso, dove spargendo gran copia di sangue, muore nella disperazione. An. 337.

            Ritrovamento della santa Croce. - L'imperatore Costantino, che alla Croce attribuiva meritamente le sue vittorie, desiderava ardentemente di dare speciali segni di venerazione a quella su cui il Salvatore aveva dato la vita per aprirci la porta del cielo. Del medesimo desiderio ardeva s. Elena sua madre. Essa pertanto d'accordo col figlio e col romano pontefice si portò in Palestina, tuttochè di ottanta anni, in cerca di quel tesoro. Difficile era tale ricerca, perocchè i pagani, dopo aver accumulato della terra nel luogo del sepolcro, avevano formato ivi una gran piazza, nel cui centro avevano innalzato un tempio a Venere. Ma nulla potè impedire il conseguimento dei voti della pia principessa. Dagli anziani di Gerusalemme essendo venuta a sapere che se fosse riuscito di rinvenire il sepolcro, avrebbe certamente trovato anche la croce, fece tosto atterrare il tempio pagano e dar mano agli scavi. Dopo non pochi lavori fu alla fine scoperta la grotta del santo sepolcro, e poco lungi furono rinvenute tre croci, ed in un canto l'iscrizione stata affissa a quella del Salvatore, ma separata da essa, ed i chiodi che avevano traforato le sue mani ed i suoi piedi. Ma come discernere quale fosse la vera croce? Elena per consiglio di Macario, vescovo di Gerusalemme, le fece trasportar tutte tre in casa d'una donna affetta da gran tempo da malattia incurabile. Ad essa quindi vennero successivamente applicate l'una {150 [150]} dopo l'altra, pregando il Salvatore che facesse conoscere quella che era stata bagnata dal suo sangue. L'imperatrice era presente, e tutta la città stava ansiosa dell'evento. Le prime due croci nulla operarono; ma appena applicata la terza, la malata sentissi perfettamente guarita e si alzò sul momento. Lo storico Sozomeno assicura che venne applicata anche al cadavere d'un morto, il quale tosto risuscitò; il che vien confermato da s. Paolino[22]. Ebbra di gioia la santa donna staccò una parte della vera croce per mandarla in dono a suo figlio imperatore, e rinchiuse l'altra in una cassa d'argento, consegnandola nelle mani del vescovo Macario, perchè la deponesse nella chiesa che Costantino aveva ordinato d'innalzare sul santo sepolcro. Elena non sopravvisse molto al suo viaggio in Gerusalemme, che colma di meriti innanzi a Dio ed agli uomini breve tempo appresso spirava in Roma fra le braccia di Costantino e venne onorata dalla Chiesa come santa.

            Morte di Costantino. - Quanto funesta fu la morte de'persecutori, altrettanto consolante è quella di questo protettore della fede. Vedendo i suoi ufficiali a piangere intorno al suo letto, disse loro: «Vedo con occhio diverso dal vostro la vera felicilà, e ben lontano dall'affliggermi, godo assai perchè sono giunto al momento di andarne al possesso.» Diede gli ordini convenienti onde mantenere la pace nell'impero; feceli giurare che non avrebbero mai intrapreso {151 [151]} cosa alcuna contro alla Chiesa, e colla pace dei giusti morì l'anno 64 di sua età, 31 del suo regno, nel 337. Prima di morire aveva diviso l'impero tra'suoi figliuoli Costantino, Costanzo e Costante.

            La sua morte fu universalmente compianta. Gli sono imputati alcuni delitti da lui commessi in trasporti di collera, o perchè ingannato da false relazioni. Ma ne fece penitenza e riparò i suoi scandali con una condotta esemplare e virtuosa.

 

 

Capo IV. Concilio di Rimini. - S. Antonio monaco. - Vita monastica. - Giuliano l’apostata. - Perseguita i cristiani. - Sua morte.

 

            Concilio di Rimini. - Costanzo figliuolo e successore di Costantino in Oriente favorì disgraziatamente l'arianesimo, e per farlo trionfare radunò un concilio a Rimini. Ma i vescovi unanimi pronunziarono anatema contro gli ariani. Di ciò mal soddisfatto l'imperatore mandò un suo ufficiale che con promesse e con minacce indusse i vescovi a sottoscrivere una formola di fede in cui non si trovava la parola consostanziale. Questa formola non era eretica, per altro non esprimeva sufficientemente la fede nicena. Gli ariani ne menarono gran vanto, quasi per quella formola si fosse adottata la loro eresia. Ma i vescovi che l'avevano sottoscritta, quando conobbero il senso perverso che te davano gli {152 [152]} eretici, vi si opposero e protestarono il loro attaccamento alla fede di Nicea. Inoltre papa Liberio in un co'vescovi di tutto il mondo si levò contra questo scandalo. Così nè la violenza nè le astuzie valsero ad oscurare la fede cattolica. An. 359.

            S. Antonio monaco. - Il primo e più celebro solitario, come si è detto, fu s. Paolo: ma egli non è riguardato come autore della vita monastica, perchè non ebbe molti seguaci, nè diede una regola fissa per questo genere di vita cristiana: sibbene s. Antonio egiziano è generalmente venerato come fondatore del monachismo. Si osservi che si chiamarono monaci o solitari i religiosi i quali vivevano separati gli uni dagli altri in celle o capanne o caverne distanti l'una dall'altra, e si radunavano solo in certi tempi per pregare insieme, assistere ai divini uffizi, ricevere istruzioni ed ammonizioni. Al contrario si chiamarono cenobiti i religiosi che presero a convivere insieme sotto il medesimo tetto. Solo in progresso di tempo monaco e cenobita significò la stessa cosa.

            Nato Antonio nel 252 da nobili e virtuosi genitori passò la prima giovinezza nella pietà più esemplare; e compiva diciott'anni, allorachè entrando in chiesa udì a leggersi il testo del Vangelo: «Se vuoi essere perfetto, va, vendi ciò che hai, donato ai poveri, di poi vieni, seguimi e avrai un tesoro in cielo.» Prese queste parole come dette per sè e deliberò eseguirle fedelmente. Diede quindi in limosina quanto possedeva, poscia abbandonando congiunti ed amici si ritirò nella solitudine {153 [153]} della Tebaide. Là cominciò il tenor di vita più austero che si possa ideare. Il suo letto era una stuoia o la nuda terra, si cibava una volta al giorno dopo il tramontar del sole con null'altro che scarso pane ed acqua; il suo abito consisteva in un cilicio e in un mantello di cuoio. Dopo molti anni di rigidissima vita, Iddio gli concedette il dono de'miracoli. La qual cosa gli tirò una folla di discepoli, i quali con grande maraviglia di tutto il mondo popolarono immensi deserti che parevano inabitabili all'uomo: e si formarono varie comunità, in alcuna delle quali erano sino a 1040 monaci.

            Questi coraggiosi cristiani animati da tanto maestro conducevano una vita simigliante a quella degli angeli, formando così uno spettacolo non meno maraviglioso di quello de'martiri. Pieno di meriti e chiaro per miracoli Antonio morì nel 357 in età di 105 anni. S. Atanasio ne ha scritta la vita.

            Vita monastica. - La vita solitaria o monastica aveva per iscopo l'osservanza della povertà, dell'obbedienza, della castità nel suo grado più perfetto, e di morire totalmente alle cose del corpo per vivere solo alle cose del cielo. Per riuscirvi si usavano quattro mezzi, lavoro, digiuno, ritiratezza e preghiera. Il loro lavoro era penoso, materia continua di aspra mortificazione, e consisteva nel fare stuoie, canestri di giunco o di palme che vendevano, dandone quasi tutto il prezzo a'poveri. Non prendevano cibo che una volta il di verso al tramontare del sole, e ciò in tutto l'anno, {154 [154]} eccetto la domenica e il tempo pasquale. Il loro cibo non era generalmente se non erbe con nessun altro condimento che sale e qualche volta olio; a cui di rado aggiugnevano datteri o fichi secchi. Questa vita austera ben lungi dall'indebolire le forze, fortificava anzi la sanità a segno che molti di loro giungevano ad una decrepita e florida vecchiaia. Tutti sanno che san Paolo morì di 113 anni; s. Antonio di 105; s. Macario suo discepolo ne aveva 90; altro s. Macario di Nitria, anche discepolo di santo Antonio, visse fino a 100 anni. Questi e molti altri fatti di questo genere dimostrano che il vivere sobrio e temperante promuove la sanità, e sostiene potentemente le facoltà dello spirito. Molti di loro si radunavano due volte il giorno a pregare in comune, recitavano in ciascuna dodici salmi seguiti dalla lettura della Storia Sacra. Il rimanente del giorno pregavano da soli lavorando chiusi nelle loro celle. Vari altri, perchè abitavano in celle assai lontane, non venivano all'adunanza che nelle domeniche e in altri giorni festivi: ma pregavano da soli. Prestavano ai loro superiori la più perfetta ed illimitata ubbidienza, riguardando nei superiori la persona di Dio: perciò tra loro regnava la più ammirabile unione, concordia e carità.

            Giuliano l’apostata. - Satana inviperito per la caduta dell'idolatria nel romano impero tentò di farla rivivere per mezzo dell imperatore Giuliano, detto comunemente apostata, perchè abbandonata la religione cristiana, in cui era stato educato, si adoperò accanitamente {155 [155]} per distruggerla. Egli era figlio di un fratello del grande Costantino, ed alla morte di Costanzo, divenuto padrone di tutto l'impero, diede mano a tutti i mezzi che potè per ristabilire il culto degli idoli. Gesù Cristo avendo predetto che del tempio di Gerusalemme non sarebbe rimasta pietra sopra pietra; ed il fatto, come vedemmo, avendo corrisposto pienamente alle parole del nostro Redentore, Giuliano propose di dargli una mentita col riedificare quel celebratissimo tempio. Ma riusci soltanto a togliere l'ultima pietra senza potervi nemmeno porvi le fondamenta. Giacchè al cominciar dell'edifizio, poste appena le prime pietre, sopravvenne uno spaventevole terremoto che le rigettò dal seno della terra e lanciolle a grande distanza contro gli operai, e specialmente contro gli ebrei. Essi erano accorsi con frenetico entusiasmo per tentar la riedificazione dell'antico loro tempio; ma vari di essi rimasero in quelle rovine seppelliti o per lo meno storpiati. Si ripigliò più volte la stessa impresa, nè si cessò se non quando turbini di vento dispersero l'arena, la calcina e tutti gli altri materiali. Ma quello che succedette di più prodigioso e ad un tempo più terribile, furono globi di fuoco, che usciti da quelle rovine, serpeggiando colla rapidità del baleno, rovesciarono i lavoranti, li trascinarono seco e molti ne consumarono fino alle ossa, altri incenerirono interamente. Anzi taluni degli ebrei, che erano più distanti, vennero colti da quelle fiamme, e rimasero arsi o soffocati. Alla vista di si straordinario miracolo niuno più osando avvicinarsi {156 [156]} a quel luogo si desistette dall'empia impresa. Anno 363.

            Persecuzione di Giuliano. - Giuliano arrabbiato pel cattivo successo della riedificazione del tempio di Gerusalemme volse tutto l'odio suo contro ai cristiani, cui avrebbe voluto spegnere affatto sulla terra. A quel fine egli fomentava gli eretici e gli scismatici, dando loro ogni libertà; spogliava il clero de'suoi beni e dei suoi privilegi dicendo con derisione di volere far loro praticare la povertà evangelica. Imponeva grosse somme da pagarsi in riparazione de'templi degli idoli, non dava cariche a verun cristiano, nè loro permetteva di potersi difendere davanti ai tribunali. «La vostra religione, conchiudeva, vi proibisce i processi e le querele.» Finalmente proibì a'cristiani di esercitare l'ufficio di maestri di scuola o di professori nelle accademie, dicendo, che lo studio delle lettere e delle scienze era inutile a coloro, i quali devono solo credere e non ragionare.

            Morte di Giuliano. - Questo genere di persecuzione sarebbe stato assai più funesto alla Chiesa che la crudeltà di Nerone e di Diocleziano, se Dio non avesse distrutto i progetti di Giuliano con una morte immatura. Egli era andato a combattere il re di Persia con animo di sterminare i cristiani subito dopo fosse ritornato vittorioso da quella guerra. Ma la potente mano del Signore rovesciò gli stolti intendimenti dell'apostata, ed allorachè esso stimava già come sua la vittoria, un dardo, senza sapere donde venisse, gli si conficcò nelle coste fino al cuore. Impaziente fece ogni sforzo per ritrarnelo, ma {157 [157]} si tagliò le dita e all'istante cadde svenuto sul proprio cavallo. Portato fuori della mischia, si medicò la ferita, ma i dolori divenendo più acuti gli facevano mettere grida disperate. Caduto quindi in un parossismo di rabbia, si cavava il sangue colle mani dalla ferita e sdegnosamente lo gettava in aria verso il cielo, dicendo: «Galileo, hai vinto, Galileo, hai vinto...» volendo significare G. Cristo, a cui aveva ognor fatto guerra. Così ostinato nella empietà morì d'anni 31 nel 365. Con esso cadeva per sempre l'idolatria nel romano impero. Gesù C. riportava un nuovo trionfo, la Chiesa cattolica una nuova splendidissima vittoria.

 

 

Capo V. S. Eusebio. - S. Amorogio. - Secondo concilio ecumenico e i Macedoniani. - S. Gregorio Nazianzeno. - S. Basilio magno. - S. Damaso papa. - S. Girolamo.

 

            S. Eusebio. - S. Eusebio, vescovo di Vercelli, il primo in occidente che abbia radunato gli ecclesiastici della città a convivere insieme come religiosi, diede così origine all'istituzione dei canonici. Egli fu una delle principali salvaguardie della fede cattolica contro gli ariani. In un concilio di Milano disputò con tanta sodezza contro questi eretici, che confusi, nè sapendo più a qual partito appigliarsi, si rivolsero all'imperatore, perchè lo mandasse in esiglio. Il santo seppe approfittare dei suo esiglio per consolidare nella fede i cattolici {158 [158]} dell'oriente e dell'occidente. Dopo di aver tollerato fame, sete, battiture ed altre afflizioni, morto l'imperatore Costanzo, gli si permise di ritornare alla sua diocesi.

            All'arrivo del magnanimo prelato tutta l'Italia depose le vesti di duolo. Lugubres vestes mutavit, secondo 1’espressione di s. Gerolamo, perchè il ritorno di s. Eusebio era il trionfo della verità cattolica. Iddio lo volle condegnamente rimeritare di tanti patimenti e di tante fatiche, permettendo che esso, dopo governata in pace la sua diocesi per alcuni anni, ricevesse la corona del martirio, essendo stato messo a morte da alcuni ariani, che lo uccisero a colpi di sassi l'anno 370.

            S. Ambrogio. - Uno dei vescovi più insigni per dottrina e santità, che fiorirono nella Chiesa a quei tempi, fu s. Ambrogio. Egli presiedeva a nome dell'imperatore agli affari civili della Liguria e dell'Emilia, quando, essendo sorte discordie in Milano per la elezione del vescovo, l'imperatore lo mandò colà per rimettervi calma. «Andate, gli disse quel monarca, e componete le cose non da severo governatore ma colla carità di vescovo.» Giunto a quella città, e fattosi in mezzo alla calca, si sforzava di sedare gli animi, quando un fanciullino in braccio di sua madre snoda la lingua e grida: «Ambrogio nostro vescovo, Ambrogio nostro vescovo.» Presa questa voce come segnale della volontà divina, tutti gridarono: «Ambrogio è il nostro vescovo.» Così malgrado la estrema sua ripugnanza Ambrogio con plauso universale venne creato vescovo di Milano nel 374. {159 [159]}

            Egli scrisse molti libri, sermoni e lettere in difesa della religione ed a favore della verginità, di cui fece i più alti encomi, fondando nella sua diocesi varii monasteri di vergini. Per conoscere quale sia la vera credenza tra tutti quelli che si dicono cristiani, s. Ambrogio dava questa regola: Dove è il successore di s. Pietro là è la Chiesa di Gesù Cristo: Ubi Petrus ibi Ecclesia. E voleva dire: Sono veri cristiani quelli soli che stanno uniti col sommo Pontefice. Questo insigne dottore moriva in pace nel 397.

            Concilio 2° ecumenico ed i Mncedoniani. - Il secondo Concilio ecumenico è il Costantinopolitano primo, così chiamato perchè è il primo tra gli ecumenici celebrati in Costantinopoli. Diede occasione a questo Concilio l'eresia di Macedonio, il quale a forzo di raggiri erasi elevato alla sede di quella capitale. Gli ariani intaccavano la divinità del Verbo; costui quella dello Spirito Santo. Era allora imperatore Teodosio il grande e reggeva la Chiesa s. Damaso. Questo dotto pontefice, vedendo minacciata la fede, accordarsi col pio monarca, convocò un Concilio in Costantinopoli affinchè fossero combattuti gli errori colà dove erano nati. Il Concilio si radunò nel mese di maggio l'anno 381, e v'intervennero 150 vescovi, tutti dall'Oriente. Furono condannati gli errori di Macedonio, e si confermò il Simbolo Niceno, al quale furono aggiunte le parole che riguardano la divinità dello Spirito Santo: Credo nello Spirito Santo signore e vivificatore... il quale col Padre e col Figliuolo insieme è adorato e conglorificato, il quale parlò per mezzo de'profeti. {160 [160]}

            Teodosio ricevette le decisioni del Concilio come uscite dalla bocca dello stesso Iddio, e promulgò una legge per sostenerne i decreti. Sebbene questa adunanza sia stata composta soltanto di vescovi orientali, tuttavia l'approvazione, che ricevette dal Papa, bastò per darle tutta l'autorità di un Concilio generale, e che i suoi decreti divenissero una regola infallibile della fede.

            S. Basilio magno. - S. Basilio magno era nato l'anno 319 in Cesarea di Cappadocia da illustre casato in cui la pietà poteva dirsi ereditaria. Il padre chiamato anch'esso Basilio (santo) e s. Emelia sua madre e specialmente santa Macrina sua nonna si presero cura di allevarlo nella scienza e nella pietà. I genitori lo mandarono in età assai giovanile a compiere i suoi studi in Atene dove strinse con s. Gregorio Nazianzeno intima amicizia che per essere fondata sulla virtù durò tutta la loro vita.

            In mezzo agli studi egli fecesi una legge di evitare rigorosamente tutti i vizi che fanno guerra alla gioventù ed in modo speciale la disonestà. A ciò ottenere fuggiva ogni sorta di compagni eccetto s. Gregorio col quale conviveva, nè praticava altra via se non quella della chiesa e quella della scuola. Ordinato sacerdote fu chiamato nel Ponto a combattere gli ariani di cui gran numero convertì alla fede.

            Intanto la fama di Basilio si era omai divulgata per tutto l'Oriente, ed essendo morto Eusebio vescovo di Cesarea, egli fu innalzato alla sede vescovile di quella città. In una carestia, che afflisse i suoi diocesani, sovvenne con tanta {161 [161]} carità i bisognosi che il popolo ebbe sempre a riguardarlo come padre affezionatissimo.

            Al solo imperatore Valente, che era ariano, dispiacque lo zelo di Basilio, anzi stava per mandarlo in esilio se il cielo non fosse venuto in suo aiuto; perocchè la sedia su cui sedeva l'imperatore e tre penne che successivamente prese per sottoscrivere la sentenza di esiglio, si spezzarono. Persistendo tuttavia nell'empio proposito fu preso da un gran tremolio nella mano, e nel tempo stesso ammalò a morte la sua moglie e il figlio. Scosso da questi segni prodigiosi conobbe la sua empietà, si riconciliò col santo vescovo; ed ecco sua moglie guarire ed il figlio migliorare. Il miserabile imperatore nel suo sbalordimento chiamò gli eretici a battezzarlo, ma il povero bambino morì istantaneamente.

            Questo santo maraviglioso, dottore e splendore di santa Chiesa, andò a godere la pace dei giusti nell’anno 379 cinquantesimo primo dell'età sua. Fu ammirabile per astinenza e continenza; e passava nell'orazione intere notti. Scrisse con somma erudizione, e fra i padri greci nessuno, per testimonianza di s. Gregorio Nazianzeno, spiegò con maggior veracità e chiarezza i libri della Sacra Scrittura.

            S. Gregorio Nazianzeno. - Amico fedele di s. Basilio fu s. Gregorio Nazianzeno o di Nazianzo città della Cappadocia, per la profonda sua scienza soprannominato il Teologo. Santa Nonna e s. Gregorio suoi genitori ebbero cura che il loro figliuolo colle lettere imparasse il timor di Dio. A confermarlo nell'amore della castità il Signore gli mandò una visione. Un {162 [162]} giorno, dice egli raccontando questo fatto, vidi in sogno due vergini della stessa età e di una eguale bellezza, vestite come si conviene a fanciulle cristiane. Una veste bianca serrata ai fianchi da una cintura scendeva loro fino ai piedi. Tenevano gli occhi bassi e la faccia coperta da un velo. Le labbra loro chiuse ben mostravano quanto amassero il silenzio. Esse mi abbracciarono come un bambino. Avendole interrogate chi fossero, mi risposero che erano la castità e la temperanza compagne di G. C., ed amiche di coloro che si consacrano a Dio per mezzo della continenza.

            «Acceso d'amore per questa virtù, egli continua, io non sapeva, per così dire, fermare il piede in questa terra, perchè avrei voluto essere in compagnia di quei purissimi spiriti che sono in cielo: perciò non mi piacevano più nè i conviti, nè i belli abiti, nè la chioma arricciata, nè i discorsi poco onesti che sono come la putredine d'una carne ulcerata e corrotta.»

            Dopo di aver studiato per quindici anni in Atene, lasciò quella città per recarsi in patria con animo di abbandonare il mondo e ritirarsi in un deserto. Ma il vescovo di Nazianzo prevedendo che le grandi sue virtù e la profonda scienza l'avrebbero fatto un luminare di santa Chiesa, malgrado la sua ripugnanza, lo consacrò sacerdote. Datosi poi con gran zelo a predicare contro agli ariani, ne guadagnò molti alla fede. In queste predicazioni spiegandosi sempre più la santità e la scienza di Gregorio, egli fu creato vescovo sebbene egli avesse sempre fuggita quella dignità. {163 [163]}

            Chiamato alla sede episcopale di Costantinopoli si adoperò colla voce e cogli scritti a combattere l'eresia dei Macedoniani a segno che riusci a ridur l'intera città alla fede cattolica. La qual cosa avendo provocato contro di sè l'invidia di molti, egli per la pace della Chiesa rinunziò al vescovado e si ritiro nella sua terra natale. Ivi in compagnia di alcuni solitari menò vita veramente angelica. Mortificazioni, digiuni, vigilie, preghiere, silenzio e ritiratezza occupavano ogni momento di sua vita.

            Scrisse molte cose in prosa e in versi con mirabile pietà ed eleganza, nel che superò i suoi contemporanei. Finalmente nell'età di circa 60 anni, pieno di meriti, andava al possesso della gloria celeste nel 390.

            S. Damaso. - S. Damaso spagnuolo, pontefice insigne per dottrina, prudenza e virtù, era succeduto a papa Liberio nel 366. Per cura di lui, come si disse, fu convocato il Concilio 2° Ecumenico. Edificò varie chiese, tra cui quella di s. Lorenzo in Roma; ordinò che in fine dei salmi si aggiugnesse il Gloria Patri. Scrisse molte opere in versi ed in prosa. Chiamò a Roma s. Girolamo per servirsene come di segretario nelle lettere latine. Per ordine di s. Damaso quel gran dottore fece una traduzione in latino dei libri sacri dell'Antico Testamento dal testo ebraico, ed emendò la traduzione latina che già si aveva dei libri del Nuovo Testamento, rendendola più conforme e fedele al testo greco.

            S. Damaso, che con le parole e cogli esempi dava eccitamento a queste stupende opere in {164 [164]} favor della Chiesa, dopo diciott'anni di glorioso pontificato moriva ottuagenario nel 384.

            S. Girolamo. - S. Girolamo nacque nella città di Stridone nella Dalmazia. Studiò a Roma, percorse le Gallie, venne a Costantinopoli per essere ammaestrato da s. Gregorio Nazianzeno, e poi passò nel deserto di Calcide in Siria, ove menò vita tutta di austerità, studio e preghiere. Versatissimo nella lingua greca, latina, ebraica, egli fu suscitato da Dio per interpretare e spiegare le divine Scritture; e la Chiesa in ciò lo venera in modo particolare dandogli il titolo di dottor massimo. La sua versione fu adottata dalla Chiesa, ed è quella che tuttora corre nelle mani dei cattolici sotto il nome di Volgata, e che fu approvata dal Concilio di Trento. Pei Salmi per altro si continuò e si continua ad usare la traduzione latina che si era fatta fin dal tempo degli Apostoli.

            Conosciuta la profondità del suo ingegno, gli eretici andavano a gara per cattivarselo. Ma egli, per assicurarsi di non cadere in errore, consultò la Sede apostolica, indirizzando a san Damaso più lettere. Fra queste è specialmente memorabile quella, in cui il santo dottore stanco della noia cagionatagli dalle varie fazioni che dividevano la Chiesa d'Antiochia diceva: «Volendo assicurarmi di aver Gesù Cristo, io mi attacco alla comunione di Vostra Santità, cioè alla cattedra di Pietro. Io so che la Chiesa è edificata sopra questo fondamento: chiunque mangia l'agnello fuori di questa casa è profano; chiunque non si ritirò nell'Arca di Noè, perì nel diluvio. Io rigetto ogni altra {165 [165]} dottrina, perchè chi non raccoglie con voi, disperge, ossia chi non è con Gesù Cristo, è coll’Anticristo.»[23]

            Egli impiegò tutto il viver suo in comporre libri per istruzione de'fedeli e combattere gli eretici. Dimodochè nelle questioni più difficili da tutte parti facevasi a lui ricorso. Scriveva poi con tanto calore che le sue sentenze parevano fulmini contro gli eretici.

            Per evitare le insidie degli eretici e prepararsi meglio alla morte, da Roma si recò in Betlemme dove s. Paola, dama romana, aveva eretto due monasteri, uno per uomini, l'altro per donne. Ivi consumato dalle fatiche e dalle penitenze, in età di ottantanove anni riposò nel Signore l'anno 420.

 

 

Capo VI. Donatisti e s. Agostino. - Pelagio e i suoi errori. - Morte di S. Agostino. - Nestorio e il terzo Concilio ecumenico. - Fine di Nestorio. - Eutiche ed il quarto Concilio ecumenico.

 

            Donatisti e s. Agostino. - I Donatisti, che sotto S. Melchiade erano stati solennemente condannati nel Concilio di Laterano, si acquetarono per qualche tempo, ma poco dopo si manifestarono più furiosi di prima. S'impossessarono delle chiese a mano armata, saccheggiando e spezzando gli altari e i sacri vasi. La loro empietà giunse fino a ribattezzare per forza {166 [166]} i già battezzati, sottoponendo a crudeli trattamenti chi non voleva acconsentire. Ma la Provvidenza suscitò nella persona di s. Agostino un vescovo risplendente di santità e dottrina il quale doveva abbatterli insieme con altri eretici. Nato in Tagaste città d'Africa l'anno 354 passò la giovinezza in una vita sregolata. Ma Iddio, che lo chiamava a cose grandi, esaudì le incessanti preghiere di sua madre s. Monica, e lo tirò a sè in modo straordinario. Chiamato a Milano dall'imperatore per dare pubbliche lezioni di eloquenza andava spesso per pura curiosità ad ascoltare s. Ambrogio che godeva fama di grande oratore. Con questo mezzo la divina grazia si fece strada nel suo cuore. Conobbe la grande differenza che passa tra la eloquenza cristiana e la pagana; e convinto della vanità delle umane grandezze, deliberò di farsi cristiano. In età di 30 anni ricevette in questa città il batlesimo per mano di s. Ambrogio. Ritornato in Africa diedesi alla preghiera ed allo studio con tanto progresso nella scienza e nella virtù, che venne ordinato sacerdote e poscia vescovo d'Ippona. Egli faticò senza posa pei ricondurre i Donatisti nel seno della Chiesa, e riuscì a convertirne gran numero; ma gli altri divenendo più furiosi gli tesero insidie e sarebbe rimasto vittima della loro perfidia, se una speciale protezione del cielo non l'avesse conservato.

            I vescovi cattolici, tocchi da questi mali, proposero agli eretici una pubblica conferenza. Tutti i vescovi dell'Africa sì donatisti che cattolici ebbero ordine di portarsi a Cartagine. {167 [167]} Per abbreviare le discussioni e lasciare campo libero ad ognuno di esporre le sue ragioni furono scelti sette vescovi d'ambe le parti, i quali a nome di tutti conferissero tra di loro. S. Agostino fu uno degli eletti a difendere la causa de'cattolici. Ben informato della questione, appoggiato all'autorità dei libri santi, provò ad evidenza che il legittimo vescovo di Cartagine era Ceciliano, valida l'ordinazione di lui e fatta secondo tutte le regole della Chiesa; che perciò non v'era alcun motivo di rompere l'unità cattolica; i donatisti non aver altro partito per mettersi sulla strada della salute se non ritornare nel grembo della Chiesa cattolica. I vescovi scismatici nulla ebbero ad opporre, e i popoli che fino allora avevano confuso l'errore colla verità, dopo quest'adunanza ritornavano in gran numero alla vera Chiesa. (Anno 411).

            Eresia de'Pelagiani. - Erano i donatisti quasi estinti, quando sorse l'eresia di Pelagio. Nato questi nella Gran Bretagna da oscuri genitori, simulando virtù, abbracciò la vita monastica come laico. Recatosi a Roma, potè acquistarsi la stima di alcune persone dabbene. Il suo principale errore consisteva nel negare il peccato originale e la necessità della grazia divina per fare opere buone meritevoli del paradiso. Questa novità venne tosto vigorosamente confutata da s. Agostino, per cura del quale si convocò a Cartagine un Concilio che condannò Pelagio e i suoi seguaci. I vescovi di questo Concilio ne scrissero quindi al romano ontefice s. Innocenzo I, chiedendogli che confermar {168 [168]} volesse questo giudizio coll'autorità dell'apostolica sede. Il Papa rispose loro benignamente, lodandoli, perchè avevano seguito l'antica pratica osservata in ogni tempo ed in tutto il mondo, che cioè qualunque cosa si trattasse nelle provincie anche più rimote non si avesse per finita, primachè fosse deferita alla santa Sede... Conchiudeva quindi confermando con un decreto la loro sentenza, e scomunicando i vescovi pelagiani[24]. (Anno 417).

            I pelagiani, ostinandosi nell'errore, vennero condannati in un altro Concilio, gli atti del quale furono parimenti mandati al Papa perchè li confermasse, siccome fece. Dopo questi due decreti s. Agostino riguardava la causa come terminata e diceva: «Intorno a ciò due Concini sono già stati mandati alla Sede apostolica; da essa ci vennero le risposte, la causa è finita; piaccia a Dio che abbia anche fine l'errore.»[25] Il desiderio di S. Agostino non fu appagato. Pelagio e i suoi partigiani si tolsero la maschera e si appellarono ad un Concilio generale. Ma s. Agostino non rifiniva di affermare che per condannare un errore non era di assoluta necessità un Concilio ecumenico, e bastava la sentenza dei concilii particolari confermata dal sommo Pontefice. Perciò rimproverava ai Pelagiani che non essendo riusciti ad infettare la Chiesa con la pestilenza della loro eresia, avrebbero voluto almeno disturbarla costringendo i vescovi a raccogliersi in un Concilio generale. {169 [169]}

            Respinti in questa guisa gli eretici, Pelagio sempre più ostinato andò vagando in vari paesi, fino a tanto che, senza sapersi nè dove, nè come, mancò dal mondo circa l'anno 420.

            Morte di S. Agostino. - S. Agostino fu il martello non solo dei donatisti e de'pelagiani, ma anche degli eretici manichei. Essi tentavano in quel tempo di corrompere la Chiesa, ma il santo dottore li combattè vittoriosamente colla predicazione e cogli scritti finchè visse. Finalmente dopo una vita tutta consumata nel sacro ministero, nell'austerità e nelle penitenze giunse al termine de'suoi giorni quando il mondo era assai travagliato da sciagure politiche e religiose. I vandali, devastala e messa a sangue e a fuoco l'Africa intiera, avevano stretto la stessa città d'Ippona di ostile assedio. S. Agostino riflettendo ai mali che sovrastavano alle anime a lui affidate, qualora fossero cadute nelle mani de'barbari, pregava Dio di liberare la città da quell'assedio, o almeno dare forza agli abitanti di sopportare con pazienza cristiana quel flagello con le sue triste conseguenze, e ricevere la sua propria vita in espiazione dei peccati suoi e del popolo. Iddio lo esaudì su quest'ultimo punto; che egli venne tosto assalito da grave malattia. All'appressarsi degli ultimi momenti quel grande uomo sentiva amaro rincrescimento per gli anni passati nell'offesa del Signore. «Vi ho conosciuto troppo tardi, o mio Dio, esclamava, ed ho cominciato troppo tardi ad amarvi, o somma bontà del mio Dio.» Intanto fece trascrivere e collocare sul muro dinanzi a sè i Salmi penitenziali, {170 [170]} che leggeva e rileggeva dal letto versando lagrime. A fine di poter pregare e piangere i suoi peccati con maggior libertà negli ultimi dieci giorni chiese ai vescovi, sacerdoti ed altri amici presenti di lasciarlo solo in camera, nè alcuno vi entrasse se non per apportargli cibo, oppure per essere dai medici visitato. L'ultimo giorno non potendo più nè leggere, nè pregare, chiamò i suoi amici che intorno al letto facessero preghiere a voce elevata. Agostino le ripeteva, e quando le sue labbra cessarono di pregare, l'anima di lui era già in seno al Creatore, al possesso di quella felicità per cui aveva impiegata la vita. La sua morte avveniva il 28 agosto nel 430 in età di anni settantasei, quaranta dei quali spese in servizio della Chiesa prima come sacerdote, e poi come vescovo. Egli è chiamato lume fulgidissimo della Chiesa, modello de'teologi, maestro della carità, difensore della grazia, martello degli eretici.

            Questo gran dottore quando parlava della somma autorità data da Dio alla Chiesa soleva dire: «Io non crederei al Vangelo se a ciò non mi muovesse l'autorità della Chiesa.» Deplorando poi quelli che vivevano fuori della Chiesa cattolica diceva: «Chiunque si separa dalla Chiesa cattolica, sia pur buona la vita di lui, non possederà mai la vita eterna; ma la collera di Dio verrà sopra di lui pel solo delitto di essere separato dall'unità di Gesù C. Questa bontà e probità, che non è sommessa alla Chiesa, è un'ipocrisia sottile e perniciosa.»

            Concilio 3° ecumenico. - Nestorio. - Il {171 [171]} terzo Concilio generale è l'Efesino, così aprpellato perchè celebrato nella città di Efeso. È anche detto Concilio di Maria, perchè in esso fu definito, che Maria è veramente madre di Dio, e perchè si tenne in una chiesa a lei dedicata. Esso venne convocato per condannare le empietà e bestemmie di Nestorio vescovo di Costantinopoli. Invece di farla da pastore egli si convertì in lupo rapace predicando e sostenendo che in Gesù Cristo sono due persone, cioè due figliuoli, il figliuolo di Dio, ossia il Verbo, e il figliuolo dell'uomo, ossia il Cristo. Da questo primo errore ne deduceva un secondo, cioè che Maria Santissima non si può nè devesi punto chiamare madre di Dio, ma solamente madre del Cristo, che secondo lui non era altro che uomo, non deipara, ma cristipara. Tale fu l'orrore che i cristiani sentirono di queste bestemmie che la prima volta che le udirono nella cattedrale di Costantinopoli, fuggirono di chiesa. S. Cirillo, patriarca di Alessandria, venutone in cognizione, scrisse a Nestorio una lettera caritatevole, colla quale cercava di persuaderlo a desistere dall'empio errore. Ma il superbo rispose con insolenza. Allora s. Cirillo, indotto, come dice egli stesso, dall'antica consuetudine delle chiese di comunicare ogni cosa al Sommo Pontefice, denunziò a s. Celestino I gli errori di Nestorio, supplicandolo di provvedere qualche rimedio a quei mali colla sua autorità.

            Il Papa esaminò la questione e trovata la dottrina di Nestorio erronea e contraria a quella delia Chiesa, da prima lo ammonì, poscia minacciò {172 [172]} di scomunicarlo se non rientrava in se stesso. Ma nulla valsero nè le preghiere, nè le minacce. Il mansueto Pontefice, volendo tentare l'ultima prova verso l'ostinato Nestorio, convocò un Concilio generale in Efeso, e non potendolo presiedere in persona, vi deputò fra gli altri lo zelante s. Cirillo.

            Il Concilio si apri il 22 giugno 431 e i vescovi accorsi furono circa 200. Gli errori di Nestorio vennero condannati e fu definito che in Gesù Cristo vi è una sola persona, che è la divina, e che la Santissima Vergine è realmente madre di Dio: il che arrecò un grande giubilo a tutti i fedeli. Per propagare e conservare la memoria di questa definizione i padri del Concilio composero la seconda parte dell'Ave Maria, onde porgere ai fedeli un mezzo facile per onorare e professare la divina maternità di Maria.

            Fine di Nestorio. - Nestorio, non volendo nè emendarsi, nè cessare dal suscitar discordie, fu scomunicato e dall'imperatore Teodosio condannato all'esiglio in Egitto. Assalito colà da terribile malattia, il suo corpo si risolse in marciume, e quella lingua colla quale egli aveva bestemmiato la madre di Dio, imputridi, e fu, lui vivente, rosicchiata dai vermi. Oggetto di terrore e di maledizione egli moriva nel 440.

            Eutiche ed il 4° Concilio ecumenico. - Nuova eresia fu quella del monaco Eutiche. Era costui superiore di un monastero vicino a Costantinopoli, ed essendosi levato con zelo piuttosto ardente che illuminato a combattere l'eresia {173 [173]} di Nestorio, cadde nell'errore opposto. Nestorio aveva insegnato che in Gesù Cristo vi sono due nature e due persone. Eutiche invece ammise bensì una persona sola, ma pretese eziandio che in Gesù Cristo non vi fosse che una sola natura. Egli fu avvisato di questo errore dal vescovo di Costantinopoli s. Flaviano; ma  invece di arrendersi divenne ostinato e si diede a propagare la sua eresia. Anzi in un conciliabolo raccoltosi per opera sua, detto comunemente il latrocinio di Efeso, s. Flaviano vi fu così ferocemente trattato che tre giorni dopo morì. Ciò saputo papa s. Leone I accordossi coll'imperatore Marciano è colla pia imperatrice Pulcheria; e col loro aiuto convocò un Concilio nella città di Calcedonia, ora Scutari sulle sponde del Bosforo. È questo il quarto Concilio generale: Si aprì esso nel principio di ottobre del 451, e v'intervennero 600 vescovi. Il papa s. Leone vi presiedette per mezzo de'suoi legati. A rendere il dovuto omaggio al venerando consesso e al Pontefice che lo aveva ordinato, v'intervennero eziandio l'imperatore e l'imperatrice. Fin da principio si lesse una lettera di s. Leone che condannava l'eresia di Eutiche. Questa lettera fu approvata ad una voce: Noi tutti crediamo così, esclamarono i vescovi. Pietro ha parlato per bocca di Leone, sia scomunicato chiunque non crede così. Venne perciò condannato Eutiche e deposto un certo Dioscoro che professava gli stessi errori. Fu definito eziandio che vi sono in Gesù Cristo due nature, la natura divina e la natura umana, distinte fra di loro, ed unite {174 [174]} nella stessa persona. Vi si fecero pure 26 canoni, ossia decreti, riguardanti l'ecclesiastica disciplina.

            Quello che fu assai mirabile in questo Concilio è la grande venerazione manifestata da tutti i vescovi verso il Sommo Pontefice. Egli infatti venne da loro chiamato Arcivescovo universale, Patriarca, interprete della voce del beato Pietro. Terminato il Concilio i vescovi mandarono a pregare s. Leone di confermare colla sua autorità apostolica quanto essi avevano decretato. Il pontefice confermò quanto era stato definito riguardo alla fede, ma rigettò come nuovo e contrario a’decreti del Concilio Niceno ed ai privilegi delle chiese d'Alessandria e di Antiochia il canone 28 che conferiva al vescovo di Costantinopoli il primo grado dopo quello di Roma ed un'alta giurisdizione sulle tre diocesi del Ponto, dell'Asia e della Tracia.

 

 

Capo VII. S. Leone ed Attila. - S. Massimo di Torino. S. Gelasio Papa.

 

            S. Leone ed Attila. - Leone I, di cui abbiamo testè parlato, nativo di Toscana, e per dottrina, sapienza e santità cognominato il Grande, fu eletto papa in tempi assai calamitosi per la Chiesa. Dopo aver combattuto gli eretici colla voce e cogli scritti, fu pregato di porsi capo di un'ambasciata ad Attila re degli Unni. Questo feroce conquistatore, detto il {175 [175]} flagello di Dio per le stragi che ovunque faceva, era passato dalle Gallie in Italia con formidabile esercito. Presa Aquileja, Pavia e Milano, marciava verso Roma per darle il sacco senza che alcuno gli si potesse opporre; imperciocchè l'imperatore ed i suoi generali tremavano in solo pensare a quel potente nemico. S. Leone adunque fidato nella protezione del cielo, pontificalmente vestito, andò ad incontrare Attila vicino a Mantova là dove il Mincio scarica le sue acque nel Po. Il superbo guerriero, benchè barbaro ed idolatra, lo ricevette cortesemente, e come l'ebbe inteso, accettate senz'altro le condizioni proposte, ripassò le Alpi, lasciando l'Italia in pace. A quegli insoliti atti di ossequio i soldati di Attila rimasero stupiti. Come mai, dicevano, il nostro capo si è cotanto umiliato davanti ad un uomo solo, quando formidabili eserciti non gli potevano mai incutere timore? Egli rispose, che, mentre parlava col romano Pontefice, vide sopra di lui un personaggio di abito sacerdotale vestito, che vibrava sguainata una spada minacciando colpirlo, se non ubbidiva a Leone.

            Questo pontefice molto scrisse e molto operò in favore della Chiesa, finchè colmo di meriti presso Dio e presso gli uomini dopo anni 21 di glorioso pontificato andò a ricevere l'eterna ricompensa nel 461.

            S. Massimo di Torino. - S. Massimo vescovo di Torino è assai chiaro nella storia per santità, pe'suoi scritti e per le sue prediche, le quali formano tuttora uno degli ornamenti del breviario romano. Combattè con ardore gli errori {176 [176]} di Nestorio e di Eutiche, e si grande stima avevasi di lui, che nel Concilio romano celebrato sotto s. Ilario papa successore di s. Leone, sedeva il primo dopo il pontefice. Si adoperò molto per tenere l'eresia lontana dal Piemonte e sradicare le superstizioni de'gentili, che in Torino e ne'paesi vicini erano ancora osservate. Era talmente caritatevole co'poveri, che se qualche forestiero avesse dimandato ove abitasse il vescovo, gli si rispondeva che quando avesse trovato una casa circondata di mendici vi entrasse, che era quella del vescovo. Nutriva e promuoveva una tenera divozione verso la madre di Dio, della quale parlava con zelo nelle sue prediche. Affermava che essa assai più per la sua grazia originale che non per le sue doti corporali era divenuta un'abitazione degna del Figliuolo di Dio. Egli è annoverato fra i più dotti scrittori della Chiesa. Riposò nel Signore in Torino[26] l'anno 474.

            S. Gelasio papa. - Gelasio romano eletto papa nel 492 è molto rinomato per le sue istituzioni dirette al bene della Chiesa. Egli tenne in Roma un Concilio di molti vescovi, in cui dichiarò quali fossero i libri autentici dell'antico e del nuovo Testamento, e quali apocrifi. Raccomandò 1'onore dovuto ai quattro Concili ecumenici di Nicea, di Costantinopoli, di Efeso, di Calcedonia; compose un catalogo degli scritti di tutti i santi Padri e scrittori ecclesiastici. Ordinò un libro denominato sacramentale, ossia {177 [177]} messale, in cui si contiene l'ordine di quasi tutte le messe che abbiamo nel messale romano e la formola d'impartire le benedizioni. Abolì le feste lupercali che in Roma celebravansi in onore del dio Pane in febbraio, surrogandovi la festa della Purificazione, che già celebravasi in molti paesi. Confermò l'antica consuetudine di conferire le ordinazioni degli ecclesiastici nelle quattro Tempora. Sebbene elevato alla prima dignità del mondo, tuttavia viveva da povero praticando rigorose austerità. Alimentava tutti que'poveri, che gli veniva fatto di conoscere, servendoli egli stesso a mensa. Tutto il tempo libero da'suoi uffizi spendeva in orazione o in santi trattenimenti co'più degni servi del Signore. Morì santamente nel 496.

 

 

Capo VIII. S. Benedetto e monte Cassino. - Cose memorabili di esso. - I tre Capitoli e il quinto Concilio ecumenico.

 

            S. Benedetto e monte Cassino. - La vita monastica cominciata in s. Paolo, primo eremita, promossa, propagata e sottoposta a regole da s. Antonio nella Tebaide, applicata al clero in Italia da s. Eusebio di Vercelli, in Africa da s. Agostino, ricevette in Italia e per tutta Europa occidentale un sistematico ordinamento ed un'estensione maravigliosa per opera di s. Benedetto. Questo astro luminoso della Chiesa nacque in Norcia nel ducato di Spoleto. Mandato a Roma per farvi i suoi studi, fu spaventato {178 [178]} dalla corruzione de'suoi coetanei, onde risolse di abbandonare il mondo e ritirarsi in una profonda e oscura caverna a distanza di quaranta miglia dalla città, quando toccava appena quindici anni di età. Ma Iddio che lo destinava a cose più grandi, permise che fosse scoperto da parecchi amici e da molti condiscepoli, che tirati dalle sue virtù e da'suoi miracoli andavano in folla a trovarlo. Intanto le famiglie più illustri di Roma godevano di potergli affidare l'educazione dei propri figliuoli. Quei discepoli gli divennero tanto affezionati, che niuno più voleva allontanarsi da lui, dimodochè fu mestieri fabbricare dodici monasteri. Anno 528.

            II più rinomato di essi fu quello di Monte Cassino nel regno di Napoli, che divenne il centro dell'ordine di s. Benedetto. Quando il santo vi si portò, esisteva ancora su questo monte un tempio di Apolline, che gli abitanti de'contorni adoravano. Benedetto spezzò l'idolo e l'altare e convertì quel popolo alla vera fede. Anno 529.

            Cose memorabili di questo santo. - Dio fece risplendere la santità del suo servo col dono di profezia e de'miracoli. Alcuni malevoli non potendo soffrire le sue correzioni ed i rimorsi che sentivano all'aspetto della santa di lui vita, deliberarono di farlo morire segretamente. Pertanto un giorno mettendosi egli a mensa gli porsero un bicchiere con entro vino avvelenato. Ma siccome prima di sedersi a tavola il santo abate era solito di fare il segno della croce, non appena fece questo segno augusto, che il bicchiere si ruppe con fragore, come se fosse {179 [179]} stato colpito da una pietra. Allora egli levatosi con aria calma e tranquilla: Dio, loro disse, vi perdoni il vostro peccato, e se ne partì. Altra volta alla presenza di numeroso popolo col solo segno della croce risuscitò un morto schiacciato sotto la rovina di una montagna. Totila re de'Goti, all'udire le prodigiose cose, che di Benedetto si raccontavano, per farne prova gli mandò dire, che desiderava visitarlo. In vece poi di andarvi in persona spedi un suo capitano vestito da re e accompagnato da'suoi ufficiali. Appena il santo ebbelo scorto, esclamò: Deponi, fìgliuol mio, l'abito che vesti, esso non è tuo. Narrata la cosa a Totila, andò egli stesso, e come lo vide prostrassi a terra rimanendovi finchè Benedetto lo rialzò. Predisse le varie vittorie che quel re riporterebbe e 1'anno preciso in cui sarebbe morto.

            Sei giorni prima di sua morte, che egli aveva predetto a'suoi discepoli, s. Benedetto volle gli fosse scavato il sepolcro. Nel sesto giorno della malattia dimandò di essere portato in chiesa per ricevere l'Eucaristia, poscia appoggiando il capo ad un suo discepolo colle mani levate al cielo rendè tranquillamente lo spirito al Signore nel 543. Egli lasciò una regola ammirabile, che quasi tutti i cenobiti dell'occidente professarono. I monaci Benedettini si moltiplicarono così, che vari secoli appresso non vi era quasi città o paese in Europa ove non sorgesse qualche loro monastero. Il bene che arrecarono alla Chiesa è si grande che solo Iddio il può calcolare.

            Concilio 5° ecumenico ed i tre Capitoli. - Il quinto Concilio generale è il Costantinopolitano {180 [180]} secondo, così detto perchè è il secondo tra gli ecumenici celebrati in Costantinopoli. Fu convocato per 1'esame di tre libri comunemente detti i tre Capitoli, con cui pretendevano i Nestoriani giustificare i loro errori. Il primo di questi Capitoli riguardava gli scritti e la persona di Teodoro di Mopsuesta, dal quale Nestorio aveva attinta la sua dottrina; il secondo gli scritti di Teodoreto, vescovo di Ciro in cui erano alcune cose contro di s. Cirillo; il terzo era una lettera d'Iba, vescovo di Edessa, ad un eretico di Persia di nome Mari, ancor essa infetta di Nestorianesimo. Queste tre operette sebbene riprovevoli non erano state condannate nel Concilio di Calcedonia per rispetto ai loro autori, due dei quali, Teodoro ed Iba presenti al Concilio, si erano protestati sinceramente cattolici. Ma questa indulgenza veniva dai Nestoriani riguardata come approvazione dei detti Capitoli e perciò degli errori con essi professati. Stando così le cose, onde togliere ogni pretesto ai detti eretici, pareva conveniente, che questi tre libri fossero espressamente riprovati. Fu adunque celebrato nel 553 un Concilio, cui per altro i vescovi d'occidente non poterono intervenire per la prepotenza contro di loro usata dall'imperatore Giustiniano. Si presentarono quindi solo 165 vescovi quasi tutti orientali. In questo Concilio vennero esaminati i tre Capitoli e condannati come contrari alla fede. Furono pure nuovamente condannate le dottrine di Nestorio e di Eutiche, ed alcuni errori trovati nelle opere di Origene. Sebbene questo Concilio per sè medesimo {181 [181]} non si potesse dire ecumenico, tuttavia papa Vigilio avendolo poscia approvato e confermato, come tale fu ricevuto e venerato in tutta la Chiesa. La qual cosa chiaro conferma come da tutta l'antichità siasi riposto il valore dei Concili principalmente nell'autorità del papa. È bene altresì di notare come questo Concilio ci porge una luminosa prova del diritto, che ha sempre esercitato la Chiesa nel condannare gli scritti cattivi, nel pronunziare sul senso dei libri, e nell'esigere che i suoi figli si sottomettano al suo giudizio, come appunto venne fatto nel detto Concilio.

 

 

Capo IX. S. Gregorio il grande. - Missioni in Inghilterra. - Altre cose di lui memorabili e sua morte. - Disciplina e stato della Chiesa in quest'epoca.

 

            S. Gregorio il grande. - S. Gregorio I, detto il grande per la straordinaria sua santità, eloquenza e sapienza, nacque in Roma da nobile e ricca famiglia. Col sorprendente suo ingegno aveva conseguite le prime cariche dello Stato: ma accortosi che le occupazioni mondane gli rubavano gli affetti del cuore rinunciò ad ogni dignità, vendè tutti i suoi averi, e distribuendoli parte ai poveri, parte in altre opere di carità, abbracciò lo stato monacale, a sua umiltà era così grande che si dovette fargli violenza per indurlo a lasciarsi ordinar sacerdote. Intanto per una pestilenza morto papa Pelagio II, rimasero unanimi i Romani {182 [182]} nell'eleggere Gregorio per successore. Dì che egli spaventato si travesti e andò a nascondersi in una selva. Ma avendolo qui manifestato una colonna di fuoco al popolo romano, dovette infine accettare la dignità pontificia nel 590.

            Missioni in Inghilterra. - Fra i primi pensieri del novello pontefice fu quello di ristabilire il cristianesimo nell'isola della grande Brettagna, ora chiamata Inghilterra dagli Angli che insieme coi Sassoni se ne erano impadroniti circa l'anno 450. Costoro essendo idolatri vi avevano distrutto affatto la religione cristiana e ristabilita l'idolatria.

            S. Gregorio vi mandò quaranta religiosi sotto la presidenza di s. Agostino suo discepolo a predicarvi la fede. Appena incominciata la predicazione, i santi missionari convertirono gran numero d'idolatri. Il re di Kent[27], i grandi della sua corte e quasi tutti i suoi sudditi abbracciarono in breve tempo la fede. Il pontefice volendo dare una forma stabile a quella cristianità, vi creò una gerarchia di 12 vescovi, e fece arcivescovo lo stesso s. Agostino. La santità poi dei missionari, i miracoli che ovunque li accompagnavano moltiplicarono ogni dì più le conversioni, così che in un solo giorno presso alla città di Cantorberì diecimila persone incirca ricevettero il battesimo. Per lo che crescendo la necessità di avere dei sacri {183 [183]} ministri, che conoscessero bene la lingua e i costumi del paese, il papa volle che fossero inviati a Roma dei giovani inglesi per farli istruire nelle scienze sacre e nella pietà, e quindi fatti sacerdoti, rinviarli nella loro patria. Così nello spazio di circa 80 anni questa grande isola fu tutta guadagnata a Gesù Cristo, e s. Gregorio meritò il nome di apostolo d'Inghilterra.

            Pari sollecitudini impiegò egli per la Spagna e per l'Italia occupata dai Longobardi, la maggior parte Ariani o idolatri.

            Altre cose memorabili di s. Gregorio. - Eccede ogni credere quanto egli disse, scrisse ed operò di bene per la Chiesa. L'antifonario e il breviario che noi usiamo oggidì si possono dire opera sua. In una pestilenza che devastò Roma parecchi morivano nell'atto di starnutare o di sbadigliare. S. Gregorio ordinò ai primi che loro si dicesse Ave, (Dio ti salvi), ai secondi che si facessero delle croci sulla bocca. Questi segni esterni congiunti a viva fede erano rimedio efficace a guarire chi era assalito da quel male. Istituì le Litanie dei Santi e la processione del giorno di s. Marco. Ordinò che dalla Settuagesima sino a Pasqua non si dicesse l’Alleluia. Per sua mano si operarono vari miracoli, fra'quali uno del SS. Sacramento. Imperocchè mentre celebrava Messa, una particola consacrata, che il santo stava per porgere ad una matrona dubitante della verità di questo Sacramento, prese la forma visibile di carne. Finalmente dopo aver tenuta la santa Sede quasi quattordici anni, moriva di anni 64 nel 604. {184 [184]}

            Disciplina di quest'epoca 2o. - Nel quarto secolo s. Paolo eremita usava contare le sue preghiere con tre pietruzze nel modo, che noi le contiamo co'grani del Rosario. Vi era un gran rigore pei peccatori, che tornavano a penitenza. Essi erano divisi in quattro classi detti Piangenti, Audienti, Prostrati, e Consistenti. I Piangenti erano vestiti di sacco e piangevano i loro peccati nell'atrio della chiesa durante sacre funzioni, raccomandandosi alle orazioni di chi vi entrava. Gli Audienti erano ammessi in chiesa vicino alla porta e ascoltato il Vangelo ed il sermone uscivano co'catecumeni.

            I Prostrati stavano ginocchioni ed erano già ammessi a ricevere varie benedizioni da'sacerdoti, ma all'offertorio dovevano uscire.

            I Consistenti potevano già assistere alla messa senza tuttavia comunicarsi. Il tempo di penitenza si passava in rigoroso digiuno sovente a pane ed acqua, in continue orazioni, ed anche dormendo sulla nuda terra. A questa disciplina doveva sottomettersi anche per più anni il peccatore prima di essere ammesso alla sacra comunione, tanto era l'orrore che si aveva del peccato.

            Nel quinto secolo s. Zosimo papa stabilì che fosse eziandio concesso alle parochie di benedire il Cereo pasquale, il quale non si poteva accendere che nelle grandi basiliche. San Felice II ordinò che le chiese nuove non potessero essere consacrate che dal vescovo. San Mamerto, vescovo di Vienna in Francia, introdusse nella sua diocesi le processioni dette {185 [185]} Rogazioni che si fanno nei tre di precedenti la festa dell'Ascensione, nei quali dì si usava pure digiunare. Questa pratica venne di poi da s. Leone III prescritta per tutta la Chiesa.

            Nel sesto secolo s. Gregorio il grande ordinò che si desse principio al digiuno quaresimale collo spargere le sacre ceneri sul capo de'fedeli. I fanciulli giudicati idonei agli uffici della Chiesa per lo più erano allevati in collegi appositi o nei monasteri con abito clericale. Papa Sabiniano propagò nelle chiese l'uso delle campane, già prima introdotto da s. Paolino di Nola.

            Tutti gli ecclesiastici e tutte le chiese godevano dell'immunità e non soggiacevano al giudizio dei laici sibbene dipendevano solo dal foro ecclesiastico. Questo diritto era stato riconosciuto dall'imperatore Costantino e dagli imperatori cristiani suoi successori.

            Stato della Chiesa. - Lo stato della Chiesa in questa epoca seconda fu assai glorioso. I papi de'tre primi secoli coronarono le loro fatiche col martirio. Una moltitudine di cristiani loro tenne dietro spargendo il proprio sangue per la fede.

            I pontefici dell'epoca seconda sono quasi tutti annoverati fra i santi per le eroiche loro virtù, per le fatiche sostenute e per i savii decreti che fecero, coi quali spiegarono e difesero la dottrina della Chiesa. Insieme coi pontefici sostennero la fede contro gli eretici molti santi dottori, scrittori ecclesiastici, monaci, penitenti, vergini e confessori, i quali colla loro scienza e santità formarono una delle più {186 [186]} luminose epoche della Chiesa. I Francesi poi, che parevano i più accecati nella superstizione, ad esempio di Clodoveo loro re ricevettero il battesimo. I Longobardi che si erano di nuovo ristabiliti nel Piemonte e nella Lombardia, e mostravano grande attaccamento all'arianesimo e all'idolatria, finalmente vennero tutti alla fede cattolica soprattutto per la conversione di Agilolfo duca di Torino, poi re di tutti i Longobardi. Questo principe eccitato dalla sua moglie Teodolinda, donna pia e religiosissima, ripudiò l'eresia, abbracciò la vera fede ed usò tutte le sue forze per farla fiorire. Per assicurare la pace ne'suoi stati cacciò gli ariani ed i pagani che si fossero mostrati turbolenti, e d'accordo con s. Colombano fondò il celebre monastero di Bobbio. Siccome nutriva speciale divozione a s. Giovanni Battista, lo trascelse a protettore de'suoi stati e gli consacrò la cattedrale di Torino nel luogo preciso ove oggidì sorge la basilica metropolitana. Agilolfo morì nel 615. {187 [187]}

 

 

Epoca terza. Dallo stabilimento del Maomettismo nel 622 fino alla celebrazione del IV Concilio Lateranese nel 1215 abbraccia lo spazio di anni 393.

 

 

Capo I. Maometto e la sua religione. - Miracolo della santa Croce. - Monoteliti e papa s. Martino I. - Concilio 6o ecumenico.

 

            Maometto e la sua religione. - Il famoso impostore Maometto nacque da povera famiglia di padre gentile e di madre Ebrea nella Mecca, città dell'Arabia. Vagando in cerca di fortuna, fu fatto agente di una vedova mercantessa di Damasco che poscia lo sposò. Siccome pativa epilessia, egli seppe servirsi di questa sua infermità a provare la religione da sè inventata, affermando quelle frequenti cadute essere altrettanti rapimenti in cui esso teneva colloquii coll'Arcangelo Gabriele. La religione che esso predicava è un miscuglio di paganesimo, di giudaismo e di cristianesimo. Ammette un solo Dio, e riconosce Gesù Cristo, non come figliuolo di Dio, ma soltanto come suo profeta. Vantandosi {188 [188]} per altro superiore al divin Salvatore, venne tosto eccitato a far miracoli al pari di lui. Ma egli rispondeva di essere suscitato da Dio non a fare miracoli, sibbene a ristabilire la vera religione colla forza. Scrisse la sua credenza in lingua araba in un libro, cui diede nome Corano, ossia libro per eccellenza, nel quale si vanta di avere operato un miracolo, per altro molto ridicolo. Narra cioè, che essendo caduto un pezzo della luna nella sua manica si gloriava di averla saputo racconciare; il perchè i maomettani presero per insegna la mezzaluna. Conosciuto per uomo perturbatore, i suoi cittadini volevano ucciderlo. Ma l'accorto Maometto pigliò la fuga, e ritirossi a Medina con alcuni avventurieri che 1'aiutarono ad impadronirsi di quella città. Questa fuga di Maometto appellasi Egira, che vuol dire persecuzione, e da essa appunto cominciò l'Era Musulmana corrispondente all'anno di Gesù Cristo 622. Il suo Corano è pieno di contraddizioni, assurdità, e ripetizioni. Non sapendo scrivere Maometto fu aiutato da un ebreo e da un monaco apostata persiano, di nome Sergio. Il maomettismo favorendo il libertinaggio ebbe tosto molti seguaci, ed in breve il suo autore divenuto capo di formidabili masnadieri, potè colle parole, ma specialmente colle armi dilatarla quasi per tutto 1'Oriente. Maometto dopo nove anni di regno tirannico morì nella città di Medina l'anno 632.

            Miracolo della santa Croce. - Quando s. Elena trovò il santo Legno della Croce, ne fece riporre, come fu detto, una parte nella chiesa {189 [189]} dell'Anastasia, ossia della Risurrezione eretta sul monte Calvario. Qui rimase pacificamente quasi trecent'anni, dopo dei quali venne tolta da Cosroe re di Persia, quando venuto a Gerusalemme la spogliò d'ogni cosa preziosa. Ma allorchè l'imperatore Eraclio vinse i Persiani, obbligolli, fra le altre cose a restituire quella sacra reliquia, che era stata quattordici anni innanzi rapita. Pieno di gioia d'aver riacquistato un pegno si prezioso l'imperatore ordinò una grande solennità, in cui egli stesso regalmente vestito voleva portarlo sul Calvario. Ma giunto a'piè del monte sentissi un'invisibile forza che lo tratteneva, e quanto più sforzavasi di camminare, altrettanto erane respinto. Tutti gli astanti stavano attoniti, quando il vescovo di Gerusalemme, «Badate bene, disse, o principe, che con questo regale ornamento poco per avventura voi imitiate la povertà e 1'umiltà di Cristo, mentre egli portava questa medesima Croce.» L'imperatore allora si spogliò delle insegne di sua dignità, e umilmente vestito, col capo scoperto e a'piedi nudi ripigliò il sacro deposito che senza difficoltà portò fin sul Calvario riponendolo nel sito stesso, dove era stato inalberato quando fu crocifisso il divin Salvatore. Questo avvenne l'anno 629 alli 14 settembre. In questo stesso giorno già si soleva celebrare una festa in onore della santa Croce, forse per essere stato questo il dì in cui il segno augusto della Croce apparve a Costantino. In memoria del nuovo miracolo questa festa diventò più solenne e fu chiamata Esaltazione di s. Croce. {190 [190]}

            I Monoteliti e papa s. Martino I. - Rampollo degli errori di Eutiche fu l'eresia dei Monoteliti: di coloro cioè che pretendevano essere in G. Cristo una sola volontà ed una sola operazione, mentre la Chiesa cattolica ha sempre insegnato, che in Gesù Cristo vi è una sola persona ma vi sono due nature, la divina e la umana, perciò ciascuna natura ha la sua propria volontà ed operazione. Cosicchè in Gesù Cristo sono due volontà ed operazioni, cioè: la volontà ed operazione divina, e la volontà ed operazione umana. Capi de'Monoteliti furono Sergio e Pirro patriarchi ambidue; il primo di Costantinopoli, l'altro d'Alessandria. Questi eretici usarono tutte le arti per istrascinare papa Onorio I nell'errore, favoriti come erano dall'imperator Costante. Con questo scopo Sergio scrisse al papa una lettera, nella quale dice, che stante il fermento delle opinioni sarebbe stata cosa prudentissima il proibire che si affermassero in Gesù Cristo una sola volontà ed operazione, oppure due, ma si imponesse silenzio sopra di ciò. Il papa rispose con due lettere in cui espone chiaramente la dottrina cattolica, ma non accortosi del laccio tesogli da Sergio, approva come prudente il silenzio da lui raccomandato[28]. Egli avrebbe certamente condannato espressamente gli eretici, se {191 [191]} avesse prima della morte potato vedere i progressi di questa eresia e il modo maligno con cui erano interpretate le sue lettere. Questo fu adempiuto da'suoi successori e particolarmente da san Martino I, il quale volendo mettere un argine alla diffusione di questi errori li condannò definitivamente, facendo prova in ciò di gran coraggio. Imperocchè sdegnato l'imperatore mandò un capitano che uccidesse il papa, o lo conducesse prigione a Costantinopoli. L'empio capitano giunto a Roma comanda ad un suo scudiere, che entri nella Chiesa di santa Maria maggiore e metta a morte il pontefice, mentre celebra la s. Messa. Ubbidisce il sicario, ma posto piede sulla sacra soglia, all'istante diviene cieco. Tuttavia il papa è imprigionato, strascinato vergognosamente a Costantinopoli e cacciato in esiglio nel Chersoneso, ove nel 655 finiva i suoi giorni martire della fede di G. C. Poco tempo dopo Costante ricevette da Dio la meritata pena, poichè venne ucciso da un servo, mentre lo serviva in un bagno, ed ebbe a successore suo figlio Costantino, detto Pogonato, principe buono e sinceramente cattolico.

            Concilio sesto ecumenico. - Desideroso il novello imperatore di riparare ai gravi mali da suo padre cagionati alla religione scrisse a papa s. Agatone, che era succeduto a s. Martino, pregandolo a voler colla sua autorità convocare un Concilio nella città di Costantinopoli. Il papa, che altro non bramava, convocò nell'anno 680 il sesto Concilio ecumenico, terzo Costantinopolitano. Fu aperto il 7 novembre dell'anno stesso. V’intervennero più di 160 vescovi, {192 [192]} presieduti dai legati del papa. Dopo un'accurata disamina vennero condannati gli errori dei Monoteliti, e definito, secondo il costante insegnamento della Chiesa cattolica, doversi credere come verità di fede che in Gesù Cristo vi sono due volontà e due operazioni, la volontà ed operazione divina, e la volontà ed operazione umana. Si scrisse poscia al papa tutto ciò che erasi fatto nel Concilio, chiedendone 1'approvazione e la conferma.

            Giova qui avvertire come questo Concilio, del quale si valgono gli avversari de'papi per combattere l'infallibilità pontificia, ci offre al contrario una splendida testimonianza renduta all'autorità e alla superiorità del romano pontefice sopra a'concili. Agatone infatti viene chiamato santissimo arcivescovo dell’apostolica e suprema sede di Roma. Le sue lettere furono ricevute ed ammesse da'padri del Concilio siccome dettate dallo Spirilo Santo per bocca del beato Pietro. Che più? La stessa definizione di fede fu da loro completata conformemente alle lettere di s. Agatone e con le medesime sue parole, affermando non aver essi fatto altro che seguire la dottrina del papa, che era pur quella degli apostoli. Nella lettera sinodale poi, che, chiuso il Concilio, gli indirizzarono per averne la confermazione, così parlano: A te, siccome alla prima sede della Chiesa universale, sede fondata sulla salda pietra della fede rimettiamo quel che è da fare... preghiamo la paterna Tua Santità a confermare la nostra definizione di fede co'tuoi venerabili rescritti. {193 [193]}

 

 

Capo II. Gli Iconoclasti. - Concilio VII ecumenico. San Giovanni Damasceno.

 

            Gli Iconoclasti. - Appena la Chiesa aveva condannata un'eresia, il demonio ne suscitava tosto un'altra a danno della fede. Dopo i Monoteliti sorsero gli Iconoclasti, cioè spezzatori delle sacre immagini. Dicevano costoro, come oggidì i protestanti, che non si devono venerare le sante immagini e quindi non solo le disprezzavano, ma per quanto potevano le facevano in pezzi. Quest'eresia produsse molti mali perchè protetta e sostenuta dagli imperatori greci, Leone Isaurico, Costantino Copronimo e Leone IV. Costoro per viemaggiormente diffonderla rinnovarono contro ai cristiani inudite crudeltà. Dio per altro volle egli stesso vendicare l'oltraggio fatto ai santi suoi e colpi di trista morte gli autori di quella persecuzione.

            Concilio VII ecumenico. - Salita sul trono la pia imperatrice Irene, mossa dal desiderio di ristabilire il culto cattolico, pregò papa Adriano I di convocare un concilio. Il Pontefice accondiscese; ed il concilio fu aperto nel 786 in Costantinopoli, e trasferito l'anno dopo a Nicea per causa d'una sedizione delle guardie imperiali infette di eresia. Questo è il settimo Concilio ecumenico e secondo Niceno, perchè, come il primo, celebrato in Nicea. In esso l'empietà degli Iconoclasti venne condannata da 350 vescovi, presieduti dai legati del Papa, e si dichiarò essere pratica lecita e pia onorare le immagini {194 [194]} di Gesù Cristo, della Vergine e de'Santi, ed essere cosa molto utile il collocarle anche nelle vie pubbliche. Così i Protestanti possono vedere i loro errori condannati dalla Chiesa settecento anni prima che essi sorgessero a far rivivere quella vecchia eresia.

            S. Giovanni Damasceno. - S. Giovanni Damasceno, o di Damasco, fu come il campione, che il Signore oppose agli Iconoclasti. Nato da nobile famiglia venne ammaestrato nelle scienze sacre e profane. Fatto adulto, rinunziò alla pingue eredità paterna ed abbracciò la vita monastica. Dal deserto egli si levò con vigore contro agli Iconoclasti, dimostrando con argomenti tratti dalla sacra Scrittura e dalla tradizione, che le sante immagini furono sempre onorate nella Chiesa; che i Cristiani non prestano adorazione alle reliquie o alle immagini, ma hanno soltanto per esse venerazione con cui non intendono di adorare l'oggetto materiale o le creature, bensì colui che ne è Creatore e Padrone. L'imperatore Leone si mostrò assai irritato per questi scritti e non potendo aver tra le mani s. Giovanni, lo calunniò vilmente presso il principe Musulmano, di cui era suddito e presso cui teneva il posto di segretario. Imputandogli un attentato di tradimento faceva giugnere a quel principe una lettera in cui si era imitato il carattere del santo, che si accusava di macchinar una congiura contro di esso. Quel principe nel primo furore gli fece spiccare la mano destra: ma la seguente notte con un miracolo della Beata Vergine venne questa rappiccata al braccio in modo che disingannò il Maomettano e lasciò {195 [195]} all'imperatore la sola vergogna di un'atrocità senza frutto. L'imperatore allora sfogò la sua rabbia facendo morire molti cristiani, che la Chiesa onora come martiri.

            S. Giovanni Damasceno terminò in pace la vita circa il 780. Egli è riguardato come un modello dei teologi; e la sua maniera di trattare le questioni, che dicesi metodo scolastico, fu poscia seguita nell'insegnamento della teologia.

 

 

Capo III. Carlo Magno. - Dominio temporale de'Papi. - Martiri di Bagdat. - S. Leone IV. - Persecuzione nella Spagna. - Eresia di Gottescaloo. - Scisma di Fozio. - Condito VIII ecumenico.

 

            Carlo Magno. - Fra i re scelti dalla Provvidenza a fare gran bene all'umanità e alla Religione dobbiamo particolarmente annoverare Carlo Magno, figlio di Pipino re di Francia. I Longobardi avendo messo sossopra l'Italia spogliarono perciò del suo patrimonio il Romano Pontefice, che allora era Leone III. E giunsero a tal segno che due scellerati avventandosi contro l'augusta persona del papa gli fecero gravi ferite. Carlo Magno fattosi protettore della Chiesa, alla testa di poderoso esercito marciò alla volta dell'Italia, e varcato il Moncenisio sconfisse re Desiderio, il quale voleva impedirgli il passo a poche miglia da Susa, ristabilì l'osservanza delle leggi ovunque passava, e venne a Roma. Egli ignorava affatto l'accoglienza che quella città gli preparava. Il {196 [196]} Papa, i principi francesi e romani, baroni ed una folla immensa di popolo accorsero ad onorare l'aspettato monarca. Era giorno di Natale, il Papa celebrava la santa messa, quando ad alta voce disse: «A Carlo piissimo, augusto, coronato da Dio, grande e pacifico Imperatore vita e vittoria.» Tutti gli astanti ad una voce ripeterono tre volte le stesse parole. Sbalordito Carlomagno a quelle inaspettate acclamazioni non sapeva nè che dire nè che fare, allora che il Pontefice lo consacrò Re e gli pose sul capo la corona imperiale. Anno 800.

            A quel memorando giorno Carlomagno sopravvisse ancora 14 anni, che tutti impiegò pel bene de'suoi popoli e della Religione. Colmo di gloria, amato da'suoi sudditi, moriva di 72 anni nell'814. Si ricorda di lui che nelle battaglie più pericolose ordinava molte preghiere, e teneva preparati parecchi cappellani, perchè confessassero i soldati. Eglino passavano talvolta la notte nell'udire le confessioni di coloro, che il dì seguente dovevano venire a battaglia coi nemici.

            Dominio temporale de'Papi. - Tra le opere preclare di Carlo Magno devesi annoverare quella di avere restituito al Romano Pontefice il dominio temporale, che era stato quasi tutto invaso da Desiderio, re dei Longobardi. Per dominio temporale de'Papi s'intende lo stato civile che la volontaria sottomissione dei popoli pose sotto il governo dei sommi Pontefici. Nei primi tempi del Cristianesimo coloro che possedevano qualche cosa la portavano a'piè degli Apostoli, affinchè se ne servissero essi, ne facessero parte {197 [197]} ai poveri e provvedessero alla sussistenza dei sacri ministri. Ma, oltre a quanto è necessario pel sostentamento temporale dei suoi ministri, a Chiesa abbisogna di provvedere al bene morale di tutti i cristiani, che sono sparsi per tutto il mondo. Di qui nasce la necessità che la Chiesa abbia un luogo, in cui possa con piena libertà insegnare la verità ed esercitare il suo ministero indipendentemente da qualunque potere civile. Gesù Cristo perchè annunziava con piena libertà il vangelo fu posto in croce; gli Apostoli che lo bandivano con uguale franchezza, dovettero tutti sostenere il martirio. I Papi anteriori a Costantino morirono tutti per la fede. Perchè ciò? Perchè mancavano di un sito proprio dove poter dire la verità senza dipendere dall'arbitrio altrui.

            Costantino il Grande, appena conobbe il Cristianesimo, fu tosto persuaso che i Romani Pontefici dovevano essere liberi nell'esercizio dell'apostolico loro ministero; perciò loro somministrò mezzi materiali per vivere, fece dono al Papa del palazzo Laterano e di amplissime possessioni. Questo contasi pel primo possedimento dei Papi. L'imperatore portò poscia il suo trono a Costantinopoli, e Roma cominciò ad essere non più capitale di tutto il Romano impero, ma a poco a poco divenire anche nel suo stato civile proprietà del Papa e della Chiesa. A Roma si aggiunse Ancona, Umana, Pesaro, Fano e Rimini, le quali per essere cinque si chiamarono la Pentapoli. Quando l'imperatore Leone Isaurico, come fu detto, faceva guerra alle sacre imagini, pretendeva che Papa {198 [198]} Gregorio II le spezzasse in Roma stessa, sperdesse le reliquie dei martiri e così negasse l'intercessione dei Santi presso Dio. Gregorio risolutamente negò di ubbidire e Leone mandò perfidamente sicarii per ucciderlo a tradimento, e spogliare le chiese. Ma il popolo Romano difese la persona del Papa, e colle armi respinse i soldati imperiali. Dopo quel fatto il senato ed il popolo si dichiararono indipendenti da un tiranno eretico e persecutore, e si diedero interamente ai Papi, perchè da loro avessero soccorso e giustizia. Al principio del secolo VIII il dominio temporale dei Papi era pacificamente costituito per volontaria sottomissione dei popoli e per una tacita se non espressa approvazione dei sovrani. Roma co'suoi territorii forma lo stato della Chiesa abbastanza grande perchè i Papi siano indipendenti a casa loro, ma abbastanza piccolo da non divenire mai potentati tremendi come quelli della terra. Pipino e Carlo Martello, re di Francia, fecero dono ai Papi di varie città; e Carlo Magno difese, riconobbe e confermò solennemente quelle donazioni. Riteniamo pertanto che il dominio temporale de'Papi è necessario, affinchè essi possano liberamente esercitare il loro ufficio, quello specialmente di proclamare la verità a tutti gli uomini non esclusi i sovrari, ed agli stessi nemici del Vangelo: e di costringere tutti, anche i principi, ad onorare le leggi di Dio e della Chiesa; e quello ancora di offerire a tutti gli uomini del mondo il mezzo sicuro di ricorrere al Padre universale e venire a trovare, se lo desiderano, il Vicario di Gesù Cristo. {199 [199]} Questo governo civile della santa Sede non appartiene ad altro qualunque sia sovrano, nemmeno agli abitanti degli Stati Romani, ma è realmente una proprietà de'cattolici di tutto il mondo, i quali, come figli affezionati, in ogni tempo concorsero ed hanno tuttora il dovere di concorrere a conservare e mantenere la libertà e l'indipendenza del loro Padre spirituale, dei Capo visibile del Cristianesimo.

            I Martiri di Bagdat. - In quel tempo arse tra Teofilo imperatore di Costantinopoli e il Califfo una sanguinosa guerra in cui molti cristiani vennero fatti prigioni e condotti a Bagdat, che sorge ove era l'antica Babilonia. Da prima si tentò di farli prevaricare; ma essi mostrandosi ognora costanti nella fede, furono incatenati e tradotti in oscuro carcere. Tutto il loro cibo consisteva in iscarso pane ed acqua; dormivano sulla nuda terra coperti di orridi cenci. Alcuni seduttori li esortavano ad abbandonar Gesù Cristo e seguire Maometto. Mai generosi confessori a quelle proposte gridarono ad una voce: «Anatema a Maometto ed alla sua dottrina.» Pel che infuriati i Musulmani, li afferrarono, legarono loro le mani dietro la schiena e li condussero sulle rive del Tigri, dove in numero di quarantadue coronarono col martirio sette anni di penosissima prigionia nell'845.

            S. Leonte IV. - Una delle disgrazie di quei tempi erano le scorrerie de'Saraceni, i quali dall'Oriente venuti in Occidente infestavano anche l'Italia, recando ovunque danni gravissimi.

            Papa Leone IV, addolorato perchè non pochi fedeli spogliati de'loro averi erano costretti ad {200 [200]} errare frale selve, si adoperò quanto potè in loro soccorso: e per rassicurar la città di Roma dalla ferocia di que'nemici fece edificare una serie di case tra Castel s. Angelo e il Vaticano, cingendole di mura e incorporandole con Roma, da cui erano separate pel Tevere. Questa nuova parte fu detta città Leonina o Leopoli in onore del Pontefice che le aveva edificate. S. Leone IV fondò eziandio e ristabilì molti monasteri, decorò e dotò chiese in gran numero, largheggiò in limosine sì in pubblico, come in segreto. La santità di lui fu segnalata con prodigi. In fatti col segno della croce egli estinse un terribile incendio scoppiato in Roma, e con breve preghiera sterminò un orribile serpente, che col suo morso velenoso dava la morte a molti cittadini. Egli morì dopo otto anni di pontificato nell'855 e fu annoverato tra i Santi.

            Persecuzione di Spagna. - Un pessimo cristiano passato al Giudaismo cagionò in questo tempo una crudele persecuzione. Egli persuase i Musulmani, i quali colle armi si erano poco prima stabiliti nella Spagna, trovarsi il loro stato in gran pericolo, se non obbligavano i cristiani a farsi ebrei o musulmani. Allora si rinnovarono gli stupendi spettacoli di eroismo dei primi secoli della Chiesa. Uomini, donne e fanciulli, ecclesiastici e laici illustrarono la fede co'più generosi sacrifizi della vita.

            Tra i martiri di quella persecuzione si distinse s. Perfetto. Un giorno gli si dimandò che cosa pensasse di Gesù Cristo e di Maometto. Egli rispose: «Gesù Cristo è Dio benedetto sopra tutte le cose; Maometto è uno de'seduttori, {201 [201]} che, secondo predice il Vangelo, precipiteranno i loro segnaci insieme con se stessi nell'abisso eterno.» Appena proferite queste parole, venne furiosamente assalito dagli infedeli e decapitato. Molte donne furono cotanto intrepide da offerirsi da se stesse, ai carnefici, nulla paventando il ferro e il fuoco preparato contro di loro. Questa persecuzione si mitigò alquanto pel terribile colpo della divina vendetta sopra Abderamo II, autore della medesima. Mentre questi da un terrazzo pasceva il feroce sguardo sopra la moltitudine de'martiri, che faceva sacrificare, fu colpito da improvviso accidente, che sull'istante lo tolse di vita. Tuttavia Maometto suo figliuolo continuò la persecuzione, che durò 60 anni, cioè dall'822 all'882.

            Nella sola città di Caradigna furono trucidati oltre a dugento monaci in un giorno. Il sepolcro poi di que'martiri divenne glorioso per un fatto strepitoso, che si rinnova ancora oggidì. Imperocchè il pavimento, sotto cui giacciono le loro reliquie, si vede ogni anno trasudare vivo sangue nel dì anniversario in cui conseguirono la corona del martirio.

            Eresia di Gottescalco. - Fra i mali che afflissero la Chiesa nel secolo nono si annovera l'eresia di Gottescalco. Stimolalo da vanagloria, esso aveva pensato di appagarla facendosi monaco nella città di Fulda, sperando follemente di conseguire onori e ricchezze nella professione religiosa. Poscia per amore di maggior libertà usci dal convento e andò vagabondo per l'Italia, insegnando che Iddio predestina ineluttabilmente alcuni alla gloria ed altri all'inferno; {202 [202]} che Dio non vuole tutti salvi ed altri simili errori. Nottingo, vescovo di Verona, fu de’primi a scoprire questi errori, che tosto furono condannati in parecchi concili da più insigni prelati. L'eretico venne degradato, mandato in esilio, poscia posto in prigione, dove non cessò mai dal sostenere le sue empietà fino alla morte. I suoi errori furono dopo molti secoli riprodotti da Lutero e da Calvino.

            Scisma di Fozio. - Erano appena acquetate in Oriente le turbolenze cagionate da Gottescalco, quando apparve il fatale scisma greco, per cui la massima parte dei cristiani della chiesa orientale cominciarono a separarsi dall'unità della Chiesa cattolica e disgraziatamente rimangono ancora separati oggigiorno. Gli sforzi amorevoli dei Romani Pontefici e specialmente di Pio IX non hanno finora giovato a riunirli. Fozio ne è l'autore. Costui aveva sortito dalla natura insieme con rari talenti un'indole ardente e vanitosa, sicchè e per questo e pei legami di parentela che aveva coll'imperatore d'Oriente potè farsi strada alla carica di primo scudiere e di primo segretario. Queste dignità, le molte sue ricchezze e la vasta erudizione gli fecero credere che nissuno più di lui fosse degno del patriarcato di Costantinopoli. Colla frode pertanto e colla prepotenza riusci ad allontanare da quella sede s. Ignazio, che di fatto fu cacciato in esilio. Deposti quindi gli abiti secolareschi, nello stesso giorno si fece monaco, e al domani fu fatto lettore, il terzo giorno soddiacono, il quarto diacono, il quinto sacerdote, il sesto vescovo e patriarca di Costantinopoli. {203 [203]} Era l'anno 858. Ma ben sapendo che la sua elezione non sarebbe stata valida se non veniva confermata dal Papa, Fozio scrisse al pontefice s. Nicolao I una lettera, nella quale con frodi e menzogne si studiava di guadagnarsi il favore di lui. Ma il Pontefice, chiarito de'maneggi di Fozio, mantenne nella sua sede s. Ignazio, che era stato trattato ne'modi più barbari, e dichiarò che Fozio era un intruso e affatto indegno di essere patriarca di Costantinopoli in luogo di lui. Già stava preparando una formale condanna di quel scismatico, quando Dio lo chiamò alla ricompensa delle sue fatiche.

            Concilio VIII ecumenico. - Adriano II mise ad esecuzione quello che il suo antecessore aveva divisato a fine di impedire a tempo lo scisma nascente, e convocò a Costantinopoli un Concilio, che è l'ottavo ecumenico. Fozio fu citato a comparire, ma la sua rea coscienza non gliel permise; perciò fu mestieri condurlo suo malgrado. Interrogato perchè si andasse spacciando capo della Chiesa universale (questa era la pretesa principale dell'ambizione di Fozio), egli stette taciturno, restringendosi ad alcune insolenti risposte. Allora il Concilio co'legati del Papa lo scomunicarono, e per ordine dell'imperatore fu mandato in esilio, e s. Ignazio restituito nella sua primiera dignità. Anno 870.

            Tuttavia alla morte di s. Ignazio trovò Fozio il mezzo di introdursi nella sede, da cui era stato cacciato, adoperando ogni sorta di frodi e inganni. Ma non fu che per breve tempo, poichè rinchiuso quindi in un monistero, quivi morì impenitente l'anno 891. {204 [204]}

 

 

Capo IV. Decimo secolo. - Progressi della Fede. - S. Bernone. - S. Romualdo. - Eresia di Stefano e di Lisoio.

 

            Decimo secolo. – Il decimo secolo della Chiesa è molto deplorabile per la prepotenza esercitata in Roma dal conte Adalberto e dalle sue figliuole Marozia e Teodora. Queste due ambiziosissime donne colla forza introducevano nel Pontificato quelli che erano della loro fazione, senza riguardo a dottrina ed a virtù. Perciò più volte si fecero delle elezioni, nelle quali uomini di poca scienza e di non troppo lodevoli costumi erano preferiti a quelli che per dottrina e santità avevano assai maggiori meriti di essere eletti. È per altro da notare che molte cose riguardanti i Papi di quella età sono state esagerate da storici posteriori e poco affezionati alla Chiesa. Lo studio diligente sopra la storia di quel secolo ha fatto conoscere che la calunnia,e la malignità mossero scrittori a sparlare di alcuni Papi, che autori imparziali trovarono degni di alto encomio[29]. È parimenti da porre in rilievo la speciale assistenza che Dio prestò alla sua Chiesa. Poichè in questo secolo non {205 [205]} sorse eresia o scisma, per cui fosse d'uopo convocare alcun concilio universale.

            Progressi della Fede. - In questo medesimo secolo molte nazioni abbracciarono il Vangelo. I Polacchi si convertirono al Cristianesimo col loro duca Micislao. Gli Ungari, dopo avere orribilmente devastate le chiese cristiane, furono convertiti da s. Stefano loro re, che perciò è appellato apostolo dell'Ungheria. Quel monarca nutriva tenera divozione alla Madre del Salvatore, sotto la cui protezione pose la sua persona e il suo regno. Esempio che fu poi seguito dal re di Francia Luigi XIII, da Carlo Emanuele II, duca di Savoia, e dalla Repubblica di Genova. I Danesi, gli Svedesi, i Normanni col loro feroce capitano Rullone, ed anche i Russi, abbracciarono tutti in questo secolo la fede di Cristo, mentre nei paesi già cristiani Iddio per conservare ed accrescere la fede suscitava degli uomini preclari per santità, fra i quali s. Bernone.

            S. Bernone. - San Bernone è fondatore dell'ordine di Cluny. Il duca di Aquitania lo invitò a venire ne'suoi stati, dicendogli di cercare nelle sue terre un luogo acconcio per la fondazione di un monastero. Bernone scelse un deserto vicino a Cluny, da cui prese il nome il monastero. In simile guisa nel 910 fu fondato l'ordine di Cluny, da cui successivamente uscirono tanti personaggi insigni per dottrina, miracoli e santità. S. Bernone dopo aver fondato molti monasteri morì santamente nel 927.

            S. Romualdo. - Questo santo nacque in Ravenna nel 956, e fu da giovane in modo prodigioso {206 [206]} spinto ad abbandonare il mondo e farsi religioso nel monastero di s. Apollinare presso la sua città nativa. La sua vita era una continua mortificazione. Indefesso al lavoro lungo il giorno passava intere notti in orazione. Portava aspro cilicio sulla persona. Aveva il dono della profezia, per cui prevedeva molte cose future; conosceva anche l'interno dei cuori svelando minutamente le colpe che si erano in segreto commesse, il che giovò a convertire molti ostinati peccatori.

            Desideroso di ottenere la palma del martirio si avviò per portare la luce del Vangelo nell'Ungheria, ma Iddio lo impedì con una malattia che rinnovellavasi ogni volta che egli voleva continuare l'intrapreso cammino. Per la qual cosa ritornando indietro si recò nella Toscana in una valle degli Apennini, dove pose le fondamenta del celebre monastero de'Camaldolesi, così detto da Campo Maldoli, nome di quel signore che gli donò il terreno. Consumato dalle fatiche e dalle austerità, predetta molto prima l'ora della morte, s. Romualdo volò a ricevere l'eterno guiderdone nel 1027. Il suo corpo era ancora incorrotto quattrocento vent'anni dopo la morte.

            Eresia di Stefano e di Lisojo. - Sul cominciamento del secolo undecimo Satana tentò di far rivivere l'eresia de’Manichei, i quali, come dicemmo, insegnavano esservi due dèi, l'uno buono, l'altro cattivo. Il funesto errore cominciò a scoprirsi in Orléans, città della Francia, ed i suoi più celebri propagatori erano Stefano e Lisojo. Costoro essendo tenuti per {207 [207]} uomini dotti e virtuosi poterono in breve tempo dilatar questa mostruosa eresia. Essi rigettavano i Sacramenti e per conforto de'moribondi bruciavano un fanciullo di otto giorni e ne davano le ceneri por viatico. Furono accusati presso il re di Francia che li fece venire ad un concilio tenuto in Orléans. Quivi, si radunarono limiti vescovi, i quali unanimamente condannarono gli eretici e i loro errori. Ma Stefano e Lisojo mostrandosi ostinati vennero scomunicati, e per ordine del re bruciati vivi con molti loro seguaci.

 

 

Capo V. S. Leone IX. - Ravvedimento di Berengario. - S. Pietro Damiani. - S. Gregorio VII. - Sua morte e suoi miracoli.

 

            S. Leone IX. - S. Leone, detto prima Brunone, nacque nel 1002 da reale famiglia nell'Alsazia. Fece tali progressi nella scienza e santità che a soli ventiquattro anni fu consacrato vescovo di Toul. Per non perdere briciolo di tempo dividevate tra la preghiera, la lettura dei buoni libri, lo studio, le visite agli ospedali e l'istruzione dei poveri; il qual metodo tenne per tutta la vita. Morto papa Damaso II fu eletto suo successore nel 1049 col nome di Leone IX. Erasi in quel tempo manifestata l'eresia di Berengario che negava la reale presenza di Gesù Cristo nell'Eucaristia. Leone, dopo di averla proscritta, si portò in persona in un concilio convocato a Vercelli. {208 [208]} Qui fu condannalo 1'eretico co'suoi scritti; si condannò pure e si gettò nel fuoco un libro di Giovanni Scoto Erigena che conteneva errori contro la fede. Acquetate appena queste turbolenze Leone ricevette una lettera dal patriarca di Costantinopoli, chiamato Michele Cerulario, che accusava la chiesa romana perchè celebrava la messa con pane azimo (senza lievito), digiunava ne'sabati e tralasciava l'Alleluja dalla settuagesima a Pasqua. Rispose Leone con molta carità, facendogli osservare essere queste cose di pura disciplina, nè perciò porgere alcun ragionevole motivo di cagionare scisma nella Chiesa. Ma il superbo patriarca, il quale cercava pretesti per sottrarsi all'autorità del romano pontefice, chiudendo gli occhi alla verità, rinnovò lo scisma di Fozio, che consumato alcuni secoli dopo separò la chiesa greca dalla latina (1054). Fu questo l'ultimo anno di Leone. Scorgendo imminente il suo fine il santo pontefice si fece portare nella basilica vaticana sull'orlo della tomba dove tenne un commovente discorso. Ricevuto quindi il viatico e gli altri conforti della religione, moriva in età d'anni 52.

            Ravvedimento di Berengario. - Berengario, di cui abbiamo già parlato, era arcidiacono della chiesa d'Angiò, e fu il primo che abbia osato a negare in modo pubblico e formale la presenza reale di Gesù Cristo nell'Eucaristia. Più volte confuso nelle dispute, dichiarava di ravvedersi de'suoi errori, ma tosto ricadeva. Dopo una serie di spergiuri e di ricadute rientrò finalmente in se stesso, si convertì davvero e {209 [209]} passò gli ultimi otto anni di vita nella penitenza. Non pertanto al punto di morte paventava i giudizi divini ed esclamava piangendo: «Spero che il Signore non ricuserà di ricevermi nella sua gloria avuto riguardo alla penitenza che m'inspirò; ma temo fortemente la giustizia sua a cagione di coloro che col mio scandalo ho pervertito.» (Anno 1088).

            S. Pietro Damiani. - Mentre Berengario scandalizzava la Chiesa, un gran santo la edificava. È questi Pietro Damiani di Ravenna, che ancor fanciullo mostrava già una maravigliosa inclinazione allo stato ecclesiastico. Avendo un giorno trovata una moneta d'argento, non ostante ne avesse gran bisogno, e gli mancasse il necessario sostentamento, volle tosto portarla ad un prete pregandolo di celebrare una messa in suffragio dell'anima di suo padre. Ricompensò Iddio la generosa azione inspirando un suo fratello a pigliarne cura. Questi lo mandò a studiare a Parma, ove in breve tempo divenne abilissimo precettore. Questo ministero gli procacciava modo di largheggiare co'poveri, i quali esso con gioia riceveva alla sua mensa e serviva colle proprie mani ravvisando Gesù Cristo solto i cenci di quegli infelici. Ma il mondo non era fatto per lui, perciò andò a seppellirsi in un romitaggio alle falde dell'Apennino nell'Umbria dove condusse vita veramente angelica. Ogni giorno per lui era digiuno a pane ed acqua. Talvolta passava tre giorni senza gustare alimento alcuno. Camminava a piedi nudi, si dava la disciplina a sangue, si batteva spesse volte il petto, pregava a braccia distese, {210 [210]} dormiva poco e sopra una stuoia distesa sul nudo terreno. Suo malgrado fu fatto superiore di un monastero che egli amministrò santamente, e fondò più altri romitaggi procurando d'insinuare nel cuore di tutti tre massime fondamentali: carità vicendevole, ritiratezza, umiltà. Avrebbe voluto passare tutta la vita in questa pacifica solitudine; ma papa Stefano IX l'obbligò ad accettare la dignità di cardinale e di vescovo d'Ostia, in questa carica, che tenne sotto il governo di sette pontefici, gli affari più complicati della Chiesa vennero da lui risoluti con felicissimo esito, e tutta la Chiesa, l'Italia specialmente ebbe dal suo infaticabile zelo vantaggi considerevoli. Rivolse speciali sollecitudini a combattere coraggiosamente i simoniaci e i libertini di quell'età e promuovere la disciplina del clero. Mentre ritornava a Roma da una legazione fu assalito in Faenza da violenta febbre, per cui cessava di vivere nel 1072.

            Egli lasciò molti utilissimi scritti che lo fecero annoverare fra i dottori della Chiesa.

            S. Gregorio VII. - Dopo la morte di s. Pier Damiani saliva sulla cattedra di s. Pietro uno de'più grandi papi che abbiano governato la Chiesa. Questi fu s. Gregorio VII, detto prima Ildebrando. Fin da fanciullo presagì la sua futura grandezza; imperocchè ignaro affatto di lettere, scherzando nella bottega di un falegname con trucioli, cioè con quelle sottili falde che trae la pialla in ripulire il legname, formò queste parole: «comanderai da un mare all’altro.» Dapprima si fece religioso a Cluny, {211 [211]} poi a s. Paolo presso Roma, ma la sua dottrina, santità, perspicacia e fermezza gli meritarono di essere creato cardinale, e in tutta realtà fu sotto cinque pontefici suoi antecessori valido sostegno della santa sede. Più volte si aveva tentato innalzarlo alla dignità papale, ma egli umilmente sempre aveva ricusato, finchè fu suo malgrado costretto ad accettarla nel 1073. Egli comandò realmente da un mare all'altro, e qual sole sparse i benefici suoi raggi a pro di tutta la Chiesa. Rivolse ogni sollecitudine ad estirpare il vizio di Simonia, a confondere gli eretici, riformare la disciplina, difendere i diritti della sede apostolica. Spiegò grande zelo verso Enrico IV, dissoluto e crudele re di Germania, il quale consumava le rendite della Chiesa in bagordi e in paghe ai soldati arruolati contro la religione. Nè a questo contento aveva fatto imprigionare ed uccidere quo'sacerdoti e vescovi che si erano opposti alla sua crudeltà e a'suoi sacrilegi. Contro di lui s. Gregorio mantenne ferma ed immobile l'immunità ecclesiastica. Lo scomunicò, lo depose, sciolse tutti i suoi sudditi dal giuramento. Dopo quel fatto i seguaci di Enrico ed i complici delle sue scelleratezze furono in modo sensibile colpiti dalla divina giustizia. Enrico stesso, da tutti abbandonato, venne dal proprio figliuolo spogliato dell'impero e fini i suoi giorni di morte improvvisa.

            Morte e miracoli di s. Gregorio VII. - Questo incomparabile pontefice dopo di avere colla scienza e colla pietà fatto cangiar faccia al mondo, per iscansare le trame dell'empio Enrico, da {212 [212]} Roma ritirossi a Salerno, dove cadde in grave malattia. Prima di spirare promise che quando per li meriti di Gesù Cristo fosse salito al cielo tutti avrebbe vivamente raccomandato a Dio. Poscia pronunziò queste parole: «Io amai la giustizia e odiai l’iniquità, e per questo muoio in esiglio.» Quindi riposava nel Signore il 25 maggio 1085 dopo dodici anni di luminosissimo pontificato.

            Dio confermò la santità di lui con molti miracoli. Infatti mentre disputava con uno che negava di essere reo di simonia gli comandò di confermare la sua asserzione colla recita del Gloria Patri. Quegli lo cominciò tre volte, ma non potè mai pronunciare quelle parole et Spiritui Sancto, perchè era colpevole dei delitti imputati.

            Celebrando un giorno la santa messa fu veduta una colomba, la quale scesa dal cielo e posando sulla destra di Gregorio, gli adombrava colle ali il capo. Col segno della santa croce spense un terribile incendio avvenuto in Roma. Cinquecent'anni dopo il suo corpo fu ancora trovato intero cogli ornamenti pontificali.

 

 

Capo VI. S. Brunone. - Liberazione de'Luoghi Santi. - S. Isidoro il contadino.

 

            S. Brunone. - S. Brunone, nato da illustre casato in Colonia, fece tanto progresso nella scienza e nella virtù che si meritò sublimi cariche, sebbene ancora in giovanile età. Ma {213 [213]} volendo abbandonare il mondo e darsi tutto a Dio, partì con sei compagni e andò sopra l'altissima ed asprissima montagna di Grenoble detta la Certosa. In mezzo a que'monti cinti di precipizi, rupi e balze minacciose diede principio all'ordine certosino così detto dal luogo dove ebbe la sua origine. Il novello ordine si dilatò rapidamente per tutta Europa. Papa Urbano II voleva far Brunone arcivescovo di Reggio; ma egli non volle mai accettare quella dignità. Allora il pontefice gli permise che con alcuni compagni si ritirasse nelle Calabrie dove fondò un altro monastero detto la Torre. La sua morte avveniva nel 1101.

            Liberazione de’Luoghi Santi. - I Luoghi Santi i quali, per somma disgrazia e vergogna di tutta la cristianità, erano in potere dei Maomettani da oltre a cinque secoli, ne furono liberati per mezzo delle crociate, ossia di eserciti raccolti dai principi d'Europa. Primo autore di questa grand'opera fu un semplice prete della diocesi d'Amiens chiamato Pietro e soprannominato 1'eremita per la vita solitaria che menava. Facendo il pellegrinaggio di Gerusalemme vivamente si commosse al vedere moschee e stalle fabbricate intorno alla chiesa del s. Sepolcro, e tutti i luoghi santificati dalla nascita, vita, miracoli, predicazione, morte, sepoltura, resurrezione ed ascensione del Salvatore in potere degl'infedeli e profanati in mille guise. Venuto a Roma si presentò ad Urbano II, cui dipinse così al vivo lo stato lagrimevole di que'luoghi che il pontefice tutto si adoperò per liberarli dalla profanazione. Pietro {214 [214]} sostenuto così dall'approvazione del papa in breve dispose le potenze europee ad armarsi per quella grande e santa impresa. Quelli che si arrolavano prendevano per divisa una croce di lana rossa che ponevano sulla spalla destra, donde venne il nome di crociati. Giunto l'esercito cristiano presso Gerusalemme, la cinse d'assedio, ed assali il nemico con tale impeto e con tanta prodezza che dopo cinque settimane di combattimento s'impadronì della città, cacciò i nemici e levò tutte le immondezze che disonoravano quei santi luoghi. I fedeli in ringraziamento del favore divino si vestirono da penitenti e co'piedi scalzi andarono processionalmente a visitare i luoghi consacrati da'patimenti del Salvatore. Quindi fecero una gran festa consacrando il pio e valoroso capitano Goffredo di Buglione, duca di Lorena, a re e sovrano del regno di Gerusalemme. Questi per riverenza verso Gesù Cristo non volle mai portare la corona in quella città. Per mettere poi in onore il divin culto vi fondò un capitolo di canonici, fabbricò un monastero nella valle di Giosafatte, e fece edificare molte chiese a cui offerì doni insigni. (Era l'anno 1099).

            Onde porre un argine agli infedeli, che molestavano i cristiani, parecchi capitani si consacrarono al servizio del Signore formando ed istituendo a quel fine l'ordine degli Ospedalieri di s. Giovanni. Costoro si occupavano degl'infermi, e quando era d'uopo prendevano le armi e davano segni di gran valore. Quest'ordine fu poi detto de’cavalieri di Malta a cagione di avere fissata loro dimora in quest'isola dopo il 1530. {215 [215]}

            S. Isidoro il contadino. - In seno alla Chiesa cattolica tutti, qualunque sia la loro condizione, possono arrivare alla perfezione delle virtù. Ben lo dimostrò un povero contadino chiamato Isidoro, il quale si segnalò in quel secolo. Nato in Madrid da poveri genitori e costretto a procacciarsi il vitto col lavoro delle sue mani si mantenne sempre fervoroso nel servizio del Signore. Soleva alzarsi la mattina per tempo; e prima del lavoro andava ogni giorno alla santa messa. Sentiva tenera divozione verso la Beata Vergine, e camminando per istrada o lavorando ne'campi recitava l'Ave Maria che era la sua orazione favorita. Alcuni invidiosi lo accusarono presso al suo padrone come se per attendere alla divozione trascurasse la coltura de'campi. Studiò quegli di sorprenderlo, ma quale non fu il suo stupore quando giunse presso il suo servo e vide due aratri che aravano con Isidoro. Richiesto di chi fossero quei due aratri che erano spariti al suo arrivo, Isidoro rispose: «Io non so di avere altro aiuto che quello di Dio, il quale invoco nel principio de'miei lavori e non lo perdo mai di vista in tutta la giornata.» Conobbe allora il padrone la santità del suo servo, e veduti i campi ben coltivati lo esortò a perseverare nelle sante sue pratiche.

            Mosso da carità verso i poveri dava loro quanto gli rimaneva dello scarso suo sostentamento. Passò tutta la vita confuso co'poveri agricoltori e morì nel 1130. Non tardarono ad operarsi molti miracoli al suo sepolcro. Per la qual cosa il clero ed i magistrati andarono {216 [216]} processionalmente al cimitero comune per trasportare il corpo del glorioso contadino in luogo più onorifico. Or qui avvenne cosa non poco straordinaria. Imperocchè al primo colpo dato per disotterrarlo tutte le campane suonarono da se stesse e non cessarono se non terminata la cerimonia. Si accerta che il suo corpo conservasi ancora oggidì flessibile e intero. (Dal processo di sua can.).

 

 

Capo VII. Nono e decimo Concilio Ecumenico. - S. Bernardo. - Suoi miracoli. - Sua morte. - Eresia dei Valdesi. - Undecimo Concilio Ecumenico. - S. Tommaso di Cantorberì.

 

            Concilio IX ecumenico. - Il Concilio nono ecumenico fu eziandio celebrato a Roma nella chiesa di s. Giovanni in Laterano, d'onde fu chiamato lateranese. Si convocò da Callisto II nel 1123 e v'intervennero più di 300 vescovi oltre a 600 abati, presieduti dallo stesso pontefice. Fine principale di questo concilio era di ristabilire la pace e la concordia tra il sacerdozio e l'impero turbata per le così dette investiture. Gli imperatori di Germania pretendevano d'ingerirsi negli affari religiosi, e specialmente di eleggere i vescovi ed abati e conferire loro la dignità vescovile od abaziale, la qual cosa dicevasi investire. Ora per l'usurpazione di questi diritti accadeva spesso che venissero elette persone indegne, e talvolta indegnissime sia per la loro ignoranza, sia per la pessima condotta, {217 [217]} con grave scandalo dei fedeli. I papi aveano parecchie volte alzata la voce contro a questi abusi, ma indarno; anzi gl'imperatori, prese le armi, erano venuti alla violenza contro di loro. Papa Callisto, pieno di zelo e di coraggio, volendo ad ogni modo porgere efficace rimedio a tanto male, dopo avere ridotto a più miti consigli Enrico V, radunò il detto concilio. Ivi l'imperatore fu sciolto dalla scomunica che aveva incorso, e si sottomise umilmente alla Chiesa e giurò di non più immischiarsi nelle investiture, lasciando così la Chiesa libera nella scelta de'suoi ministri. Furono parimenti condannate le ordinazioni fatte dall'eresiarca Bordino, il quale erasi proclamato antipapa. Infine questo concilio invitò i cristiani a cacciare da Gerusalemme i Saraceni che vi erano rientrati e dalla Spagna i Mori, feroci nemici del cristianesimo, e che si erano impadroniti di quel regno.

            Concilio decimo ecumenico. - Trascorsi appena sedici anni dal suddetto concilio, papa Innocenzo II giudicò bene di tenerne un altro pure in Laterano. Esso fu aperto il 1 aprile 1139. V’intervennero mille vescovi e altrettanti abati, presieduti dallo stesso pontefice; il quale, come scrive uno storico di quel tempo, comparve fra que'tanti prelati il più venerabile di tutti, tanto per l'aria maestosa che dal suo volto traspariva, per gli oracoli che uscivano dalla sua bocca, quanto per la sua suprema autorità. Il concilio fu celebrato per rimediare ai disordini cagionati dall'antipapa Anacleto, detto Pietro di Leone, e per condannare vari errori che erano sorti {218 [218]} contro alla fede. Fra questi è da annoverarsi l'eresia di un certo Tanchelino contro al SS. Sacramento e contro al potere dei vescovi e dei sacerdoti. Furono parimenti condannati gli errori di Pietro di Bruis e di Arnaldo da Brescia, i quali, oltre ad una vita scandalosa,disprezzavano il santo sacrifizio della messa, l'invocazione dei santi, il battesimo dei fanciulli, la tradizione e gli scritti dei santi padri.

            La condanna contro questi due eretici parve confermata dalla giustizia di Dio. Infatti Pietro di Bruis dopo 25 anni di ruberie e di misfatti rimase vittima del furore del popolo, che inorridito dalle sue bestemmie lo spinse nelle stesso fiamme che egli aveva fatte preparare per abbruciarvi un fascio di croci da lui atterrate. Arnaldo poi, nemico accerrimo del dominio temporale del papa, non ristando dal vomitare calunnie contro alla Chiesa, ardi portarsi a Roma, ove per odio contro al pontefice, tentò di far assassinare un cardinale. Temendo poi la pena dovuta al delitto fuggi da Roma, ma giunto in Toscana fu preso, e dal potere civile condannato alle fiamme.

            S. Bernardo abate. - In questo secolo apparve uno degli astri più luminosi che abbiano illustrato la Chiesa, nella persona di s. Bernardo abate di Chiaravalle. Questo santo nacque in Fontaines nella Borgogna. Ancora piccolino sentiva già tale tenerezza per la Vergine santissima che al solo udirne il nome faceva gesti e salti di gioia. Qualunque cosa lietamente faceva se gli si fosse detto: «Questo piace a Maria.» Per lo contrario se ne asteneva udendo {219 [219]} dire: «Questo a Maria dispiace.» Sebbene per le rare e nobili qualità personali, e più pel sorprendente suo ingegno, si vedesse aperta la via alle maggiori dignità, ciò non ostante a tutto rinunziò per abbracciare lo stato religioso nel monastero di Cistercio. Il suo esempio fecegli si gran numero di seguaci, che si dovettero fondare altri monasteri, tra cui quello di Assenzio. Era questo un orrido ricettacolo di ladroni che dal nome e dalla pelebrità di Bernardo venne in appresso appellato Chiaravalle.

            Pochi erano i giovani, a'quali parlasse il santo, che non arrotasse alla milizia spirituale. Agli allettamenti di quella straordinaria santità molti nobili giovanetti lo seguirono. Un suo zio, sua sorella, i suoi cinque fratelli, suo padre stesso, tutti si fecero con lui religiosi e morirono da santi.

            Suoi miracoli. - La santità di Bernardo era confermata da strepitosi e frequenti miracoli. Col segno della croce guarì un vescovo che stava per esalare l'ultimo respiro. Una donna, un fanciullino cieco ed una fanciulla malconcia nel corpo furono da lui risanati alla presenza di grande moltitudine. Dappertutto restituiva la vista a'ciechi, l'udito a'sordi, la loquela ai muti, la sanità agl'infermi e conosceva le più intime segretezze del cuore. Benchè poi le rigide penitenze lo rendessero di sanità cagionevole, nulladimeno era sempre pronto ad ascoltare confessioni, predicare e mettersi in viaggio per compiere difficili legazioni, rappacificando principi e nazioni. In mezzo a questi vari e gravissimi affari non tralasciava le sue ordinarie {220 [220]} meditazioni e preghiere. Essendo un giorno nella chiesa cattedrale di Spira, rapito in estasi in mezzo al popolo ed al clero, si pose a cantare: «O clemens, o pia, o dulcis virgo Maria.» Queste parole apparvero si belle che furono dalla Chiesa aggiunte all'orazione che principia per la parola Salve Regina, con cui i cristiani sogliono onorare l'augusta Madre del Salvatore.

            Sua morte. - Sparsasi la voce della pericolosa malattia di s. Bernardo, da tutte parti si correva a Chiaravalle onde vedere per l'ultima volta quell'oracolo dello Spirito Santo. Vescovi, prelati, abati eransi quivi portati per ricevere la sua benedizione e assistere alla preziosa sua morte. S. Bernardo morì tra le braccia de'suoi religiosi in età di sessantatre anni nel 1153. Pel gran numero di miracoli che operaronsi al suo sepolcro Alessandro III lo ascrisse vent'anni appena dopo la sua morte fra i santi, ed il sommo pontefice Pio VIII lo annoverò nel 1830 fra i dottori di santa Chiesa.

            Valdesi. - Gli eretici detti Valdesi cominciarono a disturbare la Chiesa in questo secolo. Essi ebbero nome ed origine da Pietro Valdo, negoziante di Lione. Trovandosi (1160) ad un pranzo avvenne che un suo amico gli cadde morto accanto. Di che atterrito cominciò ad esortare i suoi compagni alla povertà volontaria. Ma abbandonandosi alla stessa sua fantasia, diede in eccessi e fecesi a predicare contro le ricchezze possedute dalla Chiesa, affermando che il clero è obbligato a vivere povero, e che non può possedere sostanze senza commettere peccato. Da questo stravagante errore egli passò {221 [221]} a riprovare il culto delle sacre immagini, la confessione auricolare, l'estrema unzione, le indulgenze, il purgatorio. Minacciato nella propria patria, se ne uscì e con alcuni vagabondi si portò nella Savoia, quindi nella valle di Lucerna presso Pinerolo, ove egli ed i suoi seguaci presero il nome di Barbetti. Confutati più volte de'loro errori, divennero più orgogliosi, perciò furono solennemente condannati nell'undecimo concilio ecumenico.

            Per altro i Valdesi fino al secolo decimosesto si tennero piuttosto nascosti. Essi non avevano chiese proprie, ma si recavano nelle chiese dei cattolici, e quando il potevano si confondevano con essi, domandavano e ricevevano tutti i sacramenti della Chiesa cattolica. Quando poi sorse a Ginevra l'eresia di Calvino, questi si accorse che avrebbe acquistato un grande aiuto attraendo a sè i Valdesi. Cedendo essi a quell'invito abbracciavano li suoi errori. D'allora in poi i Valdesi non furono nè sono altro che Calvinisti, ben diversi dai Valdesi seguaci di Pietro Valdo.

            Undecimo concilio ecumenico. - Per condannare i Valdesi ed altri eretici fu tenuto l'undecimo generale concilio, che è il terzo di luterano, convocato da Alessandro III l'anno 1179 coll'intervento di 302 vescovi. Suo scopo principale era di stabilire un mezzo atto ad evitare ogni disordine e scisma nella elezione dei papi. Già Nicolò II per ovviare a que'pericoli aveva l'anno 1059 ristretto il diritto di eleggere il papa ai soli cardinali; ma talvolta non accordandosi questi nella persona da eleggere, venivano {222 [222]} ad un tempo eletti parecchi antipapi. Pertanto il concilio, presieduto dallo stesso Alessandro, decretò che nel caso in cui i cardinali non andassero d'accordo nella elezione papale, fosse riconosciuto per legittimo colui che avesse riportati i due terzi di voli, e che se colui il quale ottenesse la terza parte dei voti volesse tuttavia dichiararsi papa, si il promosso come i promotori fossero scomunicati. Questo concilio, come fu detto, condannò i Valdesi, i Cattari, i Patareni e altri eretici di vario nome.

 

 

Capo VIII. Federico Barbarossa. - S. Giovanni di Mata. - Riti e leggi disciplinari di quest'epoca.

 

            Federico Barbarossa. - Federico, dal color della barba soprannominato Barbarossa, imperatore di Germania, turbò più anni la pace della Chiesa. Dopo aver incendiate e ridotte ad un mucchio di rovine le città di Susa, Asti, Milano, convocò un concilio ed innalzò alla santa sede un antipapa scomunicato da Alessandro III. Pieno d'ira contro al pontefice legittimo, risolse di marciare contro a Roma per farne aspra vendetta. Se non che una terribile epidemia, avendo fatto perire gran parte de'suoi soldati, fu costretto a ritirarsi. Allora deliberò di portare le armi sopra Alessandria della Paglia, città che il papa aveva appunto fatto fabbricare per liberare se stesso e l'Italia dai furori di lui. L'assediò, tentò di prenderla di {223 [223]} assalto; ma riuscito vano ogni sforzo e sconfitto poco dopo da'confederati italiani nella memoranda battaglia di Legnano, pensò di umiliarsi e andare a chiedere perdono al papa. Questi l'accolse con bontà e lo assolse dalla scomunica. In penitenza de'suoi peccati Federico coll'esercito si recò in Palestina per riacquistare Gerusalemme. Ma dopo molte splendide vittorie perì l'anno 1199 in un fiume della Cilicia, in cui era disceso a prendere un bagno.

            S. Giovanni di Mata. - Essendovi in quel tempo gran numero di cristiani schiavi dei Turchi, specialmente nelle coste dell'Africa detta Barberia, Iddio suscitò s. Giovanni di Mata per loro apprestar soccorso. Mentre si celebrava la santa messa in Parigi, gli apparve un angelo che teneva le mani poggiate sopra due schiavi. Conobbe da ciò essere volontà di Dio che egli si consacrasse al riscatto degli schiavi caduti nelle mani degl'infedeli. Ma per vie più accertarsi del voler del cielo si recò da s. Felice di Valois, che menava eziandio vita santa nel deserto. Avendo esso avuto la stessa visione, si unì a s. Giovanni per andare a Roma e chiedere al papa l'approvazione di un ordine, che avesse per iscopo il riscatto degli schiavi, e qualora ciò non si potesse col danaro, i religiosi stessi offrissero la propria persona in cambio degli schiavi che intendevano riscattare. Governava allora la santa sede il celebre Innocenzo III, il quale nella santa messa ebbe anch'egli la stessa apparizione. Laonde non tardò punto ad approvare l'ordine novello. Anno 1198. {224 [224]}

            San Giovanni fondò molte case di zelanti religiosi. Fece due volte il viaggio di Tunisi per esercitarvi le sue grandi opere di carità. Per la qual cosa i Maomettani altamente irritati l'oltraggiarono in varie guise, e in fine lo posero sopra un vascello, a cui ruppero vele e timone, affinchè perisse in mezzo alle onde. Giovanni col solo crocifisso in mano si mise tranquillo a cantar lodi a Dio, mentre il vascello guidato dalla divina provvidenza in pochi giorni approdò al porto d'Ostia nell'Italia con centoventi schiavi da lui riscattati. Affranto dai mali sofferti in questi viaggi e dalle austerità della vita Gioanni moriva in Roma nel 1212.

            S. Tommaso di Cantorberì. - L'Inghilterra, regno dei santi, fra i molti luminari della fede ebbe in questo secolo s. Tommaso, arcivescovo di Cantorberì. Nato in Londra da pii e nobili genitori, da fanciullo dimostrò tanto amore per la verità, che mal poteva soffrire che si alterasse anche per celia.

            I suoi talenti e le sue virtù lo fecero presto conoscere da Teobaldo, arcivescovo di Cantorberì, che lo ordinò prete, quindi arcidiacono della sua cattedrale.

            La sua perizia nel maneggio dei grandi affari gli meritò di essere fatto cancelliere, ossia ministro di stato. S. Tommaso esercitò questa carica con piena soddisfazione di tutto il regno, ed in modo speciale del re, il quale talmente lo favorì, che nulla voleva si facesse senza i suoi ordini.

            Morto l'arcivescovo, fu eletto egli stesso a succedergli. Non potendo sottrarsi a tanto peso, {225 [225]} lasciò ogni sorta di pompa secolare, si pose un ruvido cilicio sulla nuda carne e prese, l'abito monastico. Soleva passare le notti nella preghiera e nella lettura dei libri santi, mentre di giorno attendeva ad opere di beneficenza e alla riforma dei costumi del clero e del popolo.

            Intrepido nell'ufficio di gran cancelliere, si mostrò più fermo ed invitto nell'episcopal ministerio e con animo forte si oppose allo stesso re che in vari modi crudelmente lo perseguitava. Tommaso per più anni dovette provare i rigori dell'esilio, finchè parendo calmate le ire ritornò nella sua sede episcopale. Ma predicando sempre colla medesima franchezza contro ai disordini pubblici e privati, fu accusato presso al re, che non cessò più dal tendergli insidie. Egli fu udito più volte ad esclamare, che non avrebbe mai avuto pace nel regno, se Tommaso non fosse tolto di vita.

            Ciò udito, alcuni satelliti sperando di far cosa grata al sovrano, di nascosto vennero a Cantorberì, ed assalirono il vescovo mentre in chiesa stava recitando vespro. Volendo i suoi cherici chiudere le porte del tempio, egli li impedì con dire: «La Chiesa di Dio non è da custodirsi come le fortezze delle città, ed io per la causa di Dio e della sua Chiesa volentieri subirò la morte, e tutta la grazia ch'io domando si è che il mio sangue le renda la pace e la libertà che rapir le si vuole.»

            Postosi in orazione raccomandando a Dio la sua chiesa, offrì il capo all'iniquo ferro colla stessa fermezza e costanza colla quale resistette alle inique leggi del re. Ciò avveniva il 29 dicembre {226 [226]} dell'anno 1170. Essendosi poi a sua intercessione operati molti miracoli, il pontefice Alessandro III tre anni dopo la morte lo lo annoverò nel canone dei santi.

            Riti di quest'epoca. - L'anno 680 per celeste avviso in Roma venne eretto un altare, ove furono trasferite le reliquie di s. Sebastiano per allontanare un'orribile peste, che tosto cessò.

            Nell'ottavo secolo si stabilì per legge universale da osservarsi indistintamente da qualunque sia cristiano e in qualunque sia caso, eccettuato il caso di grave malattia, che nessuno ricevesse la s. Eucaristia se non digiuno. Questa legge esisteva sino dal tempo degli apostoli; ma essendo in qualche luogo caduta in dimenticanza, e taluni trascurandola, essa venne rinnovata in termini severi, dichiarandosi reo di sacrilegio chi osasse violarla.

            S'istituirono varie confraternite in suffragio dei defunti, e venne introdotto l'ufficio piccolo della Beata Vergine.

            Nel nono secolo Gregorio IV ordinò che la solennità d'Ognissanti, già introdotta in Roma nel secolo settimo, fosse celebrata in tutta la Chiesa.

            Nell'anno 993 Giovanni XV registrò ne'fasti de'santi Uldarico, vescovo di Augusta, con rito pubblico e solenne, con bolla detta di canonizzazione; il che per quanto sembra non erasi mai per lo innanzi usato. Imperocchè prima i santi erano canonizzati nella propria diocesi a voce di popolo e per decreto del vescovo, o per decreto di tutti i vescovi della provincia ecclesiastica a cui ciascuno di essi apparteneva. {227 [227]}

            Nel secolo decimo il beato Ermanno compose la Salve Regina fino alle parole Nobis ostende. S. Bernardo aggiunse: O clemens, o pia, o dulcis virgo Maria. Le ultime parole: Dignare me, laudare te, Virgo sacrata, sono di s. Domenico. Fu introdotta in tutta la Chiesa la solenne commemorazione de’fedeli defunti nel secondo giorno di novembre. Al qual proposito merita di essere ricordata la donazione della principessa Adelaide, marchesa di Susa, in suffragio delle animo de'suoi parenti, e particolarmente del marchese Oddone suo marito, fatta nel 1064 alla chiesa di santa Maria in Pinerolo.

            Nel 1136 la chiesa di Lione cominciò a celebrare solennemente la festa della Concezione di Maria SS. S. Bernardo sulle prime vi si oppose, non già perchè non amasse questo aumento di onore a Maria SS., ma perchè voleva che prima si domandasse consiglio alla santa sede apostolica, senza cui non voleva che si prendesse nessuna determinazione d'interesse generale della Chiesa. {228 [228]}

 

 

Epoca quarta. Dal IV Concilio Laterano e XII ecumenico nel 1215 ai principii di Lutero nel 1517. Racchiude anni 302.

 

Capo I. Concilio IV di Laterano. - S. Domenico e l'ordine de'Predicatori. - Ordine Francescano.

 

            Concilio IV Laterano. - Il principio del tredicesimo secolo fu illustrato dal duodecimo concilio generale, che è il Lateranese quarto, celebrato in Roma l'anno 1215 da Innocenzo III, coll'intervento di 473 vescovi e 800 abati. I decreti, che vi si fecero, ebbero tale importanza, che la celebrazione di questo concilio si riguardò come un fatto da segnare un'epoca della storia ecclesiastica. Principale motivo di questo concilio fu l'eresia degli Albigesi, così detti perchè avevano da prima sparsi i loro errori nella provincia di Alby in Francia. Quest'eresia era un complesso di tutte quelle sorte nei secoli anteriori. Fra le sue stravaganze una delle più mostruose era quella che insegnava esservi due principii creatori, Dio e Satana: Dio aver create le anime, Satana i corpi. Si rigettava la Chiesa, {229 [229]} i sacramenti, mettevansi fuori mille bestemmie contro G. C. e Maria santissima, ed a tutto questo aggiungevansi costumi depravatissimi. Siccome la persuasione non bastava a diffondere queste empietà, essi mettevano in opera le violenze, diroccavano chiese, atterravano altari, minacciavano e trucidavano chiunque non volesse farsi loro seguace. Lo zelo di s. Domenico colla sua predicazione e il valor militare di Simone di Monforte non bastando a frenare tanti disordini, fu creduta conveniente la convocazione del detto concilio. In esso furono condannati gli errori degli Albigesi, e tutti i principi e sovrani vennero per legge del concilio obbligati a purgare i loro dominii dall'infezione di questi eretici turbolenti, sotto pena di perdere ogni loro autorità e diritto. Si trattarono ancora in esso vari punti di dottrina cattolica, specialmente della santa Eucaristia. Fu definito che, proferite dal sacerdote le parole della consacrazione, la sostanza del pane e del vino cessa di esistere per convertirsi nella sostanza del corpo e del sangue di Gesù Cristo. Per esprimere accuratamente questa verità di fede si adoperò per la prima volta la parola transostanziazione. Siccome in quel tempo molti cristiani raffreddati nella pietà passavano anni interi senza accostarsi alla confessione ed alla comunione, così fu comandato che ciascuno, giunto all'età della discrezione, dovesse confessarsi almeno una volta l'anno, e accostarsi alla comunione a Pasqua nella propria parocchia; e fu decretato che chiunque non avesse adempiuto questo precetto, fosse proibito di {230 [230]} entrare in chiesa, e dopo morte (ove morisse impenitente) gli venisse negata la sepoltura ecclesiastica. Questa legge mentre mostra la clemenza della Chiesa, che si contenta del meno possibile, è ancora giustissima; chè certamente chi non si accosta ai detti sacramenti, non merita più il nome di cristiano, ed è indegno di goderne i diritti.

            S. Domenico e l’ordine dei Predicatori. - San Domenico fu scelto in modo speciale dalla provvidenza per combattere gli Albigesi. Nato nella Spagna da nobile famiglia compiè i suoi studi con maravigliosi progressi nella scienza e nella virtù. Mandato con altri missionari dal Papa a sostenere la fede contro gli Albigesi, egli li combattè a tutta possa; e Iddio ne confermò la predicazione con luminosi miracoli, fra i quali eccone uno al tutto insigne. Avendo trascritti alcuni testi della Scrittura, che più incalzavano gli eretici, li consegnò loro, affinchè attentamente li considerassero. Radunatisi essi nottetempo come a concilio, uno di loro trasse fuori lo scritto di Domenico e lo lesse. «Gittalo sul fuoco, disse un altro, e se si abbrucia, è segno che la nostra credenza è vera, se no, è vera quella dei cattolici.» La carta fu gettata nelle fiamme; e con istupore di tutti, dopo qualche tempo, saltò fuori intatta come vi era stata gettata. «Gittalo di nuovo, si replica, e si vedrà meglio la verità.» Così fu fatto: e la carta di nuovo balzò fuori illesa. Si buttò la terza volta, e la carta usci sana come prima. S. Domenico vedendo il bisogno di operai evangelici per abbattere l'eresia, mantenere la fede e ravvivare {231 [231]} lo spirito cristiano nei cattolici, fondò un ordine, detto Domenicano dal suo nome e dei Predicatori dallo scopo principale, che hanno di attendere alla predicazione. Da prima si adoperavano specialmente a combattere l'eresia degli Albigesi, ma in appresso si sparsero per tutti i paesi cristiani a predicare e lavorare indefessamente per la dilatazione del regno di Dio. Onorio III papa l'approvò fra gli ordini regolari nel dicembre del 1216. A s. Domenico è attribuita l'istituzione del Rosario, secondo l'inspirazione avutane dalla stessa Vergine Maria. Essa gli apparve in una cappella della Puglia, e gli comandò di predicare questa divozione, come arma formidabile contro 1'empietà. Il fatto corrispose alle promesse, perchè colla efficacia di questa divozione si vinsero gli Albigesi. Essa divenne una pratica universale, come un elemento della Chiesa cattolica: e non si può dire abbastanza quanto bene abbia arrecato alla Chiesa e quanto male abbia impedito. Oltre a'miracoli suaccennati, questo santo risuscitò tre morti alla presenza di molta gente. Presso a morire fecesi coricar sulla cenere, e chiamati i suoi religiosi, loro disse: «Colla castità e colla povertà sarete grati a Dio e utili alla Chiesa.» Col dolce conforto di vedere i suoi, religiosi produrre frutti di grazia e di benedizione per tutto il mondo moriva in Bologna nel 1221.

            Ordine Francescano. - Se s. Domenico coll'ordine dei predicatori apprestava alla Chiesa un aiuto potentissimo, non meno efficace fu quello che procacciò s. Francesco d'Assisi instituendo {232 [232]} la religione dei frati minori, detti volgarmente Francescani. Il suo nome primitivo era Giovanni e fu chiamato Francesco dal saper parlar bene la lingua francese. Dagli anni più giovanili spiegò grande carità verso i poveri, essendosi imposto come per legge di non ricusare mai limosina ad alcuno quando l'avesse dimandata per amore di Dio. Un giorno avendo incontrato un uomo di civil condizione, ma assai povero e mal vestito, si levò l'abito fattosi fare poco prima, ed obbligollo a vestirsene. Suo padre sdegnato perchè Francesco non voleva secondare le secolaresche sue mire ed era troppo liberale, lo diseredò e cacciollo di casa. Ebbene, egli diceva, giacchè sono abbandonato dal padre che ho in terra, dirò quindi innanzi con maggior confidenza: Padre nostro che sei ne'cieli. Uscì poi dalla città di Assisi, posesi a servire i lebbrosi e ad esercitare altre opere di misericordia, fissando sua dimora presso una chiesa dedicata alla Madonna degli Angeli, detta anche della Porzioncola dal luogo, in cui era situata. Non ostante la rigidezza di vita e l'austera penitenza che professava, in breve si vide capo di molti discepoli, tutti animati dal medesimo spirito. Mosso da zelo per la salute delle anime, si avviò verso l'Egitto, per conseguire la palma del martirio. Si presentò allo stesso Soldano predicandogli Gesù Cristo. Ma invece di morte vi ricevette dimostrazioni di onore e di venerazione. Ritornato in Europa fondò vari conventi, fra'quali uno in Chieri, l'altro in Torino; imperocchè le città d'Italia si facevano una premura di avere tra loro dei discepoli di un {233 [233]} uomo si santo. Continuò poscia a reggere santamente l'ordine fino alla gloriosa sua morte avvenuta nel 1226. Due anni prima egli ricevette una grazia, quale non si sa che prima di esso sia stata ad altri concessa: quella cioè di avere le mani e i piedi traforati portentosamente da chiodi e il costato miracolosamente aperto, per opera di un Serafino che gli apparve. Cosicchè Francesco rappresentava al vivo l'immagine di Gesù crocefisso. L'ordine di s. Francesco fu approvato da Innocenzo III e confermato da Onorio III.

 

 

Capo II. S. Antonio di Padova. - Concilio XIII ecumenico. - S. Luigi re di Francia. - Festa del Corpus Domini.

 

            S. Antonio di Padova. - Fra i primi seguaci di s. Francesco è celebre s. Antonio di Padova, gloria dell'ordine e splendore del suo secolo. Egli nacque in Lisbona, ed a quindici anni abbracciò l'ordine di s. Agostino: ma nell'occasione che si portavano in Portogallo i corpi di cinque Francescani, martirizzati a Marocco, sentissi ardere del desiderio di entrare nello stesso ordine per conseguire più facilmente la palma del martirio. Partitosi adunque per andare a predicar il vangelo a'Saraceni, venne assalito da violenta malattia, che lo fe'risolvere di ritornare nella Spagna. Ma Iddio dispose che egli venisse in Italia e poscia nella città di Padova, da cui prese il soprannome. Qui e nei {234 [234]} luoghi vicini egli diedesi a predicare con tanta efficacia, che tutti erano altamente maravigliali della immensa potenza della sua parola. Si racconta che i popoli partivano di notte e andavano a stiparsi nella chiesa, lasciando i contadini i loro campi, i bottegai e gli artigiani le loro occupazioni per andarlo ad ascoltare. I miracoli, l'unzione, il fervore, la dignità più angelica che umana, con cui predicava, gli tirò sì gran numero di persone, che gli fu necessità bene spesso di predicare nell'aperta campagna, ove si videro fino a trenta mila uditori. Dio lo chiamava al premio celeste in età di soli anni 36 nel 1231. Pel numero straordinario dei miracoli avvenuti al suo sepolcro fu annoverato fra i santi pochi mesi dopo la morte.

            Concilio XIII Ecumenico. - Frattanto Satana disturbando gravemente la Chiesa per opera di Federico II imperatore di Germania, il sommo pontefice Innocenzo IV pensò di tenere un concilio generale a Lione. Questo fu il primo tenuto in questa città, e si radunò l'anno 1245. Lo presiedette lo stesso Pontefice, e vi furono presenti 140 vescovi. Scopo principale di quella convocazione era di rimediare ai gravi danni cagionati alla Chiesa dal detto Federico II. Da giovanetto egli aveva ricevuti segnalati benefizi da Innocenzo III; ma fatto adulto era divenuto empio e crudele. Dopo molte violenze contro ai vescovi ed ai sacerdoti, tese insidie allo stesso Pontefice, il quale perseguitato nella sua città fu costretto a ritirarsi in Francia. A questo concilio fu pure invitato Federico, che vi si rifiutò di venire. Esaminate dai Padri le malvagità sue, fu {235 [235]} riconosciuto reo di spergiuro per aver violato il giuramento fatto di recarsi a liberare i Luoghi Santi, e reo di sacrilegio per aver rubati i beni delle chiese e proibito ai vescovi dell'impero di portarsi al concilio, e fatti imprigionar quelli che vi si recavano. Fu anche trovato reo di eresia. Per queste tre colpe esso venne dal concilio scomunicato, deposto e privato di ogni onore e dignità. Da quel momento l'imperatore parve colpito dall'ira del Cielo, nè più altro gli toccarono che sconfitte. Poco dopo moriva straziato da crudeli rimorsi. Nello stesso concilio si ordinò eziandio che i cardinali portassero il cappello rosso, per significare che dovevano essere sempre pronti a spargere il sangue per difendere la Chiesa. In seguito il colore purpureo venne pure adoperato nella veste talare e nelle altre insegne della loro dignità. In fine nel medesimo concilio fu decisa una Crociata sotto il comando di s. Luigi, re di Francia, per liberare la Terra santa dai Turchi.

            S. Luigi. - Questo principe, re di Francia, rimasto orfano del padre a soli 11 anni, venne santamente educato dalla madre e tutrice l'ottima regina Bianca. Così che sul trono e in mezzo al fasto mondano diede esempio raro di castità, pietà, umilia, fortezza, generosità e di ogni altra virtù cristiana. Colla speranza di liberar Terra santa ricaduta in potere dei Turchi, andò con numeroso esercito in Egitto per attaccare il sultano nel suo paese. Ma dopo gloriose vittorie il suo esercito fu quasi distrutto dalla pestilenza. Per lo che Luigi cadde prigioniero dei suoi nemici. Nella sua prigionia diede {236 [236]} prove di pazienza eroica. Riscattatosene, si recò in Palestina, ove rimase 4 anni redimendo i cristiani schiavi dei Turchi, e ricostruendo e fortificando le fortezze e città che i cristiani vi possedevano. Ritornato in Francia, provvide efficacemente alla retta amministrazione della giustizia e all'incremento della religione, e promosse costantemente il bene e lo splendore del suo popolo. Spinto dalla sua pietà egli tentò una nuova crociata contro i turchi, e con poderoso esercito venne sulle coste settentrionali dell'Africa, assediò Tunisi e si impadronì del castello. Ma assalito dalla pestilenza dovette soccombere, morendo nella sua tenda il 25 agosto, in età di 55 anni. Come si sentì ridotto agli estremi, ricevette il SS. Viatico. Il sacerdote interrogandolo se credeva a Gesù presente nell'ostia, «Meglio non crederei, rispose, se lo vedessi in tutta la luce, con cui salì al Cielo.» Negli ultimi istanti si fece coricare sulla cenere, e incrocicchiate le braccia sul petto cogli occhi al cielo rivolti recitò quelle parole del salmo: «Signore, io entrerò nella vostra casa, vi adorerò nel vostro tempio santo e glorificherò il vostro nome.» Era l'anno 1270. Egli fu canonizzato da papa Bonifacio VIII nel 1297.

            Festa del Corpus Domini. - Quanto più il dogma della presenza reale era combattuto, altrettanto più cresceva ne'cattolici il fervore verso Gesù sacramentato: quindi la b. Giuliana e la b. Eva di Liegi ed altre piissime persone promossero la solenne festa del Corpus Domini. Papa Urbano IV, dopo molte rivelazioni e vari miracoli che operavansi, decretò nel 1264, che {237 [237]} quella solennità fosse celebrata per tutta la cristianità. S. Tommaso d'Aquino a richiesta del Papa ne compose l'uffizio nella forma che ancora oggidì si mantiene[30].

 

 

Capo III. S. Tommaso d'Aquino. - S. Bonaventura. - Concilio XIV generale. - Il giovanetto Verner. - San Celestino V.

 

            S. Tommaso d'Aquino. - Fra i santi che in questo tempo fiorirono per grande sapere e virtù meritarono una singolare celebrità i due dottori s. Bonaventura toscano e s. Tommaso d'Aquino. Questi nato di nobile famiglia napolitana, a cinque anni fu messo in educazione presso i Benedettini di Monte Cassino. Volendo poscia consacrarsi a Dio nell'ordine dei predicatori, i congiunti per impedirnelo il chiusero in una prigione, ove tentato gravemente contro la castità, cacciò la tentazione dando mano a un tizzone acceso. Uscito poscia dal carcere e andato a Parigi, studiò teologia sotto il celebre Alberto Magno. Sebbene facesse maravigliosi progressi nelle scienze e nella pietà, sapeva sì ben nascondere l'ingegno, che il suo silenzio passava per istolidezza, e da'suoi condiscepoli {238 [238]} egli veniva nominato il bue muto. Il maestro per altro, che conoscevalo assai bene, rispondeva ai dileggiatori, che i dotti muggiti di quel bue muto avrebbero un giorno echeggiato per tutta la terra. A 25 anni montò sulla cattedra della università di Parigi a dettarvi lezioni di filosofia e teologia. Gli uditori, che accorrevano da tutta Europa a imparare sotto sì valente maestro, chiamaronlo l'Angelo delle scuole. Una volta l'immagine di Gesù Cristo crocifisso gli parlò e disse: «Tommaso, scrivesti bene di me: qual mercede vuoi?» Rispose: «Non altra mercede che te stesso, o mio Dio.» Sedendo un giorno a mensa con s. Luigi re di Francia, e ripassando in mente un punto di teologia, trovatane ad un tratto la soluzione, battè sulla tavola dicendo: «Questo è argomento, che abbatte l'eresia di Manete.» Avvertito dal suo superiore a badare che era in presenza del re, ne dimandò umile perdono; ma quel principe chiamò tosto un segretario, cui ordinò di scrivere i concetti del santo dottore. Gli fu offerto l'arcivescovado di Napoli, che per umiltà non volle mai accettare. Papa Gregorio X lo invitò al concilio Ecumenico da convocarsi in Lione. Egli intraprese il cammino alla volta di quella città, ma giunto a Piperno, cadde ammalato. Chiese il Viatico, poscia tutto assorto in pensieri celesti riposò nel Signore in età di 49 anni, nel 1274[31]. {239 [239]}

            S. Bonaventura. - Bonaventura chiamossi Giovanni fino a quattro anni. In quella età guari da grave malattia per le preghiere di s. Francesco, che in vederlo risanato, esclamò: «Oh bona ventura!» D'allora in poi il fanciullo si chiamò sempre Bonaventura. A vent'un anno egli professò la regola dei Francescani. Alessandro di Ales, suo maestro, ammirando il candore e l'innocenza dei suoi costumi, soleva dire: «Pare che il peccato di Adamo non sia passato in Bonaventura.» Conosciuto il suo ingegno e la sua rara prudenza, fu creato generale del suo ordine. Venne poscia da Clemente IV nominato all'arcivescovado di Iork nell'Inghilterra; ma fece tante istanze al Papa, che lo dispensò da quella carica. Gregorio X lo obbligò ad accettare la dignità di cardinale e di vescovo di Albano. Allorchè se ne recò la nuova, fu trovato che lavava i vasi di cucina. Continuò, come se nulla fosse, il suo lavoro; dipoi prese la lettera, ed esaminatone il tenore, proruppe in segni di ripugnanza e soltanto per ubbidire al Papa accettò la proposta dignità. Lo stesso Pontefice gli ordinò di prepararsi sulle materie del concilio di Lione. Ivi parlò nella seconda e terza sessione; ma dopo la quarta venne sorpreso da una malattia, che in breve lo tolse di vita in età di 53 anni, nel 1274. S. Tommaso d'Aquino, suo grande amico, venuto un giorno a fargli visita, trovollo che scriveva la vita di s. Francesco. «Non s'interrompa, disse, lasciamo che {240 [240]} un santo scriva la vita di un altro santo.» Altra volta questo dottore chiese a s. Bonaventura, da chi avesse imparato quelle ammirabili cose che apparivano ne'suoi scritti. Esso mostrandogli il Crocifisso rispose: «Ecco il libro, d'onde apprendo quello che insegno.»

            Concilio II di Lione. - Il Concilio XIV generale, II di Lione, fu convocato in questa città nel maggio 1274. Lo scopo primario di esso era la riunione della chiesa greca scismatica colla Chiesa Cattolica. Già da quattro secoli la chiesa greca, come abbiamo veduto, per le arti di Fozio si teneva separata dalla s. Sede apostolica. Benchè dapprima fosse ritornato all'unità, tuttavia per la superbia di Michele Cerulario patriarca di Costantinopoli, si era definitivamente dipartita dall'obbedienza del romano Pontefice; quando Iddio nel secolo decimoterzo con gravissimi castighi la richiamò alla verità. I Turchi la minacciavano di tratto in tratto, e per non cadere nelle loro mani essa aveva bisogno dell'assistenza del Papa. Quindi l'imperatore Michele Paleologo mandò con lettera un legato al beato Gregorio X, protestando voler egli con tutti i suoi sudditi fare ritorno all'unità cattolica. Il Papa ne fu lietissimo, ed affinchè la cosa fosse più maturamente trattata, convocò il concilio di Lione. Oltre a'patriarchi Latini ed i rappresentanti dell'imperatore di Costantinopoli e di vari patriarchi e vescovi orientali, intervennero 500 vescovi e 1070 tra abati ed altri insigni teologi. I Greci abiurarono i loro errori; dichiararono di credere che lo Spirito Santo procede non solo dal Padre, ma anche dal Figliuolo; {241 [241]} ammisero l'esistenza del purgatorio, la validità del sacramento dell'Eucaristia consacrata con pane azimo, e finalmente confessarono il romano Pontefice vero e legittimo successore di s. Pietro, e l'impossibilità di salvarsi per chiunque si ostini di non volergli stare unito. Il Papa, che in persona presiedeva al concilio, vedendo tanti traviati figliuoli fare ritorno all'ovile di Gesù Cristo, nel trasporto di giubilo intonò un solenne Te Deum, che tutti gli astanti ad una voce continuarono.

            Il giovanetto Vincenzo Verner. - In que'tempi avvenne un fatto atroce che mostrò quanto furore fosse in petto agli ebrei contro la nostra santa religione. Un giovane campagnolo di Treves nella Francia chiamato Vincenzo Verner, in età appena di quindici anni si collocò a giornata presso alcuni ebrei a Vesel per iscavare in una cantina. Un giorno la donna caritatevole che davagli albergo gli disse: «Verner! eccoti al venerdì santo; gli ebrei ti mangieranno.» L'innocente giovanetto rispose: «Io non posso vivere che lavorando, la mia vita è nelle mani del Signore.» Nel giovedi santo si confessò e comunicò, quindi fece ritorno al suo lavoro. Gli ebrei scesero dietro a lui nella cantina, gli posero una palla di piombo nella bocca per impedirlo di strillare, poi lo legarono ad un palo colla testa in giù per fargli rendere l'Ostia. Nel che non potendo riuscire, si diedero a lacerarlo a colpi di sferza, poscia con un coltello gli apersero le vene e lo strinsero con tanaglie per premerne tutto il sangue. Nel corso di tre giorni lo tennero appeso ora {242 [242]} da'piedi, ora dalla testa, fino a che il povero giovane straziato da si orribili tormenti finì la vita. Era l'anno 1287[32]. Il cadavere, benchè seppellito in una grotta, fu scoperto per una luce portentosa che vi apparve sopra, e venne onorevolmente sepolto in una cappella.

            S. Celestino V. - Uno dei papi che diede esempio singolarissimo di umiltà è stato san Celestino V. Nato egli a Sulmona si diede tutto alla contemplazione delle cose celesti ed all'esercizio della penitenza. Dopo settant'anni di vita austera e penitente menata in un deserto, nel 1294 fu quasi a viva forza tratto fuori e creato papa in luogo di Nicolò IV, morto nel 1292. Da ogni parte correvano i popoli per vedere il nuovo pontefice, che colla fama di sue virtù e de'suoi miracoli tirava tutti in alta ammirazione. Ma passati cinque mesi di pontificato, spinto da umiltà e da amore alla solitudine, con esempio non veduto prima di lui rinunziò al papato, e benchè i Cardinali facessero la più viva resistenza, nulladimeno ei volle ripigliare le sue povere vesti di anacoreta. Giunto a Fumone nella Campania, in capo a dieci mesi morì con fama di santità. Anno 1296. Egli è fondatore dei monaci detti Celestini. {243 [243]}

 

 

Capo IV. Giubileo. - Concilio IV generale. - Flagellanti. - Santa Brigida e santa Catterina da Siena.

 

            Giubileo. - Era costante tradizione presso ai cristiani, che, chiunque nell’anno secolare andasse a Roma e visitasse la chiesa di san Pietro in Vaticano e le altre principali basiliche, acquisterebbe la remissione di tutti i peccati. Nell'anno 1300 fu tale concorso di gente che pareva essersi colà aperte le porte del cielo. Per l'immensa calca del popolo net recarsi al Vaticano molti pellegrini rimasero schiacciati nel passare sul ponte s. Angelo. Allora Bonifacio VIII raccolse le notizie che erano sparse negli scritti e nella tradizione: di poi pubblicò una bolla, in cui dato un cenno sull'origine e sullo scopo del giubileo concedè Indulgenza plenaria a tutti i fedeli, che confessati e pentiti visitassero le quattro basiliche principali da rinnovarsi ogni cent'anni. Una pittura fatta dal celebre Giotto che viveva a que'tempi, e che esiste ancora nella basilica Lateranese, rappresenta papa Bonifacio VIII nell'atto di publicare la detta bolla. Clemente VI ad imitazione del giubileo degli ebrei lo ridusse a 50 anni per renderne partecipe un maggior numero di fedeli.

            Urbano VI considerando che questo termine era ancora troppo lungo ordinò si celebrasse ogni 33 anni. Sisto IV lo ridusse poi ad ogni 25 anni. Talvolta i papi concedono un Giubileo per istraordinari bisogni della Chiesa. Altre volte vedevasi durante il Giubileo immensa moltitudine di gente recarsi a Roma. Ora i sommi {244 [244]} pontefici concedono a tutti i cattolici di fare il Giubileo nei propri paesi.

            Concilio XV generale. - A papa Bonifacio VIII era succeduto il b. Benedetto XI, ed a questo Clemente V, il quale convocò un Concilio generale l'anno 1311 nella città di Vienna in Francia. Vi presero parte più di 300 vescovi, senza contare un grandissimo numero di prelati inferiori. Fu presieduto dal papa, che vi si condusse dalla sua residenza di Avignone. La causa principale di esso furono gli errori dei Templari. Cotesto ordine militare instituito a Gerusalemme al tempo delle crociate ebbe questo nome dall'abitazione che si erano eretta vicino al tempio innalzato presso al sepolcro di nostro Signore, e loro uffizio era difendere la Terra santa. Ma dopo aver prestato importanti servigi alla Chiesa degenerarono miseramente, e molti di loro vennero accusati de'più orribili sacrilegi e della più sfrenata licenza. Il Concilio Viennese pertanto, udite ed esaminate le accuse portate contro di loro, trovatele appoggiate, soppresse quell’ordine con giudizio non definitivo e decretò che ogni sua proprietà passasse ai cavalieri di Malta. Si condannarono eziandio altri eretici, fra cui i così detti Beguardi, le Beghine, i Fraticelli ed altri, i quali insieme colla fede cattolica avevano parimenti fatto getto del buon costume.

            Per arrestare sempre più l'empietà di quegli eretici, che dicevano non doversi prestare all'Eucaristia il divin culto, esso confermò il decreto di Urbano IV, col quale si prescriveva, che la solennità del Corpus Domini fosse celebrata {245 [245]} con la massima pompa in tutto il mondo. Fu anche dichiarata innocente la memoria di papa Bonifacio VIII accusato di eresia da Filippo il Bello re di Francia. Questo principe, che aveva già in molte guise perseguitato quel pontefice in vita, non volle nemmeno risparmiarlo al di là della tomba, e cercava d'infamarne il nome. In fine si trattò di una spedizione in Terra Santa contro ai Turchi.

            Flagellanti. - Trovandosi l'Italia afflitta da gravi flagelli, si risvegliò in molti fedeli un singolare entusiasmo di penitenza a fine di placare la collera di Dio. Gran moltitudine di gente andava per le vie in processione, e si radunava a pregare flagellandosi a sangue, per implorare così la misericordia del Signore. Per riuscire in questa opera di penitenza si formarono confraternite collo scopo di pregare e flagellarsi pubblicamente che per ciò presero il nome di flagellanti. Questo entusiasmo dilatossi rapidamente nel Piemonte, e per tutta Italia, ed ovunque produsse inaspettati vantaggi spirituali. Ma non essendo questa istituzione approvata dal papa, nè dai vescovi, presto degenerò in superstizione, e ne venne anche l'eresia. Fra le molte stravaganze i Flagellanti asserivano che niun poteva ottenere il perdono de'peccati senza sottomettersi a quella loro macerazione e penitenza, la quale essi dicevano giovevole agli stessi dannati. Clemente VI condannò formalmente quest'eresia, e scrisse a molti vescovi e principi secolari esortandoli a combattere gli errori ed a sciogliere le conventicole di quelli che li professavano. An. 1349. {246 [246]}

            Santa Brigida. - Il secolo decimoquarto ebbe un esempio insigne di virtù in s. rigida discendente dai re di Svezia. Essa in età di soli sette anni dimostrava un tale desiderio della perfezione da eccitare in tutti la maraviglia e costringerli a dire che questo era un prodigio della grazia divina. A dieci anni non poteva pensare alla passione di Gesù Cristo senza sentirne compassione si viva da versare lagrime. Suo malgrado il padre maritolla con un principe. Ma nello stato coniugale ella continuò con maggior fervore la pratica della pietà, e persuase a suo marito di fondare uno spedale vicino alla propria abitazione, dove ella stessa conduceva gli infermi e li provvedeva di quanto abbisognavano. Tutti i giorni andava a servirli, ed ogni dì ne faceva sedere dodici a una mensa, alla quale essa medesima prestava i servigi.

            Defunto il marito, ella non pensò più che a Dio, all'anima e al paradiso. Vestiva sulla viva carne un aspro cilicio fatto di pungenti catenelle di ferro, non altro aveva per letto che alcune tavole di legno anche nel rigor del freddo. Digiunava quattro volte la settimana, e il venerdì a pane ed acqua; passava la maggior parte della notte in orazione. Spesso si confessava: ogni giorno si comunicava. Mossa da spirito di viva fede intraprese il faticoso pellegrinaggio dei Luoghi santi, ma nel suo ritorno cadde gravemente inferma in Roma, dove rendè placidamente l'anima al Signore in età d'anni 71 nel 1375. S. Antonino riferisce molti miracoli operati da s. Brigida, fra cui la risurrezione di dieci morti. Abbiamo anche di {247 [247]} questa santa otto libri di rivelazioni, che furono lodati da'padri del Concilio di Basilea.

            S. Catterina da Siena. - Altra santa di vita maravigliosa fu s. Catterina da Siena. In età di soli cinque anni era già appellata la piccola santa. Solitudine, orazione, astinenza erano le sue care delizie. Tolse a se stessa l'uso del vino e delle carni, ed alimentossi unicamente di erbe crude. Due nude tavole di legno le servivano di letto, di mensa e di sedia. Una pungente catena di ferro teneva luogo di cilicio. Appena sonnacchiava qualche ora nella notte, il resto del tempo impiegava nell'orazione e nei lavoro. Visse dal principio di quaresima fino all'Ascensione senza prendere altro cibo che la santa Eucaristia. Fornita di maravigliose cognizioni s'intendeva profondamente di teologia, di filosofia e, quel che fa più stupire, anche del governo degli stati. Per certo la sua scienza non poteva essere altro che inspirata. Amava grandemente la sua patria, perciò recossi in Avignone per trattare con Gregorio XI la riconciliazione dei Fiorentini che eransi ribellati alla Chiesa. Il papa e i cardinali l'accolsero con gran rispetto e la fecero arbitra della pace co'Fiorentini. Ma quello che maggiormente illustrò questa santa fu che ella contribuì potentemente al ritorno dei papi da Avignone alla loro legittima dimora in Roma. Mandata dal papa a trattare alcuni affari colla regina di Napoli, essa cadde malata in Roma, ove rendè 1'anima al suo celeste Sposo l'anno 1380.

            Le visioni celesti e le grazie al tutto singolari di cui questa santa fu adorna sono straordinarie {248 [248]} fra gli stessi santi, e dimostrano fino a che punto un'anima possa divenir accetta e cara al divin Redentore.

 

 

Capo V. La Santa Sede in Avignone. - Grande scisma di Occidente. - Wiclefo. - L'imperatore Venceslao e s. Giovanni Nepomuceno. - Concilio XVII ecumenico.

 

            La Santa Sede in Avignone. - La sede antica del romano pontefice, nella quale s. Pietro per divina inspirazione collocò il centro di tutta la Chiesa e dell'orbe cattolico, è Roma.

            Da s. Pietro fino al 1305 i papi non mai se ne allontanarono, se non quando la violenza e la persecuzione li costringeva. Ma appena fatti liberi tosto ritornavano a quella città, che pei monumenti religiosi, pei martiri che vi diedero la vita, pei santi che vi fiorirono, e pei miracoli di cui fu sempre mai testimone, a buona ragione acquistò il diritto di essere la capitale del mondo cristiano. Ma in questo anno (1305) una serie di tristi avvenimenti obbligò il papa ad allontanarsi dall'Italia ed a fissare la sua residenza in Avignone, città in quella parte di Francia detta il Contado Venosino. Cagione principale fu il re di Francia e di Napoli, detto Filippo il Bello, che merita il nome di flagello della Chiesa. Egli voleva, come si è detto, immischiarsi nelle cose di religione, e quindi fece cacciare da Roma il pontefice perchè si opponeva a'suoi perversi {249 [249]} disegni. Voleva che il papa venisse a dimorare in Francia per averlo sotto di sè, e per mezzo del papa suo dipendente esso divenire padrone in certo modo della Chiesa.

            Alla morte di Benedetto XI la santa sede rimase vacante quasi un anno, finchè venne eletto Clemente V, che era francese, e fu coronato in Lione nel 1305.

            Le discordie, le prepotenze continuavano in Roma; la libertà, la stessa vita dei papi e dei cittadini erano in pericolo, perciò il novello pontefice giudicò bene di stabilire la sua dimora in Avignone.

            I Papi in Avignone. - Avignone pertanto fu la dimora de'romani pontefici per settant'anni, e questo tempo è paragonato alla schiavitù, cui furono per settantanni condannati gli Ebrei in Babilonia, detta schiavitù babilonica. Infatti l'Italia priva del papa perdette il suo splendore, e Roma divenne bersaglio della sventura. Guerre civili, uccisioni, saccheggi, spogliamenti di chiese, monumenti preziosi spezzati, bruciati o vilmente venduti, ogni lavoro d'arte abbandonato, morta l'industria, cessato il commercio, povertà, stento e fame ci danno debole idea di quello che era Roma senza i papi. Gli abitanti per mettere in salvo la vita e per non morire di fame andavano in paesi stranieri a cercarsi più sicura abitazione. Quindi la gloriosa città dei Cesari divenne come un deserto, e nelle vie e nelle famose piazze dei Romani nasceva l'erba come ne'campi. Si conobbe allora la necessità de’papi a Roma, tanto pel bene di questa città, quanto per la {250 [250]} tranquillità e pace del mondo. Perciò da tutte parti si facevano caldi inviti ai papi perchè la santa sede venisse di nuovo trasferita a Roma. Il celebre Petrarca, e più ancora s. Catterina da Siena, ebbero gran parte in quello straordinario avvenimento. Finalmente il pontefice Gregorio XI potè appagare il voto di tutti i buoni ritornando all'antico domicilio dei papi. Questo glorioso ritorno fu accolto con applausi universali e celebrato con una grande festa. Anno 1377.

            Grande scisma d'Occidente. - Erano già trascorsi quattordici secoli senza che la Chiesa cattolica fosse da scissure religiose turbata, quando sventuratamente scoppiò il così detto scisma d'Occidente. Per quarant'anni esso divise i popoli e i regni cattolici tra loro, gli uni riconoscendo un papa, e gli altri riconoccendone un altro. Il che non è a dire quanti mali arrecasse alla religione. Questo scisma ebbe origine dal fatto seguente.

            Gregorio XI, quel coraggioso pontefice che restituì la sede apostolica all'eterna città di Roma, cessava di vivere nel 1378. Per timore che il nuovo papa ritornasse in Francia, una moltitudine di malcontenti si radunò intorno al conclave, chiedendo che per niun motivo fosse eletto un papa francese, e che chiunque venisse eletto dovesse promettere di tener la sede in Roma. I cardinali congregati risposero che essi non potevano nulla promettere, perchè in affare di quella importanza dovevasi cercare la volontà di Dio e non altro.

            Intanto la elezione cadde sopra l'arcivescovo di Bari, chiamato Bartolomeo Prignano, che {251 [251]} prese il nome di Urbano VI. Ma i nemici della pace promossero disordini, e minacciando la vita al papa e ai cardinali li costrinsero a cercare scampo nella fortezza di Castel s. Angelo e in case private o fuggendo da Roma. Sedati quei tumulti, il novello pontefice cominciava ad occuparsi del bene della Chiesa, quando dodici cardinali francesi con quattro di nazione diversa proclamarono un altro papa di nazione francese, sotto il nome di Clemente VII, che stabilì la sua dimora in Avignone. Alla morte di questi due pontefici ne furono eletti i successori fino a trovarsi nel medesimo tempo tre papi, cioè Gregorio XII, Giovanni XXIII e Benedetto XIII.

            Molti mali travagliarono la Chiesa durante questo scisma, perciocchè sebbene un gran numero di cattolici inclinasse a riconoscere papa quello che era stato eletto a Roma, tuttavia eleggendosene un altro in Avignone, il mondo cattolico era diviso in due parti. I sovrani poi si usurpavano il diritto di dichiarare quale dei due dovesse essere tenuto per papa dai loro sudditi; e bene spesso impedivano loro di riconoscere quello che era legittimo. Per rimediare a tanti mali furono convocati i concilii di Pisa, di Basilea, di Costanza e di Firenze. Dio permise che questo scisma travagliasse la Chiesa, come si disse, per quarantanni, vale a dire finchè nel Concilio di Costanza Gregorio XII, Giovanni XXIII e Benedetto XIII rinunziando al pontificato, fu eletto il cardinale Ottone Colonna, che prese il nome di Martino V. Questo fatto avveniva nel 1417. {252 [252]}

            Sebbene questo scisma sia stato una gravissima calamità per la Chiesa, tuttavia la divina Provvidenza fece si che niuno di questi pontefici insegnasse alcuna dottrina contraria ai costumi e contro alla fede. Quindi da questo scisma niente si può dedurre contro l'infallibilità del romano pontefice; bensi esso è solo una prova che la Chiesa cattolica è opera di Dio, non degli uomini.

            Wiclefo. - Mentre lo scisma divideva la Chiesa, l'eresia si attentava di annientarla. Corifeo di eretici a que'tempi fu Giovanni Wiclefo, così soprannominato da Wiclif, città d'Inghilterra, dove egli era nato. Fornito di non mediocre ingegno, ma gonfio di vanagloria, abbracciò lo stato ecclesiastico, sperando di essere fatto vescovo, ma deluso nella sua ambiziosa aspettazione, si ribellò alla Chiesa. Il vescovo di Cantorberì cogli altri vescovi inglesi levaronsi a combattere e condannare le empietà dell'eresiarca e de'suoi seguaci. Gregorio XI approvò la loro sentenza contro Wiclefo, e la condanna fu poco dopo rinnovata nel concilio di Costanza. Wiclefo per altro, secondo l'uso degli eretici, invece di umiliarsi montò in rabbia, e si mise a erompere in bestemmie contro il papa, i vescovi e specialmente contro l'arcivescovo di Cantorberì, che di fatto venne barbaramente assassinato. Iddio per altro non mancò di vendicare gli oltraggi fatti ai suoi ministri, perciocchè fra gli uccisori del prelato alcuni divennero pazzi, altri furono dalle autorità civili condannati a morte. Lo stesso Wiclefo, predicando in disprezzo di s. Tommaso di Cantorberì, {253 [253]} fu assalito da terribile paralisia che cagionandogli mortali convulsioni lo deformò e gli contorse quella bocca che era stata strumento di tante bestemmie. Arrabbiandosi perchè non poteva più parlare, morì disperato nel 1385.

            Ussiti. - Gli errori di Wiclefo passarono dall'Inghilterra nella Boemia, e diedero origine all'eresia di Giovanni Huss. Egli è così appellato dalla città di questo nome nella Boemia ove era nato. Compiuti i suoi studi in Praga si mise a diffondere gli errori di Wiclefo combattendo le leggi della Chiesa, l'autorità del Papa e parecchi altri articoli della fede. Citato a comparire al concilio di Costanza vi consentì, e dichiarò per iscritto che voleva essere punito ove taluno potesse convincerlo di errore. L'imperatore Sigismondo per agevolargli i mezzi a discolparsi diedegli un passaporto. Giunto in Costanza il superbo eresiarca, ben lungi dallo stare al giudizio della Chiesa, ricusò di ritrattarsi. Non fu mai eretico verso cui siansi usati tanti riguardi. I padri del concilio, l'imperatore, tutti in pubblico ed in privato si adoperarono per indurlo a miglior senno. Ma mostrandosi ognor più ostinato, fu condotto sulla pubblica piazza, spogliato delle vesti sacerdotali e degradato. Dopo di che il duca di Baviera lo consegnò ai ministri della giustizia, che secondo le leggi dell'impero lo fecero perire nelle fiamme. (Anno 1414).

            Discepolo di Wiclefo e collega di Huss fu Girolamo di Praga, il quale volendo anch'esso persistere nell'empietà, fu dal potere secolare condannato alle fiamme. (Anno 1415). {254 [254]}

            Dopo la morte dei loro corifei gli Ussiti cagionarono ancora non leggere turbolenze, finchè molti di essi rientrando in se stessi abiurarono l'eresia e promisero obbedienza al Papa che li assolse dalle censure. (Anno 1436).

            L'imperatore Venceslao e s. Giovanni Nepomuceno. - In quello stesso secolo si vide su di un trono di Germania la crudeltà congiunta con la prepotenza per tentare di rendere un santo sacerdote traditore del suo ministero. Questo sacerdote per altro, confortato dalla divina grazia, resistette eroicamente al crudele monarca, e colse la prima palma del segreto della confessione sacramentale.

            Regnava nella Boemia Venceslao IV, uomo feroce che aveva sempre al fianco un carnefice, acciochè sentendosi sete di sangue, sull'istante potesse appagarla con mettere a morte chi primo incontrava. Aveva fatto disporre il pavimento di una sala in forma tale, che pareva fermo, ma ad un batter di piedi si affondava in un fiume. Là entro fece perire molti insigni personaggi. Fu scritto un giorno sul muro di sua camera: Venceslao altro Nerone. Egli, anzichè vergognarsene, aggiunse colla matita: Se nol fui lo sarò. Una volta perchè non trovò di suo gusto una vivanda recatagli sulla mensa, ordinò che il cuoco venisse immediatamente fatto arrostire a quello stesso camino ove era stata cotta quella vivanda. Nelle sue empie stravaganze giunse a pretendere che s. Giovanni Nepomuceno gli svelasse le colpe udite dalla regina in confessione. Il fedele ministro di Gesù Cristo rispose che per nessuna minaccia, {255 [255]} fosse anche la morte, sarebbesi giammai indotto a violare, neppure in minima cosa, il sigillo sacramentale. Il re per qualche tempo si tenne alle sole minacele, finchè un di mostrandosi più che mai deciso a volere svelato il segreto della confessione di sua moglie e trovando il santo costante nel rifiuto, lo fece chiudere in una delle sale del palazzo reale, e qui segretamente lo sottopose alle più orribili torture. Il santo uscito malconcio dal palazzo si preparò alla morte che vedeva inevitabile, e a quel fine si recò a un santuario di Maria SS. ad implorare aiuto. Ritornando a Praga sul tardi, il re vedutolo dalla finestra, lo chiamò a sè, e intimandogli di svelare il segreto, e trovandolo fermo nel rifiuto, lo fece sull'istante precipitare nel fiume Moldava.

            La salma del martire, mentre era trasportata dalle acque, apparve con una corona di stelle attorno al capo. Pel che i canonici della cattedrale le diedero onorevole e solenne sepoltura, assistendovi grande calca di popolo. Molti miracoli si operarono al suo sepolcro[33], e Papa Benedetto XIII lo annoverò fra i santi. Venceslao in breve tempo morì, e andò a render conto a Dio delle sue crudeltà e de'suoi sacrilegi. {256 [256]}

            Concilio XVII ecumenico. - Gli orientali che nel secondo concilio di Lione si erano riuniti alla Chiesa cattolica, e che poscia eransi di nuovo separati, mostravano vivo desiderio di ristabilire l'unione, perchè di nuovo sentivano il bisogno dell'aiuto del papa contro ai Turchi. Questa fu una delle ragioni per cui si convocò il concilio generale di Firenze, che è il decimosettimo ecumenico. Esso fu convocato da Martino V, prima a Basilea l'anno 1431, ma poscia dal suo successore Eugenio IV trasferito a Ferrara e quindi per causa della peste a Firenze l'anno 1439[34].

            L'imperatore Giovanni Paleologo, il patriarca di Costantinopoli ed altri prelati greci si portarono in persona al concilio, ove tra latini e greci si trovarono più di 140 vescovi e altri personaggi, presieduti dal medesimo pontefice. Si trattarono i punti della controversia, e i padri greci e latini dichiararono di pieno accordo, essere dottrina rivelata nei libri santi e contenuta nella tradizione, che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figliuolo; che è valida la consacrazione fatta in pane azimo; che le anime di coloro che muoiono vanno inumantinente {257 [257]} in paradiso se sono in grazia di Dio, e libere d'ogni debito di pena; e per contro vanno immantinenti all'inferno se infette di peccato mortale. Se poi sono in grazia di Dio, ma non ancora libere da ogni debito verso la divina giustizia, vanno in purgatorio; che il papa è il vicario di Gesù Cristo, il successore di s. Pietro, il capo di tutta la Chiesa, il padre, il maestro di tutti i cristiani, al quale da Gesù Cristo fu data nella persona di s. Pietro la piena potestà di pascere, reggere e governare la Chiesa universale. Perciò il giorno 6 di luglio 1439 dopo che papa Eugenio ebbe celebrata la santa messa fu letto il Decreto di Unione, sottoscritto dal papa, dai cardinali, dai vescovi e prelati latini e greci, non che dallo stesso imperatore, che lo sottoscrisse per altro con diversa formola.

            Tutto faceva sperare che l'unione stabilita con tanta solennità dovesse durare per sempre. Vane speranze. Ritornati i Greci a Costantinopoli, rinunziarono a quanto avevano fatto in Firenze, e il loro scisma fu consumato per sempre. Iddio per altro non lasciò impunito quel colpevole accecamento, poichè l'anno 1453, tredici anni dopo la violata unione, Maometto II, gran sultano, alla testa di formidabile esercito assediò e prese Costantinopoli di assalto, e in tre giorni di saccheggio vi fece commettere le più enormi crudeltà. I soldati uccisero quanti loro vi si paravano innanzi, demolirono le chiese, atterrarono gli altari, profanarono i monasteri, tutto posero a sangue e a fuoco. Così quella chiesa la quale non volle conoscere l'autorità del successore {258 [258]} di s. Pietro che la trattava da padre, cadde sotto al successore di Maometto, che la trattò da tiranno.

 

 

Capo VI. Miracolo del SS. Sacramento. - Maometto II. - Scoperta del nuovo mondo. - S. Francesco di Paola. - Concilio XVIII ecumenico. - Disciplina di questa epoca.

 

            Miracolo del SS. Sacramento. - La storia ecclesiastica riferisce molti miracoli da Dio operati in conferma della reale presenza di Gesù Cristo nel Santissimo Sacramento, come già abbiamo potuto vedere. Di questi uno pubblico e solenne avvenne in Torjno, e le meritò il titolo di Città del Sacramento.

            La sera del 6 giugno 1453 passavano per Torino alcuni ladri non conosciuti per tali, che conducevano un mulo, sul dorso del quale erano involti, come di masserizie. Essi venivano da Exilles, fortezza vicino a Susa, che in mezzo a gravi trambusti di guerra era stata messa a sacco. La stessa chiesa era stata derubata d'ogni cosa, sino dell'ostensorio coll'ostia sacra, il quale insieme con altri effetti rubati fu posto su quel giumento.

            Passando per Torino, quando furono innanzi alla chiesa di s. Silvestro, il mulo diviene restio, si ferma e cade a terra. I condottieri battendo a furia si adoperano invano perchè si alzi e cammini, ma esso non si muove; e in quel mentre rottesi le fasce di un involto, s'innalza {259 [259]} in aria il sacro vaso, e l'ostia santa risplendente più che il sole apparve alla vista di tutti gli astanti. Avvisato il vescovo Lodovico dei marchesi di Romagnano accorre col clero e con grande folla di popolo, alla cui presenza si apri e cadde l'ostensorio, rimanendo raggiante e sospesa in aria l'ostia divina. Allora da tutte parti si udì la moltitudine esclamare: Dimorate con noi, o Signore. Novello prodigio! L'ostia santa fino allora sospesa in aria a poco a poco scende nel calice apprestatole dal vescovo, e viene solennemente portata al duomo.

            Nel luogo dove seguì questo prodigio fu eretta la chiesa intitolata del Corpus Domini. Ecco d'onde ebbe origine la singolar divozione che i Torinesi mostrano verso il SS. Sacramento. Per mantenere ed accrescere questa divozione l'arcivescovo Luigi Franzoni instituì in questa città le Quarant'ore perpetue, le quali successivamente e ripetutamente hanno luogo in ciascheduna delle chiese; e mai non manca uno stuolo eletto d'anime che adorano Gesù Sacramentato esposto alla pubblica venerazione.

            Maometto II. - Questo principe, strumento dell'ira divina, in trent'anni di regno non cessò mai dal perseguitare i cristiani. Saccheggiata Costantinopoli, come dicemmo, e ridotto in suo dominio l'impero d'Oriente, partì con formidabile esercito alla volta dell'Italia con animo di mettere a morte tutti quelli che non si sottomettessero alla religione dei Turchi. S’impadronì di Otranto, e ne fece passare a fil di spada gli abitanti. L'arcivescovo, che cogli abiti {260 [260]} pontificali e colla croce confortava il popolo a restar fermo nella fede, fu preso e diviso in due pezzi con una sega di legno. A quelle spaventevoli notizie tutta Italia fu costernata temendo un'invasione di que'barbari. Ma Dio, che non permette tribolazioni oltre alle nostre forze, portò inaspettato soccorso alla gemente sua Chiesa col togliere dal mondo l'autore di tanti mali.

            Maometto fu colpito da una postema contagiosa che facendogli soffrire acerbissime doglie, lo privò di vita nel 1487.

            Scoperta del Nuovo mondo. - Tre erano lo parti del mondo conosciute in sino a quel tempo: Asia, Africa ed Europa. E pure una quarta, cioè l'America, che in estensione è quasi eguale alle tre prime, cominciò a scoprirsi sul finire del secolo decimoquinto.    Il genio che primo osò affrontare mari senza termini e senza nomi, per cercare un nuovo emisfero, fu il genovese Cristoforo Colombo. Riflessivo ed intelligente qual egli era, vedendo tutte le sere il sole partirsi dall'orizzonte, si persuase che al di là dell'Oceano esistessero terre abitate da esseri intelligenti; laonde formò l'ardito disegno di andarle a conoscere.

            Fattane la proposta a vari principi, daprima fu trattato qual visionario. Soltanto il re di Spagna gli concedette, non per altro affatto di buon cuore, il comando di tre bastimenti col pomposo titolo di ammiraglio dell'Oceano e vicerè de'regni da conquistare.

            L'anno 1492 Colombo partì verso occidente per mari, che per quanto si pensava niuno aveva {261 [261]} ancora attraversati. Nel suo viaggio ora prospero, ora avverso, egli ebbe a lottare terribilmente non solo cogli elementi, ma più ancora cogli uomini del suo equipaggio, i quali ben sovente spaventati dalle difficoltà, e temendo di perire di fame o di naufragare, volevano ritornare indietro. Ribellatisi quindi al condottiere deliberarono di ucciderlo per essere in libertà di ritornarsene verso la Spagna. Ma ecco finalmente apparir nuove terre e nuovi popoli che riempierono tutti di allegrezza. Cinque anni appresso Americo Vespucci fiorentino andò più oltre che non aveva fatto Colombo, e diede a ingiusto scapito dell'onor di esso il nome di America a quel vasto paese.

            Questo nuovo mondo offerì vasto campo agli operai evangelici, di cui il primo fu il monaco Bueil dell'ordine di s. Benedetto con dodici sacerdoti, i quali nel 1493 portarono la luce del Vangelo a quelle nazioni che giacevano tuttora nelle ombre di morte. Molti viaggiatori che là si recavano per cupidigia di danaro esercitarono orribili crudeltà, ma i ministri del Vangelo, tirati dal desiderio di guadagnar anime a Dio, vi fecero conversioni in sì gran numero e vi radicarono talmente il cristianesimo che tutta l'America meridionale divenne e si mantiene cattolica. Lo zelo di tutti i vescovi dell'America meridionale verso la s. Sede di Pietro risplendette mirabilmente nel Concilio Vaticano.

            S. Francesco di Paola. - Sul finire di quel secolo fiorì s. Francesco di Paola, la cui vita fu una serie di maraviglie sia per virtù, sia {262 [262]} per miracoli. Il suo letto era una pietra, il suo alimento erbe, radici e un po'd'acqua; un cilicio armato di punte di ferro gli vestiva il corpo. Bastava la vista di un Crocifisso per rapirlo in estasi; se udiva parlare di Maria gli cadevano le lagrime per tenerezza. Egli fondò un ordine, il quale per umiltà volle che si chiamasse de'Minimi, e che in breve si dilatò nell'Italia, nella Francia, nell'Allemagna, nella Spagna e fin ne'paesi del nuovo mondo. Questa rapida dilatazione era effetto della santità e dei miracoli del fondatore, non che della santità de'suoi discepoli. Pareva che Iddio gli avesse dato il dominio degli elementi. Avvisato che un'ardente fornace di calce era per cadere, egli corre, vi entra e si ferma in mezzo al fuoco, sinchè riparata la spaccatura ne impedì la rovina. Una grossa pietra staccatasi da un monte rotolava verso il suo convento; Francesco alza le mani al cielo, ed il grave macigno si arresta sospeso pel dirupato pendio. Mancando acqua a un gran numero di artefici, egli fa scaturire una fonte che più non si dissecca.

            Il padrone di una barca troppo cupido di danaro ricusa di trasportarlo gratuitamente, egli stende il suo mantello sull'acqua, vi si mette sopra co'suoi compagni, e in questa nuova specie dì nave passa lo stretto di Sicilia. Una sua sorella non vuole che un suo figliuolo facciasi religioso; il fanciullo muore, e Francesco facendoselo portare, lo chiama a nuova vita, e tosto diviene suo fervoroso discepolo. Egli conosceva le cose presenti, passate {263 [263]} e future; conosceva le più intime segretezze de'cuori. Quest'uomo straordinario, non che avere la vita abbreviata dalle penitenze, arrivava sino ai novant'anni. Passava di questa terra al cielo nel giovedì santo dell'anno 1507.

            Concilio XVIII ecumenico. - La Chiesa cattolica, sempre intenta a provvedere nuovi mezzi per combattere sulla terra il peccato e promuovervi la virtù, esordiva il secolo decimosesto con un concilio ecumenico che fu tenuto a Roma in Laterano, e presieduto da papa Giulio II. Incominciato nel 1512 fu continuato da Leone X, ed ebbe fine nel 1517. Esso è il quinto lateranese, decimottavo generale. Vi intervennero 114 vescovi oltre ai cardinali e molti abati. Venne celebrato per provvedere a molti disordini che erano alla Chiesa minacciati da un'adunanza d'indegni prelati protetti dai principi del secolo, detto comunemente Conciliabolo di Pisa, dal luogo dove tenevansi le sedute.

            Era pure scopo del concilio di abolire una legge francese, conosciuta sotto il nome di Prammatica sanzione, colla quale derogavasi ad alcuni diritti della santa sede in cose di grave rilievo. Quel conciliabolo essendo colpito di scomunica, diversi suoi membri rientrarono in se stessi e si sottomisero alla Chiesa. La prammatica fu condannata, e venne eziandio decretata una spedizione contro ai Turchi. Si trattò ferimenti la questione dei Monti di Pietà, e fu deciso che è lecita la loro istituzione, e si può prendere un interesse sul danaro che si dà a prestito mediante pegno; conciossiachè {264 [264]} queste interesse sia necessario per sopperire alle spese dell'opera.

            Per impedire i danni della stampa, che inventata nel 1438, cominciava ad essere uno stromento di rapida diffusione di scritti d'ogni sorta, buoni e cattivi, si proibì di pubblicare colla stampa la santa Scrittura e qualunque libro che ne contenesse l'interpretazione, o contenesse cose spettanti come che sia alla religione ed alla morale, senza che prima fosse esaminato ed approvato dall'autorità ecclesiastica.

            Qui è bene di notare che la Chiesa nè allora nè mai ha proibito la stampa di libri buoni, utili alla scienza, alla religione, alla morale, che anzi l'ha promossa e diffusa a tutto potere. Ma ella ha soltanto vietata la pubblicazione di scritti nocivi alla fede e pericolosi alla morale. Gli stessi pagani non lasciarono ai loro scrittori la libertà di scrivere quanto volevano. I Greci fecero pubblicamente bruciare i libri di Protagora perchè irreligiosi. Roma al tempo della Repubblica proibì e distrusse i libri delle Baccanti, nei quali insegnavansi pratiche abbominevoli, e Cesare Augusto punì coll'esiglio Ovidio, uno dei più celebri poeti, per avere composto un poema licenzioso[35]. Quindi la Chiesa, la quale veglia al bene non solo della religione, ma eziandio della società civile, mentre concede piena libertà alla stampa buona, ha il diritto e il dovere di porre un freno alla stampa cattiva[36]. E quanti hanno mente e cuore la debbono ringraziare {265 [265]} del potente ostacolo che essa oppone alla pubblicazione di scritti cattivi.

            Pratiche religiose e leggi disciplinari di questa epoca. - Nel secolo tredicesimo Innocenzo III compose l'inno Stabat Mater dolorosa e il Veni Sancte Spiritus; s'introdusse pure il pio uso di suonare l'Ave Maria al mattino, al mezzogiorno ed alla sera per eccitare i fedeli a ravvivare la fede nel mistero dell'incarnazione ed a ricorrere all'augusta madre del Salvatore nelle ore principali della giornata. Fu mitigata la legge del digiuno dalla consuetudine introdottasi insensibilmente, e cominciò la costumanza della cenula, ossia piccola refezione vespertina, e si tollerò l'uso dei pesci e del vino in tempo di quaresima, mentre per lo innanzi pare che i fedeli generalmente se ne astenessero.

            Nel secolo decimoquarto fu condannato l'errore di quelli che negavano essere sette i Sacramenti della nuova legge. Nello stesso secolo fu istituita la festa della Visitazione di Maria SS. a s. Elisabetta.

            Nel secolo decimoquinto Paolo II diede ai cardinali per distintivo la veste rossa, ossia la porpora, siccome vedemmo a suo luogo. Callisto III ordinò che in avvenire si celebrasse con rito più solenne la trasfigurazione dei Signore in memoria della segnalata vittoria riportata sotto Belgrado contro Maometto II, l'anno 1455. {266 [266]}

 

 

Epoca quinta. Dai prineipj di Lutero nel 1517 fino alla morte di Pio VI nel 1799. Abbraccia anni 282.

 

Capo I. Epoca quinta. - Lutero. - Calvino. - Scisma anglicano.

 

            Epoca quinta. - La Chiesa fu così aspramente combattuta in quest'epoca quinta, che pareva fosse venuto il tempo dell'Anticristo. Nulladimeno essa riportò nuovi trionfi. Un diluvio di eretici arditamente l'assale; molti suoi ministri invece di sostenerla si ribellano e le fanno piaghe profonde. A questi si uniscono i principi del secolo, che col ferro, colla strage e col saccheggio la opprimono. Il demonio si nasconde sotto il manto di società segrete e d'una filosofia mondana e seducente, ma falsa e corrompitrice. Esso eccita ribellioni e suscita sanguinose persecuzioni; ma Dio rende vani gli sforzi dell'inferno e li fa servire alla sua gloria.

            Nuovi ordini religiosi, missionari instancabili, apostoli invincibili, pontefici grandi per {267 [267]} santità, zelo e dottrina, tutti insieme di un cuor solo, e di una sola mente, dall'onnipotente braccio confortati, difesero validamente la verità e portarono la luce del Vangelo sino agli ultimi confini della terra. Così la Chiesa ebbe nuove conquiste e più gloriose vittorie.

            Lutero. - Primo ad alzar bandiera contro alla fede cattolica, ed autor principale de'mali che patì la Chiesa in questo tempo fu Lutero. Col suo perverso sistema di sottomettere la parola di Dio all'esame e giudicio di ogni uomo arrecò assai maggior danno alla religione cattolica che non le arrecassero tutti gli eretici dell'età passata, a segno che questo apostata si può a buon diritto appellare il primo fra i precursori dell'Anticristo.

            Nato ad Islebia, nella Sassonia, da un povero minatore, manifestò da giovanetto un ingegno assai intraprendente. La morte di un suo condiscepolo cadutogli a fianco per un colpo di fulmine lo indusse ad entrare nell'ordine agostiniano. Per alcun tempo sembrò immerso in profonde meditazioni, e pareva agitato da scrupoli e timori; infine palesò la superbia che covava nell'animo, e dichiarata guerra all'autorità del romano pontefice, partì dal chiostro e non gli si potè più metter freno.

            Opprimere gli altri colla calunnia e colla tirannia; scherno e disprezzo d'ogni cosa più augusta e sacra; superbia, scostumatezza, ambizione, petulanza, crapola, intemperanza, impudicizia, cinismo grossolano e brutale sono le doti del carattere di questo corifeo del protestantesimo. (Nat. A. Gott. ecc.) A costui l'anno 1869 {268 [268]} in Allemagna si innalzò una statua come ad insigne benefattore dell'umanità!!!

            Cominciò nel 1517 a predicare contro alle indulgenze; poi contro al papa; e progredendo nell'empietà formolò una dottrina, la quale di per se stessa e portata alle sue logiche e pratiche conseguenze con lamina tutte le cose sacre, distrugge la libertà dell'uomo, fa Dio autore del peccato, e riduce l'uomo allo stato dei bruti. Basta il dire che secondo lui l'uomo più virtuoso se non crede fermamente d'essere fra gli eletti, è dannato. Per contro il più scellerato uomo purchè creda che è salvo per i meriti di Gesù Cristo, con ciò solo, senz'altro va dritto in paradiso. Dottrina così abbominevole venne subito condannata da papa Leone X; ma Lutero ne fece pubblicamente gettar la bolla sul fuoco. Le Università cattoliche, tutti i dottori gridarono all'empietà, all'eresia; ma esso se ne fece burla, e persistè nella sua ribellione. Benchè legato da voti solenni sposò Catterina di Bore, religiosa in un monastero di Misnia. Pur troppo ebbe molti seguaci, che sotto il nome di protestanti[37] presero le armi e portarono l'eccidio in tutti i paesi in cui fu loro dato di penetrare. Sopra i loro stendardi era scritto: Piuttosto Turchi che Papisti. Pensando talvolta al gran male che {269 [269]} cagionava la nuova riforma, Lutero andava esclamando: «Tu solo sei dotto? Tutti quelli che ti precedettero la sbagliarono? Tanti secoli ignorarono quello che tu sai! Che ne sarà se tu la sbagli, e tanti strascini teco ad esser dannati?

            Queste erano le voci della coscienza, la quale suo malgrado protestava contro le sue empietà, ma non bastarono a richiamarlo sulla buona via.

            Calvino. - Tra i più insigni seguaci di Lutero fu Calvino Giovanni, di Piccardia, che però piuttosto che associarsi con esso, preferi farsi capo di un altro protestantesimo. Figlio di un povero sellaio era stato assistito dal suo vescovo, che mosso a compassione di lui avevagli fatto a proprie spese percorrere la carriera degli studi. Egli si aspettava un benefizio ecclesiastico, che per la sua scostumatezza gli venne rifiutato. Di che protestò di fare tale vendetta da doversene parlare per ben cinquecent'anni. Camminando sulle orme di Lutero ne segui affatto le perverse massime. Non voleva nè papa, nè vescovi, nè preti, nè festività, nè altre funzioni di chiesa. Nella città di Noyon per un delitto nefando fu condannato a morte, e solo per le preghiere del vescovo gli fu commutata la pena in quella del bollo col ferro infuocato.

            Aggiungendo poi delitto a delitto doveva essere tradotto in prigione. Ma egli si calò da una finestra, cangiò vestimenta con un vignaiuolo, e fuggì. Nella fuga incontrò un sacerdote che lo esortò a riparare la propria rovina e ritornare alla Chiesa cattolica, «Se avessi da cominciare, rispose, non lascierei la religione {270 [270]} de'miei maggiori; ma ora mi trovo impegnato e voglio proseguire fino alla morte.» Fermò speciale dimora in Ginevra che divenne il centro della sua setta e dove operò da vero tiranno. Imperocchè non volendo riconoscere in altri il diritto che egli si era usurpato di alterare e corrompere la dottrina cattolica, fece morire tra le fiamme Michele Serveto perchè aveva insegnato errori contrari al mistero dell'augustissima Trinità.

            Per queste sue tirannie Calvino fu cacciato via da Ginevra; ma a forza di brogli riuscì a ritornarvi e divenirne quasi il sovrano. Egli governò quella città dispoticamente, avendo come ammaliati i cittadini d'ogni genere; e proruppe in empietà contro la religione, finchè giunse anche per lui il tempo di doversi presentare al Giudice supremo.

            Una malattia ulcerosa, che lo assali, gli faceva esalare dalle membra una puzza insoffribile. Smanioso ed arrabbiato contro il suo male invocava i demoni che venissero a liberarlo. Ma crescendo ognor più gli spasimi detestava la sua passata vita; malediceva la sua dottrina e i suoi scritti. In questa disperazione comparve davanti a Cristo giudice per rendere conto di tante migliaia d'anime già perdute e che avrebbero da perdersi eternamente per opera sua. (Anno 1564).

            Scisma anglicano. - Questo scisma fu cagionato da Enrico VIII re d'Inghilterra. Quel misero principe, passati venticinque anni di matrimonio con Caterina d'Aragona, volle ripudiarla e sposare Anna Bolena. Il sommo {271 [271]} pontefice vi si oppose, affermando che non potevasi permettere un secondo matrimonio mentre era valido il primo che aveva contratto con Catterina tuttora vivente. Enrico acciecato dalle passioni si sottrasse all'autorità del papa, si fece capo della chiesa d'Inghilterra, sprezzò le ammonizioni di Roma, perseguitò il clero, lo spogliò e sposò la scaltra Anna Bolena. Era l'anno 1532.

            In simile guisa l'Inghilterra che nella storia è appellata terra dei santi, e che ha gran numero de'suoi principi sugli altari, divenne la nemica del cattolicismo.

            Enrico, sposata che ebbe Anna Bolena, non tardò a sentirne abborrimento, ed ordinò che fosse decapitata. Ne sposò successivamente ancora quattro, delle quali una morì, l'altra ripudiò, la terza mise a morte, la quarta fu in gran pericolo d'essere pure decapitata, ma fu abbastanza accorta per salvarsi colla fuga.

            Benchè molti nobili e prelati si sottomettessero alla sua tirannia, tuttavia vi furono dei generosi che vi si opposero, i quali egli mettendo a morte, fece martiri della santa fede.

            Si contano 630 gli ecclesiastici che egli fece morire. Celebre sopra gli altri è il cardinale Giovanni Fischer, vescovo di Rochester e maestro di Enrico, e l'illustre Tommaso Moro, cancelliere o ministro di Stato. Deposto dalla sua carica, spogliato di tutti i suoi beni, chiuso in una prigione, Tommaso venne condannato all'atroce supplizio dei traditori dello Stato, che gli fu commutato nella decapitazione. La moglie, per indurlo a secondare il sovrano, {272 [272]} venne a trovarlo nella carcere, e si adoperò in tutte guise per muoverlo a salvare se stesso e la famiglia. Ma egli intrepido così parlo: «Dimmi, o consorte, se io rinunzio alla mia fede e riacquisto in un colle ricchezze le dignità di prima, per quanti anni potrò goderne? - Forse anche per vent'anni, rispose la timida donna. - Oh! ripiglia il magnanimo Tommaso, vuoi dunque che per vent'anni di vita io perda un'eternità di contenti in cielo e mi condanni ad un'eternità di tormenti nell'inferno?»

            Salito poi sul palco protestò pubblicamente che moriva per la fede cattolica. Recitato il Miserere gli fu tagliata la testa nel 1534. La giustizia divina non tardava a colpire l'empio e lussurioso Enrico. Fra i più atroci rimorsi della sua coscienza egli moriva separato dalla Chiesa cattolica nel 1547.

            Gli succedeva nel regno il figlio Edoardo in età di dieci anni. Il duca di Sommerset suo tutore fece immediatamente dichiarare il protestantismo calvinista religione dello Stato, e tolse via quel poco di cattolicismo che Enrico VIII aveva lasciato. Ma Edoardo essendo morto a sedici anni, gli succedeva Maria sua sorella, figliuola di Caterina d'Aragona, la quale ricondusse il regno alla fede cattolica. Essa per altro non visse che cinque anni sul trono, ed alla sua morte, avvenuta il 17 nov. 1558, Elisabetta, figlia di Anna Bolena, le succede. Essendo essa infetta dell'eresia calvinistica, e volendo governare con piena indipendenza da qualunque principio di fede e di giustizia, si ribellò e fece {273 [273]} ribellare nuovamente tutto il regno all'obbedienza del vicario di Gesù Cristo. D'allora in poi l'Inghilterra fu e disgraziatamente è ancora un regno protestante.

 

 

Capo II. Ordini religiosi. - Barnabiti. - Cappuccini. - S. Gaetano e i Teatini. - S. Giovanni di Dio e i Fate bene Fratelli. - S. Girolamo Emiliani e i Somaschi. - S. Ignazio di Lojola. - Adorazione delle Quarant'Ore. - Fine di Lutero. - L'imperatore Carlo V.

 

            Ordini religiosi. - Mentre gli eretici tentavano di rovinare la Chiesa, la divina Provvidenza suscitava nuove società di religiosi e una moltitudine di dottori che con le apostoliche loro fatiche, colla santità e con libri pieni di scienza e di erudizione cristiana la fecero rifiorire in tutte le parti del mondo. L'ordine de’Teatini, de’Barnabiti, de'Cappuccini, de'Somaschi, de'Fate bene Fratelli e di molte altro religiose congregazioni, l'istituzione delle qunrant'ore, la celebrazione del concilio di Trento, s. Gaetano, s. Girolamo Miani, s. Giovanni di Dio, s. Tommaso di Villanuova, s. Ignazio di Loiola, s. Francesco Saverio, s. Pietro di Alcantara, s. Filippo Neri, s. Pio V, s. Teresa, s. Carlo Borromeo con molti altri ripararono gloriosamente i danni alla religione cagionati.

            Barnabiti. - La congregazione dei Chierici Regolari di s. Paolo, detti anche Barnabiti, fu instituita (anno 1530) dal venerabile Antonio {274 [274]} Maria Zaccaria, sacerdote cremonese, e dal ven. Bartolomeo Ferrari, e Iacopo Antonio Morigia, nobili milanesi.

            Loro scopo era di promuovere coll'esempio e con ogni opera propria dell'ecclesiastico ministero la riforma dei costumi nel clero e nel popolo. Ebbero il nome di Chierici Regolari di s. Paolo perchè si elessero a principale patrono quel grande apostolo, di cui studiavano d'imitare le virtù e lo zelo nel procurare la salute delle anime. Furono poscia chiamati Barnabiti dalla chiesa di s. Barnaba, che essi presero ad officiare in Milano. La loro congregazione fu approvata da Clemente VII nel 1533.

            Da principio non avevano in animo di stabilirsi fuori di Milano. Ma per consiglio e per opera di s. Carlo Borromeo loro grande protettore cominciarono a stabilirsi a Monza, a Vercelli e quindi in molte città d'Italia.

            Fino al principio del secolo XVII i Barnabiti si limitarono alle opere che più strettamente appartengono al ministero ecclesiastico, quali sono la officiatura in coro, la predicazione e l'amministrazione dei Sacramenti. Di poi si diedero anche all'istruzione ed educazione della gioventù, aprendo scuole pubbliche e convitti in molte città d'Italia e di Francia. A ciò diede loro eccitamento s. Francesco di Sales, il quale nel 1613 li chiamò da Milano a reggere il collegio di Annecy, d'onde poi si diffusero in ogni parte del mondo.

            Il beato Alessandro Sauli, vescovo di Pavia, il venerabile Carlo Bascapè, vescovo di Novara, il ven. Cosimo Dossana, vescovo di Tortona, {275 [275]} Guerini amico e successore di s. Francesco di Sales nel vescovado di Ginevra, Recrosio, vescovo di Nizza, Gattinara, arcivescovo di Torino, appartengono ai Barnabiti. Fra i cardinali poi si noverano Morigia, arcivescovo di Firenze, Gerdil, Fontana e Lambruschini già arcivescovo di Genova, Cadolini, vescovo d'Ancona, e da ultimo Luigi Bilio innalzato alla sacra porpora dal regnante pontefice Pio IX nel 1866.

            Istituzione dei Cappuccini. - L'ordine cappuccino è una diramazione del grande ordine Francescano fatta dal venerabile padre Matteo da Bassi, castello del ducato d'Urbino. Bramava egli accesamente di veder rifiorire nell'ordine francescano la perfetta osservanza della regola professata e stabilita dal suo serafico fondatore. Molto pregava a tal uopo; quando gli apparve reiteratamente s. Francesco vestito d'un abito rozzo con un cappuccio aguzzo congiunto coll'abito stesso e senza scapolare, intimandogli d'osservare la regola sotto quella forma di vestito. Il che egli fece prontamente. Ma per guardarsi da ogni illusione risolvè di recarsi a noma ad implorare il giudizio del vicario di G. Cristo, che era Clemente VII. «Beatissimo padre, disse al papa, io sono un povero sacerdote dell'ordine dei Frati Minori, a cui per altro niuna altra cosa è maggiormente a cuore che di osservare quella regola, che una volta con voto solenne promisi a Dio, e d'imitare, per quanto valgono le mie deboli forze, la vita del serafico padre che ora è trascurata. Dopo molte preghiere ho compreso essere volontà del Signore, {276 [276]} che presa questa forma d'abito, aggiustassi me stesso al modello dell'osservanza regolare del vestito e della vita perfetta del serafico padre.»

            La franchezza e il candore del linguaggio persuase il papa dello zelo sincero del padre Matteo e della divina inspirazione che lo guidava; perlochè benignamente condiscese alla domanda, ed estese la medesima facoltà a quanti avessero voluto in quella forma d'abito e in luoghi solitari osservare più perfettamente la regola. (Anno 1524).

            Finalmente, l'anno 1528, il medesimo Clemente VII con bolla del 13 luglio eresse la novella istituzione in congregazione religiosa sotto il nome di Frati Minori eremiti, il quale nome venne tosto dalla voce pubblica cangiato in quello di cappuccini per la forma del loro cappuccio. Ne fu primo generale lo stesso padre Matteo, ma poco dopo volle abbandonare la sua carica per meglio prepararsi alla morte. Egli finiva i suoi giorni in Venezia con fama di santità e di miracoli.

            La vista del rozzo abito dei cappuccini, la loro austerità, povertà e predicazione popolare piena dello spirito apostolico, l'abnegazione e lo slancio onde vedevansi consacrare al servigio dei malati negli ospedali e nei tempi di pestilenza, loro valsero la stima e l'affezione universale. Così che in breve tempo i loro conventi si moltiplicarono per tutta Europa, ed il loro zelo si estese anche agli eretici ed infedeli, e frutti segnalati produssero in ogni tempo le loro numerose missioni. Nel nostro Piemonte {277 [277]} si deve principalmente all'opera loro il ritorno alla fede cattolica di varii paesi alpigiani che avevano succhiato l'infezione dell'eresia calviniana.

            S. Gaetano e i Teatini. - Vicenza, città del Veneto, è patria di s. Gaetano, fondatore dei Teatini. Appena nato, sua madre lo offrì alla Santa Vergine Maria, che assai ne gradì l'offerta. Dal canto suo Gaetano si mostrò degno dell'augusta sua protettrice. Niuna cosa in lui era tanto ammirabile quanto la tenerezza pei poveri, largendo a favor dei medesimi le molte sostanze che i ricchi suoi genitori avevano messe in sue mani. Ma queste non bastando al bisogno, andava egli stesso elemosinando di porta in porta, a fine di provvedere quanto loro occorreva. Quell'angelico tenore di vita faceva che il giovanetto fosse da tutti segnato col nome di Santo.

            Presa in Pavia la laurea in ambe leggi, si recò a Roma, dove il papa gli affidò la carica di protonotario apostolico. Fatto sacerdote, divenne un serafino d'amor di Dio. In preparazione alla Santa Messa impiegava intere ore di meditazione; talvolta passava otto ore continue nella preghiera.

            Fondò parecchi ospedali a proprie spese, dove serviva con gran cura gl'infermi, amministrando colle proprie mani quanto a quelli era necessario, fossero anche contagiosi. Pel zelo ardente con cui attendeva alla salvezza dei prossimi era chiamato cacciatore di anime.

            Non potendo da solo compiere tutte le opere che formavano incessante oggetto della sua carità, {278 [278]} si cercò alcuni zelanti compagni, coi quali cominciò vita comune. Di qui ebbe principio l'ordine dei chierici regolari, che abbandonando ogni cosa terrena, non avessero redditi, nè andassero elemosinando sussidii, ma vivessero di sole limosine spontaneamente offerte.

            Clemente VII avendo fatte esaminare le regole del novello istituto, lo annoverò fra gli ordini religiosi. S. Gaetano con Pietro Caraffa, vescovo di Chieti o Teane, e con altri due compagni dinanzi all'altare maggiore di s. Pietro in Vaticano emisero i voti solenni, dando così principio alla congregazione dei chierici regolari, i quali per essersi eletto come primo superiore il vescovo di Teane, furon detti Teatini.

            Nella devastazione di Roma fatta l'anno 1527 dall'esercito di Carlo V, condotto dal conestabile di Borbone, quest'ordine correva rischio di perire appena sorto. Lo stesso Gaetano fu crudelmente trattato, affinchè consegnasse i tesori che già aveva elargiti ai poveri. Battuto, tormentato ed incarcerato Gaetano perseverò nel tenor di vita intrapreso, fidato solo a Dio, che niuno mai abbandona.

            Promosse in modo speciale il rispetto delle cose sante, l'osservanza delle cerimonie del culto divino, la frequente comunione, l'assistenza agli ammalati e l'istruzione del popolo. Pel gran fervore con cui pregava era rapito sovente in estasi, aveva il dono di profezia e la penetrazione dei cuori.

            In Roma, la notte di Natale, meritò di ricevere tra le sue mani il Bambino Gesù, portogli dalla Beatissima Vergine. {279 [279]}

            Andato poi a Napoli, pel gran dolore che provò nel vedere le grandi offese che a Dio si facevano in una sedizione, cadde in malattia mortale. Ricreato da una celeste visione, volossene al cielo l’anno 1547. Il suo corpo si venera tuttora con gran concorso di fedeli nella chiesa di s. Paolo in Napoli.

            S. Giovanni di Dio e i Fate bene Fratelli. - S. Giovanni di Dio nacque in Monte Maggiore nel Portogallo da poveri genitori, e fu perciò obbligato fin da giovanetto a guadagnarsi il pane col lavoro delle sue mani. Per sua buona ventura avendo un giorno udito il P. Avila a predicare sulle vanità della terra, ne rimase talmente colpito, che per farsi disprezzare si finse pazzo, e fu come tale condotto al manicomio. Ma conosciuta la sua unzione, e mandato via da da quel luogo, si diede a raccogliere poveri infermi, stabilendo a tale uopo un ospedale nella città di Granata. Non avendo mezzi per mantenerli, lungo il giorno lavorava per la loro assistenza, e di notte con due bisacce al collo andava questuando e gridando ad alta voce: «Fate bene, o fratelli, a voi stessi.» Di qui ebbe il nome l'ordine ospitaliero de'Fate bene Fratelli.

            Colmo di meriti Giovanni riposava nel Signore l'otto marzo 1550. Pochi anni dopo s. Pio V con apposita Bolla annoverava la novella congregazione fra gli ordini religiosi. Pel gran bene che ne avveniva agli infermi e moribondi i Fate bene Fratelli furono chiesti nella Spagna, nell'Italia, nella Francia, nella Germania e nella stessa America. {280 [280]}

            Questa religione dopo 254 anni di esistenza aveva sotto alla sua direzione oltre a 295 spedali con 9208 letti assistiti da non meno di 3469 confratelli.

            Ma questi felici progressi furono fatalmente interrotti pei rivolgimenti politici scoppiati sul principio di questo secolo, in cui vennero soppressi tutti gli ordini regolari. Sebbene i Fate bene Fratelli tuttora esistano e facciano gran bene secondo lo scopo del fondatore, nulladimeno il loro numero è assai limitato. Ciò non ostante essi furono e saranno sempre i veri benefattori della parte più derelitta dell'umanità. Scopo loro esclusivo è tuttora quello del santo fondatore, di aver cura degli infermi, e per quanto loro permette lo stato di laici, mentre portano soccorso ai corpi, nulla risparmiare affinchè essi dispongansi nel miglior modo possibile a ricevere gli ultimi conforti di nostra santa cattolica religione.

            S. Girolamo Emiliani e i Somaschi. - Amico e contemporaneo di s. Gaetano Tiene fu san Girolamo Emiliani, fondatore dei Somaschi. Nato in Venezia da famiglia patrizia, mostrò da giovanetto molta inclinazione alla virtù; ma ai 15 anni datosi alla milizia, sventuratamente si lasciò strascinare alla dissolutezza. In tempi molto calamitosi alla sua patria fu posto alla difesa di Castelnuovo presso Treviso; ma presa la fortezza, il nemico lo fece prigione, lo incatenò e colmollo di oltraggi. Privo di soccorso umano, aspettando ad ogni istante la morte, si rivolse a Dio piangendo amaramente i falli suoi, promettendo alla gran Regina del cielo efficace {281 [281]} riparazione de'suoi scandali qualora fosse liberato. Questa Madre della misericordia lo ascoltò, gli apparve, gli sciolse le catene e lo condusse sano e salvo in Treviso, facendolo passare per mezzo ai nemici che impedivano ogni comunicazione.

            Fatto libero in modo così prodigioso corse tosto in una chiesa della Beata Vergine, attaccò alle pareti le catene che tuttora portava in collo, e ritornato a Venezia rinunziò a tutte le dolcezze ed agli agi della vita per guadagnare anime a Dio. Domava il suo corpo con digiuni e macerazioni. In una carestia, che travagliò l'Italia nel 1548, vendette gli stessi mobili di sua abitazione per alleviamento dei poveri. La carestia essendo stata seguita dalla pestilenza, la sua casa diventò un ospedale. Attaccato egli stesso dal morbo, chiese a Dio la guarigione per poter fare più lunga penitenza de'suoi peccati. Dio lo esaudì. Vedendo dappertutto ragazzi divenuti orfani e ridotti all'estrema miseria ei si fece, padre a tutti. Li riceveva in casa sua educandoli egli stesso. Il mondo era stupefatto al vedere questo nobile senatore, questo prode capitano vestito da povero e divenuto il padre degli orfani. La sua carità non si restrinse a Venezia, ma venne ad erigere orfanotrofii a Brescia, a Bergamo, Como, Milano, Pavia ed in più altri luoghi. Fermatosi poi a Somasca, paesello tra Milano e Bergamo, stabilì quivi una dimora fissa per sè e pe'suoi. Di qui ebbe il nome di Somaschi la congregazione da lui fondata. Questa cresciuta e propagata per maggior utilità della Chiesa, si estese anche all'istruzione della {282 [282]} gioventù ne'collegi e ne'seminari. Trovata poi su d'un monte presso Somasca una spelonca, si nascose in essa, e quivi lacerandosi il corpo con flagelli, passava intieri giorni senza gustar cibo, e, protraendo l'orazione a quasi tutta la notte, prendeva poi un pe'di souno sulla nuda pietra. Nell'intimo recesso di quella spelonca per le sue preghiere scaturì una fontana da un duro sasso, che esiste ancora oggidì, e l'acqua portata in varie regioni rende per lo più la salute agl'infermi.

            Finalmente in un morbo che serpeggiava per quella valle, mentre serviva gli ammalati e portava sopra le proprie spalle i cadaveri alla sepoltura, fu egli stesso mortalmente assalito, e spirava nel bacio del Signore nel giorno da lui predetto, l'anno 1557, di sua eia cinquantesimo sesto.

            S. Ignazio di Loiola. - S. Ignazio, spagnuolo, fino a vent'un anno aveva seguito il mestiere delle armi. Rottasi una gamba all'assedio di Pamplona, ed essendone lentissima la guarigione, chiese qualche libro cavalleresco per ingannare la noia del tempo. Nei luogo ove egli giaceva infermo, non se ne trovò, e invece gli fu data la Vita di Gesù Cristo e de santi. Si fece a leggere quel libro quasi per forza, ma operando la divina grazia, egli trovò in questi esempi cose più grandi che non in tutto l'eroismo dei conquistatori, capitani e cavalieri decantati nelle loro istorie. Dopo qualche lotta fra lo spirito e la carne, egli prese la risoluzione d'imitarli e di farsi santo. D'allora in poi la sua vita divenne un complesso di maraviglie per costanza, zelo ed alti eroici di virtù. {283 [283]} Nell'anno 1534 fondò la Compagnia di Gesù, che è riguardata giustamente uno dei baluardi eretti da Dio per resistere agli assalti de'nuovi eretici, ed uno degli eserciti spirituali per propagare la fede ne'paesi stranieri.

            S. Ignazio stabilì sua special dimora in Roma, dove impiegò il rimanente di sua vita nel consolidare la sua instituzione. Egli ebbe la consolazione di vederla approvata dai sommi pontefici, portar frutti di grazia e di benedizione in tutte le parti del mondo. Colmo di meriti, chiaro per virtù e miracoli riposava nel Signore nei 1556, sessantesimo quinto di sua età.

            Tra i discepoli di s. Ignazio è segnalato san Francesco Saverio, il quale per le dure fatiche tollerate, pei molti miracoli operati e pel prodigioso numero d'infedeli convertiti si meritò il glorioso titolo di Apostolo delle Indie.

            Adorazione delle Quarant’Ore. - Questa pratica, a cui è dovuta la conversione di molti peccatori e la virtù di parecchi santi, ebbe cominciamento in Milano nel 1534. Insorte discordie tra Francesco I re di Francia e l'imperatore Carlo V, i due eserciti nemici dopo vari sanguinosi combattimenti avevano fatto il milanese campo di battaglia, e quindi non andò guari che Milano e i paesi confinanti furono miseramente esposti ai ladronecci, alle rapine, agli incendi, alle stragi delle soldatesche francesi, spagnuole ed alemanne. In quei calamitosi momenti il padre Giuseppe da Fermo cappuccino, mosso da celeste impulso, esortò i Milanesi ad esporre il SS. Sacramento sull'altare per lo spazio di quarant'ore in memoria {284 [284]} del tempo che Gesù Cristo stette nel sepolcro, assicurando che sarebbero così liberati dalla nemica infestazione.

            Si ascoltò la parola del pio predicatore, e tutto avvenne come fu predetto. I due monarchi si rappacificarono, e la sospirata pace ritornò in quei paesi. Varie città seguirono l'esempio de Milanesi; i sommi pontefici arricchirono di molte indulgenze questa divozione, la quala in breve si sparse per tutto il mondo cattolico a segno che in molte popolate città fu instituita l'adorazione perpetua, cioè l'esposizione del SS. Sacramento, e ripartita in modo, che in ciascun giorno dell'anno avvi in qualche chiesa della medesima città l'esposizione delle Quarantore. (Ben. XIV, Bov.).

            Fine di Lutero. - Questo miserabile apostata, dopo aver disprezzata ogni ragione ed autorità e bruciata la bolla del papa che lo condannava, non cessò di predicare la ribellione contro la Chiesa e contro i principi. Più volte confutato colle dispute e cogli scrini, non sapendo più che rispondere, si appellava ad un Concilio generale. Invitato al concilio negò da prima di intervenire, poscia tutto infuriato: «Verrò al concilio, diceva, e voglio perdere la testa, se non difendo le mie opinioni contro tutto il mondo.» Ma il misero dovette andare a far le sue difese davanti al divin Giudice. Dopo lautissima cena ebbe a lamentare forti doglie di stomaco. Portato prestamente a letto, i dolori divennero vie più acerbi. Fremente allora di rabbia, vomitando orribili bestemmie, cessò miseramente di vivere. {285 [285]}

            Si dice che pochi stanti prima di spirare, mirando il cielo da una finestra, sospirando esclamasse: «Ella è dunque finita per me, o bellissimo cielo, non ti mirerò mai più!» (Anno 1546).

            Uomini di costumi infami, quali furono Calvino e Lutero, avrebbero dovuto rimanere confusi fra gli uomini abbominevoli; ma poichè la loro dottrina scioglie il freno alle passioni, ebbero ed hanno tuttora molti seguaci, che la professano.

            Carlo V. - Carlo V dopo quarant’anni di splendide vittorie, delle quali non seppe usare se non a pascolo della sua sfrenata ambizione, volle in fine cercarsi un altro regno, in cui potesse rinvenire la pace del cuore, che in mezzo alle grandezze aveva cercato invano. Rinunziò alla dignità imperiale cogli altri titoli, e con animo di rimediare a'gravi falli commessi ritirossi nella Spagna in un convento di Gironimiani, ove passò il rimanente della vita nel ritiro e negli esercizi della pietà cristiana. Ivi assisteva a'divini uffizi, bene spesso si comunicava, prendeva la disciplina co'monaci. Talvolta (cosa un po'stravagante) faceva celebrare i propri funerali come se fosse già defunto per imprimersi vivamente il pensiero di essere morto al mondo. Passati due anni nel ritiro e nella penitenza pacificamente moriva nel 1558. Andava a render conto della freddezza con la quale si oppose al protestantismo cui avrebbe potuto soffocare nella sua nascita, e dello scandalo sacrilego che diede al mondo col saccheggio di Roma e della prigionia di papa Clemente VII. {286 [286]}

 

 

Capo III. Concilio di Trento. - S. Pio V. - S. Teresa. - S. Carlo Borromeo. – S. Luigi Gonzaga.

 

            Concilio Tridentino. - La guerra fierissima che i protestanti muovevano alla Chiesa ed il bisogno urgente di ravvivare nel clero e nel popolo la santità dei costumi, rendeva necessario un concilio ecumenico. Fu infatti convocato da papa Paolo III a Trento, città del Tirolo italiano, e prese nome di Concilio Tridentino. Esso è il diciannovesimo ecumenico. Questo concilio durò più di 18 anni, perchè interrotto parecchie volte per causa della pestilenza o delle guerre; imperocchè aperto l'anno 1545 da Paolo III, fu continuato sotto a Giulio III, e felicemente terminato nell'anno 1563 sotto Pio IV, per cura dell'infaticabile s. Carlo Rorromeo. I Papi vi presiedettero por mezzo dei loro legati, e vi presero parte molti prelati e insigni teologi. Allorchè fu terminato, vi si trovavano presenti 255 padri, cioè 2 cardinali, 3 patriarchi, 25 arcivescovi, 168 vescovi, 7 abati, 39 procuratori di padri assenti e 7 superiori generali di ordini religiosi. Principale scopo di questo concilio era di condannare e frenare le eresie di Lutero, di Calvino e degli altri eretici di que'tempi, e di fare nuove leggi disciplinari, specialmente riguardo al clero. Furono invitati anche i protestanti con piena libertà di disputare; si diede loro eziandio perfetta malleveria di non essere molestati; ma niuno di loro comparve, perchè le tenebre fuggono la luce, e chi {287 [287]} ha interesse di sostenere il falso, paventa di essere convinte della verità.

            Vennero condannati tutti gli errori inventati e suscitati da Satana in quella età; ma non si condannò alcun eretico personalmente proferendone il nome. Furono emanati molti decreti dogmatici sopra la grazia, i sacramenti, il purgatorio, le indulgenze e altri punti della fede: e si stabilirono molti salutari precetti di morale cristiana. Vi si tennero 25 sessioni, nelle quali si racchiude la dottrina e la disciplina di quasi tutti i concilii anteriormente celebrati. In questo concilio lo Spirito Santo illuminò la sua Chiesa in guisa, che nello stendere le definizioni dogmatiche e nello esporre la dottrina cattolica si prevennero gli errori che potrebbero suscitarsi in avvenire. Sarà quindi cosa difficile che vengano fuori eresie, le quali direttamente o indirettamente non siano già state fulminate da questo concilio.

            A fine poi di impedire che le decisioni del concilio Tridentino vengano male interpretate, la santa Sede instituì una congregazione, della Congregazione del s. Concilio Tridentino, composta dei più insigni cardinali e prelati, perchè vegli a mantenere inviolati i canoni e decreti, e ne definisca l'interpretazione nei casi di controversia.

            S. Pio V. - A papa Pio IV, deceduto nel 1565, successe un pontefice dei più illustri che siano saliti sul trono di s. Pietro. Egli prese il nome di Pio V. Nato in Bosco presso Alessandria, all'età di dodici anni casualmente incontrò due religiosi Domenicani, i quali rapiti dalla saviezza {288 [288]} del giovanetto, lo introdussero nel loro convento. Ivi progredì tanto nella scienza e nella virtù, che suo malgrado il papa lo volle con se per valersene in molti importanti affari della Chiesa. Da prima lo creò cardinale, poscia lo mandò vescovo a Mondovì. La purezza dei costumi, l'energia della predicazione unita ad una rigida mortificazione, fecero che egli riconducesse alla fede molti eretici, convertisse ostinati peccatori, rimediasse a gravissimi disordini.

            Egli fu eletto papa ai 7 gennaio dell'anno 1566. Si può dire che i sei anni del suo pontificato bastarono a dare nuovo aspetto al mondo.

            Mentre gli eretici facevano orribile strage delle anime nell'Alemagna, nella Francia e nei Paesi Bassi, egli colla voce, cogli scritti ed anche per mezzo di zelanti missionari combattè gli errori e conservò la purità della fede. Assalito da malattia, che cagionavagli acutissimi dolori, non disse mai altro che: «Signore, aumentate il mio male, ma aumentate altresì la pazienza.» Vicino a morte ripeteva spesso queste parole: «Mi sento colmar di gioia per la speranza di entrare presto nella casa del Signore.» Gran santo, gran pontefice, moriva nel 1572. Egli nutriva grande divozione verso l'angusta Madre del Salvatore: e per eternare la memoria della insigne e splendida vittoria ad intercessione di lei ottenuta contro i Turchi a Lepanto, istituì la festa del SS. Rosario e comandò che nelle Litanie Lauretane fossero introdotte le parole: Maria auxilium Christianorum, ora pro nobis.

            S. Teresa. - S. Teresa nacque in Avila, città della Spagna. Le cure de'suoi genitori contribuirono {289 [289]} efficacemente a farla salire ad eroico grado di virtù. Suo padre amava i libri di pietà, e con bello esempio faceva leggere ogni giorno la vita di qualche santo alla presenza della famiglia. Gli atti de'martiri, che sparsero il sangue per la fede, produssero sì viva impressione in Teresa, che all'età di sette anni essa fuggì segretamente con un fratellino per andare in cerca del martirio. Ma un loro zio avendoli incontrati per istrada, li ricondusse alla casa paterna. Intanto la considerazione dell'eternità felice o infelice la faceva spesso esclamare: «Come! per sempre felice? come! senza fine?» Questo pensiero la risolse a farsi santa, anzi a fare quanto era in lei per salire al più alto grado di santità. Si costrusse una celletta con rami di alberi nel giardino, dove ritiravasi a pregare. Più adulta entrò nel monastero delle Carmelitane, che in appresso restituì alla sua severità primitiva, fondando molti altri monasteri, nei quali si mostrò costantemente luminoso modello di cristiana perfezione. Cilici, discipline, mortificazioni di ogni genere, orazioni, contemplazioni, frequenti colloquii con Gesù crocifisso sono le cose che si hanno da ammirare nel corso della sua vita. Non di rado udivasi esclamare: «Mio divino sposo, o ingrandite la capacità del mio cuore, o ponete limite alle vostre grazie.» Godeva tanto ne'patimenti, che spesso ripeteva: «O patire, o morire per voi, mio Gesù; aut pati, aut mori.» Giunta al fine della vita, «è tempo, diceva, che io vi veda, o mio Dio, dopo che questo desiderio mi divorò sì lungamente.» Rendette l'anima a Dio nel 1582. {290 [290]}

            S. Carlo Borromeo. - Questo gran luminare della Chiesa nacque in Arona sulle sponde del Lago Maggiore. Un celeste splendore, che circondò ed illuminò il luogo di sua nascita, presagì che diverrebbe gran santo.

            Ancora giovinetto fuggiva la compagnia dei mondani e di coloro che si mostrano stolti nelle azioni o immodesti nelle parole. Erigere altarini, ornarli, far ivi preghiere, imitare le cerimonie della Chiesa erano i suoi sollazzi. Sia in Milano, sia a Pavia, dove fece i suoi studi, non conosceva che due vie, quella cioè della chiesa e l'altra della scuola. Un santo prete al contemplarne il divoto atteggiamento: «Questo giovinetto, disse, sarà un giorno il riformatore della disciplina della Chiesa. A soli 22 anni fu creato cardinale e nominato arcivescovo di Milano. Il suo zelo nell'episcopale ministero, la carità e il fervore in tutto ciò che tornava vantaggioso alle anime, le fatiche sostenute ed i molti scritti lo proclamano uno dei validi sostegni che abbia avuto la Chiesa. Fu egli che si adoperò con sommo calore, acciocchè l'opera del Concilio Tridentino, secondo il vivo desiderio di tutti, fosse portata al suo termine. A fine poi di promuoverne la pubblicazione e l'applicazione pratica convocò più concilii provinciali e sinodi diocesani, per mezzo dei quali tolse via non pochi gravissimi disordini nella sua vastissima diocesi e nelle diocesi suffraganee della Lombardia.

            Una fierissima pestilenza infestando i Milanesi, Carlo divenne il comun padre. Vittima di carità, considerava la morte come una corona: {291 [291]} perciò correva notte e giorno portando ovunque parole di fiducia, di amore, di conforto. Amministrava talvolta egli stesso i sacramenti agli appestati, e avrebbe voluto rimanere del continuo a servirli, se i suoi ecclesiastici per timore che la peste privasse la diocesi del suo pastore e padre, non ne l'avessero impedito. Egli era sempre in azione, prendendo scarso cibo a cavallo per non perdere tempo. In un giorno profuse in elemosina l'eredità di quaranta mila scudi d'oro; altra volta venti mila. Non si può concepire come un solo uomo abbia potuto effettuare tante e così grandiose imprese. Sfinito dalle fatiche e dalle austerità, vedendo vicino il suo fine, chiese di essere coricato sopra un cilicio e coperto di cenere. Dopo alcune ore di pacifica agonia andò a ricevere l'eterno premio in cielo nella fresca età di anni 47. (Anno 1584).

            S. Luigi Gonzaga. - Mentre s. Carlo faceva la visita pastorale delle diocesi, gli venne presentato un giovanetto per nome Luigi, la cui santità angelica fu tosto conosciuta dal santo arcivescovo. Questo giovanetto, primogenito dei marchesi Gonzaga, nacque in Castiglione delle Stiviere. Egli è soprannominato Angelico pel candore de'suoi costumi e l'unione fervente della sua anima con Dio. A soli quattro anni amava già la solitudine a segno, che sovente si nascondeva in un cantuccio della casa o sul solaio; e qui genuflesso e colle sue manine giunte avanti al petto fervorosamente pregava. Alla divozione aggiunse austere penitenze. Non si scaldava mai, per quanto patisse di freddo, e rigida fosse la stagione: e portò tant'oltre il {292 [292]} digiuno, che ridusse il proprio alimento ad un'oncia al giorno. Poneva schegge di legno nel letto per tormentarsi anche nel sonno; spesso flagellavasi in guisa, che le vestimenta e il pavimento erano spruzzati del suo sangue. Sulle carni si applicava cinture fatte con punte di speroni. Fattosi religioso nella compagnia di Gesù, portò la penitenza, la virtù ed il fervore all'eroismo. Desiderava ardentemente di morir martire, ed ottenne il martirio di carità in Roma. Poichè, sorta ivi una Serissima peste, Luigi chiese di andare a servire gli appestati, e venne anch'egli colto dallo stesso morbo. Accorgendosi della sua fine, andava esclamando con giubilo: «Che bella notizia mi diede il medico! di qui ad otto giorni sarò in Paradiso.» Ad altri diceva: «Ce ne andiamo, cene andiamo al Paradiso; cantate un Te Deum per me.» Mancandogli la parola e facendo sforzi per pronunziare il SS. Nome di Gesù, dolcemente spirò in età di soli 23 anni e sei mesi nel 1591. Esso fu beatificato da papa Paolo V nel 1621, vivendo ancora sua madre, la quale colse il più bel premio dalla buona educazione che gli aveva dato. Fu poi canonizzato da papa Benedetto XIII, che lo propose modello e protettore alla gioventù. {293 [293]}

 

 

Capo IV. Enrico IV. - S. Filippo Neri. - Persecuzione del Giappone. - Il piccolo Pietro martire. - Cesare de Bus e i Dottrinari. - S. Camillo e i ministri degli infermi. - S. Rosa di Lima. - S. Francesco di Sales e il Chiablese.

 

            Enrico IV. - Il Calvinismo in gran parte per colpa de'suoi re aveva fatti rapidissimi progressi nella Francia, e tentava di mettersi sul trono per infettare e corrompere tutta la nazione per mezzo di Enrico IV, capo del partilo calvinista, che succedeva ad Enrico III, suo cognato. Ma Iddio preservò la Francia da questa, che sarebbe stata la più deplorabile di tutte le sciagure, e fece che Enrico conoscesse ed abbracciasse la vera religione. Da prima egli si istruì bene nei dogmi che insegna la s. Chiesa cattolica; poscia, fatti venire alla sua presenza i ministri protestanti, loro dimandò, se credevano che egli potesse salvarsi nella Chiesa romana. Dopo seria riflessione essi risposero, che sì. Allora il re saviamente ripigliò: «Perchè dunque voi l'avete abbandonata? I Cattolici affermano che niuno può ottenere salute nella vostra setta; voi convenite che si può avere nella loro; ragion vuole che io mi attenga alla via più sicura e preferisca quella religione, in cui per comune sentimento io mi posso salvare.» Pertanto il re abiurò solennemente il Calvinismo, ricevette dal papa l'assoluzione dalle censure, e si adoperò costantemente per far rifiorire la religione nel suo regno (An. 1593). {294 [294]}

            S. Filippo Neri. - Fra le maraviglie del secolo decimosesto si annovera s. Filippo Neri fiorentino. Mosso dal desiderio di darsi tutto al Signore, abbandonò la casa paterna, di cui era unico figlio, rinunciò alle ampie sostanze di uno zio, che lo voleva costituire erede, e si recò a Roma. Aiutato da un caritatevole signore, potè fare i suoi studi e giungere al sacerdozio. Desiderava ardentemente di andare nelle missioni straniere per conseguire la palma del martirio; ma Dio gli manifestò che il luogo di sua missione era la stessa Roma. Per la qual cosa cominciò ad esercitare il sacerdotale ministero verso ogni sorta di persone, specialmente verso i fanciulli più abbandonati. Raccogliendoli per le vie della città, li conduceva a casa sua, in giardini di qualche casa religiosa, o di persone pie, dove con ameni racconti e con piacevoli sollazzi li teneva lontani dai pericoli di pervertirsi e li istruiva nelle verità della fede. In questa guisa ebbe principio la Congregazione dell'Oratorio, che ha per iscopo primario di mantenere la fede e la pietà nella classe operaia, specialmente nei giovanetti. Il Signore attestò la santità di Filippo con molte maraviglie. Era così infiammato di amor divino, che udivasi esclamare: «Basta, Signore, non più, che io muoio di amore.» Quando pregava o celebrava la santa Messa, non di rado vedevasi sollevato in alto, circondato da vivo splendore. Un giorno distribuendo limosina a'poveri, la diede anche ad un angelo, vestito a foggia di mendico. Gelosissimo custode della verginità, conosceva al solo odore chi era adorno di questa {295 [295]} virtù e chi era contaminato dal vizio opposto. Restituì la sanità a moltissimi infermi; richiamò a nuova vita un morto. In fine consumato dalle fatiche e dall'amore divino, nel giorno e nell'ora da lui predetti andò ad unirsi per sempre col suo Dio in età di anni ottanta, nel 1595.

            Persecuzione del Giappone. - Mentre Dio era glorificato ne'suoi santi in tutte le parti del mondo, l'inferno suscitò nel Giappone una lunga e crudele persecuzione. Quel vasto impero, acquistato alla fede mercè i sudori e le fatiche di s. Francesco Saverio, vedeva ogni giorno crescere il numero dei credenti e progredire mirabilmente la pietà cristiana e il fervore. Ma divenuto Taicosama imperatore, volendo allontanare dal suo regno una religione che contraddiceva alle sue passioni brutali, pubblicò un editto, con cui si puniva coll'esilio ed ancora con la morte chi non rinunziava al vangelo. La persecuzione cominciò dalla stessa corte imperiale. Ucondono, generalissimo della milizia, ne fu la prima vittima, ed i Gesuiti, i Francescani e gli Agostiniani ben tosto caddero sotto i suoi colpi feroci. Per altro la grazia di Dio trionfò, e si videro rinnovati gli esempi d'eroismo dei primi secoli della Chiesa. Giovani e vecchi, nobili e plebei andavano con tale fermezza ai tormenti più atroci, che l'imperatore fu costretto a dire: «C’è veramente qualche cosa di straordinario nella costanza de'Cristiani.» Le donne stesse apprestavano le vesti da festa per onorare il giorno del loro trionfo. Questo nome davano al giorno destinato pel martirio. Tre giovanetti erano condotti al supplizio, dei {296 [296]} quali uno di dodici anni, chiamato Luigi. Questi inteneri cotanto il carnefice, che gli offerse di liberarlo facendogli le più vantaggiose promesse. A cui Luigi: «Riservate questa compassione per voi, e pensate a procurarvi la grazia del Battesimo, senza cui non potrete sfuggire ad un'eternità di sciagure.» Si tentò lo stesso con altro di nome Antonio, promettendogli onori e ricchezze da parte dell'imperatore: «No, no, dissegli, l'amor della fortuna non è su di me più efficace de'supplizi eterni; la maggior felicità, che mi possa accadere, è di morir in croce per un Dio, che prima vi è morto per me.» Giunti al luogo del supplizio quei magnanimi fanciulli, lieti intonarono il salmo Laudate Pueri Domìnum; poscia con altri in numero di ventisei, con fermezza che faceva tremare gli stessi carnefici, furono crocifissi nel 1507.

            Il piccolo Pietro martire. - Quegli, che destò singolar maraviglia fra que'confessori della fede, fu un fanciullino di sei anni, di Tingo, di nome Pietro. Suo padre era già stato condannato a morte, e Pietro stava compreso nello stesso decreto. Alla lettura della condanna il fanciullo esclamò: «Oh quanto ciò mi fa piacere!» Aspettò con impazienza di essere vestito de'suoi abiti più belli, quindi tutto allegro piglia il mandarino per mano e va al luogo destinato pel martirio. Il primo oggetto, che colà se gli presenta, è il corpo di suo padre tuttora nuotante nel proprio sangue. Non mostrando il minimo stupore, si avvicina, si pone in ginocchio presso al corpo di lui, giunge le innocenti sue manine, abbassa il capo e aspetta tranquillamente {297 [297]} il colpo della morte. A quella vista la calca del popolo leva un confuso rumore e non si odono più che gemiti e singhiozzi. Lo stesso carnefice commosso gitta la scimitarra e si ritrae singhiozzando. Due altri soltentrano a lui e ne sono egualmente inteneriti. Fu mestieri ricorrere ad uno schiavo, che con mano tremante ed inesperta scaricò una quantità di colpi sul collo e sulle spalle della tenera vittima, che tagliò a brani.

            Cesare de Bus e i Dottrinari. - Il venerabile Cesare de Bus fu destinato dalla Provvidenza ad istituire la congregazione della dottrina cristiana. Nato da nobile famiglia di Francia nella città di Cavaglione, diedesi da giovinetto alla pericolosa carriera delle armi. Il mondo lo guadagnò, ed il misero Cesare ne seguì le massime perduta-menta: finchè, illuminato dalla grazia del Signore, conobbe essere il mondo ingannatore, e Dio soltanto il vero rimuneratore delle buone azioni. Senza punto badare alle beffe dei coetanei, cominciò con zelo a praticare le opere di misericordia verso i poveri e verso gli ammalati, adoperandosi con ogni mezzo per istruirli nelle verità della fede. A fine di riuscire nella santa impresa e non aver più niente a fare nè col mondo nè colle sue massime, si consacrò a Dio nello stato ecclesiastico. Datosi di poi a lavorare con zelo nel sacro ministero, rimase profondamente addolorato nel vedere che per mancanza di istruzione religiosa l'eresia e la rivoluzione minacciavano d'invadere tutta la Francia. Fu allora che egli concepì il disegno di fondare una società, i cui membri si dedicassero con {298 [298]} voto speciale all'insegnamento del catechismo. Pertanto con una scelta di zelanti compagni diede principio alla congregazione dei Dottrinari ovverodella dottrina cristiana in Avignone nel 1592.

            L'arcivescovo di quella città cooperò efficacemente per ottenerne dalla santa Sede l'approvazione. Imperocchè non poteva non essere accolta con premura una congregazione che ha per iscopo primario l'insegnamento della dottrina cristiana ai fanciulli ed agli adulti, sia coi catechismi e colla predicazione in occasione di tridui, novene, missioni, sia nel governo delle parochie. Dio volle provare la santità del suo servo con una lunga e penosa infermità, che egli sopportò con eroica rassegnazione. Finalmente dopo dodici anni di dolorosa cecità, nel giorno da lui predetto riposava nel Signore nel 1607, di sua età 63.

            Dopo la morte del fondatore la sua congregazione continuò a far rapidi progressi non solo in Francia, ma ancora tra noi in Italia.

            S. Camillo e i ministri degli infermi. - Fondatore della maravigliosa istituzione de'ministri degl'infermi è s. Camillo de Lellis. Prima che nascesse, la madre vide in sogno il suo bambino che portando una croce sul petto era condottare di altri fanciulli, che portavano il medesimo segno. Nell'età giovanile professò la milizia e si lasciò miseramente guadagnare dai vizi; ma Dio, che lo chiamava a cose grandi, ebbe pietà di lui e all'età di 25 anni facendogli conoscere lo stato infelice dell'anima sua, Camillo concepì tale orrore al peccato, che nello stesso giorno si andò a confessare e cominciò {299 [299]} una vita penitente che continuò tutto il rimanente del vivere suo.

            Per una piaga dolorosissima in una gamba andò a Roma nell'ospedale degl'incurabili; ma conosciuto il suo merito, gli si confidò l'amministrazione del medesimo ospedale. In questo riputandosi come servo di tutti, esercitava i lavori più umili che occorressero, facendosi tutto a tutti in ogni cosa, massime quando si trattava di assistere i moribondi in agonia. Ma accortosi che in quel caritatevole ministero l'avrebbe giovato assai il sussidio della scienza, vinto ogni umano rispetto, all'età di 30 anni si mise coi fanciulli ad imparare i primi elementi di grammatica. Fattosi poi sacerdote, chiamò in aiuto altri compagni, dando così principio alla congregazione dei ministri degl'infermi, la quale nel 1586 venne approvata da Paolo V.

            Dio volle con segni soprannaturali far conoscere quanto la novella istituzione gli fosse gradita. S. Filippo Neri, confessore di Camillo, assicurò di aver veduto degli angeli a suggerire le parole ad alcuni discepoli del santo, mentre assistevano ai moribondi. La sua grande carità risplendette in modo particolare quando Roma fu fieramente travagliata dalla carestia e dalla pestilenza. Centinaia di poveri abbandonati furono dal santo sovvenuti nelle necessità spirituali e temporali. Ardeva di tanta carità che pareva un angelo in carne, e meritò di ricevere sensibilmente il soccorso degli angeli stessi in vari pericoli, in cui si trovò. Consumato dai digiuni, dalle fatiche e da cinque diversi mali, chiamati da lui le misericordie del Signore, munito {300 [300]} di tutti i sacramenti, nell'ora da lui predetta, santamente morì in Roma nel 1614, sessagesimo quinto dell'età sua.

            S. Rosa di Lima. - Intanto che nel Giappone si moltiplicavano i martiri, e la Chiesa si arricchiva di nuove palme e corone, l'America meridionale, santificata dalla fede cattolica, cominciava a risplendere del candore della verginità. Il primo fiore verginale, che spuntò in quelle parti, fu Rosa di Lima. La grazia ne prevenne l'età, così che a soli cinque anni fece voto di verginità perpetua. Divenuta grandicella, affinchè non fosse cercata a nozze, si tagliò la bellissima e bionda capigliatura. Digiunava la quaresima senza prendere altro alimento, che cinque grani di cedro al giorno. Vestito l'abito del terz'ordine di s. Domenico, raddoppiò il fervore e le austerità. Un cilicio armato di punte di aghi le stava sulla viva carne; di giorno e di notte portava un velo tessuto di acutissime punte; il suo letto era un ammasso di nodosi bastoni, su cui ella prendeva scarso riposo, e il resto del tempo passava in orazione e in opere di carità. Fu travagliata da lunga e penosa malattia, che patì con gioia per amore di Gesù crocifìsso. Una volta le apparve il celeste sposo e le disse: «Rosa del mio cuore, sii tu mia sposa.». Colma di meriti andò a ricevere la corona delle vergini in Cielo di anni 31. (Anno 1617).

            S. Francesco di Sales e il Chiablese. - San Francesco di Sales fu dalla divina Provvidenza suscitato per combattere, e, si può dire, distruggere gli errori di Calvino e di Lutero in quella {301 [301]} parte della Savoia che dicesi Chiablese, e che era stata infetta da que'mostruosi errori. Egli è detto di Sales dal luogo di sua nascita, che è un castello della Savoia. Da giovanetto datosi tutto a Dio, conservato gelosamente il candore verginale, formossi il cuore a tutte le virtù, specialmente alla dolcezza, alla mansuetudine. Non senza gravi ostacoli da parte del padre, rinunziò alle brillanti offerte del mondo, e si consacrò al ministero degli altari. Spinto dalla voce di Dio, che lo chiamava a cose straordinarie, colle sole armi della carità egli parte pel Chiablese. Alla vista delle chiese abbattute, de'monasteri distrutti e delle croci rovesciate, tutto si accende di zelo e comincia il suo apostolato. Gli eretici schiamazzano, lo insultano, e tentano assassinarlo. Egli colla pazienza, colle prediche, cogli scritti e con miracoli acqueta ogni tumulto, guadagna gli assassini, disarma l'inferno, e la fede cattolica trionfa per modo, che in breve nel solo Chiablese riconduce al grembo della Chiesa più di settantadue mila eretici. Sparsa la fama di sua santità, egli suo malgrado fu creato vescovo di Ginevra, risiedendo per altro in Annecy. Quivi raddoppiò lo zelo, non rifiutandosi anche, quando occorreva, al più umile uffizio dell'ecclesiastico ministero. Dopo una vita tutta consumata alla maggior gloria di Dio, riverito da popoli, onorato da principi, amato da sommi pontefici, rispettato dagli stessi eretici, rese a Dio l'anima sua in Lione, nell'abitazione del giardiniere del monastero della Visitazione, ove aveva voluto pigliare albergo. Era la festa degli Innocenti del 1622. {302 [302]}

            Egli è il fondatore dell'ordine delle monache della Visitazione, nel quale volle che trovassero ricetto quelle, che per ragione di età o infermità non avessero potuto essere ricevute in altri monasteri.

 

 

Capo V. Giansenio. - Nuove barbarie nel Giappone. - Castigo de'persecutori. - S. Giuseppe Calasanzio e le Scuole pie. - S. Vincenzo de'Paoli e i Lazzaristi. - Progressi del Vangelo nel nuovo mondo.

 

            Giansenio. - Dopo la solenne condanna del Protestantesimo nel Concilio di Trento, la Chiesa ebbe alquanto di pace fino alla comparsa del Giansenismo, così detto dal suo autore Cornelio Giansenio. Nato questi ad Accoy nell'Olanda da poveri artigiani, fu da un caritatevole signore inviato per la carriera degli studi. Sventuratamente contrasse amicizia con un certo Du-Verger, noto nella storia sotto al nome di Abate di s. Cirano. Si aggiunse la seconda sventura da parte del dottore Janson, che si adoperò a tutte guise per infondere ne'due allievi la dottrina di Baio, dottore dell'università di Lovanio, già condannata dalla Chiesa. Ciò non ostante avendo Giansenio tenuti nascosti i suoi errori, siccome appariva assai dotto nelle scienze sacre e fornito di attività in opere caritatevoli, venne fatto vescovo d'Ipri nel 1636. Fu per altro breve il suo episcopato, poichè due anni dopo moriva di peste in età di anni cinquantatre. Gli errori di Giansenio, i quali riguardano in gran parte la grazia, {303 [303]} la libertà, il peccato originale, il merito e demerito, sono sparsi or qua or là nelle sue opere, e specialmente in un famoso libro intitolato Augustinus. In questo egli pretese di esporre genuinamente la dottrina di quel santo dottore, ma pervertendone il senso, espose in realtà la sostanza del calvinismo sotto l'apparenza di rigorismo cattolico. Fra le altre cose insegnava che talvolta Dio impone precetti impossibili e nega nel tempo stesso la grazia necessaria per adempirli. Tuttavia Giansenio non diede alle stampe il suo libro durante la vita e morendo, mentre disponeva che si stampasse, dichiarò di sottometterlo al giudizio della s. Sede; e in punto di morte profferì questa protesta: «Io so, che il papa è successore di s. Pietro e depositario fedele della fede dei padri della Chiesa. Io voglio adunque vivere e morire nella fede e nella comunione di questa cattedra, di questo successore del principe degli apostoli, di questo vicario di Gesù Cristo, di questo capo de'pastori, di questo pontefice della Chiesa universale.» Onde pare che gli errori di Giansenio fossero piuttosto effetto d'ignoranza, che di malizia. Ma i suoi seguaci, ben lungi dal seguire il loro maestro nella sottomessione, divennero più orgogliosi e superbi, e più volte condannati, si mostrarono sempre più ostinati. Così quest'eresia durò molto tempo e cagionò mali gravissimi alla Chiesa, perchè con mille scaltrezze e frodi trovò modo di coprirsi del manto del cattolicismo.

            Nuove barbarie nel Giappone. - La persecuzione suscitata contro i cristiani da Taicosama {304 [304]} parve rallentarsi alquanto per l'inaspettata morte di lui e dei suoi successori. Ma sotto il regno di Hogun-Sama e di suo figliuolo si riaccese vie più, e divenne fierissima. Tutte le barbarie, che si seppero inventare per indurre i cristiani all'apostasia, furono praticate. Agli uni si strappavano le unghie, agli altri si trapassavano braccia e gambe con trapani a mano; alla maggior parte si cacciavano lesine sotto le unghie e si ripeteva il tormento più giorni. Si gettavano entro fossi pieni di vipere; si attaccavano al loro naso delle canne e dei tubi pieni di zolfo e di altre materie puzzolentissime, indi vi si appiccava il fuoco soffiandovi dentro gagliardamente, affinchè ne inghiottissero il fumo; il che cagionava soffocamenti, convulsioni e dolori inesprimibili. Si ficcavano dentro al loro corpo delle canne aguzze, si flagellavano penzoloni, finchè fossero interamente scarnate le ossa. Per lacerare ad un tempo il corpo e il cuore delle madri, erano da'carnefici percosse colla testa de'loro figliuoli, che tenevano pei piedi; e raddoppiavano la loro brutalità quanto maggiormente queste innocenti vittime mettevano grida lamentevoli ed acute. Dal 1597 al 1650 calcolano che siansi martirizzati più d'un milione e duecento mila fedeli, con tali tormenti, che la pena del fuoco al paragone passava per una grazia.

            Castigo dei persecutori. - La giustizia di Dio non mancò, come nei primi secoli della Chiesa, di manifestarsi contro gli autori di si orrenda persecuzione. Tra coloro, sui quali scoppiò più terribile la collera di Dio, fu Bongondono, principe {305 [305]} di Himbra, che si mostrò più d'ogni altro crudele. All'uscire di una conferenza, in cui erasi preso il partito di sterminare il Cristianesimo, fu improvvisamente sorpreso da acute doglie di viscere che costringevano a mettere orrende grida, a divincolarsi, a dibattersi, a smaniare. Era uno spavento il vedere il contorcersi di tutto il corpo, la schiuma che gli usciva di bocca, gli urli, le istanze falle onde fosse allontanato un cristiano armato di falce, che diceva stargli innanzi minacciandolo incessantemente. Cadutigli tutti i denti, si accese un fuoco si ardente nel corpo, che il sangue nelle vene e il midollo nelle ossa gli parevano bollenti. Menato alle acque calde di un bagno, dove aveva fatto perire molti cristiani, appena immerso rimase come coito è miseramente spirò. Molti altri persecutori finirono in modo da rendere manifesti i sogni dell'ira di Dio.

            Tuttavia non cessò la persecuzione, se non quando estinti tutti i ministri del santuario e sparito affatto il clero, si pensò che fossero pure spenti tutti i cristiani. Ma era un errore. La fede cristiana si mantenne in quell'impero anche senza ecclesiastici, e pochi anni sono, rientrati i missionari in que'paesi, con loro altissimo stupore trovarono delle famiglie e delle parti considerevoli di paesi interamente cristiani.

            S. Giuseppe Calasanzio e le Scuole pie. - Un potente sostegno della pericolante gioventù fu da Dio suscitato nella persona di s. Giuseppe da Calasanzio. Nato a Pietralta nella Spagna da nobile casato, fin da giovanetto diede chiari {306 [306]} segni della sua futura carità pei fanciulli e della cura singolare che di loro avrebbe avuto; poichè soleva già raccoglierli attorno a sè, insegnando loro le orazioni ed i misteri della fede, condurli alla chiesa ed ai santi sacramenti. Fatto sacerdote dopo gravi studi percorse predicando per olto anni diverse provincie di Spagna. Ma avvertito da celesti visioni andò a Roma nel 1592. Colà, oltre al macerare il suo corpo con digiuni, veglie ed altre austerità, si diede con mirabile ardore ad istruire i fanciulli, a visitare e consolare gl'infermi, sollevare i più abbandonati. In una grave mortalità si associò con s. Camillo de Lellis pel servizio degli appestati. Ma Iddio avendogli fatto conoscere che la sua missione era pei poveri fanciulli, ad essi rivolse le sue sollecitudini. Per avere degli eredi del suo zelo e della sua carità, istituì sotto la protezione speciale della Santa Vergine una congregazione di religiosi, detta delle Scuole pie o degli Scolopii. La novella congregazione cominciava portare frutti di benedizione, quando il demonio si scatenò furioso contro di quella per estinguerla. Il santo istitutore la sostenne con inudile fatiche e con tale pazienza, che da tutti era chiamato un novello Giobbe. Quantunque superiore generale non desistette dai più bassi lavori, quali sono scopare le camere, pulirsi gli abiti, assettarsi il letto e simili. Per nulla trascurava di quanto poteva contribuire al bene de'poveri fanciulli, accompagnavali per le vie della città, per le strade fino a casa, li ascoltava in qualunque ora del giorno, pronto sempre a soccorrerli in ogni bisogno {307 [307]} spirituale e temporale. Non ostante la sua cagionevole sanità perseverò per ben 40 anni in questo laborioso ministero. Egli soleva raccomandare a tutti la divozione alla Beata Vergine, che fu per lui oggetto di venerazione in tutto il corso della vita. Un giorno mentre pregava co'suoi amati giovinetti apparve loro la Beatissima Vergine col fanciullo Gesù in atto di benedirli. All'età di ottani'anni ebbe a patire molte afflizioni per parte di tre membri della sua congregazione. Calunniato e condotto innanzi ai tribunali, venne deposto dalla carica di superiore generale. Ma Dio lo sostenne colla sua grazia e co'suoi, celesti favori. Chiaro pel dono di profezia, per miracoli e per la penetrazione dei segreti del cuore, moriva in Roma in età di 92 anni, dopo aver predetto il ristabilimento e l'accrescimento del suo ordine, che allora era quasi spento. La sua morte avveniva il 25 agosto 1648. Il cuore e la lingua di lui furono trovati incorrotti dopo oltre 100 anni.

            S. Vincenzo de'Paoli e i Lazzaristi. - La carità cristiana, che aveva già operato tante maraviglie, doveva operarne delle nuove, e sotto qualche rispetto più mirabili nella persona di s. Vincenzo de Paoli. Da pastorello, che era, egli divenne collo studio e colle sue virtù sacerdote; quindi cadde schiavo dei Turchi, poi a Parigi fu vittima d'una calunnia. Così imparò a compatire le miserie degli uomini. Datosi al pieno esercizio della carità, non vi fu infortunio a cui egli non accorresse. Fedeli oppressi dalla schiavitù, bambini esposti, giovani scostumati, zitelle pericolanti, religiose derelitte, {308 [308]} donne cadute, galeotti, pellegrini, infermi, artisti inabili al lavoro, mentecatti e mendici, tutti provarono gli effetti della carità di Vincenzo. Per mantenere in fiore le sue opere di carità egli fondò la congregazione dei sacerdoti della missione, detti Lazzaristi dalla casa di san Lazzaro in Parigi, ove cominciarono ad abitare; e la quale si dilatò in ogni parte del mondo con grandissimo vantaggio della cristianità. Istituì anche la congregazione delle figlie della carità, che sulle prime ebbe per iscopo primario l'assistenza de'malati negli ospedali; ma che poscia si consacrò al servizio di qualunque sia istituto, ove la carità domandi l'opera loro, come scuole, asili, ricoveri, carceri, orfanotrofii. Chiaro per miracoli e virtù, s. Vincenzo passò alla vita beata in età di 80 anni nel 1660[38].

            Progressi del Vangelo nel nuovo mondo. - Al primo comparire de’missionari evangelici in quel vastissimo emisfero, si erano presentate difficoltà gravissime per la predicazione del s. Vangelo e per la conversione di que'selvaggi; ma quando per la loro ferocia vennero trucidati parecchi missionari, e cominciò a scorrere il sangue dei martiri, si vide ben tosto che lo spargimento di quello era, come ne'tempi primitivi della Chiesa, seme fecondo di novelli cristiani. Quei popoli da tanti secoli dati all'ubbriachezza, all'impudicizia, a'ladronecci, e quel che fa maggiormente orrore, avvezzi a {309 [309]} mangiar carne umana, a misura che erano illuminati dalla luce del vangelo, deponevano la loro fierezza, divenivano casti, temperanti, fervorosi e pronti a spargere intrepidamente anch'essi il sangue per Gesù Cristo. Dal golfo del Messico fino alle terre Magellaniche, in tutto il corso del Maragnone e dell'Orenoco da tre mila in tre mila e seicento miglia, nei luoghi paludosi e nelle montagne impraticabili de'Mossi, dei Quiquiti, de'Baceri e fin de'Chirignani, al di là del Tumman, presso i Guarani e vari popoli antropofagi, presso tutti risuonava festoso il nome di Gesù Cristo. Da un'estremità all'altra del nuovo mondo si rinnovarono i floridi tempi della primitiva Chiesa. (An. 1700).

 

 

Capo VI. Fratelli delle scuole cristiane. - Benedetto XIV. - S. Paolo della Croce e i Passionisi. - Origine de'Franchi-Muratori. - Moderna Filosofia. - Voltaire e Rosseau.

 

            Fratelli delle scuole cristiane. - La Chiesa cattolica sull'esempio del suo divino sposo sempre si prese cura speciale di educare i fanciulli e formarli per tempo alla virtù. Tra i molti de’suoi figli che accesi di questo spirito di carità si dedicarono in modo speciale all'educazione della fanciullezza si segnalò il venerabile Giovanni Battista della Salle di Reims. Ad una vita pura ed innocente egli univa tale attitudine, amore alla scienza ed alla virtù, che in età molto giovane fu fatto canonico, dottore in {310 [310]} teologia, quindi ordinato sacerdote. Desideroso di procacciarsi dignità stabile e duratura, rinunciò al suo canonicato, distribuì quaranta mila franchi di patrimonio a'poveri e si pose a raccogliere giovanetti poveri ed abbandonati per istruirli nella fede. Non potendo da solo sopperire al gran bisogno, chiamò in aiuto dei compagni, nei quali egli trasfuse il suo spirito. In questa guisa ebbe principio l'istituzione dei Fratelli delle scuole cristiane, che ha per iscopo esclusivo 1'educazione cristiana dei fanciulli della classe povera o meno agiata della società. Chiaro per virtù e miracoli moriva in odore di santità nel 1719. Benedetto XIII, considerato il gran bene che da questa istituzione ridondava alla gioventù, la annoverò fra le congregazioni approvate dalla Chiesa. Presentemente esistono 554 case religiose di questi fratelli sparse sulla terra, nelle quali con tutta carità e fervore si porge a circa 300,000 allievi l’alimento spirituale e a molti anche il corporale. Gregorio XVI alle inchieste di molti vescovi cattolici dichiarò il La-Salle venerabile, e ammise la causa di sua beatificazione. Il savio fondatore proibì a questi fratelli lo studio delle lingue classiche e il salire al sacerdozio per mantenerli fermi nella loro vocazione di educare i fanciulli della classe inferiore. E per questo malamente furono chiamati Ignorantelli.

            Benedetto XIV. - Benedetto XIV fu uno dei più grandi pontefici, che abbiano governato la Chiesa, e finchè serberassi onore per la dottrina e per la religione sarà celebrato il suo nome. Eletto papa nel 1740, impiegò diciotto {311 [311]} anni di pontificato nel combattere gli eretici, disfare le trame, che i Franchi-Muratori e i falsi filosofi ordivano contro la religione; fatico assai, nel difendere e sostenere i diritti della Chiesa, pacificare le potenze nemiche, a propagare e sostenere la fede colle missioni straniere. Scrisse molti libri pieni di dottrina ed erudizione, fra cui accenniamo quelli della beatificazione e canonizzazione de'santi, delle feste di N. S. G. C. e della B. V., del Sinodo diocesano, delle Istituzioni ecclesiastiche ed altre, per le quali acquistò meritamente la stima e riputazione di pontefice Botto, infaticabile e promotore delle scienze sacre. Là sua morte, compianta non solo dai cattolici, ma dagli stessi eretici, segui nel 1758.

            S. Paolo della Croce e i Passionisti. - Ovada, paese del Piemonte, sarà sempre celebre nei fasti della Chiesa per aver dati i natali a s. Paolo della Croce. Un maraviglioso splendore, che alla sua nascita illuminò la camera materna, presagiva la santità, cui Dio lo chiamava. Essendo caduto in un fiume ancora fanciullo, la Beata Vergine lo salvò miracolosamente. Trasportato dall'amore verso Gesù crocifisso, formava sua delizia nel meditarne la dolorosa passione. Godeva nel macerarsi con flagelli, vigilie e digiuni; al venerdì per tutta bevanda non prendeva che un po'd'aceto misto con fiele. Per darsi tutto à Dio e servirlo coi più puri affetti del cuore rinunziò ai piaceri, alle ricchezze e alle cariche mondane. Rivestito dal suo vescovo d'una rozza tonaca improntata sul petto dell'emblema delle lettere della passione del Salvatore, ritirassi in Castellazzo presso {312 [312]} Alessandria a condur vita penitente. Quivi inspirato da Dio in sei giorni stese le regole dei Passionisti. Furono essi con tal nome chiamati, perchè oltre ai tre voti di castità, povertà, obbedienza, aggiungevano il quarto, d'impegnarsi a svegliare nei fedeli la memoria della passione di N. S. G. C. Il più mirabile si è che quelle regole furono trovate piene dello spirito del Signore e di alta sapienza, quantunque il nostro santo non contasse che 26 anni, nè mai prima avesse lette altre regole di ordini religiosi. Sebbene ancora semplice laico, per comando del vescovo si prestava a catechizzare i giovanetti e gli adulti con gran vantaggio delle anime. A Roma fu consigliato a studiare teologia, quindi venne consacrato sacerdote da papa Benedetto XIII. Ritiratosi con alcuni compagni nella solitudine del monte Argentario in Toscana, gli apparve la Beata Vergine, mostrandogli una veste di colore oscuro decorata delle insegne della passione del suo Figlio. Tale cosà avuta per chiaro segno dei voleri del cielo, pose colà regolare fondamento alla nuova congregazione. Molti travagli dovette tollerare per istabilirla, ma dopo l'approvazione della santa Sede crebbe in modo prodigioso e produsse immenso frutto. Istituì ancora in Castellazzo un monastero di sacre vergini, dette pure Passionisi. La vita di questi novelli apostoli era dare delle missioni, specialmente fra la gente rozza e di campagna. Con questo mezzo sostenne molti per a via della virtù, ricondusse al buon sentiero innumerevoli peccatori e guadagnò non pochi eretici. La maggior forza del suo dire riponeva {313 [313]} nel racconto della passione di Gesù Cristo. Il che faceva con grande effusione di lagrime e con istraordinario vantaggio degli uditori. Mentre un giorno predicava, fu udita una celeste voce che gli suggeriva le parole; altre volte i suoi ragionamenti udironsi alla distanza di più chilometri. Il suo cuore era così acceso d'amor di Dio, che la parte della camicia che sopra gli posava, si trovava spesso come abbruciata, e le sue coste apparivano visibilmente rigonfie. Dicendo messa sovente era rapito in estasi anche col corpo elevato da terra. Risplendette eziandio per dono di profezia, delle lingue, per potestà sui demonii, per conoscenza dei segreti dei cuori e per la grazia di guarir malattie. Malgrado l'austero tenor di vita egli pervenne ad una tarda e florida vecchiaia. Vicino a morte predisse i gravi patimenti che avrebbe dovuto sopportare Pio VI nel lungo suo pontificato. Dati molti utili avvisi ai suoi, come in testamento, confortato da celeste visione, se ne morì in Roma nel giorno da lui predetto l'anno 1775, di sua età 82. Il regnante Pio IX lo annoverò tra i beati, ed in seguito risplendendo sempre più per insigni miracoli, lo scrisse nel catalogo dei santi.

            Franchi-Muratori. - Si suol dare il nome di Framassoni, Franchi o Liberi Muratori ad una società di uomini, che a fine di essere liberi nell'appagare senza freno lepassioni umane adoperano tutti i mezzi per combattere la religione e le civili autorità. Si dividono in vari gradi. I primi si chiamano Adepti o principianti, e ad essi viene manifestata la Massoneria {314 [314]} soltanto come società di filantropia o di mutua beneficenza.

            Quelli, che diconsi compagnoni o società degli operai, per lo più appartengono a questa setta, sebbene parecchi di loro lo ignorino interamente. Ma di mano in mano che si avanzano a gradi superiori, sono condotti all'ateismo, alla negazione d'ogni religione, dell'anima, dell'eternità, e a riporre ogni loro felicità nei godimenti della vita presente. Di qui si scuopre la ragione, perchè l'incauta gioventù si lasci più facilmente sedurre, e come i Liberi Muratori rifiutino i conforti religiosi tanto in vita quanto in morte. Le loro adunanze soglionsi appellare conventicole; il luogo segreto, dove sì radunano, loggia massonica. L'origine della Massoneria si vuole molto antica. Alcuni la fanno rimontare sino ai Maghi Egiziani dei tempi di Mosè; ma benchè da tempo antichissimo siano state delle società segrete, il cui oggetto era l'empietà e l'appagamento d'ogni passione, tuttavia la massoneria d'oggidì forse non ha la sua origine più in su di qualche secolo; mentre sul principio del secolo passato Dervent-Water stabilì la prima loggia nell'Inghilterra, e di poi se ne fondarono nella Francia, e finalmente per tutta Europa. La loro dottrina in parte sembra quella dell'eresiarca Manete, di cui adottarono le cerimonie ed i segreti. In parte è panteismo, materialismo, ateismo. Prima di ammettere qualcheduno, gli fanno proferire queste parole: «Iura, periura, secretum prodere noli: Giura e spergiura di non violare mai il segreto.» Questo segreto vien confermato da {315 [315]} giuramento così severo che il padre è rigorosamente proibito di svelarlo al figlio, il figlio al padre, il fratello alla sorella, la sorella al fratello. Pazzia della mente umana! Si vuole distruggere Dio e religione, e con questa stessa religione si obbligano con giuramento a quel Dio che si pretende distruggere. Clemente XII e Benedetto XIV condannarono questi fanatici, ed eccitarono i sovrani a cacciarli da'loro stati. Ma pur troppo i re e i principi furono o concorrenti, o negligenti: e molti di essi già ne pagano il fio. Imperocchè i framassoni colle loro segrete adunanze cagionarono e cagionano ancora oggidì mali immensi alla religione, ai governi civili ed alle famiglie. Si può dire che sono la peste del genere umano. Quelli, che oggidì appellansi liberi pensatori, appartengono alla Massoneria. Miseri coloro che si lasciano cogliere in questa rete infernale![39]

            Moderni Filosofi. - Un altro esercito, che sta al servizio dello spirito delle tenebre e i cui soldati sovente appartengono pure alle schiere dei framassoni, sono i pseudo-filosofi moderni. Questi o sono razionalisti, che dicendo di voler seguire il puro lume della ragione, rigettano tutto ciò che è soprannaturale ed ogni religiosa autorità; oppure, quel che è peggio, negano tutto ciò che è spirito, e non ammettono di conoscere se non la materia. È difficile definire quale sia la loro dottrina, poichè non ne {316 [316]} hanno alcuna. Chi legge attentamente i loro scritti, conchiude, che negare la verità, denigrare la virtù, incoraggiare al delitto, rimuovere dal cuor dell'uomo la dolce speranza di essere felici nella vita futura forma questa moderna filosofìa. I Franchi-Muratori macchinavano in segreto; i filosofi diedero loro la mano con pubblici scritti e col porne in pratica la dottrina. I patriarchi di questi increduli furono Voltaire e Rousseau.

            Voltaire e Rousseau. - La fine funesta di questi due corifei dell'incredulità è una prova, che talvolta Iddio anche nella vita presente, esercita la sua vendetta sugli empi. Voltaire, dopo di essersi in mille guise adoperato a fine di persuadere a tutti, ch'egli credeva a nulla, ebbe il sacrilego ardire di scrivere al suo amico d'Alambert questa bestemmia: «Da qui a venti anni Dio si vedrà un bel giuoco» (25 febbraio 1758). Ma il bel giuoco fu per lui; poichè venti anni appresso, e precisamente il 25 febbraio, venne assalito da vomito violento, che gli fece tosto dimenticare di essere un incredulo. Mandò a chiamare il vicario di s. Sulpizio, si confessò; e in forma autentica ritrattossi delle sue empietà e de'suoi scandali. Liberato allora dal pericolo, ritornò alla sua empietà; ma fra breve ricadde in malattia mortale. Dimandò di nuovo un confessore, cui i suoi amici impedirono di accostarsi al letto del misero moribondo. Allora Voltaire montato in furore: «Ah dunque, andava gridando, io sono abbandonato da Dio e dagli uomini!» Ora invocava il Signore, ora lo bestemmiava, si agitava, si contorceva; e {317 [317]} fra le smanie della disperazione mandò l'ultimo respiro. (Anno 1778) Lepan e Avel, vita di Voltaire.

            Rousseau, che era giunto alla stoltezza di sfidare l'eterno Giudice a trovar un uomo più coraggioso e migliore di sè, fu sorpreso da un certo spavento, per cui parevagli di vedere spettri e uomini che gli minacciassero incessantemente la morte; onde disperato inghiotti il veleno. A fine poi di sottrarsi al lento effetto del medesimo si uccise con un colpo di pistola. (An. 1778). Questi sono i due sapienti che i moderni vantano per loro maestri[40].

 

 

Capo VII. S. Alfonso e i Redentoristi. - Soppressione de'Gesuiti. - Persecuzione Francese. - Robespierre. - Pio VI.

 

            S. Alfonso e i Redentoristi. - Mentre Voltaire e Rousseau appestavano la gente con le loro empietà, Maria Alfonso de'Liguori, luminoso ornamento della Chiesa nel secolo decimo ottavo, fu glorioso stromento, di cui servissi Iddio per illuminare e santificare i popoli. Nacque egli in Napoli nel 1696, e dalla sua giovinezza fu un complesso di virtù. Esaltissimo nell'adempimento di tutti i suoi doveri, specialmente dei {318 [318]} religiosi, si comunicava ogni settimana ed anche più spesso, e visitava ogni giorno il SS. Sacramento. A sedici anni si laureò in ambe leggi e diedesi all'ufficio di avvocato patrocinante. Ma essendo stato deluso nella speranza che aveva di vincere una lite, che per contro ebbe a perdere, determinò di abbandonare il mondo e consacrarsi a Dio nello stato ecclesiastico. Predicava con gran fervore, e lo stesso suo padre la prima volta che lo udì, vivamente commosso, esclamò: «Mio figlio mi ha fatto conoscere Iddio.» Per avere operai evangelici, ben formati al suo spirito di zelo e carità, fondò la congregazione dei Redentoristi o del Redentore, che ha per iscopo primario di promuovere la religiosa istruzione nella gente rozza, specialmente negli abitanti di campagna. Suo malgrado fu da Clemente XIII creato vescovo di s. Agata de'Goti nel 1762. Da questo tempo la vita di Alfonso fu un continuo predicare, confessare, pregare, digiunare. Iddio fece risplendere la santità di lui con molti miracoli. Mentre predicava sulla divozione alla Beata Vergine, fu sollevato a grand'altezza, ed una statua di Maria SS. fu veduta risplendere di luce celeste ed illuminare prodigiosamente il volto del santo predicatore. A quella vista il popolo esclamò: «Misericordia, miracolo!» Tutta la chiesa risuonò di gemiti e di singhiozzi. Una mattina, celebrata la santa messa, restò rapito in estasi che durò fino al giorno seguente. Rinvenuto in presenza di molte persone, loro disse: «Voi non sapete tutto... Io fui ad assistere il Papa che ora è morto.» Il Papa era {319 [319]} Clemente XIV. Tutto fu come egli annunziò[41]. Povero, sobrio, penitente, austero con sè, fu soave con tutti e caritatevolissimo co'poveri. In una carestia in Napoli vendè tutto il suo avere, distribuendone il prodotto a'bisognosi. Chiaro per miracoli, profezia, penetrazione di spiriti, moriva di novant'anni nel 1787.

            Egli è autore di molte opere, tra cui l'eruditissima teologia morale, il Direttorio degli ordinandi, la spiegazione del decalogo, la storia e confutazione delle eresie, le vittorie de martiri, la monaca santa, sermoni, le glorie di Maria, l'amor dell'anima, la visita al SS. Sacramento, le massime eterne ed altre molte.

            Soppressione dei Gesuiti. - Le corporazioni religiose sono a guisa di eserciti della Chiesa sparsi nelle varie parti del mondo. Quando perciò si vuol combattere la religione, si suole cominciare dai regolari, di poi si passa al clero secolare, ai vescovi e in fine al Capo supremo della Chiesa. I primi ad essere fatti segno per lo più sono i gesuiti. Alla metà del secolo XVIII i Liberi Muratori e i maestri dell'incredulità, trovando in essi un grande impedimento ai loro fini, inventarono contro di loro ogni genere di calunnia. Con questo mezzo riuscirono a farli cacciare dal Portogallo, dalla Francia, dalla Spagna e da altri regni: e si adoperarono presso ai governi civili, acciocchè costringessero il sommo Pontefice a sopprimerli, minacciandolo di {320 [320]} mali gravissimi se resisteva. Il Papa adunque suo malgrado, sperando di preservare la Chiesa da sciagure maggiori, nel 1774 soppresse tutto l'ordine. Ma non andò gran tempo che parecchi sovrani desiderarono che questi religiosi rientrassero ne'loro stati a prendere cura della gioventù, predicare e compiere altre pani dell'ecclesiastico ministero. Quindi il papa Pio VI cominciò a concedere che i Gesuiti si mantenessero in Russia, e che vivessero insieme in qualche altro luogo a richiesta del sovrano. Il pontefice Pio VII considerato il gran bene che la compagnia di Gesù aveva fatto e dava a sperare che farebbe, la richiamò in vita e la ristabilì fra gli ordini religiosi coi favori e privilegi che la Chiesa suole concedere, affinchè tali istituzioni possano sussistere e lavorare nel campo evangelico secondo lo scopo per cui furono fondate.

            Persecuzione Francese. - I Liberi-Muratori dopo la soppressione de'Gesuiti poterono con maggior facilità disfarsi degli altri religiosi e abbattere in Francia ogni autorità civile, porre a morte il proprio sovrano e impadronirsi eglino stessi del potere. Fra le altre cose pretendevano dai sudditi un giuramento contrario alle regole della fede; a cui dovendosi tutti i buoni rifiutare, si venne ad una crudele persecuzione. Migliaia di cittadini furono annegati, o ghigliottinati senza processo, riserbandosi i barbari di farlo dopo per conoscere se gli uccisi erano rei od innocenti. Secondo il solito, la persecuzione infieri in modo particolare contro agli ecclesiastici. Questi magnanimi eroi, emulando {321 [321]} i martiri della Chiesa primitiva, si mostrarono pronti a tollerare ogni supplizio. Alcuni furono mandati in esiglio, altri condotti in prigione o condannati al patibolo. Un manigoldo, guatando in mezzo al popolo, vede uno, che gli pare sacerdote. «Sei tu sacerdote? gli dice: - Me ne vanto. - Hai tu giurato? - Io giurare! questa sola parola mi spaventa. - Il giuramento o la morte; giura o muori. - Giuro di abborrire un giuramento empio e sacrilego; uccidetemi... vi perdono.» Così dicendo cade da mille colpi trafitto. Que'sitibondi di sangue umano entravano nei chiostri, nelle congregazioni e ne'seminari, imprigionavano o sgozzavano quanti si facevano loro incontro. Si abolirono i giorni festivi, fu cangiato il nome alle settimane, ai mesi ed agli anni; rovesciata ogni autorità, deposto il re Luigi decimosesto, imprigionato e decapitato. Le chiese diroccate o profanate; le croci, le reliquie, i vasi sacri, gli stessi sacrosanti misteri sacrilegamente calpestati, e sugli altari del Dio vivente, invece di celebrare il santo sacrifizio della messa, si collocò una donna infame, e fu adorata siccome la dea ragione. Tutto era sangue e strage. Minacciata la morte a chi dava segno di professare ancora la religione cattolica. Ma gli sforzi degli empi s'infransero contro a quella pietra, sulla quale G. C. fondò la sua Chiesa. Fra quelle carnificine la religione fu provata duramente; ma non perì.

            Robespierre. - Massimiliano Robespierre, autore primario di que'mali, mostro infame, che dicono essersi cibato di carne umana e {322 [322]} di aver usato calzari fatti con pelle di coloro che faceva trucidare, fini la sua vita con una morte che mostra visibili i segni della divina vendetta. Regicida qual era, dopo 18 mesi di tirannia cade in odio a coloro che lo applaudivano; gli s'intenta un processo, è condannato alla ghigliottina. Per evitare lo scorno di pubblica morte, qual altro Nerone, si spara una pistola in bocca, si spezza la mascella superiore, ma non muore. Si lascia languire buona pezza fra gli spasimi in prigione, finchè condotto sulla pubblica piazza, in mezzo agli insulti della plebe, gli è spiccata la testa nel 1704.

            Pio VI. - A papa Clemente XIV era succeduto Pio VI, il quale ebbe il pontificato più lungo che sia stato sino a quello di Pio IX; ma quasi tutto pieno di amarezze e di angoscio. Eletto nel 1775, adempiè con infaticabile zelo le funzioni di supremo Pastore consolando gli uni, aiutando gli altri, confortando tutti a rimaner fermi nella fede. Ne'tre ultimi anni di pontificato dovette tollerare ogni maniera di crudeltà, di persecuzioni e d'insulti da parte de'Francesi. Que'ribelli sotto alla scorta di Napoleone I invasero l'Italia, e dopo aver profanato e spogliato i più venerandi santuari entrarono in Roma per impadronirsi del Papa contro alla fede data di non fare insulto nè a Roma, nè al suo sovrano.

            Mentre il Papa pontificalmente vestito celebrava i divini uffizi, gli vien significata l'abolizione di ogni sua autorità; sono allontanate le guardie romane e in loro vece si pongono de'francesi. Il generale Berthier ebbe l'audacia di voler {323 [323]} vestire il Pontefice da repubblicano con nappa di tre colori. «Io non conosco altra divisa, rispondeva il magnanimo Pontefice, se non quella di cui la Chiesa mi onorò. Voi potete opprimere il mio corpo, ma l'anima mia è superiore ad ogni attentato... Voi potete ardere e distruggere le abitazioni dei vivi e le tombe dei morti, ma la religione è eterna: essa sussisterà dopo di voi, come esisteva prima di voi, e il suo regno si perpetuerà sino alla fine dei secoli...» (Anno 1798).

 

 

Capo VIII. Persecuzione in Roma. - Rapimento e patimenti di Pio VI. - Sua gloriosa morte. - Redole disciplinari di quest'epoca.

 

            Persecuzione in Roma. - Dichiarata la detronizzazione del Papa, i commissari francesi s'impadronirono della persona di lui, e si diedero a saccheggiare il palazzo pontificio. Le preziose e rare biblioteche furono vilmente vendute, si ruppero le guardarobe e gli armari. Ma essendo scherniti perchè non trovavano l'oro e le gioie che si aspettavano, il calvinista Haller si presenta baldanzoso dal Papa: «La repubblica romana, gli dice, vi comanda di consegnarmi subito i vostri tesori; datemeli dunque. - Io non ho tesoro al mondo. - Voi avete per altro due begli anelli in dito. Il Papa gliene diede uno dicendo: Non posso darvi {324 [324]} quest'altro, perchè esso dee passare a'miei successori.» Era questo l'anello pescatorio, di cui soglionsi servire i papi per improntare o sigillare le carte di speciale importanza. Ma anche di questo il Pontefice dovette privarsi. I cardinali, i vescovi, i prelati furono imprigionati o mandati in esiglio. Così la Chiesa romana, assalita nel suo Capo e ne'suoi membri, era esposta ad una persecuzione altrettanto ingiusta che odiosa: ed in vece di lodi a Dio si facevano in Roma processioni civiche e si cantavano inni alla libertà.

            Rapimento e patimenti di Pio VI. - Il perseguitato, ma sempre grande Pontefice, attesa l'età di ottant'anni, la sanità cagionevole e i vari suoi incomodi, mostrava vivo desiderio di morirsene a Roma, e si rifiutava di sottomettersi al comando di partire. Ma replicava il barbaro Haller: «Io non ascolto nè ragioni, nè pretesti. Se voi non partirete di buona volontà, vi faremo partire per forza.» In una spaventevole notte, quella del 28 febbraio 1798, mentre infuriava un orribile temporale, il Papa posto in una cattiva carrozza, privo de'suoi ministri, consegnato nelle mani di due commissari, viene condotto segretamente fuori di Roma per non entrarvi mai più. Fu da prima condotto a Monterosso, indi a Viterbo, poscia a Siena e finalmente trasferito in un convento di Certosini presso Firenze. Egli era menato schiavo da'suoi nemici, che studiavano ogni segretezza perchè non fosse conosciuto. Non di meno egli riceveva da per tutto onori, come se fosse condotto in trionfo. Da tutte parti preti, {325 [325]} laici, ricchi e poveri, uomini e donne, vecchi e fanciulli, sani ed infermi, tutti insieme confusi occupavano i campi, le strade, si arrampicavano sugli alberi, e colle mani giunte e ginocchioni dimandavano la benedizione del glorioso prigioniero. Nella Certosa di Firenze fu visitato dal re Emanuele IV e dalla regina di Sardegna, la venerabile Clotilde. Si gittarono amendue a'suoi piedi, benchè inutilmente il buon Papa si sforzasse di rialzarli. «In questo momento fortunato, disse il re, io dimentico tutte le mie disgrazie, più non mi lamento del trono che perdei; tutto a'vostri piedi ritrovo. - Caro Principe, risponde il Papa, tutto è vanità, eccetto amar Dio e servire a lui. Rivolgiamo i nostri sguardi al Cielo; là ci aspettano troni che non potranno più esserci rapiti. - Venite con noi in Sardegna, ripiglia la pia regina, voi troverete ne'vostri figliuoli tutto il rispetto che merita un sì tenero Padre.» Ma come poteva egli liberarsi dalle mani di quei ladroni?

            Il 27 marzo 1799 il Papa vien tolto da Firenze, e per quattro mesi è condotto di paese in paese, valicando monti, abitando capanne, in preda a uomini che gli fecero patire ogni sorta di stenti. Presso a Torino la sua carrozza fu arrestata dalla grande calca de'fedeli accorsi per avere la papale benedizione. Gli snaturati commissari francesi vollero si ponesse in viaggio, benchè per un colpo di paralisia il suo corpo fosse già immobile per metà. Finalmente il 14 luglio giunse a Valenza, termine del suo viaggio, luogo di sua prigionia, fine della sua vita. {326 [326]}

            Morte di Pio VI. - Dopo tanti viaggi e stenti, dopo tante inquietudini, travagli ed insulti, questo illustre martire doveva ricevere la ricompensa dovuta a'suoi patimenti. Mentre l'arcivescovo Spina si avanzava per amministrargli il SS. Viatico, al cospetto di Gesù Cristo gli domandò se perdonava ai suoi nemici. A quelle parole il venerando Pontefice levando gli occhi al cielo, quindi fermandoli in un crocifisso, che teneva sempre in mano. «Con tutto il mio cuore, rispose, con tutto il mio cuore.» Fatte chiamare intorno a sè le persone di casa, e quelle prostrate e piangenti benedisse con triplice ed ultima benedizione. Chiese che gli si leggessero le orazioni degli agonizzanti, le quali divotamente accompagnava. Conservando sempre la stessa serenità di volto, si addormentò nel Signore l'anno 81 di sua età, di suo pontificato 24 e mezzo, il 29 agosto 1799.

            Sparsa la nuova della sua morte, il popolo in grande calca correva alla cappella, ove era riposto il cadavere. Tutti volevano avere qualche cosa, che fosse stata del santo Pontefice. Vesti, cappelli, biancherie erano oggetti avidamente cercati; e non potendo più avere altro, mettevano sulla sua bara medaglie, veli, croci, fazzoletti, libri, rosari, e se li portavano a casa come reliquie. Fra le preghiere, i voti, le gioie, la tristezza era un continuo esclamare: «Oh questi è un martire! questi è un martire!» Sul sepolcro di lui fu scritto il seguente epitafio: {327 [327]}

 

            QUI GIACE

 

            PIO VI PONTEFICE MASSIMO

 

            DETTO UNA VOLTA GIOVANNI ANGELO DI CESENA

 

            IL QUALE NELLA LUNGHEZZA DEL PONTIFICATO

 

            SORPASSANDO TUTTI GLI ALTRI PONTEFICI

 

            RESSE LA CHIESA XXIV ANNI VI MESI XIV GIORNI

 

            SANTISSIMAMENTE MORÌ IN VALENZA

 

            IN UNA ROCCA DOVE ERA CUSTODITO

 

            PRIGIONIERO DEI FRANCESI

 

            UOMO DI MARAVIGLIOSA FORTEZZA D'ANIMO

 

            E DI COSTANZA

 

            NEL SOPPORTARE I PIÙ'DISASTROSI TRAVAGLI

 

            Regole disciplinari e pratiche religiose di questa epoca. - Nel secolo XVI Paolo IV promulgò un indice de'libri proibiti. S. Pio V ordinò si celebrasse ogni anno nella prima domenica di ottobre la festa del SS. Rosario. Gregorio XIII intraprese la correzione del calendario romano, sottraendo dieci giorni al mese di ottobre del 1582. E ciò perchè non essendosi prima osservato con bastevole esattezza, che il nostro globo nel suo giro annuo attorno al sole impiega 365 giorni e 6 ore meno qualche minuto. Dopo alcuni secoli questi minuti accumulati avevano fatto 11 giorni di più, e l'anno non correva più d'accordo con il corso del globo. Fu pertanto l'equinozio di primavera trasportato dagli 11 ai 21 di marzo. D'allora in poi tutto il mondo {328 [328]} cristiano, eccettuata la Russia, cominciò a valersi del calendario gregoriano. Urbano VIII ridusse in miglior forma il breviario e diede a'cardinali il titolo di Eminenza.

            Clemente XIII, nel 1759, ordinò che nelle domeniche, quando non siavi Prefazio proprio, dicasi quello della SS. Trinità. {329 [329]}

 

 

Epoca sesta. Dalla morte di Pio VI nel 1799, al Concilio Vaticano nel 1870, racchiude anni 71.

 

Capo I. Pio VII. - Contrasti con Napoleone. - Prigionia di Pio VII. - Suo ritorno a Roma.

 

            Pio VII. - Alla morte di Pio VI i repubblicani francesi erano padroni di Roma e di tutta l'Italia. Il capo della Chiesa morto in esiglio, i membri del sacro Collegio in ceppi o qua e là, dispersi, come adunque si poteva eleggere un pontefice?

            Dio che governa la sua Chiesa saprà rendere vani gli sforzi degli uomini. Un esercito austriaco assale i Francesi, li scaccia da Roma, dall'Italia, e li restringe in un picciol angolo tra il Genovesato ed il Piemonte. I cardinali allora fatti liberi si radunano a Venezia, eleggono il cardinale Chiaramonti di Cesena, che prende il nome di Pio VII. Egli si porta a Roma, rientra solennemente nel possesso del governo temporale che Iddio gli ha dato per l'indipendenza del suo ministero. {330 [330]}

            I sovrani gli dirigono omaggi e congratulazioni. Appena gli Austriaci ebbero adempiuto la loro missione, segue la battaglia di Marengo, e malgrado il loro numero e il loro valore, sono discacciati e spariscono. (An. 1800). Prova evidente che Iddio li aveva da prima renduti vittoriosi pel bene della sua Chiesa; cioè affinchè si eleggesse il nuovo papa e quindi ritornasse in possesso di Roma.

            Contrasti tra Pio VII e Napoleone. - La Francia, stanca de'suoi tiranni, riveste del titolo di console Napoleone Bonaparte, il quale mostrava di avere volontà e coraggio bastevole per dare ordine a quel regno gettato in tanta confusione. Allora cessa la ghigliottina, si mitiga assai la persecuzione, si estingue lo scisma costituzionale, e la Francia ritorna alla cattolica unità. Ma Bonaparte stimava soltanto la religione in quanto serviva alla sua ambizione. Egli fa un concordato col romano pontefice che viene violato nello stesso atto della sua pubblicazione. Con esso egli pubblicava certi articoli, detti organici, che contrastano col medesimo concordato. Si fa proclamare imperatore e sollecita il papa di venire a Parigi per consacrarlo. Pio VII esita lungo tempo, nè si risolve se non colla speranza di riparare a gravi disordini ed impedire molti mali che minacciavano la Chiesa. Egli parte da Roma l’anno 1804, attraversa la Francia, che in ogni parte lo onora, e fra mille applausi entra in Parigi e mette la corona imperiale sul capo di Napoleone. Ma questi corrispose alla condiscendenza del papa con ingratitudine mostruosa. Per ottenere l'incoronazione {331 [331]} protestava di voler essere figliuolo ubbidientissimo della santa sede; ma appena incoronato scrisse lettere ingiuriose al papa, e pochi anni dopo fece marciare le sue truppe su Roma. Dopo che fu donata la pace alla Chiesa dal Grande Costantino, l'imperatore Costante II, protettore degli eretici Monoteliti, fu il primo degli imperatori che da Roma abbia con violenza rapito il sommo pontefice; Napoleone il secondo. Egli pretendeva che il papa gli concedesse cose contrarie ai diritti della Chiesa ed al bene della religione. Al rifiuto del papa l'imperatore assale Roma, se ne impadronisce, la deruba dei capi d'arte più preziosi, sforza il palazzo papale, manda in esiglio, incarcera i suoi ministri, anche vescovi e cardinali, ed incarica il generale Radei della sacrilega impresa di rapire il papa.

            Di notte tempo una schiera di soldati, come ladri notturni, danno la scalata al palazzo pontificio, abbattono gli usci a colpi di scure, spezzano le finestre, e a mano armata penetrano nella camera del papa. Radet, circondato da'suoi, impone al pontefice di partire immediatamente da Roma. Pio VII alza gli occhi al cielo, e pieno di fede in colui che assiste la Chiesa, co'soli abiti di camera si abbandona nelle mani de'suoi nemici che lo chiudono a chiave in una carrozza fra gendarmi come malfattore. (Anno 1809).

            Prigionia di Pio VII. - L'immortale Pio VII durante cinque anni di cattività si mostrò sempre intrepido confessore della fede. A vari accidenti fu soggetto il suo viaggio. Presso a {332 [332]} Firenze per l'imperizia de'postiglioni la carrozza corre sopra un rialto di terra, si rovescia con grand'impeto, e il santo padre cade sulla strada in mezzo alle ruote. Egli sarebbe stato fatto a brani se non lo avesse Iddio preservato. Rimane prigioniero in Savona tre anni, dopo cui (nel 1812) gli si ordina la partenza per Fontainebleau in Francia. Durante il cammino venne trattato ne'modi i più barbari. Si faceva viaggiare giorno e notte senza mai lasciarlo uscire di carrozza. Questo gli rovinò la salute per modo che fu ridotto allo stato di moribondo. Nelle vicinanze di Torino pareva al termine della vita, e gli fu amministrata l'estrema unzione; tuttavia non potè ottenere un istante di riposo. Giunto a Fontainebleau, lontano dai suoi consiglieri, assediato da gente che aveva sacrificato fede e pudore al despotismo di Napoleone, oppresso dalla molestia che 1'ambizioso imperatore ogni di gli recava, mette il suo nome su una carta in cui si lascia la nomina dei vescovi, cioè dei pastori delle anime in balia del potere civile. Ma pentitosi immantinenti di quella sottoscrizione, coraggiosamente revoca quanto ha sottoscritto e la fede trionfa.

            Suo ritorno a Roma. - Napoleone non potendo indurre il papa a secondare i suoi tristi disegni, e per altra parte le sue imprese guerresche pigliando un cattivo indirizzo, pensò di mettere in libertà colui, che in niuna guisa aveva potuto vincere.

            L'intrepido Pio VII, dopo cinque anni di prigionia, di stenti, di oltraggi e d'insulti parte da Fontainebleau il 23 gennaio 1814 per ritornarsene {333 [333]} alla sua sede. Mentre passava sopra un ponte del Rodano da Beaucaire a Tarascone il colonnello Lagorse assordato dalle grida di gioia che il popolo mandava al santo padre, disse: «E che fareste voi dunque se passasse l'imperatore? - Noi gli daremmo da bere,» risposero ad una voce, indicando il fiume che sotto al ponte scorreva. Dopo quattro mesi di cammino Pio VII fece solenne entrata nella città eterna con indicibile gioia di Roma e di tutti i buoni.

 

 

Capo II. Caduta di Napoleone. - Suoi ultimi giorni. - Morte di Pio VII.

 

            Caduta di Napoleone. - La storia ci fa con mano toccare che il favorire la religione è principio di grandezza dei sovrani, e che il perseguitarla ne è la rovina. Napoleone non lo voleva credere e lo provò col fatto. La sua potenza colossale faceva tremare tutta Europa, il suo nome era temuto per tutto il mondo. Quando seppe che Pio VII voleva scomunicarlo per le violenze commesse contro la Chiesa ed a'suoi ministri, egli per ischerno andava dicendo: «Crede forse il papa, che le scomuniche facciano cadere le armi dalle mani dei miei soldati?» Ma le censure della Chiesa o presto o tardi producono inesorabili il loro effetto. Infatti l'ambizione condusse Napoleone all'estremità della Russia, dove la divina Provvidenza {334 [334]} facendo vedere che nulla valgono le forze degli uomini quando sono contrarie ai voleri del cielo, dispose che oltre a quattrocento mila uomini del suo esercito morissero di spada, o di fame, o di freddo.

            Il generale Segur, uno de'condottieri di quelle formidabili schiere, lasciò scritto: «I più valorosi soldati intirizziti dal freddo non potevano più reggere le armi che cadevano loro di mano.» Intanto l'Europa si solleva contro a Napoleone come contro un comun nemico. Quelli stessi, che per forza eransi con lui alleati, lo abbandonano; egli è discacciato dalla Germania, dalla Spagna, dalla Svizzera; i suoi nemici lo inseguono, e dietro a'suoi passi penetrano nell'interno della Francia. Egli è fatto prigioniero, condotto a Fontainebleau in quello stesso palagio nel quale tenne in ceppi il santo padre; sottoscrive l'alto della sua abdicazione in quei luoghi stessi ove egli aveva addolorato e umiliato il vicario di G. Cristo.

            Ultimi giorni di Napoleone. - Napoleone, benchè nel tempo della prosperità abbia perseguitata la religione nella persona del suo capo visibile, nulla di meno quando si calmò l'ambizione e potè riflettere sulla vanità delle umane grandezze, parve rientrare in se stesso e ravvedersi. Pio VII, dopo avergli sinceramente perdonato, intercedeva presso gl'Inglesi che gli fossero mitigate le pene della cattività; e per risvegliare sentimenti religiosi nel cuore di un figlio traviato inviò un ecclesiastico ad assolverlo dalle censure ed assisterlo nelle cose di religione. {335 [335]}

            Allora Napoleone riconobbe la mano del Signore che lo aveva abbattuto, e scorgendo prossimo il suo fine diceva: «Io nacqui nella religione cattolica, bramo adempirne i doveri e ricevere i soccorsi che quella amministra.» Dopo che ebbe ricevuto gli ultimi sacramenti proferì queste parole: «Sono contento, ne aveva bisogno; io non ho praticato la religione sul trono perchè il potere sbalordisce gli uomini, ma la fede fu sempre meco; io voleva tenerla segreta, ma questa fu debolezza; ora desidero glorificarne Iddio.» Spirò nel 1821.

            Egli riconosceva la sua caduta dagli oltraggi fatti al capo della Chiesa. «Il papa, soleva dire, non ha eserciti; ma è una potenza formidabile. Trattatelo come se avesse dietro di sè duecento mila armati.»

            Morte di Pio VII. - Pio VII ritornato dalla sua cattività impiegò il resto de'suoi giorni a riparare i danni che le logge massoniche e Bonaparte avevano cagionato alla Chiesa. Fra le altre cose approvò l'opera della Propagazione della Fede, che ha per iscopo di portare aiuto a que'coraggiosi sacerdoti che abbandonando patria e sostanze, parenti ed amici vanno nelle missioni straniere unicamente per guadagnare anime a Gesù Cristo. Correva l'anno ottantesimo primo di sua età, quando ne'suoi stessi appartamenti per una caduta si ruppe un femore. Munito di tutti i conforti della religione, colmo di meriti, rendette l'anima a Dio il 20 agosto 1823, nell'anno vigesimoquarto del suo pontificato. Vittima di lunga serie d'i ingiustizie, stancò il nemico colla sua {336 [336]} pazienza, e onorò la religione colla sua nobile fermezza.

            Si narrano di questo pontefice molti prodigiosi avvenimenti, tra cui uno concernente il regnante Pio IX, allora detto Giovanni Maria Mastai de'conti Ferretti. Non potendo egli avviarsi per la carriera ecclesiastica perchè pativa epilessia o mal caduco, il santo pontefice gli raccomandò di fare una novena alla Beata Vergine, mentre egli pure avrebbe pregato per lui nella santa messa. Finita la novena, il giovane Mastai ritornò, ed il pontefice mettendogli le mani sul capo, disse: «State tranquillo, voi non soffrirete più nulla.» Infatti egli perfettamente risanò.

 

 

Capo III. Leone XII e Pio VIII. - La Chiesa Ortodossa di Russia. - Persecuzione contro i cattolici in quell'impero. - Gregorio XVI e Nicolò imperatore.

 

            Leone XII e Pio VIII. - A Pio VII succedeva il cardinale Annibale della Genga di Spoleto col nome di Leone XII. Il suo pontificato durò cinque anni e quasi cinque mesi. Amava molto i poveri, e nello stesso giorno di sua incoronazione loro imbandi un lauto banchetto in Vaticano. Ebbe gran cura degli stabilimenti di pubblica beneficenza, i quali spesso visitava somministrandovi quanto era mestieri. Talvolta all'impensata visitava qualche chiesa o spedale per assicurarsi che le persone ivi addette adempiessero con regolarità i loro doveri. Nell'anno {337 [337]} del giubileo (1825) fece la beatificazione di quattro servi di Dio. Giuliano Agostino ed Angelo d'Acri, ambidue dell'ordine di s. Francesco; Alfonso Rodriguez, gesuita ed Ippolito Galantini, fondatore della Congregazione della Dottrina Cristiana. Questo pontefice, godendo ancora buona sanità, disse ad un suo famigliare: «Di qui a pochi giorni non ci vedremo più.» Il fatto avverò la predizione. Caduto ammalato, dimandò gli ultimi sacramenti, e dopo alcune ore di tranquilla agonia riposava nel Signore nel 1829.

            Leone XII aveva a successore il cardinal Castiglioni col nome di Pio VIII, il quale dopo venti mesi di pontificato santamente cessava di vivere. Gli succedeva il cardinale Mauro Cappellai di Belluno, dell'ordine di s. Benedetto, chiamandosi Gregorio XVI. (Anno 1831).

            Chiesa Ortodossa di Russia. - Fra i molti avvenimenti compiutisi sotto a Gregorio XVI avvi quello che riguarda la così detta Chiesa russa ortodossa. Ortodosso significa: Chi dà a Dio tutta la gloria che gli è dovuta. Ora la sola Chiesa cattolica che conserva e pratica il santo Vangelo quale G. Cristo lo ha insegnato, dà a Dio tutta la gloria che gli si deve; così la sola Chiesa cattolica è ortodossa. La Chiesa russa è scismatica ed eretica: deve chiamarsi eterodossa perchè dà a Dio una gloria diversa da quella che egli vuole.

            Dobbiamo qui richiamare alla memoria come poco dopo il concilio ecumenico di Firenze nel 1439 e precisamente sul principio del secolo decimosesto cominciò lo scisma russo sotto {338 [338]} l'impero di Basilio III. Costui senza alcuna dipendenza dalla santa sede elesse un patriarca nella città di Mosca, è decretò che solo da questo patriarca dovessero dipendere tutte le altre chiese del suo impero. Più volte i papi tentarono di ricondurre quel vastissimo regno all'ovile di G. Cristo, ma la conciliazione fu sempre di poca durata. Finalmente l'imperatore Pietro il Grande vedendo i disordini religiosi e politici crescere ogni giorno per mancanza di un capo supremo nelle cose di religione, avendo tentato inutilmente d'indurre il patriarca e i vescovi a sottomettersi al romano pontefice, deliberò di aggiugnere alla corona imperiale anche quella di sovrano superiore di tutti i vescovi, e così fare se stesso papa e giudice di ogni questione religiosa. Quindi l'anno 1720 da Mosca trasferì la capitale a Pietroburgo, che eresse a centro dell'autorità civile e religiosa, e stabilì una liturgia sotto al nome di Statuto ecclesiastico, dove contengonsi quasi i medesimi errori di Fozio. Pertanto Pietro il Grande oltre al negare sottomissione al papa, ordinò che niuno potesse essere ammesso ad alcuna carica civile o religiosa senza pronunziare questo giuramento: «Confesso e con giuramento confermo di credere che il giudice supremo dell'autorità religiosa è il nostro monarca, supremo padrone di tutte le Russie[42]

            I sovrani della Russia, detti autocrati o padroni assoluti, per qualche tempo lasciarono ai {339 [339]} cattolici libertà di praticare la loro religione; ma poco per volta il sovrano volle anche farsi padrone delle coscienze, e sotto al pontificato di Gregorio XVI le cose giunsero ad un'aperta persecuzione.

            Persecuzione in Russia. - L'anno 1825 saliva sul trono delle Russie Nicolò I, uomo lodato per varie buone qualità; ma per la smania di farla da padrone e giudice supremo nelle cose di religione diedesi ad opprimere i cattolici suoi sudditi, il cui numero eccedeva i quindici milioni. Cominciò dal far credere che d'accordo col papa toglieva l'istruzione ai cattolici e li obbligava a frequentare le scuole scismatiche; di poi proibì ai suoi sudditi scismatici di farsi cattolici; vietò a questi di predicar la loro religione o professarla pubblicamente. Ciò fatto, si accordò con tre vescovi cattolici amanti della vanità e delle ricchezze, i quali da lui sedotti, apostatarono, ed in conseguenza della loro sacrilega sottomessione, l'imperatore comandò che nelle loro diocesi tutti dovessero usare riti, breviari, messali e pratiche religiose secondo la liturgia dell'impero[43].

            Molti sacerdoti, paroci e vescovi si levarono contro all'empietà; ma furono tosto deposti, spogliati delle proprie sostanze, chiusi in orrido carcere o mandati in esiglio nella Siberia {340 [340]} che era come condannarli a morire di freddo e di stento. Rimaste così le diocesi prive di vescovi, il popolo si sostenne tuttavia qualche tempo saldo nella fede in mezzo alle persecuzioni a segno che non pochi morirono per la fede. Ma rimanendo come pecore senza pastore, molti caddero nello scisma; e nella Rutenia e Lituania quasi tre milioni miseramente prevaricarono.

            Questa deplorabile apostasia veniva con solennità celebrata dall'impero russo nel 1839, mentre i cattolici per tutto il mondo piangevano a tanta sciagura, e pregavano Iddio ad avere pietà della Russia.

            Gregorio XVI e Nicolò di Russia. - Durante questa persecuzione Gregorio XVI non risparmiò sollecitudine per opporre a si gran male il rimedio che poteva. Scrisse ai buoni per incoraggiarli; rimproverò i vescovi del loro tradimento, mandò larghi sussidi a quelli ch'erano stati spogliati. Con apposita allocuzione biasimò la crudeltà e l'ingiustizia di quel governo e dello stesso Nicolò.

            Quest'imperatore avendo fatto un viaggio in Italia, volle per due volte fare visita a quell'uomo, che sebbene inerme, tuttavia col suo sguardo e colla sua parola faceva tremare i più potenti monarchi della terra, il degno vicario di Gesù Cristo accolse col dovuto riguardo il formidabile sovrano. Parlarono a lungo di cose spettanti alla religione. Nicolò ammirò la sapienza e la virtù del pontefice, ma voleva scusarsi, adducendo che motivi politici lo avevano spinto alle gravi deliberazioni contro ai cattolici. {341 [341]} Il pontefice con aria di maestà, e Principe, gli disse, la politica è fatta pel tempo, la religione per l'eternità. Verrà il giorno in cui entrambi ci presenteremo a Dio per rendergli conto delle opere nostre. Io, perchè assai più innanzi negli anni, sarò certamente il primo; ma non oserei sostenere gli sguardi del mio giudice se non pigliassi oggi la difesa della religione che mi venne confidata e che voi opprimete. Principe, Dio ha creato i re perchè siano i padri, e non i tiranni dei popoli che loro obbediscono.».Quelle parole suonarono tremende all'orecchio ed al cuore di Nicolò. Partì dalla presenza del pontefice turbato, commosso fino alle lagrime. Promise di accordare libertà ai cattolici di professare la loro religione e di mantenere relazione colla santa sede. Di più iniziò un concordato con Roma, per mezzo del quale erano ristabiliti parecchi vescovadi con libera giurisdizione. La morte di Gregorio avvenuta nel 1° giugno 1846 interruppe le trattative che vennero poi condotte a felice compimento dal regnante Pio IX. Ma in breve si riaccese l'odio che la Russia ha sempre nodrito eontro la fede cattolica. {342 [342]}

 

 

Capo IV. Elezione di Pio IX. - Amnistia e applausi. - Rivoluzione in Roma. - Pio IX a Gaeta. - Repubblica. - Roma liberata. - Ritorno del pontefice a Roma.

 

            Elezione di Pio IX. - Uno dei più grandi e più luminosi pontificati è certamente quello di Pio IX. Nato in Imola nel 1792 dai conti Mastai Ferretti, ebbe nome Giovanni Maria. Prima della sua elezione al papato era venuto a Roma per arrotarsi nell'esercito pontificio, ma la sua sanità cagionevole ne lo impedì. Dio per altro che lo chiamava a cose più grandi lo guarì come per miracolo, siccome vedemmo, per renderlo idoneo alla milizia sacerdotale. Da giovanetto Giovanni già risplendeva in ogni genere di virtù; ma le sue delizie erano nella divozione alla B. Vergine Maria. Degno ministro di Gesù Cristo, egli si accorse tosto del gran bisogno della educazione della gioventù, e a questa consacrò le prime cure del sacro ministero. Intraprese in Roma la direzione e l'amministrazione di due insigni stabilimenti, uno conosciuto sotto al nome di Tata Giovanni, l'altro di san Michele a Ripagrande, dove sono ricoverati più centinaia di poveri fanciulli. Una difficile missione compiuta nel Chili per incarico di Pio VII dimostrò il suo grande ingegno e la sua rara abilità nel maneggio dei grandi affari. Ritornato dal Chili, fu fatto vescovo, e finalmente creato cardinale nel 1840. Alla morte di Gregorio venne pressochè con unanimità di voti proclamato pontefice il 16 giugno 1846, due {343 [343]} giorni appena dopo che i cardinali erano entrati in conclave, e prese il nome di Pio IX. Molti e grossi volumi si richiederebbero ad esporre degnamente le cose di questo incomparabile pontefice. Noi ne accenneremo solamente alcune.

            Amnistia e applausi. - Pio IX segnalò la sua elezione con un atto di bontà mercè un'amnistia, ovvero generale perdono di tutti coloro che durante il pontificato di Gregorio XVI si erano fatti colpevoli di ribellione contro lo Stato. Pel che molti esigliati e molti detenuti nelle carceri poterono liberamente ritornare in seno alle loro famiglie. Introdusse parimenti alcune riforme nel governo civile de'suoi Stati. Questi tratti di clemenza facevano echeggiare il suo nome di mille applausi in ogni parte. I buoni godevano di que'segni di ossequio al supremo pastore della Chiesa, ma i malevoli guidati dalla strana idea di fare una Giovine Italia, ovvero una Repubblica italiana, approfittarono di quegli stessi favori a danno di lui.

            Molti uomini, che già avevano turbata la pace in altri paesi, recaronsi a Roma, e solto aspetto di unire i loro applausi a quelli che tutto il mondo faceva al gran Pio IX, studiavansi d'indurlo a dichiarare guerra all'Austria.

            Il papa, essendo padre spirituale di tutti i fedeli, non potrà mai certamente risolversi di far guerra, mentre sovrani e popoli, a qualunque paese appartengano, sono sempre suoi figli.

            «Sappia il mondo tutto, egli rispondeva, che noi amiamo l'indipendenza d'Italia, ma non verremo giammai ad una dichiarazione di {344 [344]} guerra e a spargere il sangue per conseguirla.» Quindi egli fece tutto ciò che si conveniva al suo uffizio di padre.

            Rivoluzione in Roma. - Allora gli applauditori che a piena gola avevano gridato evviva, cominciarono a dimandare riforme; poi un altro governo, e finalmente a gridare morte al sovrano dell'eterna città. Il santo padre, per ultima prova, concedette altri favori, chiamò a Roma il conte Pellegrino Rossi, valente politico, e lo fece presidente de'suoi ministri, raccomandandogli di adoperarsi in tutte le guise per conservare l'ordine e la pace nello Stato. Prova inutile. Il conte Rossi mentre entra nel palazzo della cancelleria, ove allora era la Camera dei deputati, è assassinato fra mille schiamazzi; sono disarmate le guardie del Quirinale; un dotto sacerdote di nome Ximenes è pugnalato; un colpo di archibugio fa cadere estinto monsignor Palma, segretario di Pio IX. Così il papa dovette rimirare il sangue de'suoi famigliari sparso nelle sale del suo palazzo, e se stesso in grave pericolo di cadere in mano di que'rivoluzionari, cui nessun delitto inspirava orrore.

            Il pontefice perciò vedendosi tolta l'indipendenza della sua autorità, minacciata la sua vita e quella dei cardinali e di quelli che nelle pubbliche cariche gli si mantenevano fedeli, risolse di fuggire. Ma come ciò effettuare, mentre i suoi nemici custodivano tutte le uscite del Quirinale? Dio assiste il suo vicario, e non abbandona la sua causa che è quella della Chiesa. {345 [345]}

            Pio IX a Gaeta. - Pio IX si mette ginocchioni davanti al Crocifisso, prega, poi si alza, si veste in borghese ed affida la sua salvezza alla divina Provvidenza. A notte avanzata, accompagnato da un solo domestico, discende nelle grotte e per una specie di sotterraneo va ad uscire in un luogo determinato dove l'attendeva il conte Spaur, ministro di Baviera. Monta seco lui in carrozza, che con rapidissimo corso prima che fosse conosciuta la sua partenza giungeva in sicuro a Gaeta. Qui lo avevano già preceduto il cardinale Antonelli ed altri prelati che lo attendevano. Sparsa la voce che il papa era a Gaeta, questa divenne tosto al pari di noma il centro della religione dove i fedeli di tutto il mondo facevano ricorso. Il re di Napoli, glorioso di tanto ospite, gli prodigò ogni riguardo, nulla risparmiando di quanto poteva essere necessario al santo padre e a quelli che lo avevano accompagnato.

            Pio IX dimorò sedici mesi a Gaeta continuando le sue cure pel bene universale della Chiesa. Fra le altre cose diede una solenne prova di venerazione alla madre del Salvatore, indirizzando ai vescovi di tutto il mondo una lettera con cui invitava essi e tutti i fedeli a pregare e ad esprimere il loro sentimento intorno all'immacolato concepimento di Maria, di cui si parlerà fra breve.

            Il capo della religione, spogliato così de'suoi Stati, costretto a fuggire precipitosamente dalla sua sede, trovavasi in vere strettezze per provvedere a sè, a'suoi, e tenere corrispondenze con tutto il mondo. Allora i cattolici coll'affetto {346 [346]} di figli studiarono di venire in aiuto del loro padre ora con grandi, ora con piccole offerte, che furono chiamate come ne'tempi antichi Obolo, o danaro di s. Pietro, perchè diretto a sollevare il capo della religione, successore di quel santo apostolo nel governo della Chiesa[44].

            Il danaro di s. Pietro è tuttora il mezzo con cui oggidì si provvede alle strettezze in cui trovasi il supremo gerarca della Chiesa.

            Repubblica in Roma. - Appena si conobbe la fuga del papa un dolore profondo colpì tutti i buoni. Soltanto i nemici dell'ordine giudicandosi all'apice della fortuna si radunarono, e con atto iniquo e sacrilego costituirono in Roma una Repubblica con un triumvirato, ossia con tre capi: Mazzini, Armellini e Saffi. Essi dichiararono il papato decaduto da ogni potere di sovrano, e costituirono se stessi arbitri di ogni autorità.

            Per prima cosa quel governo impose tributi, spacciò un'immensità di carta monetata, si appropriò i beni della Chiesa: campane, calici, pissidi, ostensori, turiboli, ogni oggetto d'oro o di argento che fosse nelle chiese era involato per far danaro. Vari sacerdoti e religiosi furono trucidati, dodici in un solo giorno pugnalati. Monasteri e conventi violati e profanati, {347 [347]} e non pochi sacerdoti e religiosi barbaramente sgozzati. Ma tiriamo un velo sopra quelle barbarie[45].

            Roma liberata. - Il cielo non poteva permettere che tante iniquità si potessero impunemente continuare, nè le potenze cristiane tollerassero che il capo della religione fosse in cotal guisa spogliato del suo regno, il quale è fuori d'ogni dubbio come la proprietà di tutti i cattolici. Perciò i sovrani come figli affezionati risolsero di venire in aiuto del padre comune, il cui domicilio è in Roma. Spagna, Napoli, Austria, Baviera, Francia si accordarono sul modo di liberar Roma; e mentre l'Austria manteneva l'autorità del papa nella parte principale dello Stato pontificio, la Francia, benchè allora retta a repubblica, si prese il compito di cacciare da Roma que'ribelli. Pertanto una schiera di prodi Francesi camminò direttamente sopra Roma, la quale avrebbero potuto prendere assai più presto se avessero voluto usare tutti i mezzi violenti di cui potevano disporre; ma volendo risparmiare i monumenti di quella città e più ancora il sangue per quanto potevano, v'impiegarono tre mesi. Gli assediati fecero prodezze degne di causa migliore. Combattimenti accaniti, presa e ripresa da ambe le parti. Finalmente il giorno 29 giugno, dedicato al principe degli apostoli, i Francesi diedero un gagliardo assalto, in cui respinti i nemici, la città restò in loro potere. {348 [348]}

            Possiamo facilmente immaginare quanto sia stata grande la consolazione dei Romani quando si videro liberati da quei rivoluzionarie poterono godere di nuovo tranquillità e pace, ripigliare il loro commercio, riaprire i conventi, i monasteri, le chiese e di nuovo pacificamente praticare la loro religione.

            Ritorno di Pio IX. - La notizia della liberazione di Roma fu tosto recata al sommo pontefice, che tutto commosso esclamò: «Sia benedetto il Cielo; ora cessa lo spargimento di sangue tra i miei figli.»

            Molti desideravano che egli facesse immantinenti ritorno a Roma, ma le persone prudenti lo consigliarono a differire. Il sospirato ritorno ebbe luogo il 12 aprile 1850. Fu tale il concorso di gente ed il trasporto di gioia, che forse non si era mai veduto altrettanto dal di in cui Pio VII rientrò in Roma dopo la sua prigionia.

            Il fortunato pontefice prima di ogni altra cosa si recò alla basilica di s. Pietro per ringraziare Dio della pace ridonata alla Chiesa; e quindi con tutto il cuore e lo zelo diede mano a rimarginare le piaghe profonde fatte dai repubblicani alla religione ed allo Stato. {349 [349]}

 

 

Capo V. Immacolata Concezione. - Propagazione della fede. - P. Gioanni da Triora. - Carlo Corney. - Gabriele Perboire. - Libertà cristiana in Cina. - Ordini religiosi.

 

            L'Immacolata Concezione. - Appena il papa ritornò alla sua sede da tutte le parti gli giunsero i suffragi dei vescovi che attestavano generale credenza, che Maria fosse stata sempre preservata dal peccato originale, e che era ferventissimo desiderio dei loro diocesani che questa verità fosse dogmaticamente definita. Il pontefice stabilì allora una commissione di dotti teologi e cardinali, di poi concedette un giubileo di tre mesi per eccitare tutti ad innalzare a Dio calde preghiere. Infine invitò a Roma tutti i vescovi che potessero facilmente venirvi. Fatta un'attenta e profonda discussione, si trovò essere dottrina conforme alle sacre scritture costantemente manifestata nella tradizione, cioè nella sacra liturgia, negli scritti dei santi padri, ne'decreti dei sommi pontefici, nel sentimento generale di tutti i cristiani, che Maria Vergine fu immune dalla macchia originale, ed essere cosa al tutto conveniente il procedere a definire questa dottrina quale articolo di fede.

            Pio IX dopo nuove preghiere giudicò di precedere finalmente a questa si sospirata definizione, ed assistito dai cardinali, dai patriarchi, da gran numero di arcivescovi e vescovi, alla presenza di una moltitudine immensa di sacerdoti e laici, l'anno 1854, il giorno 8 dicembre, sacrato a Maria Immacolata, prima di {350 [350]} celebrare solennemente la santa messa nella basilica vaticana pronunciò questo decreto: È dottrina rivelata da Dio, che la B. Vergine Maria fin dal primo istante della sua concezione fu preservata immune da ogni macchia di colpa originale per singolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in riguardo dei meriti di Gesù Cristo Salvatore dell’uman genere, e che perciò si deve da tutti i fedeli fermamente e costantemente credere.

            In virtù di questa definizione si tolse via ogni dubbio intorno a questo privilegio della Madre di Dio. Non già che il pontefice con questa definizione abbia introdotto una nuova verità, ma solamente ha definito dogmaticamente una verità da Dio rivelata, e già creduta fin dai primi tempi della Chiesa.

            L’Opera della Propagazione della Fede. - Tra le maravigliose istituzioni di questo secolo si annovera l'Opera della Propagazione della Fede. Dopo che Napoleone I soppresse i monasteri, i conventi, spogliò le chiese e se ne appropriò i beni, mancavano i mezzi per sostenere quei coraggiosi sacerdoti, che mossi dal desiderio di salvare anime recavansi in lontanissimi paesi. Ora, per provvedere a una cosa si necessaria quale sono le missioni, Iddio inspirò un nuovo modo efficacissimo, e che ha già prodotti maravigliosi effetti.

            L'anno 1822 nel mese di maggio una giovanetta di Lione invitò alcuni parenti ed amici ad associarsi per fare piccole offerte settimanali a fine di mettere insieme qualche sussidio pei missionari. L'opera era semplice, il fine santo, e Dio lo benedisse. L'offerta a farsi non {351 [351]} era che di cinque centesimi per settimana, e insieme recitare ogni di un Pater ed un Ave. Ogni dieci associati vi ha uno che raccoglie l'obolo settimanale, e in contraccambio dà a leggere gli Annali delle Missioni che si stampano ogni due mesi. L'offerta essendo piccola, tutti vi possono prendere parte. Quindi ricchi e poveri, padroni e servi, uomini e fanciulli si ascrissero all'opera novella. Come già fu detto, Pio VII la raccomandò colla sua autorità apostolica. Altri pontefici l'arricchirono di molte indulgenze.

            Gregorio XVI e il regnante Pio IX si mostrarono ambidue zelantissimi promotori di questa opera della Propagazione della Fede, la quale essendo così benedetta dal vicario di G. Cristo, maravigliosamente crebbe e si diffuse per tutta la terra, stampandosene gli Annali in tutte le lingue a molte migliaia di copie. Ogni anno si raccolgono oltre a cinque milioni di franchi. Con questo aiuto si convertirono già alla fede molti milioni di idolatri. Come appendice all'opera della Propagazione della Fede è quella della Santa Infanzia, così chiamata perchè è posta sotto alla speciale protezione di Gesù Bambino, ed ha per iscopo il riscatto dei poveri bambini di que'paesi ne'quali, come nella Cina, sono barbaramente venduti e spesso gettali ancor viventi nelle vie per servire di pasto agli animali immondi. Ogni associato si obbliga a pagare cinque centesimi al mese ed a recitare un'Ave ed una Giaculatoria a Maria SS. ed a s. Giuseppe. Il regnante Pio IX considerata la grande utilità che la novella opera {352 [352]} avrebbe recato alla religione, l'approvò con lettere apostoliche del 16 luglio 1856 e l'arricchì di molti privilegi e indulgenze.

            Il P. Giovanni da Triora. - Iddio, padrone del cuore degli uomini, mentre inspira agli uni lo zelo di promuovere la sua gloria nei nostri paesi, infonde in altri coraggio eroico di abbandonare patria, parenti, amici, per intraprendere viaggi lunghi e pericolosi, il cui termine spesso è il martirio. La sola Italia annovera circa duemila di questi evangelici operai che presentemente lavorano indefessi per la fede. Noi ne daremo un'idea con un cenno sul martirio di alcuni di loro. Cominciamo dal padre Giovanni Francesco. Egli era nato in Triora, paese della Riviera di Genova. Compiuti gli studi a Roma partiva per le missioni straniere. Dopo gravi fatiche, patimenti e pericoli nel 1800 giungeva a Macao, città posta alle frontiere della China. L'anno seguente entrò nella China, sebbene fosse minacciata la pena di morte a chiunque predicasse o professasse in quell'impero la religione cristiana. Tuttavia egli potè per quindici anni predicare, fare catechismi, amministrare i santi sacramenti, battezzare fanciulli ed assistere moribondi dispersi in quel vasto impero senza essere conosciuto dalle autorità civili. Ma dopo aver sofferto fame, sete, stenti di ogni genere, finalmente restò scoperto e denunziato ai mandarini. Fu arrestato mentre vestito dei sacri abiti celebrava la santa messa. Condotto davanti a vari tribunali gli si minacciarono tormenti e la morte se non rinunciava alla fede. Ma egli confessò coraggiosamente che {353 [353]} era cristiano e che era pronto a morire mille volte piuttosto che dire o fare cosa contraria alla religione di cui era ministro. Fra le altre cose volevano costringerlo a calpestare il Crocifisso, e i carnefici non potendolo indurre a farsi colpevole di sì orribile sacrilegio, mettevano essi stessi colla forza i piedi di lui sopra quell'adorabile immagine del nostro Redentore. A quell'atto violento inorridito il santo: «Non sono io, esclamò, che calpesto questa santa croce, ma siete voi, i quali colla violenza mi strascinate sopra

            Lo sottoposero a diversi tormenti, finalmente fu legato ad un palo e strangolato. La sentenza profferita contro di lui dice che egli fu condannato a morte perchè aveva predicato la fede cattolica. Non si poteva pronunciare una sentenza più gloriosa al nome del coraggioso missionario. Il suo martirio si compieva il 15 agosto 1815. (V. Museo delle Missioni, anno V).

            Carlo Corney e Gabriele Perboire. - La Francia si distingue fra le nazioni cattoliche nel somministrare gran numero di predicatori del Vangelo per le missioni straniere e nell'aecresccre le file dei martiri dell'età moderna.

            Ne accenneremo alcuni. Il venerabile Carlo Corney, sacerdote della missione, partiva da Parigi nel 1830 e l'anno dopo raggiungeva i suoi compagni nella China. Lavorò per la conversione di quegli idolatri fino al 1837, quando venne scoperto e condannato a morte. Il suo martirio fu crudele assai. Cinque carnefici, distesolo per terra, gli legarono strettamente mani e piedi a quattro pali ponendogli il capo {354 [354]} in mezzo a due stecchi piantati nel suolo. Al segnale di cembalo un carnefice con un colpo tronca il capo del santo martire, mentre gli altri recidono le braccia, ed i piedi, spaccando il busto in quattro parti. Questo martirio compievasi il 20 settembre 1837, essendo Corney d'anni 28.

            Gabriele Perboire, eziandio sacerdote della missione, dopo sei anni di stenti, di fatiche venne accusato di predicare il Vangelo, e perciò condannato a morte. Gli fecero patire un penosissimo carcere, fu assoggettato alla tortura del bastone, ad interrogatorii umilianti, con mille spaventevoli minacce e seducenti promesse. Ma egli sostenne intrepido tutti questi mali, e coronò i lunghi patimenti coll'essere crocifisso. Il quale supplizio egli volentieri e coraggiosamente patì per amore di G. Cristo morto per esso in croce. (11 sett. 1840).

            Libertà cristiana nella China. - I cristiani nella China continuarono ancora ad essere perseguitati per vari anni: ma la persecuzione non rattiepidiva per nulla lo zelo dei missionarii, benchè il recarsi colà a predicare il Vangelo fosse un esporsi al martirio. Finalmente Iddio ebbe pietà di quella misera nazione, e dispose che la colta Europa andasse a mettere freno a tanta barbarie. L'anno 1858, dopo molte fatiche, spese e combattimenti, la Francia e l'Inghilterra riuscirono a passare i confini del Celeste Impero, che è il nome dato all'impero chinese. Questo fatto dimostra ad evidenza quanto la civiltà europea, che è frutto del cristianesimo, sovrasti alla civiltà chinese prodotta {355 [355]} dal gentilesimo, mentre poche migliaia di Francesi ed Inglesi poterono riportare vittoria sopra un impero di 400 milioni d'abitanti e dettar loro la legge. La Francia adunque e l'Inghilterra vittoriose sulla China conchiusero un trattato, in cui fra gli altri sono i seguenti articoli:

            1° Tutti i porti dell'impero chinese saranno aperti al libero commercio degli stranieri, i quali abitando in detti porti potranno godere dei medesimi diritti che i Chinesi, sottomettendosi alle leggi del paese e sotto alla protezione dei loro consoli.

            2° La religione cattolica sarà liberamente esercitata in tutto il Celeste Impero.

            3° Ambasciatori europei resiederanno a Pechino, mentre un ambasciatore chinese saia mandato a Parigi ed a Londra.

            Così dopo trecento anni di persecuzione il sangue dei martiri generando novelli cristiani mise termine anche in quell’immenso impero alla persecuzione legale della Chiesa cristiana. I missionari poterono quindi uscire dai loro nascondigli, mostrarsi pubblicamente, raccogliere i cristiani qua e là dispersi, innalzare chiese, aprire scuole, orfanotrofii ed ospedali. In loro aiuto corsero già e vanno correndo ogni di altri nuovi missionari: molti vescovadi vi furono già stabiliti, e nella stessa Pechino, capitale dell'impero, risiede un vescovo cattolico, il quale vi compie solennemente e pubblicamente e talora con intervento delle autorità civili, le auguste ceremonie della nostra s. Religione. {356 [356]}

            Ordini religiosi. - Dopo la caduta di Napoleone I i religiosi poterono ritornare alle antiche loro dimore e lavorare di nuovo nel campo evangelico sia in Europa, sia in altre parti della terra e nelle missioni straniere. Siccome per altro alcuni degli ordini antichi non poterono più rialzarsi con quel vigore che già godevano una volta, così Iddio suscitò altri ordini e altre congregazioni, che in parte tenessero il loro posto e in parte soddisfacessero ai bisogni, ai quali quelli non potevano soddisfare. Leone XII l'anno 1826 approvò la congregazione degli oblati di Maria fondati da due pii e dotti sacerdoti piemontesi Lenteri di Cuneo, e Rainaudi di Carignano. L'anno 1839 furono approvate le religiose, dette Fedeli Compagne di Gesù, il cui scopo è 1'educazione religiosa e civile delle fanciulle, e che tra le altre case in vari luoghi ne hanno una assai fiorente a Torino.

            L'Istituto della Carità, fondato dal celebre Antonio Rosmini, fu approvato come ordine religioso da papa Gregorio XVI l'anno 1839.

            Lo stesso Gregorio negli ultimi anni del suo pontificato approvò l'Istituto di s. Anna e quello delle Penitenti di s. Maria Maddalena. Fondatrice di questi due Istituti fu la marchesa Giulietta Barolo molto celebre in Torino per la sua carità.

            Sei Istituti furono approvati dal regnante Pio IX:

            1° Le Figlie dell'Immacolata Concezione;

            2° Le Sorelle della B. Vergine Maria del Ritiro;

            3o Le Sorelle di s. Marta;

            4° Le Sorelle del ss. Salvatore; {357 [357]}

            5o Le Sorelle della B. V. del Buon Consiglio;

            6° Finalmente il primo marzo 1869 la Congregazione di s. Francesco di Sales, fondata in Torino allo scopo di promuovere l'educazione cristiana, scientifica e letteraria della gioventù, specialmente cogli oratorii festivi e con ospizi di beneficenza.

 

 

Capo VI. Beatificazione dei martiri Giapponesi. - Concilio Vaticano. - Quarta sessione - Stato presente della cattolica religione. - Che debbasi imparare dalla Storia Ecclesiastica.

 

            Beatificazione de'Martiri Giapponesi[46]. - Sarà sempre caro alla memoria dei fedeli il giorno 8 giugno 1862, nel quale 26 eroi della fede, martirizzati nel Giappone, furono innalzati agli onori degli altari. Noi abbiamo già a {358 [358]} suo tempo parlato della sanguinosa persecuzione di Taicosama e del gran numero di cristiani, che in quella furono coronati del martirio. Qui aggiungiamo soltanto, che dopo molti patimenti tollerati nelle carceri e nei viaggi; dopo aver sofferto fame, strapazzi, battiture di ogni {359 [359]} genere, finalmente giunsero alla città di Nancosachio, luogo destinato pel loro supplizio, che doveva cingerli della corona del martirio. Volendosi fare ancora una prova per incutere terrore ai gloriosi atleti, venne additata una collina, sopra cui stavano preparate 26 croci. A quella vista, al pensare che la croce aveva portata {360 [360]} la salvezza al genere umano, e che fra breve avrebbe loro aperte le porte del cielo, rimasero pieni della più grande consolazione. Uno di loro, di nome Antonio, al luogo del supplizio incontrò i suoi parenti, che con larghe promesse lo eccitavano a rinnegare G. Cristo. Ma egli coraggiosamente rispose: «Voi mi promettete beni di terra, Cristo quelli del cielo: i vostri beni durano un istante, i beni celesti sono eterni.» Quindi restimi loro la tonaca che aveva indosso, e corse ad abbracciare la croce. Attaccati poi tutti alle loro croci, furono passati da una lancia a parte a parte, secondo 1'uso giapponese. Assistevano gran numero di pagani e di cristiani, cui i martiri anche dalla croce predicavano Gesù Cristo. A manifestare la loro santità, nella stessa crocifissione accaddero parecchi segni prodigiosi. Constando con indubitabili argomenti, che i nostri martiri sparsero il loro sangue per la fede, e che molti miracoli avvennero al loro sepolcro ed a loro intercessione il regnante Pio IX, esaminata diligentemente ogni cosa, li ascrisse nel catalogo dei santi.

                Concilio Vaticano. - Dopo il Concilio Tridentino trascorsero oltre a trecento anni, senza che apparisse la necessità di convocare altro concilio ecumenico. Tutte le questioni sorte furono sciolte, e tutti gli errori manifestatisi in questo spazio di tempo vennero esaminati, giudicati, e condannati dal supremo Gerarca della Chiesa. Perciocchè egli ha ricevuto da G. C. piena e illimitata autorità sopra tutto ciò che riguarda il bene spirituale ed eterno dei cristiani. Il {361 [361]} Salvatore disse a san Pietro: «Tutto ciò che legherai in terra, sarà anche legato in Cielo, e tutto ciò che scioglierai in terra, sarà anche sciolto in Cielo.» Ma le turbolenze di questi ultimi tempi e gli errori che insidiosamente si tenta di mescolare colla religione; i così detti moderni filosofi, i libri, e giornali cattivi, le massime politiche non mai udite, le varie forme di società segrete, la massoneria, il socialismo, i liberi pensatori, spiritisti e simili invasero si fattamente il cuore e la mente degli uomini, che il romano pontefice Pio IX giudicò essere necessaria la convocazione di un concilio ecumenico, per mantenere la purità della fede, e conservare alla Chiesa tutta la sua potenza.

                Egli pertanto, seguendo l'esempio dei suoi predecessori, che nei gravi momenti furono soliti raccogliere intorno a sè i vescovi cattolici, posti dallo Spirito Santo a reggere la Chiesa di Dio, intimò la convocazione di un concilio da tenersi nella basilica vaticana, detto perciò Concilio Vaticano I. Cominciarono le sessioni il giorno 8 di dicembre 1869, e vi si trovarono presenti circa 700 tra vescovi e cardinali con molti abati, generali di ordini religiosi e insigni teologi. Il Papa presiedette in persona. Nella prima e seconda sessione si fece solo la introduzione, e la professione di fede. Non si procedette a definizioni se non nella terza sessione, nella quale i venerandi Padri dopo aver esposta la dottrina della Chiesa intorno a Dio creatore di tutte le cose, alla necessità di credere tutte le verità da Dio rivelate, le quali noi dobbiamo credere fermamente, sebbene non si possano comprendere, {362 [362]} condannarono vari errori e fra le altre definizioni fecero la seguente in conferma della divinità dei libri sacri:

                «Se alcuno non riceverà per sacri e canonici gli intieri libri della sacra Scrittura con tutte le loro parti, come li enumerò il santo sinodo Tridentino, o negherà che siano divinamente inspirati, sia anatema.»

 

                QUARTA SESSIONE.

 

                Nei fasti della Chiesa sarà sempre memoranda questa sessione. Esposta la dottrina cattolica intorno alla istituzione del primato apostolico nel beato Pietro, e della perpetuità del medesimo nei papi suoi successori, la cui autorità dovevasi estendere a tutti i tempi, a tutti i luoghi, a tutte le cose spettanti alla religione, a tutti i cristiani laici, sacerdoti e vescovi della terra, in fine si passò alla grande questione del magistero infallibile del romano Pontefice. Il glorioso Pio IX dopo l'approvazione dei padri proclamava questa sublime verità con le seguenti parole: «Che poi nello stesso apostolico primato, che il romano Pontefice ha su tutta la Chiesa, come successore di s. Pietro, principe degli apostoli, si contenga anche la suprema podestà di magistero, questa santa Sede 1'ha sempre creduto, e l'uso perpetuo della Chiesa lo prova, e fu dichiarato dagli stessi ecumenici concili e da quelli primieramente, in cui l'Oriente e l'Occidente convenivano insieme nell'unione della fede e della carità. Imperocchè i padri del {363 [363]} concilio Costantinopolitano quarto, seguendo le pedate dei maggiori, emisero questa solenne proressione: «La prima salute sta nel custodire la regola della retta fede. E poichè non può venir meno la sentenza del Signor nostro Gesù Cristo, che disse: «Tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa;» quanto fu predetto viene comprovato dal fatto; perocchè nella Sede apostolica si è sempre conservata immacolata la cattolica religione e professata la santa dottrina. Pertanto desiderosi di non essere separati dalla sua fede e dalla sua dottrina, speriamo di meritare d'essere in quell’unica comunione che predica la Sede apostolica, ed in cui esiste l'intiera e verace solidità della cristiana religione.» E coll'approvazione del concilio II di Lione, i Greci professarono: «La santa romana Chiesa possedere sopra tutta la Chiesa cattolica il sommo e pieno primato e principato; quale veramente ed umilmente essa riconosce d'aver ricevuto dallo stesso Signore insieme colla pienezza della potestà nel beato Pietro, principe e capo degli apostoli, di cui il romano Pontefice è successore: e siccome più che le altre tutte è tenuta a difendere la verità della fede, così, se intorno alla fede sorgeranno questioni, col suo giudizio debbonsi definire.» Finalmente il concilio fiorentino defini: «Il Pontefice romano essere vero vicario di Cristo e capo di tutta la Chiesa, e padre e dottore di tutti i cristiani; ed a lui essere stata trasmessa nel beato Pietro dal Signor nostro Gesù Cristo la piena podestà di pascere, di reggere e di governare tutta quanta la Chiesa.» {364 [364]}

                Per soddisfare a questo pastorale dovere, i nostri predecessori sempre si adoperarono indefessamente, affinchè la salutare dottrina di Cristo si propagasse presso tutti i popoli della terra; e con pari cura vigilarono, perchè, dove fosse stata ricevuta, sincera e pura si conservasse. A tal uopo i pastori di tutto l'orbe, ora individualmente, ora in sinodi congregati, seguendo l'antica consuetudine delle chiese e il metodo delle primitive regole, a questa santa Sede deferirono specialmente que'pericoli che nascevano nelle cose di fede, affinchè quivi principalmente si risarcissero i danni della fede, dove la fede non può sentire difetto. E i romani Pontefici, secondo che consigliava la condizione dei tempi e delle cose,ora convocando ecumenici concilii, od esplorando la sentenza della Chiesa dispersa pel mondo, ora per mezzo di sinodi particolari, ora con altri mezzi che somministrava la divina provvidenza, definirono da ritenersi quelle cose, che col divino aiuto avevano conosciute consentanee alle sacre Scritture ed alle Tradizioni apostoliche. Imperocchè ai successori di Pietro non fu già promesso lo Spirito Santo, affinchè, esso rivelante, manifestassero nuove dottrine; ma perchè, colla sua assistenza, santamente custodissero e fedelmente esponessero la rivelazione tramandata dagli Apostoli, ossia il deposito della fede. L'apostolica loro dottrina per verità tutti i venerabili padri e i santi dottori ortodossi abbracciarono, venerarono eseguirono, sapendo pienissimamente, che questa sede di s. Pietro rimane sempre illibata da ogni errore, secondo la divina promessa dal {365 [365]} Signore nostro Salvatore fatta al principe dei suoi discepoli: «Io pregai per te, affinchè non venga meno la tua fede; e tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli.»

                Adunque questo carisma di verità e di fede non mai deficiente fu concesso divinamente a Pietro e a'suoi successori in questa cattedra, affinchè essi per la salute di tutti adempissero l'eccelso loro ufficio, e tutto il gregge di Cristo per mezzo loro rimosso dall'esca velenosa dell'errore, si nutrisse col pascolo della celeste dottrina; e affinchè, tolta l'occasione di scisma, tutta la Chiesa si conservasse una, e appoggiata sopra il suo fondamento, ferma resistesse contro le porte dell'inferno.

                Giacchè poi in questa età, in cui si ha grandissimo bisogno della salutifera efficacia dell'apostolico magistero, non pochi si trovano che detraggono alla sua autorità, riputiamo essere onninamente necessario di solennemente definire questa prerogativa che l'unigenito Figlio di Dio degnossi congiungere col sommo pastorale officio.

                Noi pertanto, aderendo fedelmente alla tradizione ricevuta fin dall'esordio della fede cristiana, a gloria di Dio nostro Salvatore, ad esaltazione della cattolica religione ed a salute dei popoli cristiani, coll'approvazione del sacro concilio, insegniamo e definiamo, essere dogma da Dio rivelato, che il romano Pontefice, quando parla ex cathedra, ossia quando, esercitando l'uffizio di pastore e dottore di tutti i cristiani, per la sua suprema apostolica autorità definisce una dottrina sulla fede o sui costumi doversi {366 [366]} tenere da tutta la Chiesa, per l'assistenza divina a lui nel beato Pietro promessa, gode di quella infallibilità di cui il divin Redentore volle essere fornita la sua Chiesa nel definire qualche dottrina sulla fede o sui costumi: e pertanto tali definizioni del romano Pontefice essere per se stesse, e non pel consenso della Chiesa, irreformabili.

                Se alcuno poi, tolgalo Iddio, osasse contraddire a questa nostra definizione, sia anatema.

                Così era definito articolo di fede che il romano Pontefice è infallibile quando parla di cose spettanti alla fede o ai costumi. Noi abbiamo cominciata questa storia, esponendo gli insegnamenti cattolici intorno a questa verità; ora godiamo grandemente nel poter conchiudere colla proclamazione dogmatica della medesima. In questo momento (8 dicembre 1870) il Concilio Vaticano è sospeso; dolorosi avvenimenti ne impediscono la continuazione. Preghiamo Iddio, che nella sua grande misericordia si degni di presto concedere alla sua Chiesa la sospirata pace e libertà, onde a vantaggio di tutti i fedeli si possa riprendere e ben terminare questo Concilio, e ritornino tempi felici, in cui popoli e sovrani possano essere illuminali dal Vicario di G. C. e con sicurezza guidati per la via del cielo[47].

                Stato presente della religione. - La cattolica religione in questi tempi fa maravigliosi progressi in tutte le parti del mondo. Nell'America, nel Giappone, nello stesso impero Chinese aumenta ogni giorno il numero dei credenti, {367 [367]} benchè non siano affatto cessate le persecuzioni anche da parte delle civili autorità, ed in vari luoghi i cristiani siano ancora molestati, specialmente per abuso di coloro che amministrano le cose pubbliche. Del resto ovunque si erigono vescovadi, si fabbricano chiese, si fondano seminari e scuole cristiane; nè più altro manca a quei paesi se non operai evangelici che vadano a coltivare la vigna del Signore e a diradare le folte tenebre in cui migliaia di migliaia d'uomini sono tuttora immersi.

                In Europa il cattolicismo percorre fasi diverse. Nell'Inghilterra, soprattutto da che il regnante Pio IX ricostituì la gerarchia ecclesiastica, molti protestanti dotti, nobili e doviziosi fanno ritorno alla fede dei padri loro. Che anzi ultimamente fu fatta una legge per cui la religione cattolica è riconosciuta e rispettata dalle autorità civili, e i cattolici possono essere ammessi indistintamente a coprire le cariche dello Stato. Nel Portogallo, nella Spagna, nella Francia e nella Germania si compiono gravi avvenimenti politici e guerreschi non senza danno della religione; ma i popoli in generale si conservano saldi nella fede. Anzi pare che le pubbliche calamità accrescano il fervore alle pratiche religiose e all'attaccamento al cattolicismo.

                Nella Russia è segnatamente nella Polonia i cattolici sono nello stato di aperta persecuzione. Molti devono sostenere la fede colla perdita dell'impiego, colla confisca dei loro beni, coll'esiglio ed anche colla morte. Malgrado queste oppressioni i cattolici si tengono fermi nella loro credenza. {368 [368]}

                L’Italia poi si trova in istato di vero orgasmo. I fatti sono gravi, e gravissime le conseguenze che possono da quelli derivare. Ma noi tenendoci al consiglio di s. Paolo ci attacchiamo alla colonna innalzata da Dio per sostenere la verità che è la Chiesa. Seguiremo costanti la dottrina e i consigli del grande, del clemente, del provvidenziale Pio IX. Esso coll'infallibile sua parola illuminato ila Dio, di cui è vicario in terra, saprà come altre volte liberarci dai sovrastanti pericoli e additarci il cammino che dobbiamo seguire per assicurarci la via del cielo.

                Che debbasi imparare dalla Storia ecclesiastica. - Dalla Storia ecclesiastica noi dobbiamo ricavare alcune verità, le quali ci servano di lume e conforto in questo nostro esigilo. E queste sono:

                1° Che la Chiesa è manifestamente la figlia di Dio Padre, la sposa di Gesù Cristo e il tempio vivo dello Spirito Santo; perciocchè soltanto coll'aiuto divino essa ha potuto sostenersi, propagarsi e crescere in mezzo a tanti e si fieri contrasti, che per lo spazio di circa diciannove secoli le vennero mossi continuamente da ogni parte.

                2° Che non dobbiamo per nulla maravigliarci delle guerre fatte o che si faranno alla santa Chiesa, mentre vediamo che contro di essa la guerra incominciò dal primo giorno della sua esistenza.

                La causa di questa guerra è una sola, cioè l'odio che gli spiriti delle tenebre portano a Gesù Cristo, il quale odio essi hanno trovato e trovano sempre il modo di trasfondere in un {369 [369]} grande numero di uomini, i quali facendosi ministri a questi spiriti infernali, mossi da loro perseguitano la Chiesa unicamente perchè sposa di Gesù Cristo.

                3° Che una delle prove chiare della divinità della Chiesa cattolica è il non esservi mai stato alcuno il quale, desiderando di amare Iddio e di applicarsi con tutto lo zelo all'esercizio della virtù, per ottenere questo fine abbia pensato di dovere abbandonare la fede cattolica per rendersi protestante o giudeo o turco, o incredulo. Per contro molti dei più dotti e virtuosi fra i turchi, eretici e protestanti abbracciarono la fede cattolica per divenire più virtuosi e salvarsi eternamente.

                4° Che un'altra prova della divinità della Chiesa cattolica sta in ciò, che in punto di morte molti infedeli ed eretici e increduli domandarono di entrare in seno alla Chiesa per assicurare la loro eterna salute: mentre in quel punto fatale nessun cattolico mai domandò di farsi eretico o turco o incredulo per salvarsi eternamente.

                5° Che la Chiesa cattolica è fondata sull'autorità del sommo Pontefice, e si conserva e si propaga solo in virtù della fede e riverenza che si porta a questa autorità: e che perciò è cosa della massima importanza il propagare ed accrescere la fede e riverenza verso l'autorità del papa.

                6° Che tutti i scismatici, eretici e protestanti, esaminando la storia, trovano il giorno in cui incominciò il loro errore e incominciò la serie dei loro maestri, tra il quale giorno {370 [370]} e il tempo, in cui fu Gesù Cristo, passa una certa distanza più o meno grande, per modo che i loro primi maestri non possono in nessun modo dirsi di avere ricevuto da Gesù Cristo medesimo la loro dottrina, nè di essere immediatamente succeduti agli apostoli. Per lo contrario la storia dimostra chiaro, che il sommo pontefice Pio IX, capo della Chiesa cattolica, è per una catena non interrotta di papi il successore di s. Pietro costituito da Gesù Cristo medesimo: e che perciò la sola Chiesa cattolica è la Chiesa di Gesù Cristo, mentre le altre, benchè si usurpino ingiustamente il nome di chiese cristiane, tuttavia non sono chiese di Gesù Cristo, ma ehiese di quell'eresiarca o caposetta, da cui ciascuna di esse ebbe origine.

                7° Finalmente comunque vediamola Chiesa perseguitata, nulladimeno dobbiamo rimanere fermi nella fede, tenendo per certo, che la guerra finirà col trionfo della Chiesa e del suo supremo Pastore. È pertanto nostro dovere di conservare ed accrescere in noi la fede, la speranza e la carità per meritarci di aver parte alla gloria, che Dio tiene preparata ai veri cattolici in Paradiso, dove saremo felici per tutta l'eternità. {371 [371]}

 

Cronologia dei sommi pontefici secondo la più comune opinione, eccettuati gli antipapi

 

Numero progres.

NOMI

Anno della elezione

Durata del regno

anni

mesi

gior.

1.       

S. Pietro apostolo Galileo Io papa....

33

35

 

 

2.       

S. Lino Toscano............

67

10

 

 

3.       

S. Cleto Romano.............

79

12

7

 

4.       

S. Clemente I Romano.......

91

9

3

10

5.       

S. Anacleto Ateniese

100

9

 

 

6.       

S. Evaristo Betlemita..........

112

9

 

 

7.       

S. Alessandro I Romano..........

121

11

 

 

8.       

S. Sisto I Romano.........

132

10

 

 

9.       

S. Telesforo Greco..................

142

12

 

 

10.   

S. Igino Ateniese.............

154

4

 

 

11.   

S. Pio I di Aquileia

158

9

 

 

12.   

S. Aniceto Soriano

167

7

 

 

13.   

S. Sotero Fondiano.........

175

4

 

 

14.   

S. Eleutero Greco

179

15

 

 

15.   

S. Vittore I Africano..............

192

10

 

 

16.   

S. Zefirino Romano............

203

18

 

 

17.   

S. Callisto I Romano............

221

5

 

 

18.   

S. Urbano I Romano............

226

7

 

 

19.   

S. Ponziano Romano............

233

5

6

 

20.   

S. Antero della M. Grecia..............

237

 

1

 

21.   

S. Fabiano Romano...............

238

15

 

 

22.   

S. Cornelio Romano..........

254

2

 

 

23.   

S. Lucio I Romano..........

255

1

4

 

24.   

S. Stefano I Romano........

257

3

3

 

25.   

S. Sisto II Ateniese...........

260

1

 

 

26.   

S. Dionisio della M. Grecia...........

261

11

3

 

27.   

S. Felice I Romano............

273

2

5

 

28.   

S. Eutichiano Ligure.........

275

8

10

 

29.   

S. Caio Dalmazio.............

283

12

 

 

30.   

S. Marcellino Romano............

296

8

 

 

31.   

S. Marcello I Romano...........

304

5

 

 

32.   

S. Eusebio Greco..............

309

2

8

21

33.   

S. Melchiade Africano............

311

2

2

 

34.   

S. Silvestro I Romano............

314

21

11

 

35.   

S. Marco Romano................

336

 

8

22

36.   

S. Giulio I Romano.........

336

17

5

7

37.   

S. Libero Romano.......

351

17

4

2

38.   

S. Damaso Spagnuolo............

366

18

 

 

39.   

S. Siricio Romano...........

385

13

1

14

40.   

S. Anastasio I Romano...........

398

4

1

15

41.   

S. Innocenzo I Albano............

402

13

2

10

42.   

S. Zosimo Greco.............

417

1

4

7

43.   

S. Bonifacio I Romano.............

418

4

9

18

44.   

S. Celestino I Romano..........

423

8

7

28

45.   

S.Sisto III Romano..........

432

7

11

2

46.   

S. Leone I Toscano..........

440

21

 

 

47.   

S. Ilario Sardo.........

461

5

9

29

48.   

S. Simplicio di Tivoli

467

15

5

10

49.   

Felice II Romano..........

483

8

11

17

50.   

S. Gelasio I Romano........

492

4

8

19

51.   

S. Anastasio II Romano...........

496

1

11

23

52.   

Simmaco Sardo...........

498

15

7

27

53.   

S. Ormisda di Frosinone........

513

9

 

10

54.   

S. Giovanni I Toscano.........

523

2

9

14

55.   

S. Felice III d’Abruzzo........

526

4

2

18

56.   

S. Bonifacio II Romano..........

530

2

2

18

57.   

S. Giovanni II Romano............

532

2

5

6

58.   

S. Agapito I Romano..........

575

 

11

24

59.   

S. Silvestro di Campagna.........

536

4

 

 

60.   

S. Vigilio Romano.......

540

5

6

 

61.   

S. Pelagio I Romano.........

556

3

10

18

62.   

S. Giovanni III Romano...........

559

12

11

16

63.   

S. Benedetto I Romano.....

573

4

2

17

64.   

S. Pelagio II Romano.........

577

12

2

27

65.   

S. Gregorio I Romano........

590

13

3

10

66.   

Sabiniano Toscano.......

604

 

5

19

67.   

Bonifacio III Romano........

605

 

8

23

68.   

Bonifacio IV Valeriano......

606

6

8

13

69.   

Diodato I Romano.....

614

2

11

26

70.   

Bonifacio V Napolitano..........

617

7

10

1

71.   

Onorio I Capuano...........

627

12

4

4

72.   

Severino Romano.........

639

 

2

4

73.   

Giovanni IV Dalmazio...........

640

1

6

6

74.   

Teodoro I Greco.........

641

8

3

20

75.   

S. Martino I da Todi........

649

5

4

12

76.   

Eugenio I Romano.........

654

 

6

 

77.   

Vitaliano da Segna........

656

14

5

28

78.   

Diodato II Romano......

669

7

2

17

79.   

Dono I Romano............

676

1

6

16

80.   

Agatone Siciliano.........

678

3

6

25

81.   

S. Leone II Siciliano.

682

1

8

8

82.   

Benedetto II Romano..........

684

1

11

 

83.   

Giovanni V Antiocheno.........

685

1

11

 

84.   

Gonone Trace.........

686

 

11

23

85.   

Sergio I Antiocheno.........

687

13

10

14

86.   

Giovanni VI Greco.............

701

3

2

12

87.   

Giovanni VII Greco.........

705

2

7

17

88.   

Sisinio Soriano.......

708

 

 

20

89.   

Constantino Soriano...............

708

6

1

2

90.   

S. Gregorio II Romano.........

714

16

8

20

91.   

Gregorio III Soriano...........

731

10

9

10

92.   

S. Zaccaria Greco.........

741

10

3

10

93.   

Stefano II Romano..........

752

 

 

3

94.   

Stefano III Romano..........

752

5

 

20

95.   

Paolo I Romano...........

757

10

10

 

96.   

Stefano IV Siciliano.........

767

5

3

27

97.   

Adriano I Romano............

772

23

10

17

98.   

Leone III Romano.......

795

20

5

19

99.   

Stefano V Romano..........

815

1

7

3

100.                       

Pasquale I Romano.........

817

7

3

26

101.                       

Eugenio II Romano........

324

3

2

23

102.                       

Valentino Romano.........

827

 

1

10

103.                       

Gregorio IV Romano............

827

16

4

 

104.                       

Sergio II Romano................

844

3

1

2

105.                       

S. Leone IV Romano...............

847

8

3

5

106.                       

Benedetto III Romano..........

855

2

6

20

107.                       

Nicolo I Romano.............

858

9

6

20

108.                       

Adriano II Romano............

867

4

10

17

109.                       

Giovanni VIII Romano..........

872

10

 

2

110.                       

Martino II di Galles..........

882

1

 

20

111.                       

Adriano III Romano.............

884

1

3

19

112.                       

Stefano VI Romano............

885

6

 

 

113.                       

Formoso Portoghese...........

891

6

6

 

114.                       

Stefano VII Romano.........

897

3

 

 

115.                       

Romano di M. Fiascone........

900

 

4

 

116.                       

Teodoro II Romano...........

901

 

 

20

117.                       

Giovanni IX di Tivoli........

901

3

 

17

118.                       

Benedetto IV Romano............

905

2

 

 

119.                       

Leone V Ardeate...............

907

 

2

 

120.                       

Cristoforo Romano...........

907

 

7

 

121.                       

Sergio III Romano.............

908

1

1

10

122.                       

Anastasio III Romano.........

910

3

4

 

123.                       

Lando di Sabina...........

913

 

7

 

124.                       

Giovanni X Romano.............

914

13

 

 

125.                       

Leone VI Romano.............

927

 

6

15

126.                       

Stefano VIII Romano.........

928

2

1

15

127.                       

Giovanni XI Romano............

931

4

10

 

128.                       

Leone VII Romano..........

936

1

6

 

129.                       

Stefano IX Tedesco............

938

5

4

5

130.                       

Martino III Romano...........

943

3

4

15

131.                       

Agapito II Romano............

946

9

7

10

132.                       

Giovanni XII Romano.........

956

9

 

 

133.                       

Benedetto V Romano.........

964

1

 

 

134.                       

Giovanni XIII Romano.............

965

6

11

5

135.                       

Dono II Romano............

972

 

3

 

136.                       

Benedetto VI Romano........

975

9

 

 

137.                       

Benedetto VII Romano............

984

1

 

 

138.                       

Giovanni XIV Pavese......

984

1

 

 

139.                       

Giovanni XV Romano............

985

10

4

12

140.                       

Gregorio V Sassone.........

996

2

8

6

141.                       

Silvestro II Francese............

999

4

2

 

142.                       

Giovanni XVI Romano..........

1003

 

5

 

143.                       

Giovanni XVII Romano........

1003

5

7

 

144.                       

Sergio IV Romano.............

1009

2

8

15

145.                       

Benedetto VIII Romano..............

1011

12

 

 

146.                       

Giovanni XVIII Romano............

1024

9

8

 

147.                       

Benedetto IX Romano........

1033

10

 

 

148.                       

Gregorio VI Romano............

1044

2

8

 

149.                       

Clemente II Sassone............

1046

 

9

12

150.                       

Damaso II Bavarese..........

1048

 

 

13

151.                      `

S. Leone IX Francese...........

1049

5

2

7

152.                       

Vittore II di Svezia...........

1055

2

6

 

153.                       

Stefano X di Lorena............

1057

 

 

8

154.                       

Nicolo II di Savoia.............

1058

2

6

 

155.                       

Alessandro II Milanese..........

1061

11

6

 

156.                       

S. Gregorio VII Toscano............

1073

12

1

3

157.                       

Vittore III di Benevento.............

1086

1

3

21

158.                       

Urbano II Francese...........

1087

11

4

18

159.                       

Pasquale II Toscano...........

1099

18

5

4

160.                       

Gelasio II Napolitano............

1118

1

 

14

161.                       

Callisto II Francese.............

1123

5

10

15

162.                       

Onorio II Bolognese............

1124

5

 

17

163.                       

Innocenzo II Romano.........

1130

13

7

13

164.                       

Celestino II dell’Umbria..........

1143

 

5

13

165.                       

Lucio II Bolognese..........

1144

 

9

14

166.                       

Eugenio III Pisano.........

1145

8

4

13

167.                       

Anastasio IV Romano.............

1153

1

4

24

168.                       

Adriano IV Inglese...........

1154

4

8

29

169.                       

Alessandro III Sienese.........

1159

21

11

21

170.                       

Lucio III Lucchese........

1181

4

2

18

171.                       

Urbano III Milanese...........

1185

1

10

25

172.                       

Gregorio VIII di Benevento............

1187